Berignone

Piante imponenti. un sottobosco cespuglioso, rampicante ed erbaceo, la cui arca è piena di rumori, di ombre e d’insidie anche pericolose; questi sono gli elementi che costituiscono lo scenario originale dell’immenso bosco di Berignone.

l cartelli apposti lungo la strada, che porta all’interno, avvertono dell’insidia delle vipere, un problema oggi sempre più preoccupante in seguito allo spopolamento delle campagne e rientra ormai nella normalità quotidiana che questi infidi rettili vengano segnalati perfino in luoghi abitati.

BERIGNONE, UNA FORESTA, TRE CASTELLI E UN COMUNELLO MEDIEVALE

Comunque quello di Berignone è un bosco per molti versi silenzioso, selvaggio, pieno di animazione e di colore, fatto a dimensione dell’uomo, perché molto vi si è lavorato e vi si lavora ancora. Non è un mondo proibito, però, come molti vorrebbero far credere, anzi è un ambiente splendido che, proprio per la sua selvaggia imponenza, si carica di colori elettrizzanti, di paesaggi inediti, di profumi nuovi, tutto in uno sfondo quasi magico, saturo di un’atmosfera provocante, inconsueta, stimolante ed eccezionale, che sa anche di salute, di sole e di giovinezza.

Mi ricordavo di una foresta assai diversa, con una strada poco più larga di un viottolo, quasi nascosta dalla vegetazione. Oggi, per i lavori eseguiti dalla Comunità Montana, la straducola è stata ampliata fino al punto di consentirne l’attraversamento senza nemmeno scendere dall’auto. Proprio per questo non posso esimermi dal mettere in rilievo che una simile opera, anche se risponde all’immediate esigenze utilitaristiche di chi l’ha fatta costruire, ha snaturato l’aspetto che questo impenetrabile bosco aveva da millenni.

È vero che tutto ciò che la natura ci offre deve essere goduto dall’uomo, ma è anche vero che non si deve vanificare tale godimento con opere sproporzionate rispetto all’ambiente in cui vengono eseguite: era più che sufficiente una strada della larghezza di un’auto o poco più e non quasi una superstrada come quella costruita. Altrettanto dicasi del tratto di strada che s’inerpica per la collina dove si trovano i ruderi del Castello dei Vescovi: così ampliato, ha alterato il suo originale aspetto di tracciato antico e quindi ha perso gran parte di quel fascino misterioso che sapeva riservare al visitatore.

UBICAZIONE E MORFOLOGIA DEL COMPRENSORIO

Il comprensorio di Berignone è situato nell’angolo a sud-est del territorio del Comune di Volterra e sconfina in quello di Pomarance. Ad oriente coincide in parte col confine fra le province di Pisa e di Siena.

Comprende circa duemila ettari di bosco ed oltre centosessanta ettari di terreno coltivabile, in massima parte abbandonati.

La parte più ampia della foresta si trova sulle pendici occidentali di Monte Soldano e di Monte Metato che degradano verso i torrenti Fosci e Sellate ed in parte verso il fiume Cecina.

La morfologia del territorio è più accidentata solo verso le pendici del Monte Metato e lungo le sponde dei corsi d’acqua principali, dove si possono trovare anche fenomeni calanchivi.

La base geologica è costituita in massima parte da sedimenti del pliocene con arenarie friabili o con argille1.

LA SUA ORIGINE

L’etimo, cioè il significato della parola Berignone, è da riferirsi al bosco. Talvolta, pur non influendo sulla origine, troviamo anche la denominazione Berigno, che può essere riferita a bosco selvaggio, cioè terra abbandonata che si è rivestita di vegetazione boschiva, sviluppatasi, almeno inizialmente, senza alcun intervento umano, perché favorita dalla particolare natura del suolo, dal clima, dall’altitudine, col risultato di aver conservato inalterata la configurazione del suolo stesso. Non a caso la classificazione di tutto quel comprensorio in foresta, sta ad indicare una vasta estensione di terreno, per solito remota dai luoghi abitati, coperta da alberi d’alto fusto e da fitta boscaglia.

I CORSI D’ACQUA

I corsi d’acqua che interessano il comprensorio di Berignone sono il fiume Cecina e i torrenti Fosci e Sellate, suoi affluenti, che si uniscono poco prima di confluirvi.

Altri corsi d’acqua minori alimentano quelli principali. Tanto per citarne alcuni, dalle colline di Mazzolla affluiscono nel Fosci il Rio Fosciatelli, il Botro del Vallone, delle Vignacce, della Selva e quello del Fontanazzo. Dal lato opposto abbiamo, invece, il Botro delle Pilelle, di Mona Chiara, del Pino, dei Boschetti, della Chiusa, del Pian Luino, delle Pianaccine, della Grotta e del Somarello.

Nel torrente Sellate, infine, affluiscono vari botri e botrelli e fra essi, per importanza, è da citare il Botro al Rio.

TESTIMONIANZE STORICHE

La foresta di Berignone, anche nei tempi antichi, ha avuto grande importanza perché, con il suo legname, forniva il combustibile necessario alle Moje, cioè ai pozzi delle Saline, nonché per il carbone vegetale e altri derivati che venivano messi in vendita anche nella nostra città. Infatti, parlando con persone anziane che hanno lavorato in Berignone, mi è stato confermato che tutto il combustibile veniva raccolto, con gli scolletti2, presso il Capannone e da qui, con i barrocci, veniva via via trasportato a destinazione.

