Carducci e Volterra

Nella visione piena e accorata della Maremma toscana, il Carducci comprendeva a buon diritto anche Volterra, città di sua madre Ildegonda Celli.

Nel giugno 1905, Giosue Carducci, in occasione della conferitagli cittadinanza onoraria, scriveva al sindaco di Volterra, Alessandro Leonori Cecina, parole fervide e commosse, quali di rado egli usava per ringraziare autorità e privati. Giova qui riportarle: «Poche, fra le troppe onorificenze profusemi dall’Italia in questo declinar della vita mi giunsero grate, caramente grate, come la deliberazione del Municipio di Volterra; così per l’antico nome glorioso della Città, come per un affetto mio particolare a cotesto Paese dal quale mi derivò di certo quello che nei miei begli anni mi turbinò di selvaggio e gioconde nel cuore e mi gemè profondamente nell’animo.» Nella visione piena e accorata della Maremma toscana, il Carducci comprendeva a buon diritto Volterra, la quale, come ben disse Paul Bourget, altro non è se non «un bastion suspendu sur la Maremme», con la sua duplice cinta di mura, coi suoi impareggiabili monumenti etruschi e medioevali. Le parole del vecchio Poeta su Volterra hanno lo stesso timbro dei versi famosi che sgorgarono dall’accesa sua fantasia nel 1885:

Dolce paese, onde portai conforme
L’abito fìero e lo sdegnoso canto
E il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto;

e in quelli, scritti quattordici anni prima – 1871:

Là in maremma ove fìorìo
La mia triste primavera,
Là rivola il pensier mio
Con i tuoni e la bufera:
Là nel ciel nero librarmi
La mia patria a riguardar,
Poi co’l tuon vo’ sprofondarmi
Tra quei colli ed in quel mar.

E non senza ragione il pittore Francesco Gioli ad un suo noto quadro di paesaggio volterrano, dove in sul tramonto, dall’alto del bastione, una bianca figura di donna guarda il digradar lontano dei poggi, diede per titolo il verso dello stesso sonetto:

Pace dicono al cuor le tue colline.

Come si sa, la madre del Carducci, Ildegonda Celli, visse quassù a Volterra gli anni della puerizia e della fiorente giovinezza; e quassù conobbe ed amò il dottor Michele Carducci, il quale, carbonaro fervente, coinvolto in una infelice cospirazione pisana, si era preso dodici mesi di relegazione sul nostro poggio. Quivi egli prestava l’opera sua nell’ospedale, sapientemente diretto da Antonio Raikem; e nel 1833 condusse sposa Ildegonda a Valdicastello, dove Giosue nacque il 27 luglio 1835. Dalla madre, che sorte benigna gli serbò a lungo e che in certo modo rappresentava il legame doloroso con l’antica famiglia cresciuta nello stento e nella miseria, egli ereditò quanto di affettuoso e di gentile ebbe nell’animo. Ildegonda si spense a Bologna, placidamente, nel febbraio del 1865; e il figlio pietoso la compose nel sepolcro, là, nell’«erma solenne Certosa».

Fin da quando attendeva al saggio su Salvator Rosa, da premettere all’edizioncina barberiana delle Satire, Odi e Lettere (1860), il Carducci pensava di visitare Volterra. Ciò si deduce da una sua letterina a Ottaviano Targioni Tozzetti. Parlando del Rosa, egli dovette intrattenersi sulla varia dimora del pittore poeta presso i Maffei, da lui conosciuti a Roma, «i quali lo trassero poi seco a Volterra e nelle loro campagne», a Barbaiano e a Monterufoli. Ecco come descrive, il Carducci, la vita del Rosa in quel tempo (1652): «Accolto in quella città dal Maffei, fece con essi l’autunno nella villa di Barbaiano. Al boschetto e all’uccellatura passava un’ora la mattina; poi, fin che venisse il desinare, attendeva alla lettura e agli studi; che anche ripigliava fino a sera poco dopo la mensa, rallegrata spesso da G. B. Ricciardi e altri letterati parecchi. Tornato nell’inverno a Volterra, dava pur dentro nelle commedie, recitando a braccia da Patacca, servitore imbroglione; e l’accompagnavano il Ricciardi con altri gentiluomini e il cerusico della città. Dopo il carnevale lo trassero gli ospiti alla villa di Monterufoli; dove compose o finì il più delle Satire, quella, dico, che malamente s’intitola dalla Guerra e la Musica, la Poesia, la Pittura… nè mise da parte il dipingere; studiava in quel paese variato di piano e monte, di alberi e massi, di torrenti e dirupi, e ne riportò di suoi disegni un grosso volume; e le stanze di Barbaiano aveva colorite d’assai storiette e figure, di solo il carbone lumeggiato con biacca; e dipinse per suoi ospiti una Ester e un Sacrificio d’Abele, e certe mascherate e altre più cose; tra le quali prezioso il ritratto suo e di sua mano condotto, che per dono de’ Maffei passò dopo a Casa Medici ed è quello che oggi vedesi a Pitti».

