Umberto Foscanelli

Consegna clandestina di una medaglia d’argento

lo non so se il nostro Comune conservi ancora l’uso di premiare «solennemente» gli alunni delle Scuole elementari, al compimento dei corsi inferiore e superiore. Ai miei tempi usava; ma i tempi, nella loro corsa fatale, seminano uomini e cose ed è temerario azzardarsi ad emettere un giudizio.

Quando ho detto «ai miei tempi», ho voluto indicare un periodo molto lontano, e precisamente fra il 1895 e il 1900. La «solenne» premiazione avveniva la prima domenica di giugno, festa dello Statuto Albertino.

La cerimonia si svolgeva nella mattinata al Teatro Persio Flacco, con l’intervento del Sottoprefetto (allora, a Volterra, c’era il Sottoprefetto, c’era il Tribunale, c’era una Tenenza di carabinieri, chiamati da Pàrapi «carissimibinieri»); interveniva il Sindaco, il rappresentante del Vescovo, qualche volta anche il deputato della circoscrizione, ma soprattutto interveniva, riempiendo platea e palchi, tutta Volterra, dai Borghi al Poggetto, da Sant’Alessandro alle Cetine, du Mazzolla a San Cipriano. Tutti, insomma, i volterrani di dentro e di fuori, tutti a nuovo, in bell’arnese – come voleva quel poeta iracondo che aveva anche lui studiato a San Michele – tutti interessati e curiosi di vedere in faccia i ragazzi premiati.

Il programma si svolgeva in due tempi. Il primo comprendeva un certo numero di discorsi letti con sussiego e cipiglio, toni bassi e toni alti, una discreta dose di retorica, citazioni di autori antichi e moderni, qualche sentenza evangelica: la solita barba. L’ultima cartella del discorso di turno (succede anche oggi) era accolta dai presenti con gioia e applausi fragorosi.

Terminati i discorsi, s’iniziava la premiazione, ed il primo ad essere chiamato era il ragazzo che aveva meritato il massimo della votazione negli esami finali della V elementare: medaglia d’argento (argento vero) e attestato firmato dal Sindaco, dal Direttore delle Scuole elementari e dall’insegnante della V classe. Tre firme che consegnavano e garantivano, ai posteri un «ragazzo in gamba».

Dopo la medaglia d’argento, ne veniva una di bronzo per il secondo classificato (sempre negli esami di licenza elementare); poi la «Menzione onorevole», senza medaglia e infine un attestato al più bravo alunno della terza elementare, chiamato «Accessit», (l’attestato, non l’alunno). Ce n’è voluto del tempo per sapere che cosa significasse quella parola che richiamava vagamente alla memoria il posticino dove si andava alzando due dita della mano destra. Altri attestati per i migliori allievi della Scuola d’Arte o di disegno, e la prima parte del programma era terminata.

Naturalmente questa era la più interessante e, diciamo pure, la più commuovente. La logorrea oratoria delle autorità rappresentava il pedaggio obbligatorio per assistere allo spettacolo.

Ecco per primo colui che aveva avuto la medaglia d’argento; fra uno scroscio di battimani; una parte se li accaparrava la mamma dell’alunno, nella prima fila di platea, la quale, prima di lanciare il figlio verso la gloria e l’apoteosi, gli aveva aggiustato rapidamente la cravatta a pallini e il ciuffo dei capelli.

Almeno cinque minuti il teatro era tutto per lui, come se si trattasse del tenore alla fine della rumanza «di quella pira»; ma lui, il primo classificato delle elementari, non si profondeva in inchini, sorrisi e spettacolari smancerie per costringere il pubblico a chiedere il bis. Lui era intimidito da quegli applausi e saliva la scaletta provvisoria, tra la platea e il pulcoscenico, alla svelta, come se gli bruciasse sotto i piedi; poi s’arrestava dinanzi al grande tavolo, incerto a chi rivolgersi tra i personaggi seduti in poltrone solenni.