La parte più elevata è Monte Soldano, dove sembra sia stato un insediamento pre-etrusco. Non sono mancate però testimonianze della civiltà etrusca, perché venne rinvenuta una tomba orientalizzante, databile dalla fine del VII secolo al IV secolo a.C. Questa scoperta induce ancora oggi studiosi ed appassionati di etruscologia a non escludere che, proprio nel bosco possano essere state sepolte, dall’uomo e dal tempo, consistenti testimonianze di questa lontana epoca e dispiace che simili ritrovamenti avvengano casualmente, spesso con danneggiamento delle strutture principali e non come frutto di una programmata ed organica ricerca. In ogni modo la tomba tornò alla luce nel 1839, nel podere della mensa vescovi le denominato Gesseri di Berignone, in località Casavecchia. In occasione di ricognizioni nella zona, vari studiosi di etruscologia si persuasero che, sul crinale deI monte che divide il torrente Sellate dal fiume Cecina, doveva sorgere una serie di tombe a camera di considerevole importanza3. Comunque di questa testimonianza rimase solo il materiale che dal vescovo Giuseppe Gaetano Incontri (1806-1848) fu donato al Museo Guarnacci e cioè: una catena, formata da un cordone a tessuto di filo d’oro, lavorato a spina di pesce; una fibula d’oro ad arco serpeggiante, a bottoncini; due frammenti di fibula in elettro, il cui corpo, probabilmente d’argento, ha subito l’ossidazione; una fibula d’oro con arco a sanguisuga e lunga staffa a canale; una fibula d’oro, come la precedente, ma con arco più ingrossato; una fibula d’oro con arco a sanguisuga e lunga staffa a canale con appeso alla molla un cerchietto, dal quale pende un piccolo cilindro ornato a granulazione; una fibula d’oro con arco a sanguisuga mancante di staffa.

Com’è evidente si tratta di oggetti assai preziosi, che possono essere ammirati tuttora al Museo; comunque il materiale rinvenuto nella tomba doveva essere ben più sostanzioso4.

Non va poi trascurato il periodo del medioevo; in Berignone esistevano tre castelli: quello di Monte Soldano, quello di Frassineta5 e quello che oggi viene individuato sotto il nome di Torraccia. Questi castelli erano di proprietà vescovile e, mentre i primi due furono abbattuti dai volterrani verso il 1218 a seguito delle ricorrenti controversie fra il potere ecclesiastico e quello amministrativo, la Torraccia ebbe vita più lunga perché la sua definitiva distruzione avvenne solo nel 1447 per mano dei Fiorentini.

MONTE SOLDANO

Con i suoi 556 metri di altitudine, Monte Soldano è la parte più alta della foresta di Berignone, che è composta da macchia a leccio, cerro, carpino e rovere; nella quota inferiore, su una discreta fascia, la macchia assume l’aspetto di una fustaia un po’ rada, nella quale si trovano anche qualche frassino e olmi di notevoli dimensioni. Oltre a un gruppo di pino domestico, in basso è notabile anche una piccola arca di conifere, composta da abete bianco e in alto da piante che, pur assomigliando alle conifere, appartengono però alla famiglia delle pinacee. Il bosco di conifere di Monte Soldano occupa un’arca di un centinaio di ettari circa6.

Come ho già accennato in precedenza, su questa altura si trovava un castello, detto appunto di Monte Soldano, di proprietà vescovile, che verso il 1218 fu distrutto dai Volterrani. Sui resti del castello fu poi costruita una villa, della quale oggi è erede la casa poderale detta Caprareccia. Questo nome, com’è facile intuire, deriva dal nome di questo animale, in quanto sembra che un tempo vi fossero allevamenti.

Questo casale, assai isolato, fu poi un fiorente podere ma oggi è quasi abbandonato ed è stato ceduto in affitto.

Vi fanno picco i suoi secolari ulivi, posti a terrazza su muri a secco.

FRASSINETA

L’altro antico castello, che subì la stessa sorte di quello di Monte Soldano, è Frassineta, del quale non si conosce nemmeno la sicura ubicazione.

Si dice che si trovasse su Poggio Rapale, volgarmente detto Monte Soldanino, la cui altitudine è di 523 metri, ma non si escluse che invece si ergesse su Monte Metato, alto 554 metri.

Sul Poggio Rapale si trova macchia a leccio, con arce a cespugliato e ginepro, mentre nella parte bassa le condizioni vegetative migliorano e prevale, anche se a tratti, il cerro7.

Sul Monte Metato prevale la macchia bassa a scopa e ginestra; la pendenza del suolo, in molti casi, rende difficile ogni tentativo di rimboschimento8.

Si dice, infine, che il castello di Frassineta poteva essere stato anche a Le Tagliate, in quanto in quella zona cresce una pianta denominata Orniello, cioè un frassinello detto frascinus ornus, dal quale poi sarebbe derivato il suo nome.

LA TORRACCIA O CASTELLO DEI VESCOVI

Arrivato al podere Batazzone, mi premurai di chiedere la chiave della catena che sbarra la strada di accesso a Berignone, senonché, per un banale disguido, non trovai la chiave e fui costretto a metterrni l’animo in pace e a proseguire a piedi verso la meta programmata: la Torraccia.

Dopo circa tre chilometri di strada, giunto al secondo guado del Sellate, cioè di fronte ad un enorme masso che, per la sua forma, è detto Palla di Sansone, mi apparve subito il diruto castello dei Vescovi, su una collinetta di 231 metri di altitudine, fra il torrente Sellate e il Botro al Rio, che formano ai suoi lati due ampie vallate.

Come ho già detto, questa diruta costruzione è chiamata la Torraccia, ma si tratta di una denominazione inadatta ad un castello vero e proprio.

La strada s’inerpica su per la scoscesa collina, per poi proseguire verso Monteguidi e Casole d’Elsa, con l’inalterato tracciato della via medievale. Sul cucuzzolo si trova il castello con la torre: è in pessimo stato di conservazione e sembra quasi debba crollare da un momento all’altro; anzi proprio in questi giorni in cui sto scrivendo si è verificato un ulteriore crollo che ora rende imprudente e pericoloso entrarvi. Tutta la costruzione è invasa dalla vegetazione e alcune piante di leccio sono spuntate perfino sulla sommità della torre.

