Dario Orrù

Eccidio di Spedaletto

Un evento che mise in angoscia l’intera comunità volterrana: l’assassinio di tre contadini residenti in tre poderi della fattoria di Spedaletto. Verrebbe da chiedersi: perchè rivangare un fatto così triste ed efferato? I motivi sono molteplici.

Il primo, tramandare nel tempo il bagaglio storico, ciò che ogni generazione del popolo da cui discende deve conoscere. L’inesorabile trascorrere degli anni cancella la memoria; deve essere mantenuta sempre viva con l’imperituro ricordo.

Il secondo, rammentare quanto era diverso il “modus vivendi” negli anni Cinquanta. Oggi un fatto analogo, pur suscitando disapprovazione, passa assai rapidamente nel “dimenticatoio”. Purtroppo l’assortimento degli eventi quotidiani di cronaca nera che i mass-media ci presentano, è tale da aver determinato un’abitudine alla violenza, divenuta quasi fisiologica. L’eccezione non rappresenta il fatto di cronaca nera, ma il giorno in cui non se ne parla. L’immediato periodo post bellico cominciò già a evidenziare qualche situazione che il termine di ogni grande conflitto fatalmente si trascina: furti, rapine e quant’altro. Ciò aveva sicuramente turbato una popolazione che nel periodo pre bellico era uso vivere nella più completa serenità e fiducia. Tutti i volterrani di quei tempi ancora in grado di ricordare ben sanno – e lo tramandano inequivocabilmente – che in ogni abitazione si viveva, anche nelle ore notturne, con la chiave dell’uscio inserita nella toppa. C’era, insomma, il massimo rispetto per le cose altrui e per il prossimo. Oggi, inferriate alle finestre, porte blindate, sistemi di allarme anti intrusione operativi, quasi in spregio alla libertà di cui godiamo. Questa è l’immensa differenza tra la cultura di allora e quella odierna. Ecco perchè l’evento che ci accingiamo a ricordare colpì profondamente – e per lungo tempo – l’intero tessuto umano dei cittadini volterrani, che lo vissero con la più profonda, sincera partecipazione.

Il terzo motivo, porre in evidenza alcuni passaggi che, a distanza di tempo, possono essere letti con un’ottica diversa da quella iniziale che le fonti informative, a caldo, avevano ridamato, segnatamente gli organi di stampa. Non esisteva la televisione, poche le radio disponibili, i collegamenti telefonici interurbani viaggiavano ancora attraverso i centralini. Il quadro politico era tutt’altro che tranquillo. Si viveva in una fase di ricostruzione e di assestamento, dopo una tragica, rovinosa, lunga guerra.  Tra l’altro, era in corso la lotta per la riforma agraria; pertanto l’uccisione di quelle tre persone fu inizialmente interpretata in maniera contrastante tra crimine per estorsione o di natura politica. L’attento esame della dinamica e i successivi sviluppi, porteranno alla certa esclusione del movente politico.

IL FATTO

Era sabato 22 settembre 1951.

Alle ore 21 ebbe inizio presso il CRAL (Circolo Ricreativo Assistenza Lavoratori) dello Sburleo – Spedaletto un’assemblea dei coloni della zona. Oggetto la riforma agraria, nel quadro della quale c’era la possibilità per i mezzadri della fattoria di Spedaletto di divenire assegnatari della terra. Alto l’interesse dell’argomento, partecipazione massiccia, discussione che si prolunga fin oltre mezzanotte.

Al termine, ognuno riprende la via per il ritorno alla propria abitazione. I commenti sono generalmente di piena soddisfazione per i risultati, in prospettive assai favorevoli. Un gruppo di sei persone percorre a piedi la S.S. 439 bis, allora non ancora provinciale nè asfaltata, con direzione Pontedera verso il ponte dell’Alpino, distante dallo Sburleo circa 1 km. Ivi giunti, si separano. Tre continuano il cammino sulla strada principale e tre girano a sinistra inoltrandosi nei campi lungo una strada poderale. Questi sono: Washinton Favilli, di anni 47, abitante al podere “Fiorli Primo”, Gino Simoncini, di anni 19, abitante al podere “Fiorli Secondo” e Alvaro Puccioni, anni 20, abitante al podere “Poggilamo”. Percorsi circa 500 metri lungo la pianeggiante vallata, giungono al quercione della Capanna del Diavolo, dove la strada comincia a salire verso i poderi Fiorli. Procedono sempre a piedi, anche se i due più giovani hanno la loro bicicletta che spingono a mano. E in questo punto ebbe inizio il dramma.

La ricostruzione è per la maggior parte basata su ipotesi, non essendovi stata alcuna presenza di testimoni. Gli aggressori – lo sviluppo della situazione consente di poter usare il plurale -, con certezza già appostati e in attesa, escono allo scoperto e presumibilmente con le armi spianate bloccano il passaggio ai tre coloni, esplicitando il motivo dell’atto.

