Con Lawrence al Museo Guarnacci

Precedentemente abbiamo parlato della prima giornata volterrana del grande scrittore inglese Lawrence. Oggi insistiamo, in maniera particolare, sulla sua visita al Museo Guarnacci. Non sarà male, per tutti noi, leggere attentamente quelle sue impressioni del lontano 1927.

Quanti sono, infatti, i Volterrani che hanno visitato, almeno una volta, il Museo? Quanti quelli che ne sanno apprezzare, sia pure nella maniera più superficiale e curiosa, l’enorme importanza?

Dopo la notte trascorsa al Nazionale e turbata dagli “alalà” del banchetto fascista, l’11 aprile 1927 Lawrence e l’amico pittore americano uscirono, di buon ora, per andare a visitare alcuni laboratori di alabastro ed il Museo.

Persiste nelle pagine dello scrittore, che amava tanto i paesaggi solari, l’impressione di freddo provata il giorno prima.

«Il mattino ci appare freddo e nebbioso in questo paese sgradevole che dà un senso di noia… Il mare rimane invisibile. Noi percorriamo le strade strette che dei cupi muri di pietra sembrano schiacciare ed entriamo nelle botteghe di alabastro ove degli operai, non ancora del tutto svegli e pieni del cupo torpore del lunedì, stanno tagliando e lucidando il tenero alabastro».

Non si era ancora giunti al crollo di Wall Street e l’alabastro veniva ancora largamente esportato dopo la parentesi imposta dalla prima guerra mondiale. Lawrence dice di aver visto oggetti di alabastro anche prima di venire a Volterra, specialmente “lampade di materia translucida che velano il lume di tanti alberghi”.

Ma non mostra di apprezzare questi lavori dal punto di vista estetico; dice infatti: «Se ne fanno tutti quegli oggetti di cattivo gusto: abatjour, plafoniere, statue, vasi, tazze il cui bordo sostiene dei colombi, pampini di vite ed altre sciocchezze». Tutta questa paccottiglia niente ha da vedere con l’arte. «Ahimè  commenta lo scrittore la dea dalle belle forme scultoree è fuggita anch’essa». Ma, se non gli interessa l’alabastro moderno, lo scrittore sente il potente richiamo di quello antico, delle urne di alabastro del Museo Guarnacci. Sotto una pioggia gelida i due amici si affrettano a raggiungerlo.

«Freddo, silenzioso, vuoto, triste tale ci sembra il Museo. Infine giunge un vecchio in uniforme».

È il custode; la visita ha inizio.

CON LAWRENCE NELLE SALE DEL MUSEO

L’impressione di tristezza si muta, ben presto, in entusiasmo. Lo scrittore inglese, così inquieto e scontento, qui si trova soddisfatto e felice. È a suo agio.

Egli dice: «Il Museo è veramente bello ed interessante… ben presto, davanti a quelle centinaia di piccoli sarcofaghi, la potenza del passato comincia a riscaldarci… io ricavo più piacere dalla visita di queste urne volterrane che… stavo quasi per dire, dai fregi del Partenone».

Lo scrittore è cosciente di esagerare ma non troppo perché il fascino della civiltà etrusca è enorme su di lui. Egli, che ha voluto sempre vivere con la beata incoscienza di un primitivo, godere e dimenticare, si sente attratto dalla civiltà degli Etruschi che vissero gioiosamente senza, però, dimenticare o temere la morte. Egli vede realizzato, in questa civiltà non classica, l’istinto, la conoscenza immediata della vita non intellettualizzata. Forse per questo amò assai la vita istintiva dei contadini italiani e tradusse molto dai nostri novellieri e dal Verga. Pochi scrittori hanno parlato così a lungo delle sale del nostro Museo, del significato misterioso dei mostri marini, dell’uomo alato dalla coda di pesce, dell’uomo e della donna alata con le gambe di serpente. «Sono gli Etruschi che hanno donato delle ali a queste figure e non i Greci» egli dice. Intendiamoci: le spiegazioni di certe figure e gruppi che egli ci dà non soddisfano, sempre, l’archeologo ma ci sembrano assai suggestive. Sono le interpretazioni di un poeta e non di un erudito.

«Bisogna ricordare che nel mondo antico il centro di ogni potere si trovava al centro della terra o dell’acqua ed il sole non era che un elemento secondario in movimento. Il serpente rappresentava la potenza ardente dell’interno della terra, non solamente eruzioni vulcaniche o scuotimenti della terra, ma la potenza generatrice che circola nelle radici delle piante per formare il grande tronco dell’albero, l’albero della vita… e, d’altra parte, il pesce era il simbolo della profondità dell’acqua dove tutto è nato, persino la luce. Si capirà, di conseguenza, l’importanza che avevano quei simboli per i volterrani. Erano un popolo marinaro e vivevano in un paese vulcanico. È così che la potenza della terra e dell’acqua donano e riprendono la vita… Io non so più chi ha detto che le ali degli dei marini rappresentavano l’evaporazione del sole… ».