Si dice che nel botro sotto la torre, si trovino pietre focaie ed altre con scarse vene d’argento. Mentre nella zona del Molino di Berignone sembra si trovassero pietre con grani che sembravano d’oro e anche rena mista ad oro e ad altri metalli9.

Il castello, comunque, doveva essere una fortificazione molto ambita, sia per la sua posizione topografica, sia per la presenza davvero imponente. Infatti, ancora oggi, nonostante il suo pessimo stato di conservazione e il mutato aspetto della collinetta a seguito dell’allargamento della strada, non ha perso la sua austerità e il suo fascino.

Nel salire verso la sommità della collina, si notano tutt’intorno al castello, e a varia distanza fra loro, nascoste dalla vegetazione, le dirute cinte murarie che, se non ho preso un abbaglio, mi sembra siano almeno tre. Dalla parte sinistra della collina, il muro esterno del castello è tutt’uno col masso su cui poggia, formando un profondo e scosce o strapiombo sul Sellate; quello è l’unico versante della collina che non abbisognò certamente di particolari accorgimenti di difesa, perché la sua stessa collocazione garantiva già sotto ogni aspetto.

Sul versante destro della collina scorre il Botro al Rio, che forma una vallata più accessibile di quella del Sellate. Le collinette dirimpetto al castello, al di là del Botro al Rio, sono formate da massi che variano di colore secondo la posizione del Sole: inizialmente mi si presentarono di un violaceo assai scuro e successivamente si tinsero di un rosso molto cupo. Su di essi notai anche alcune cristallizzazioni, come se i massi contenessero materie brillanti.

Mi dicono che queste rocce sono composte di strati di gabbro e di serpentino, materiali molto comuni nella zona del Volterrano, comunque si presentano in un modo inedito e le varianti di colore e quel luccichio al quale ho fatto riferimento, non gli ho mai notati, altrove.

La zona, a parte l’ampia strada, è pressoché selvaggia e meriterebbe senz’altro una più accurata ricognizione, per rendersi conto di ogni suo aspetto, anche il più nascosto, per poter così ritrovare l’uscita di sicurezza del castello che, a quanto mi si dice, sembra si trovi fra la vegetazione sugli argini del Botro al Rio. Questo torrentello contribuisce notevolmente a dare al paesaggio quel tono di originalità che lo contraddistingue formando, poco lontano dal castello, delle grotte che sono di una sensazionalità eccezionale.

LA STORIA DEL CASTELLO

Il castello, secondo una leggenda popolare, ebbe questa origine. Un signore aveva tre figlie che, per il loro pessimo carattere, non andavano d’accordo tra loro. AI fine di evitare il peggio, che senz’altro sarebbe scaturito da questa discordia, il padre le separò destinandole in tre castelli diversi, che aveva fatto costruire in modo che, pur vicini tra loro, non si potessero nemmeno vedere. Così, secondo tale leggenda, nacquero i castelli di Silano, di Berignone e di Montemiccioli10.

Ma passiamo alla sua vera storia.

La notizia della donazione del castello di Berignone, fatta il 10 settembre dell’896 da Adalberto, marchese di Toscana, ad Alboino è priva di fondamento. Infatti Alboino fu vescovo di Volterra solo nell’anno 904 e governò la diocesi Volterrana fino al 908(11).

Da un atto del 16 dicembre 990 risulta che il castello di Berignone era di proprietà dei fratelli Pietro e Gualberto, figli di Gualderade, e di Gualderada detto Rotia, loro sorella andata sposa a Romaldo detto Corbulo12.

Di proprietà vescovile, invece, il castello fu soltanto dopo ribellioni e guerra guerreggiata con Ranieri di Berignone il quale, con lodo 20 marzo 1213, fu reintegrato nel feudo d’Acquaviva di Pomarance e compensato per Berignone con la metà del Sasso e altri beni della Montagna13.

Oltre che dimora estiva dei Vescovi Volterrani, il castello di Berignone costituì anche il rifugio preferito dagli stessi, in occasione delle ricorrenti controversie con il potere amministrativo di Volterra.

Nel 1218, in conseguenza di questi contrasti, il castello fu distrutto dai Volterrani, ma venne subito ricostruito. Nel 1235 vi si rifugiò, assediato dalle truppe volterrane, il vescovo Pagano de’ Pannocchieschi (1212-1239) ed uguale sorte toccò nel 1267 al vescovo Alberto degli Scolari (1261- 1269), costretto poi a rifugiarsi a Firenze, perché il castello fu espugnato e saccheggiato14.

Nel marzo del 1269, cioè alla morte di Alberto, si riaccesero i dissensi fra i canonici per la elezione del nuovo Vescovo. I dissensi, infatti, sorsero in conseguenza delle stesse rivalità che si erano palesate già nel 1261 e che, apparentemente, sembrarono essere state spente con l’intervento diretto di papa Alessandro IV. Questa volta, però, l’intervento del papa non poteva avvenire perché, a seguito della morte di Clemente IV, i cardinali erano radunati a Viterbo per la nomina del nuovo pontefice. Si trattò quindi di una coincidenza che rinviò la nomina del nuovo Vescovo ad elezione avvenuta di papa Gregorio X, cioè dopo due anni, nove mesi e due giorni, perché tanto durarono le sedute cardinalizie in questo conclave, che fu il più lungo della storia. Per questi dissensi i canonici riuniti nel castello di Berignone furono fra i più intransigenti e la vertenza, nonostante che il papa fosse stato eletto il 1° settembre 1271, fu risolta solo nel 1273, cioè quando Gregorio X, annullando le nomine fatte dalle varie fazioni, designò a titolare della diocesi Volterrana Ranieri degli Ubertini (1273-1301)15.