Uno di questi personaggi si alza con un foglio in mano e dice ad alta voce il nome del ragazzo in gamba: «Tal dei Tali, di … e di … Licenza elementare, primo premio, medaglia d’argento». E giù un altro scrosciare di applausi per tutta la cerimonia della consegna dell’attestato e della medaglia d’argento, racchiusa in una scatolina di cartone ricoperta di fina pelle azzurrina. L’attestato è a stampa, con sopra, in bella calligrafia a mano, il nome del premiato; torno, quasi a fare quadrato di difesa contro eventuali insinuazioni di ingiustizia, c’erano riprodotti con sufficiente rassomiglianza, tutti i grandi d’Italia, da Dante a Colombo, da Tasso al Volta, a Michelangelo, a Leonardo a Raffaello, su su fino al Foscolo e al Verdi. Una cosa straziante, a giudicarla oggi. Però, vedere il proprio nome contrornato da quelle facce, con un leggero briviso di responsabilità, c’era di che inorgoglirsi.

La medaglia aveva da un lato lo stemma di Volterra, con quei due animali in atteggiamento di lotta, dietro una massima morale incitatrice: «Il premio sia di stimolo all’emulazione».

Ora, mettetevi nei panni di quel tale ragazzo che per molti mesi aveva sognato tutto quel teatro plaudente, quella medaglia d’argento vero, quell’attestato con il suo nome contornato dalle facce di poeti, navigatori, pittori, scultori di fama mondiale; quel ragazzo che aveva messo insieme tutte le piccole tribolazioni di un anno (dal giugno della licenza all’altro giugno della premiazione), che aveva accumulato silenziosamente tutte le mortificazioni subite per la modestia del vestito, per la tavola con molta polenta, per l’assenza completa di gioia per i risultati degli studi (la pagella scolastica tutta cosparsa di croci come un cimitero di campagna): mettetevi – ripeto – nei panni d quel ragazzo che pensava di potere in una mezz’ora annullare tante giornate squallide, e bruciare con una bella fiammata tutti i seccaioni spinosi fra cui aveva camminato lungamente, e poi ditemi se non ci sarebbe stato di che mordersi le mani, se il diavolo avesse messo la coda in quella cerimonia e l’avesse mandata a monte.

La cerimonia non andò in fumo, ma per quel tal ragazzo che aveva sognato la rivincita, a suo modo, dei vestiti lisi, della troppa polenta e delle mortificanti croci invece delle firme sulla pagella, fu quasi peggio.

Avvenne l’imprevisto. Quel ragazzo, aveva dimostrato nelle elementari anche una certa disposizione alla ginnastica, era stato scelto a far parte della squadra incaricata di esibirsi in evoluzioni sul palcoscenico, a conclusione della cerimonia. Era un riconoscimento di primato anche nell’educazione fisica; un primato che andava ad aggiungersi a quello di studioso: tutto fa brodo. Una situazione (esageriamo un po’) di un Nobel conseguito da un Olimpionico avanti-lettere.

Ma, come ho detto, avvenne l’imprevisto. La squadra di ginnastica giunse in teatro e si esibì subito, fra l’entusiasmo assordante degli aspettatori, in numerosi esercizi, impeccabilmente: con cerchi, con appoggi, con bastoni che all’ultimo minuto, liberati da un cappuccio come si usa negli ombrelli di seta, rivelarono nascosta una bandiera tricolore, sventolata con spavalderia come su una trincea nemina conquistata d’assalto.

Un apoteosi da «Baffo Excelsior» (fatte sempre le debite proporzioni). Il teatro era in subbuglio: la squadra di ginnastica si sentiva non un complemento della manifestazione, ma la protagonista. Quel ragazzo si considerava un concentrato di eroi deamicisiani, e pregustava più sottilmente la gioia del momento in cui avrebbe ricevuto la medaglia d’argento. Allora agli applausi sarebbero stati tutti per lui, come per il tenore dopo quella tale romanza.

Un anno di attesa, che dieci minuti di apoteosi avrebbero compensato.