Naturalmente, quel che dice del paesaggio volterrano, nonché le altre notizie, il Carducci massimamente attinse dal ricco epistolario del Rosa, allora disperso e che fu poi egregiamente raccolto e illustrato dal Cesàreo e da altri. Il podere di Barbaiano, oggi compreso nella tenuta di Ariano, fu venduto dagli Inghirami ai Maffei nel 1516, per trecento fiorini d’oro; e i Maffei vi costruirono una opulenta casa di campagna, divenuta poi famosa, insieme all’altra villa di Monterufoli, per esservi stato ospite, a più riprese, Salvator Rosa. Il quale, fuggendo l’arsura di Roma, veniva qui in Toscana a ritemprare lo spirito e il corpo, in compagnia della sua donna, la signora Lucrezia, del figlioletto Rosalvo, e spesso dell’amico G. B. Ricciardi, noto poeta e letterato, che finì professore di filosofia morale nell’Università di Pisa. Il Carducci, che non aveva conoscenza diretta dei luoghi, un po’ colorisce fantasticamente, ma molto segue il Rosa, che compiange da Roma la quiete delle «solitarie, selvagge e fresche balze Monterufoliane e Barbaiane», e nel sentir cadere le prime piogge, andava con l’ardente pensiero al «suo Adio, al suo Tatti, al suo Fosci». Egli alludeva ai due torrenti, Avio, presso Monterufoli, e Fosci, presso Barbaiano, ed alla boscaglia di Tatti, contigua a Berignone, che tanta ispirazione artistica avevago offerto al suo genio di pittore e di poeta partenopeo.

Avrebbe ben desiderato, il Carducci giovane, viversene a Volterra, come il suo Salvatore. Lo confessa al Targioni Tozzetti, cui vantava quella sua prefazione, la quale poi, molti anni dopo, egli doveva senz’altro definire «la più elegante, academicamente parlando, delle sue prose». Aspettava anch’egli, e vagheggiava lungamente quel suo desiderio, un cavalier Francesco Maffei che lo portasse via dal tanfo della città grande e lo facesse ricreare, fra balze e pianori, in case di campagna rustiche e opime. Anche due anni prima, nella seconda metà del 1858, il Carducci aveva ricordato la nostra Città scrivendo di Lorenzo de’ Medici, il quale, nel 1465, quando si intratteneva in Pisa con Federigo d’Aragona, discorrendo sulla vecchia poesia d’Italia, «non avrebbe allora creduto d’aver poi a comandare il sacco di Volterra».

Il 9 agosto 1882, nella pienezza dell’opera sua di poeta e di italiano, il Carducci fu per la prima volta a Volterra, proveniente da Livorno, dove si era recato a visitare Beatrice, la figliola diletta, sposa al professor Bevilacqua di quel liceo. Lo accompagnavano Giuseppe Chiarini, Guido Mazzoni, il genero Bevilacqua, commissari per gli esami nel ginnasio di Volterra, retto dagli Scolopi. Molto lieto fu il Poeta di unirsi a loro, perchè si realizzava il sogno di vedere l’antica città di sua madre, dove viveva ancora un suo cugino: Ranieri Lazzeri, scultore in alabastro, figlio di Carlo Lazzeri che aveva sposato la sorella maggiore di Ildegonda, Adelaide. E il Lazzeri possedeva un umilissimo esemplare della Commedia di Dante, in una edizione popolare di poco conto, tutto postillato dal Carducci giovinetto. Il qual libretto poi Albano Sorbelli, in seguito a indicazione di Ezio Solaini, acquistò per la raccolta bolognese, e di esso si valse, citando una delle postille, nel curare il volume quinto dell’edizione nazionale delle Opere del Carducci, dove è pubblicato il discorso Su lo stato attuale de la letteratura italiana, che Giosuè pronunziò nel 1852, a diciassette anni, inaugurandosi in Firenze, nelle scuole scolopiche di S. Giovannino, la studentesca Accademia dei Filomusi.