Nel 1277 il castello di Berignone fu pressoché distrutto dai Volterrani, ma anche questa volta fu subito restaurato. Nel 1323 Berignone fu scelto quale sede per il concordato fra il vescovo Rainuccio degli Allegretti (1320-1348) e il Comune di Volterra, per le controversie sorte in merito all’amministrazione della giustizia nei castelli di Pomarance, Serrazzano, Montecerboli, Leccia e Sasso16.

Nel 1340, per l’odio che da tempo covava fra le famiglie degli Allegretti e dei Belforti di Volterra, il castello di Berignone subì un lungo assedio. I loro rapporti erano lesi in conseguenza dell’aspirata supremazia, sia dell’una che dell’altra fazione, nel governo di Volterra. I Belforti erano molto potenti, oltre che dal punto di vista economico, anche per il grande seguito che avevano e nella città si comportavano da veri tiranni, abbattendo ogni ostacolo che si frapponeva fra loro e il potere. Gli Allegretti, certamente non inferiori dal lato economico, non avevano grande seguito popolare; in campo civile erano condizionati dalla particolare posizione del vescovo Rainuccio17.

Da quanto si legge al riguardo, risulta evidente che i Belforti attendessero solo l’occasione propizia per sbarazzarsi dell’avversa fazione e, per facilitarne la possibilità, spargevano, dentro e fuori della città, doni e benefici, per accattivarsi sempre maggiori simpatie. L’occasione favorevole capitò al cav. Ottaviano Belforti 18 settembre dello stesso anno. Infatti sfruttando la ricorrenza della festività della Madonna, invitò nella sua abitazione un gran numero di cittadini e di forestieri e offrì loro un lauto e sontuoso pranzo. Quando furono verso la fine del convito, quindi ormai satolli e ebbri per le abbondanti libagioni, il cav. Ottaviano si alzò e prese a parlare, facendo riferimento ai contrasti fra Guelfi e Ghibellini e, di riflesso, fra i Belforti e gli Allegretti. Il suo discorso proseguì asserendo che non poteva condizionare l’interesse del popolo a quello di una casata particolare, per cui, a suo giudizio, era giunto il momento propizio di agire e di svellere queste piante che avvelenano il campo della nostra libertà18.

Il discorso produsse l’effetto sperato dai Belforti perché, appena terminato, i convitati, plaudendo al cav. Ottaviano, presero le armi che da tempo venivano raccolte nel palazzo, e si avviarono di corsa verso il Vescovado. Rainuccio, colto di sorpresa dall’evento, ebbe solo il tempo di salvarsi con la fuga e di rifugiarsi nel castello di Berignone, mentre suo padre Barone Allegretti, con gli altri figli e con pochi seguaci che aveva potuto radunare, s’era fatto forte sui tre canti che danno sulla Piazzetta di Sant’Agnolo; avvenuto lo scontro, la turba dei Belforti ebbe la meglio in breve tempo e fu fatto prigioniero perfino il padre del Vescovo, mentre gli altri si dettero alla fuga e, nella nottata, raggiunsero anch’essi Berignone19.

L’assedio dei Belforti al castello durò alcuni mesi, senza poterlo espugnare e, al fine di annullare tanta resistenza, ricorsero ad un espediente, dichiarandosi disposti ad un accordo ed invitarono gli assediati ad inviare due loro rappresentanti per la trattativa. Il Vescovo, dimostrando ingenuità, cadde nel tranello accettando la proposta20.

l due inviati, appena giunti fuori dell’ultima cinta rnuraria del castello, furono fatti prigionieri e i Belforti fecero comunicare agli avversari che, se non si fossero arresi, avrebbero fatto decapitare i due ostaggi. Il Vescovo, o perché avesse la speranza di ricevere soccorsi, o perché non credesse a tanta crudeltà, non si arrese, determinando così la decapitazione dei due malcapitati ostaggi, proprio di fronte alla fortezza, in un luogo ben visibile anche agli assediati21.

Su questi due sfortunati emissari del Vescovo esistono notizie contrastanti, perché alcuni storici sostengono che fossero addirittura i fratelli di Rainuccio, mentre altri smentiscono tale notizia, asserendo che nel forte di Berignone, durante l’assedio, si trovava un solo fratello del prelato. A questo punto è bene precisare che dal testo della Condanna ed Esecuzione di Bocchino Belforti22 si è potuto appurare che, all’inizio della tirannia Belforti, Giovanni ed Iacopo Allegretti, fratelli del Vescovo, furono catturati ed uccisi ed anche una figlia di Iacopo, quindi nipote del Vescovo, fu bruciata viva nella sua casa in Volterra dai sostenitori della tiranna famiglia. Pertanto è impossibile chiarire se i suddetti fratelli Giovanni ed Iacopo Allegretti fossero o no i due malcapitati ostaggi che vennero decapitati dinanzi al castello di Berignone, come pure non si può escludere che gli stessi siano stati uccisi in occasione dello scontro in cui fu fatto prigioniero Barone Allegretti o addirittura dopo la espugnazione del castello, perché tale documento precisa solo che l’uccisione avvenne all’inizio della tirannia dei Belforti.