Potremmo continuare per pagine e pagine sulla simbologia dei grifoni e degli altri animali delle urne. Ma anche le realistiche scene della vita quotidiana lo attraggono, come la caccia al cinghiale, i giochi dell’arco, le processioni, le partenze in carri coperti, con navi che levano l’ancora, gli assedi di città, le scene di sacrifici.

Il vecchio guardiano del Museo osserva i due stranieri gesticolanti ed ascolta affascinato quello più alto, col pizzetto e con gli occhi luccicanti di febbre, che si esalta e che si esprime così bene in italiano dicendo tante cose belle. Lawrence ci ha lasciato un vivo ritratto di questo custode: «Era uno di quei dolci e timidi italiani troppo rispettosi per osare solo di guardare le urne che egli custodisce. Ma quando io gli raccontai ciò che significavano, secondo me, alcune scene, egli fu affascinato come un ragazzo, meravigliato, quasi emozionato. Ed io pensai di nuovo come l’italiano di oggi è più vicino all’etrusco che al romano. Egli è sensibile, deferente, con un sincero bisogno di simboli e di misteri».

Riportiamo qui alcune sue belle impressioni sulle urne del Museo raffiguranti viaggi in carpento e scene di caccia al cinghiale.

«Seducenti sono le scene dei viaggi in carri coperti, trascinati da due o tre cavalli, accompagnati dal conducente a piedi, da anime a cavallo, da cani, mentre altri cavalieri vengono incontro. Sotto la tenda del carro, un uomo, una donna o tutta una famiglia, sono stesi e, per quanto io abbia potuto vedere, il carro è sempre trascinato da cavalli e non da bovi. Si tratta certamente del viaggio dell’anima. Ma la memoria sembra giocare nella scena un ruolo ben più profondo. Si ha l’impressione di un popolo di emigranti, come i Boeri e i Mormoni. Sembra che questi viaggi in carri coperti siano caratteristici di Volterra e che non si trovino in nessun’altra località etrusca. E l’impressione generale di queste scene è, in realtà, particolare. Si ha come la sensazione di un viaggio, come un popolo che si ricordasse delle sue migrazioni sia marittime che terrestri. Vi si sente una singolare inquietudine molto diversa dalla danzante sicurezza dell’Etruria del sud».

«Spesso il cinghiale occupa il centro della scena, là dove si trova colui che sta per morire. Spesso è assalito non da uomini ma da giovani alati, come degli spiriti. I cani, impauriti, si arrampicano sugli alberi, la scure volteggiante sta per abbattersi su di lui ed egli si difende con un gesto selvaggio e commovente. Gli archeologi pretendono che là siano Meleagro ed il cinghiale Caledonio. Ma, a mio avviso, la spiegazione non è sufficiente. La scena qui è simbolica e sembra che sia proprio il cinghiale la vittima, come la selvaggia vita patriarcale perseguitata e attaccata dai cani e dagli avversari… Egli è il padre della libera vita della foresta e deve morire. Si dice anche che egli rappresenti l’inverno, epoca in cui si celebrava il culto dei morti».

Troppo lungo sarebbe continuare ad esporre le emozioni di Lawrence dinanzi a quei capolavori.

Poi la visita si conclude ed i due amici escono all’aperto dalle poco illuminate sale del Museo e si dirigono verso Porta a Selci. Fuori la pioggia non cade più e, finalmente, è comparso un pallido raggio di sole aprilino.

«Usciamo dalla città per la porta a Selci cercando riparo sotto le mura del grande castello medioevale che è, ora, una prigione di Stato. Qualche cittadino passeggia in questo momento. Al di là la campagna verde e deserta forma delle ondulazioni, delle creste: si direbbe il mare visto dall’alto della prora di una nave. Qui a Volterra noi dominiamo il mondo».

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Con Lawrence al Museo Guarnacci, in “Volterra”, marzo e aprile 1968; in “Scritti Volterrani”, a cura di Gianna, Enrico e Fabrizio Rosticci, Pisa, Pacini Editore, 2004, pp. 186-189 e 195-193.
I brani sono stati tradotti dall’autore dell’articolo da O.H. Lawrence, “Promenades etrusque”, Paris, Gallimard, 1949.

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