Della breve permanenza del Poeta sul nostro poggio, si ricorda l’impressione profonda che gli riportò dalla visita al Museo etrusco ed agli ipogei, e il proposito, rimasto sempre tale, di comporre un «Canto funebre del popolo etrusco». Dal ricordo delle tante urnette cinerarie del Museo, il Carducci trasse certamente l’immagine, nelle Risorse di San Miniato al Tedesco, dell’amico Giuseppe Tarquato Gargani, che «pareva una figura etrusca scappata via da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e due occhi di fuoco». Ma più ancora si rammentano i due banchetti, offertigli dai Padri Scolopi e dal Circolo Democratico. Il primo simposio, nel Collegio di S. Michele, gli riuscì graditissimo; e con molta effusione di cuore egli evocò i tempi della sua prima giovinezza, quando, allogato presso gli Scolopi di Firenze, potè ammirare la bontà e la dottrina del buon padre Geremia Barsottini. Rivissero, nella evocazione carducciana, quei lontani tempi di vita scolastica in San Giovannino: allorchè al Barsottini sbalordito il Carducci ragazzo – lo racconta il Mazzoni – si presentò volontario a tradurre lì per lì le satire di Persio da un suo libriccino senza note, e lesse il testo, fece la costruzione sintattica, tradusse, commentò, con franchezza e precisione; e il bravo scolopio, dopo averlo molto elogiato, lo congedò argutamente col verso braccioliniano: Persio fa poca strada, e va di notte.

Testimonia il Mazzoni che il Carducci, pure in quella occasione di visita a Volterra, dove la memoria del poeta latino rinasce viva dalle vecchie pietre, si mostrò ammiratore di Persio, chè «lo aveva nella memoria e anche lui gl’insegnò lo scrivere denso e robusto». E non sarà inopportuno osservare che nella dedica e prefazione delle Rime di San Miniato (1857) – il quale scritto rimase inedito fino al 1936, quando il Sorbelli lo pubblicò nell’edizione nazionale (vol. V, 200-211) – troviamo citati due emistichi di Persio, della satira quinta (vv. 5-6): prova, anche questa, del precoce attaccamento del Carducci al poeta volterrano.

L’altro banchetto, nella sede del Circolo Democratico, non riuscì egualmente cordiale. L’onorevole Niccolò Maffei, deputato di Volterra, inneggiò al Carducci cantore di Satana, al poeta della ribellione; e il Carducci rispose con stizza mal repressa, dimostrando per tutta la giornata il suo malumore, attenuato soltanto dal tenero affetto filiale con cui ricercò e visitò, nei pressi di Porta Fiorentina, la casa dove era vissuta tanti anni la madre sua, e dal piacere con cui esaminò i libriccini dei «Maggi», stampati dal tipografo Sborgi, rallegrandosi del dono che gliene fece lo stampatore. Un giudizio bonariamente non favorevole su Niccolò Maffei il Carducci lo diede qualche anno dopo. in una conversazione col Targioni e il Chiarini, a Livorno. Lo chiamò «brav’uomo ma procacciante e arruffone», accomunandolo, senza troppo distinguere, con altri deputati toscani del tempo, usi a raccogliersi nella trattoria romana della Pistoiese, in via della Vite; e gli contrapponeva Marco Tabarrini, anch’egli di queste parti, di Pomarance. Infatti, per il Tabarrini, nonostanti le polemiche veementi e generose del ça ira, il poeta mantenne sempre alta considerazione e rispetto, sia considerando in lui il patriota, sia lo studioso. E. quando, nel 1898, il Tabarrini morì, il Carducci tenne ad associarsi reverente al lutto del Senato e del Paese.

Nella Biblioteca Guarnacci ebbe agio, in quella occasione, di consultare a lungo il carteggio autografo fra Pietro Metastasio e l’arcade volterrano Mattia Damiani, che visse e poetò per molti anni nella pace della sua villa di Montebradoni. Come è noto, il Carducci attendeva in quegli anni a raccogliere e illustrare le lettere del Metastasio, delle quali aveva già dato un saggio cospicuo.

Di Volterra il Poeta si ricordò negli ultimi anni, quando, nel 1903, si valse di Ranieri Lazzeri per chiedere ad Ezio Solaini, direttore del Museo etrusco, notizie sull’antica villa di San Donnino, nelle vicinanze di Volterra, già proprietà della famiglia Maffei. Ottenuti i ragguagli desiderati, il Carducci così scriveva al Solaini: «La ringrazio di tutte le notizie che con vera abbondanza di dotte particolarità Ella ha voluto fornirmi intorno alla villa di San Donnino, già appartenente al celebre Raffaello Maffei. E in grazia delle sue precise indicazioni il mio segretario ha potuto decifrare un punto difficilissimo di un antico manoscritto, ove appunto è nominata la villa del Volterrano. (Bologna, 2 febbraio 1903).» Notiamo qui, per incidenza, che il nome di Raffaello Maffei il Volterrano, l’autore celebrato dei Commentarii Urbani, si trova ricordato in un saggio del Carducci su Sordello da Goito, edito per la prima volta nell’edizione nazionale (voI. IX, 270), e che costituì, in origine, una lezione di un corso di letterature neolatine, nel 1879.