L’assedio al castello continuò ma, incominciando a mancare i viveri, il Vescovo fuggì dal fortilizio, rifugiandosi prima presso la Badia di San Galgano e quindi a Montalcino. Poco dopo la partenza del Vescovo, il forte fu espugnato, con grande strage di quelli che caddero nelle, mani del Belforti. Alcuni familiari del Vescovo riuscirono a fuggire verso Siena, dove poi si stabilirono definitivamente, mentre i loro beni in Volterra furono venduti al pubblico incanto, con chiaro beneficio della casata Belforti che ne fu la maggiore acquirente. La città, per i fatti narrati, fu sottoposta all’intedetto e la sua assoluzione avvenne dopo l’accordo del 9 febbraio 134323.

Nel 1350 il vescovo Filippo Belforti (1349-1358) dette la fortezza di Berignone in custodia al cav. Paolo detto Bocchino, suo nipote, consolidando così la tirannia di detta casata. Solo nel 1361, a seguito della sommossa contro i Belforti, i Volterrani riconquistarono Berignone e, il 10 ottobre di detto anno, avvenne la decapitazione di Bocchino, imputato di tradimento in favore dei Pisani. Quest’ultimi, che avevano le loro schiere distaccate a Lajatico, incominciarono le spedizioni contro Volterra solo nel settembre 1362, incendiando il Borgo di Sant’Alessandro e facendo varie razzie nel contado. Ai primi di gennaio del 1363, fra l’altro ci fu una spedizione dei Pisani anche contro Berignone con trecento cavalieri e quattrocento fanti, ma – nonostante fossero arrivati ad iniziare la scalata delle mura – furono respinti24.

Gli abitanti del borgo di Berignone, il 6 agosto 1381, deliberarono di dare la custodia di esso al Comune di Volterra; nacque così una nuova controversia, e nel 1382 la fortezza ritornò sotto la giurisdizione della mensa vescovile Volterrana. Ma la potenza temporale della curia episcopale andava sempre diminuendo, mentre quella del Comune aumentava di giorno in giorno, tanto che con i patti del 5 febbraio 1394 venne fissato il comune possesso di tale castello.

Nel 1399 la fortezza di Berignone fu occupata dai Senesi e fu restituita a Volterra nel 1400. Nel 1447 fu distrutta dai Fiorentini e il vescovo Giuliano Soderini (1509-1514) tentò invano la sua ricostruzione25.

UN COMUNELLO MEDIEVALE

In Berignone, ai piedi della collina sulla quale si trovano le rovine della Torraccia, si sviluppava il borgo che costituiva l’anima del piccolo comune medievale.

Questo comunello aveva il suo governo, le sue leggi e il suo ordinamento penale e civile, nonché una zecca per il conio delle monete con l’argento ricavato dalla miniera di Montieri.

Vedremo ora in che cosa consisteva questo comunello medievale e tutto quanto si riferiva alla sua vita che risulta reale, concreta e facile nella pratica e, quindi, per i tempi che correvano, anche assai ordinata26.

I GUASTI CON I COMUNI LIMITROFI

Reato grave era la ruberia e il guasto per odio di Comune. Sembra che, a tal riguardo, fosse ricorrente l’invasione del comune di Berignone da parte di quelli di Casole, che portavano via il bestiame dalla pastura e distribuivano ogni volta buone legnate ai guardiani. In seguito a tali azioni scattava subito la vendetta, rendendo il guasto e il saccheggio, finché i due Comuni ritornavano amici, con l’incontro delle parti lese che si davano la mano e si scambiavano il bacio della pace27.

Anche i rapporti con il vicino comune di Silano furono spesso turbati da simili reati, tanto è vero che un giorno fu convenuto fra le parti di stabilire una pace vera, pura e duratura. Per questo ci fu un festoso scambio di visite di ambasciatori, concluse con desinari e rinfreschi28.

Nella visita che quelli di Berignone finanziarono, furono spesi dal Comune ventiquattro soldi per due capretti fatti arrosto, nonché trentaquattro soldi per il pane, vino e altri generi. Di questi incontri pacifici devono essere stati fatti più di uno, perché al comune di Berignone la pace con Silano venne a costare complessivamente ottantasette soldi29.

LA CHIESA

Nel borgo di Berignone esisteva anche la chiesa parrocchiale, intitolata a San Michele. Di essa, però, abbiamo scarse notizie in quanto mai il Vescovo vi si è recato in visita pastorale perché molto spesso si trovava nel suo castello e quindi s’interessava anche ai problemi della parrocchia. Poi sarebbe stata inutile una visita pastorale in quella parrocchia, che era alle sue dirette dipendenze e poiché di quel Comune il vescovo era al vertice del governo.

Si dice antichissima e forse di stile romanico, non molto grande ma certamente sufficiente per quella piccola comunità.

È rammentata nelle decime degli anni 1302-1303 e nel sinodo Belforti del 1356 sotto la denominazione di Ecclesia de Berignone30.

È da precisare, infine, che nel castello esisteva anche una cappella, dove il Vescovo officiava in privato.

L’OSPEDALE

Va un atto in data 14 maggio 1305 risulta che il comune di Berignone aveva anche un ospedale, che pare fosse dedicato a Sant’Antonio e detto Ospitale dei poveri31.

La elezione dello spedaliere era di competenza vescovile, per cui, più di una elezione, si trattava di una nomina.

Generalmente l’incarico era conferito a persona non residente in quel comune. L’amministrazione, invece, era affidata ad un operaio che veniva eletto dal consiglio e dalla giunta comunale e doveva avere cura dei beni e delle terre dell’ospedale stesso, prendendo iniziative che sembravano utili per l’istituzione. Il materiale di proprietà dell’ospedale era custodito da una religiosa e si dice che consistesse in tre sacconi di paglia, cioè le reti di quel tempo, quattro letti con materassi di penna, sette capezzali, dodici lenzuoli fra vecchi e nuovi, due coltri ed una coperta, tre casseruole piccole, due bigoncelli e un bigoncio, una madia per il pane, nonché due casse in legno molto basse, una grande e una piceola che, oltre a contenere la biancheria, servivano ai convalescenti per non mettere i piedi in terra, standovi a sedere o sdraiati.