Invece, niente apoteosi; solo una beffa di cui nessuno si accorse, e, che se ne rese conto più tardi, non la valutò nella sua portata reale, perchè non conobbe allora, ne dopo, l’amarezza che assalse quel ragazzo quando si accorse che il pubblico si accingeva a uscire; i palchi si svuotavano e la grande lumiera centrale saliva lentamente per rientrare nel tondo cavo riapertosi nel soffitto.

Solo allora si rese conto che non c’era stato uno spostamento di programma, come aveva immaginato.

Venne il bidello a ritirare appoggi e bastoni e disse a quei ragazzi che erano ormai in libertà. E la cerimonia di premiazione? Già fatta prima della esibizione di ginnastica. «Erano in libertà».

Questa parola mi suonò (ora lo posso dire: quel ragazzo ero io) assurda. Che libertà e libertà!

Che cosa me ne faccio io della liberta? Mi era stato impedito di giungere in tempo in teatro per non ricevere la mia medaglia: un tiro mancino. La libertà in quel momento era una beffa, come in tanti altri della vita. Mi si doveva dare prima la libertà.

Altro che sventolare il tricolore; altro che manovrare gli appoggi di legno in decine di svelti esercizi; altro che intrecciare una serie di passi regolati dal ritmo «uno-due uno-due», scandito a bassa voce dal maestro di ginnastica. Quel tricolore, quelgi attrezzi, quei passi ritmici erano, per me, sghignazzate. Sentivo un disprezzo per tutti e tutto; sentivo la voglia di urlare e di piangere, ma non urlai nè piansi.

Fermo, come ancorato sul palcoscenico, guardavo la gente che se ne andava e ancora la lumiera che saliva. Io restavo inchiodato al mio posto, sgomento, come un affamato che vede chiudersi in faccia la porta, dalla quale, soprattutto a lui, doveva venire il pane messo in distribuzione fra chi aveva lavorato sodo e bene.

Ma – ripeto – non aprii la bocca nè per imprecare nè per urlare: il controllo della dignità era, anche allora, in me aderente come la pelle che ricopre il corpo; come la maschera che nasconde le rughe.

Mi scosse una voce conosciuta, quella del bidello: «Ehi tu; ha detto il padre Bicchi di andare da lui a San Michele, oggi alle cinque».

Non sapevo cosa rispondere.

«Ehi, dico a te; sei sordo? Alle cinque da padre Bicchi, a San Michele».
«A far cosa?»
«La medaglia l’ha presa lui; te la darà a San Michele».

Padre Bicchi era il direttore delle elementari. Era uno scolopio simpatico, famoso per i sigari che fumava e per le «padelle» in tempo di caccia.

Era un buon uomo; eppure, nemmeno lui aveva considerato a fondo il mio caso; aveva incaricato il bidello di avvertirmi d’andare a ritirare quasi clandestinamente il premio. Sentivo di essere al centro di una grossa ingustizia, fra gente senza umanità.

Fuori c’era tanto sole, tante rondini e tante bandiere alle finestre. Ma non erano per me. Era il giorno dello Statuto.

A casa, la mamma mi rimproverò perchè non avevo portato la medaglia che voleva far vedere al vicinato. Tentai di spiegarle come erano andate le cose, ma lei non capì, forse perchè non mi spiegai bene, o perchè non volevo parlare molto per paura di non riuscire a buttar giù il groppo alla gola. Rimase convinta – e me lo disse – che la colpa era mia; arrivavo in ritardo, sempre in ritardo.

A tavola, mangiando, mi morsi due volte la lingua fino a farla sanguinare, ma non dissi nulla. Come non dissi nulla più tardi a padre Bicchi, che tentò un discorsetto elogiativo per me, alla presenza del piccolo, vivace e sdentato vecchio Lorenzino, il sagrestano della chiesa di San Michele, unico rappresentante alla consegna della medaglia.

Ma non era lì per me; doveva dire a padre Bicchi che il Rosario, in chiesa, era stato spostato di un’ora; i fedeli erano stati già avvertiti.

© Pro Volterra, UMBERTO FOSCANELLI
Consegna clandestina di una medaglia d’argento, in “Volterra”