Alla morte del Poeta, avvenuta il 16 febbraio 1907, l’Accademia dei Sepolti di Volterra, che già fin dal 1899 lo aveva nominato socio onorario, deliberò di commemorarlo degnamente. Si pensò dapprima a Guido Mazzoni, allievo prediletto del Carducci e legato a Volterra da cari ricordi giovanili; ma, non potendo il Mazzoni, per motivi di salute, accettare l’onorifico incarico, tenne la solenne commemorazione, nel saloncino delle Stanze civiche, Antonio Fradeletto, che era allora, certamente, il più acclamato conferenziere d’Italia. E la sua orazione, forte e geniale, suscitò vero entusiasmo.

Molti anni dopo, nel 1927, il municipio di Volterra, che già aveva deliberato di intitolare al Carducci il Viale dei Ponti, pose una lapide commemorativa sulla facciata dell’umile e suggestiva casa di Via Guarnacci dove era vissuta, da ragazza, Ildegonda Celli. Purtroppo, nell’epigrafe da me composta, è stata saltata, nel terzo rigo, la parola «casa», cosicchè il senso grammaticale pericola. La trascrivo nella sua forma precisa, con la speranza che il Comune voglia addivenire ad una doverosa correzione:

Qui visse fanciulla – ILDEGONDA CELLI – e da questa casa uscì sposa – del dottor Michele Carducci – Tra i figli che educò – in continue ansie patriottiche – e durevoli lacrime – ebbe GIOSUE – di cui plasmò il cuore generoso – e l’animo grande.

Terminerò con quella stessa lettera del Carducci al sindaco di Volterra donde ho preso le mosse. La quale si chiude con queste parole: «La ringrazio, signor Sindaco, anche a nome di Tigrin della Sassetta, nel quale non feci a tempo a descrivere tutte le visioni mie sul bello, solitario e austero Paese».

Come si sa, Tigrin della Sassetta ci appare nelle ultime strofe della Faida di Comune, quasi a sanguinoso suggello della vittoria di Pisa su Lucca rivale:

Ma Tigrin de la Sassetta,
Faccia ed anima cattiva,
Trasse a corsa pe’ capelli
Un lucchese che fuggiva,
E la spada per le reni
Una volta e due gli fisse;
Tinse il dito entro quel sangue,
Su la porta così scrisse:
Manda a te, Bonturo Dati,
Che i lucchesi hai consigliati,
Da la porta a San Friano
Questo saluto il popolo pisano.

Come per altri nomi e qualificativi, nonchè per il fondamento della favola, il Carducci aveva tratto il ricordo del feroce Tigrino da una vetusta cronaca pisana, adattandovi anche versi d’allora; e dopo lunghissima elaborazione finì quel «frammento d’un cantare ghibellino», (come d’apprima pensava d’intitolarlo) nel maggio del 1887.

L’immagine di Tigrin della Sassetta si associava, nella mente del Carducci, a quella di Volterra per la solita fusione fantastica ch’egli faceva della città nostra col suo lato paesaggio, «bello, solitario e austero» , così «variato di piano e di monte, di alberi e di massi, di torrenti e dirupi», come lo abbiamo gia visto tratteggiato a proposito del Rosa e di Monterufoli. La val di Cornia, col monte Calvo di Campiglia congiungentesi ai poggi di Castagneto e della Gherardesca sulla Sterza cecinese, si riallaccia alla val di Cecina, il qual fiume insieme con l’Era, lambisce, si può dire, i piedi del monte di Volterra. Ma forse nell’immagine di Tigrino si riverberava tutto il paesaggio pisano, dalla palude di Bientina, dove brontola il Riomagno, all’ubertosa terra di Asciano. Non la ferocia di Tigrino, profilantesi viva nello sfondo sanguigno della faida medioevale, ma la venustà severa di questa nostra incomparabile terra toscana, addolcita dallo svariar degli ulivi e dai canti gioiosi che risuonano per la collina e il piano, balenava n0stalgicamente, con le mille visioni e gli amori e i crucci giovanili, nella evocazione postrema del vecchio Enotrio Romano.

© Pro Volterra, LUIGI PESCETTI
Carducci e Volterra, in “Volterra”