Fra i beni dell’ospedale risultano anche dei lasciti, cioè delle donazioni in denaro, some di grano, panni vari e letti. Fra questi beni era anche un piccolo appezzamento di terreno che, per la sua coltivazione, veniva ceduto in affitto.

IL SUO GOVERNO

li borgo si doveva sviluppare nell’area circoscritta dalle cinte murarie.

Non contava che 165 uomini dai 14 ai 70 anni e si era eretto a Comune, ammettendo la sovranità del principio feudale e la compartecipazione al governo dei rappresentanti del popolo.

Almeno in embrione, si trattava di un governo monarchico costituzionale. Al vertice era il Vescovo di Volterra; il consiglio amministrativo era composto da sette terrazzani, cioè nativi abitatori del borgo, dei quali tre fungevano da consiglieri, due da provveditori, uno da camarlingo e uno da ambasciatore. Questi quindi erano gli ufficiali rappresentanti del popolo, ai quali si aggiungevano quelli della Giunta, composta da dodici elementi32.

Tutti questi personaggi formavano l’effettivo governo di quel piccolo Comune medievale. Però il Vescovo, in seno a questo consiglio, era rappresentato dal Vicario, generalmente si trattava di un notaro, che fungeva da segretario, nonché da giudice e, in caso di bisogno, da tutore dell’ordine. È evidente così che il Vicario era il personaggio più importante del consiglio amministrativo, al quale era lasciato l’effettivo potere del governo e, quindi, la cura della cosa pubblica.13

L’elezione dei terrazzani avveniva ogni sei mesi. Infatti, secondo le norme statutarie, il Vicario preparava quindici schede, di cui otto bianche e sette con la scritta in ognuna di uno specifico incarico del consiglio direttivo. Gli ufficiali decaduti estraevano ognuno una delle quindici schede: chi la estraeva bianca lasciava l’incarico, mentre gli altri subentravano in detto consiglio con la facoltà di eleggere, a loro volta, un consigliere o il camarlingo. Gli eletti, a loro volta, eleggevano i dodici della Giunta, completando così la formazione del governo34.

Tutti gli eletti, come convalida nel loro incarichi, prestavano il giuramento nelle mani del Vicario35.

LE SUE LEGGI

La consuetudine fu la prima fonte del diritto e, come tale, per avere valore pratico presso il popolo, ebbe bisogno della sanzione della Chiesa. Quindi rimasero in vigore certe disposizioni generali dettate dal diritto romano e dal diritto canonico, determinando così leggi scritte proprie36.

Era logico che il Comune, nato sotto il controllo diretto della Chiesa, aprisse i propri statuti a Dio, alla Madonna, ai Santi e punisse chi ne profanava il nome. Tale apertura così diceva: Nessuna persona di Berignone o del suo distretto ardisca o presuma di bestemmiare di maledire il Signore nostro Gesù Cristo; la di Lui Madre Vergine Maria o alcun Santo della Corte celeste o dire aliquid turpe e di vituperabile contro le loro immagini, aut facere filocus o che altro alla pena stabilito negli statuti. La punizione a tale trasgressione era in denaro37.

Ciò che non si riscontra in altri statuti è la seguente disposizione: Che nessuno estragga o porti via dal castello e dal suo territorio per sé o per altri, biade, grani, legumi, cacio, uova, polli o qualsiasi grascia, legna, carbone e bestia da macello, alla pena… Naturalmente per ovviare a tale norma era prevista la denuncia per ottenere il permesso di esportazione38.

Per quanto si riferisce ai danni verso persone e proprietà vigeva questa norma: Se alcuno fa guasto, incendio o ruberia sia condannato a cinquanta libbre di denari in ammenda del guasto e se tale incendiario o guastatore non viene in mano del Comune siano obbligati all’ammenda i genitori, i fratelli, le sorelle germane, se vi sono: altrimenti i consanguinei fino al terzo grado. Questa è una disposizione grave, ma non si tratta di voler far giustizia o vendetta ad ogni costo, bensì il desiderio di indurre il delinquente a pensarci bene prima di commettere un reato39.

Per i banditi era decretato: Nessuno ordisca né di giorno né di notte accogliere un bandito, accompagnarselo, dargli da bere e da mangiare o prestargli consiglio, favore ecc.: pena all’arbitrio40.

Ed, infine, ecco una disposizione che certamente oggi tornerebbe poco bene perché siamo abituati alla piena libertà anche di notte: Nessun uomo o donna presuma andare per il castello dopo il terzo suono della campana che si suona a fino alla campana del giorno che si suona al mattino. Più tardi tale norma fu modificata con l’aggiunta senza fuoco o lume41.

LA VITA NEL COMUNE

Appare chiaro che, leggendo tali norme, la vita pratica del comune di Berignone fosse assai ordinata. Si provvedeva al censimento degli uomini, buoi, suini, ovini e caprini, proibendo le esportazioni, forse per le frequenti carestie o anche per i continui guasti con gli altri Comuni42.

Ciascun abitante del Comune veniva tassato in base alla sua capacità patrimoniale e si imponeva la libbra43 che, per ragioni di giustizia distributiva, ogni tre anni veniva riformata. Per necessità pubblica il Comune ricorreva ad altri sistemi per cercar denari, cioè, come viene praticato ancora oggi, con imposizioni straordinarie e simili44.

Tutto era monopolizzato, perché il Comune gestiva direttamente il mulino sul fiume Cecina, vendendo perfino il pane ai propri amministrati. Ogni anno conferiva l’incarico di macellaio, di barbiere, di fabbro e di frantoiano, che operavano tutti per conto del Comune45.

Il macellaio doveva fornire sempre carne fresca e, a norma degli Statuti, la fornitura si limitava a due volte la settimana nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre, mentre negli altri mesi una sola volta. Per derogare da questi principi occorreva l’autorizzazione del Vicario. Nessun altro poteva esercitare tale attività. Nel caso in cui la carne non fosse stata venduta tutta, ci pensava il Vicario a farla smerciare. In caso di discordia fra i contraenti nella vendita del bestiame, il Comune eleggeva due uomini, al cui giudizio si doveva sottostare senza possibilità di ricorso alcuno. Per igiene era proibito che le bestie abbattute fossero gonfiate46.

Il fabbro e il barbiere venivano da fuori perché nel Comune di Berignone nessuno esercitava quel mestiere. A tali artigiani era passata gratis la casa e concessa l’esenzione da qualunque tassa, mentre in compenso di tale attività potevano pretendere dai clienti grano, fave e altri generi. Al fabbro, la cui prestazione era troppo necessaria, il Comune passava anche la bottega, affinché potesse far bene l’arte sua. Il frantoiano, infine, veniva scelto fra gli uomini di Berignone47.

ORDINAMENTO PENALE E CIVILE

Fin dalla prima metà del secolo XIV, cioè prima che gli altri Comuni incominciassero a formarlo, l’ordinamento penale e civile di Berignone era esercitato dal foro ecclesiastico e dai notari della Curia48.

Se non ci fosse stata l’evidenza del fatto, venivano ascoltati i testimoni e citato il presunto reo a comparire, contestandogli l’accusa. A tal riguardo, data la poca istruzione del popolo, venivano usate parole semplici affinché fosse compresa bene la responsabilità della imputazione. L’inquisito, secondo i casi, confessava, negava o contestava a sua volta. Non venivano mai usati mezzi coercitivi o la tortura per ottenere la confessione, anzi all’imputato veniva dato un termine per la sua difesa, alla quale però, molto spesso, rinunciava. L’imputato non veniva mai arrestato, ma lasciato in libertà purché desse la parola di ubbidire al Vicario e rimanessero garanti per lui due persone degne di stima, le quali all’occorrenza, avessero soddisfatto per lui. Se l’imputato non si presentava, veniva bandito pubblicamente per le vie e si procedeva in contumacia49.

La contumacia era prova del delitto e il reato più diffuso nel Comune era il delitto di danneggiamento50.

Il più crudele delitto fu l’omicidio, commesso da un certo Pietro di Vicchio, fiorentino, risultato uomo di pessima fama e vagabondo. Con una lunga serie di inganni condusse nel folto del bosco una certa Mina e, dopo averla violentata, la uccise, riuscendo poi ad uscire subito dai vicini confini del Comune e, quindi a non essere impiccato51.

Anche per i predoni era prevista la condanna alla forca, ma l’unica all’uopo pronunciata fu contro il suddetto Pietro di Vicchio. l reati più comuni erano il litigio, la rissa e l’aggressione52.

Non mancarono i litigi fra donne; fra questi fa spicco quello di una certa Necchia che andò al torrente per lavare. Dall’alto del capo fece cascare nell’acqua la paniera dei panni, bagnando una vicina. Le due donne si azzuffarono, prendendosi per la gola e per i capelli, scambiandosi poi, in quel caratteristico volgare, delle offese facilmente intuibili53.

Ogni processo terminava per lo più con una condanna al pagamento di una multa, ma le sentenze fanno capire che si trattava di un regime paterno perché spesso e volentieri il Vescovo perdonava in tutto o in parte la pena per amor di Dio54.

IL MASSO DELLE FANCIULLE

Arrivati a San Lorenzo di Saline, si deve proseguire fino al ponte sul Cecina. Qui giunti, si continua la strada sulla sinistra che si snoda lungo il fiume. Il percorso, per un tratto, è agevole perché la strada è asfaltata, ma poi si prosegue su uno stradone di campagna fino all’incontro del greto del fiume.

Se la stagione è secca, il guado del corso d’acqua è facile anche in macchina; in caso contrario bisogna infilarsi gli stivali di gomma per passare a piedi. Dopo nemmeno un chilometro si giunge alla catena che sbarra ad ogni mezzo l’accesso al bosco. Dopo un ulteriore tratto a piedi per circa dieci minuti, si giunge al Masso delle Fanciulle, una enorme e quanto mai caratteristica roccia a picco sull’acqua sottostante55 che si erge verso il cielo per una ventina di metri. Una visione imponente e maestosa che mai avrei immaginato.

Si tratta di un luogo solitario e assai selvaggio che, nel periodo estivo, è meta di tanti appassionati della campagna, perché è molto soleggiato, con tonfi di acqua chiara ed assai invitante e con il bosco a ridosso del fiume, che consente protezione dal Sole nelle ore più calde.

LA ZECCA

È notorio che in Berignone esisteva una zecca, dove venivano coniate monete d’argento. Nonostante che tale diritto fosse concesso da Enrico VI il 18 agosto 1189 al vescovo lldebrando de’ Pannocchieschi con diploma dato da Wurzburg, risulta che la coniatura avveniva, già prima perché, in un documento del 24 dicembre 1165, si legge Lire 3 di buoni denari volterrani e pisani56.

Comunque per la monetazione esistono notizie incerte anche perché per un periodo di tempo, si dice quattro anni, il Vescovo fece coniare monete insieme al Comune di Volterra e che si avvalse in più occasioni dell’opera di società senesi e fiorentine.

È da ricordare in proposito che ebbe buon successo il grosso d’argento, che era il più comune tra le monete volterrane, fu bene accolto in molte città d’Italia. Era chiamato agontano57, e da quanto si legge ebbe apprezzatissimo corso perfino nelle città e nei paesi delle Marche ed in modo particolare a Fermo, Ascoli e Rieti. Tale moneta era del peso di circa gr. 1,850 e doveva contenere dieci once d’argento fine58.

Ma ciò che meraviglia, anche se molti numismatici e storici hanno trattato e studiato il problema delle zecche e della moneta medievale di Volterra, è il fatto che le notizie appaiono tuttora incerte e talvolta contrastanti. Comunque la notizia che in Berignone si coniassero monete con l’argento ricavato dalle miniere di Montieri, è certa ed indiscussa.

LA FAUNA

La bandita di Berignone è popolata da fagiani, cinghiali, lepri, conigli selvatici, nonché da daini, caprioli, scoiattoli, mufloni. Fra gli uccelli è da citare la ghiandaia e quelli migratori come il tordo, il merlo, il pettirosso e il colombaccio; ma di quest’ultimi alcune coppie si sono tramutate in stanziali e, quindi, si possono vedere nel bosco in ogni periodo dell’anno.

Non di rado, nelle ore diurne, si può notare anche il falco planare, pronto a buttarsi in picchiata su qualche ambita preda.

Fra gli uccelli notturni si trovano in Berignone il barbagianni, l’allocco, la civetta e il gufo.

Fra i rettili, come già detto nella introduzione, prevale la vipera, ma non difettano le serpi comuni e sauri come la lucertola e il ramarro.

Nei corsi d’acqua si trova abbondanza di pesce e fra questi sono rinomati la trota e il persico.

© Accademia dei Sepolti, ELIO PERTICI
Berignone, una foresta, tre castelli e un comunello medievale, in “Rassegna Volterrana”, n. LXILXII, a. 1985-1986, p. 265.
Foto di Percorsi Mediterranei, I Rintronauti, La ‘arrozza der Gambini, Tommaso Marchioro
1 ISTITUTO DI ASSESTAMENTO FORESTALE DELL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE; Piano di assestamento del comprensorio di Berignone 1973-1992.
2 Sistema di trasporto a breve distanza con cavalli, muli ed asini.
3 E. FIUMI. La facies arcaica del territorio volterrano, Ed. Leo S. Olschki, Firenze MCMLXI. Studi Etruschi. vol. 29. Serie 11.
4 Idem. up. cit.
5 L. FALCONCINI. Storia dell’antichissima città di Volterra, tradotta del sac. Berardo Berardi, 1876 tipo Sborgi, Volterra.
6 ISTITUTO DI ASSESTAMENTO FORESTALE. op. cit.
7 Ibid.
8 ibid.
9 G. TARGIONI TOZZETTI, I viaggi in Toscana, Firenze. Cambiagi 1768 e segg., tomo 3.
10 VOLTERRA 1968 n. 4.
11 M. CAVALLINI, Vescovi volterrani fìno al 1100, a cura di Mons. Mario Bocci. Rassegna Volterrana dal XXXV! al XXXIX, 1972, 3.
12 F. SCHNAIDER, Regestum Volaterranum, pag. 28 n. 71.
13 M. BOCCI, De Sancii Hugonis Actis Liturgicis, Olschki, Firenze 1983, p. 15 n. 23.
14 E. REPETTI, Dizionario geografico, fisico e Storico della Toscana (1846).
15 Alla voce, ibid.
16 Alla voce, ibid.
17 R. MAFFEI. Storia volterrana, pubblicata nel 1887 sul codice autografo della Biblioteca Guarnacciana cura di Annibale Cinci. Il codice si riferisce al 1650 circa, essendo il Maffei vissuto dal 1605 al 1673.
18 R. MAFFEI. op. cit,
19 Ibid.
20 Ibid.
21 R. MAFFEI, Storia Volterrana. op. cir.
22 Fascicolo rinvenuto da Mons. Mario Bocci nella Biblioteca Guarnacci in un inserto miscellaneo.
23 R. MAFFEI, op. cit., v. n. 21.
24 E. REPETTI, op. cit., alla voce.
25 E. REPETTl. op. cit., alla voce.
26 M. CAVALLINI, Storia di un piccolo comune medioevale, “Vita e Pensiero» Milano, IX, XIV. 8; «Il Corazziere», Volterra 2 dic. 1934, Anno 53, n. 48.
27 Ibidem.
28 Ibidem.
29 Ibidem.
30 M. GIUSTI – P. GUIDI. Tuscia, vol. 2°, Le decime degli anni 1295-1304 in Rationes Decimarum Italiae, Città del Valicano 1958.
31 M. CAVALLlNI, Gli antichi spedali della Diocesi volterrana, Rassegna Vollerrana, X-XI, 78.
32 M. CAVALLINI, Storia di un piccolo comune medioevale, op. cit.
33 Ibid.
34 Ibid.
35 Ibid.
36 Ibid.
37 M. CAVALLINI, Op. cit.
38 Ibid.
39 Ibid.
40 Ibid.
41 Ibid.
42 M. CAVALLINI, La storia di un piccolo comune medioevale, op. cit.: Il Corazziere op. cit.
43 Tipo d’imposta.
44 M. CAVALLlNI, La storia di un piccolo comune medioevale, op. cit.
45 Ibid.
46 Ibid.
47 Ibid.
48 M. CAVALLINI, La storia di un piccolo Comune medioevale, op. cit. “Corazziere” op.
49 Ibid.
50 Ibid.
51 Ibid.
52 Ibid.
53 Ibid.
54 Ibid.
55 L.G., Il Masso delle fanciulle, in Rievocazioni storiche di Edmondo Mazzinghi.
56 A. LISINI. Le monete e le zecche di Volterra, RIV. ITALIANA di NUMISMATICA, Milano 1909.
57 A. LISINI, op. cit.