Il Favilli, sicuramente il più dotato fisicamente, reagisce all’intimazione. Ne consegue una probabile colluttazione con uno degli aggressori e nella lotta parte un colpo d’arma da fuoco – difficile dire se volontario o accidentale –  che colpisce al volto il Favilli, uccidendolo all’istante. Dopo, altri due eventi certi, anche se la loro sequenza temporale, come si vedrà di seguito, cade nel campo delle ipotesi.

Il primo: ad una certa ora della notte – pare tra le due e le tre – il padre di Gino Simoncini, Alfredo, svegliatosi notò che il figlio non era ancora rientrato. Preoccupato, si recò al vicino podere “Fiorli Primo” per avere notizie. Anche i familiari del Favilli erano in attesa del rientro del loro congiunto. Rientrato nella propria abitazione, gli si parò davanti un uomo armato di fucile. Sotto la minaccia dell’arma gli impose di consegnargli tutto il denaro di cui era in possesso. Il Simoncini gli consegnò il portafoglio che teneva nella tasca dei pantaloni, contenente cinquemila lire. Pare – così scrissero i giornali – anche qui vi fosse stata una colluttazione durante la quale, per la pronta reazione del Simoncini, sarebbe partito un colpo. Conseguentemente l’intruso, temendo il peggio, sarebbe fuggito.

Il secondo evento, purtroppo il più tragico, tra le tre e le quattro di notte. Ad una distana in linea d’aria di circa 1,5 km a Sud Est dal punto in cui era strato ucciso il Favilli e precisamente nell’area in cui il botro dell’Ulivello si getta nel botro dell’Alpino, vengono uccisi, a fucilate, Gino Simoncini, dopo essere stato legato ad un albero, e Alvaro Puccioni il cui corpo giaceva a terra ad alcune decine di metri da quello del Simoncini.

I corpi dei due giovani vennero trovati in quella posizione da alcuni cacciatori volterrani tra le cinque e le sei del mattino, i quali dettero l’allarme. Il corpo del Favilli venne trovato verso le undici da una guardiacaccia della fattoria, in quanto era stato parzialmente occultato.

La notizia si sparse in un lampo per tutta Volterra in quella domenica del 23 settembre, giorno in cui la città si apprestava a festeggiare San Lino, volterrano e primo Papa dopo San Pietro. Anzichè lieta ricorrenza, si trasformò in un giorno di angoscia e di sentito dolore per un fatto la cui efferatezza aveva profondamente turbato l’animo dei cittadini, adusi a fatti criminosi di quella portata.

Il mattino del 25 settembre si svolsero i funerali nella zona dello Sburleo, con la partecipazione di una numerosa folla commossa e con la presenza di numerose Autorità. Il Sindaco della città, Sig. Mario Giustarini, dette l’estremo saluto ai feretri che furono portati nel Cimitero di S. Cipriano.

ANALISI DEL FATTO

I giornali dell’epoca, praticamente unica fonte d’informazione alla portata di tutti data la limitata possibilità di ascolto radio, versarono fiumi d’inchi0stro, soprattutto i più interessati territorialmente e cioè La Nuova Etruria e La Gazzetta. Altrettanto copiosa fu la “voce del popolo” da cui provenivano le più disparate congetture e argomenti di discussione che animavano le veglie serali, abituali di quei tempi, quando le famiglie di amici si riunivano un paio d’ore dopo cena per scambiare due chiacchiere davanti ad un bicchiere di vino. Naturalmente agli articoli di stampa letti, si univano i vari “sentito dire” per cercare una risposta attendibile ad un evento così tragico. Con diverse procedure e con argomenti più concreti ebbero inizio le indagini da parte delle competenti Autorità. In primis la magistratura, nella persona del Dr. Gradito, Giudice Istruttore del Tribunale di Pisa; i medici legali, Prof. Domenici e Dr. Fornaro, che avevano effettuato sia la ricognizione esterna dei cadaveri “in loco”, sia l’autopsia, eseguita nel Cimitero di San Cipriano; i Carabinieri della Stazione e della Tenenza di Volterra, competenti per territorio, il Comandante della Compagnia di Pontedera, Cap. Giusti, da cui dipendeva Volterra e il Comandante del Gruppo di Pisa Ten. Col. Angrisani. Il fatto era di particolare gravità, sì da richiedere l’interessamento e la partecipazione dei più alti livelli gerarchici inquirenti, al fine di un più incisivo e rapido coordinamento.

Poniamo subito in evidenza che i mezzi tecnici allora disponibili per le indagini erano assai più limitati di quelli su cui oggi si può contare. In compenso ciò che veniva rilevato veniva trattato in maniera estremamente riservata per non rendere evidenti le piste seguite per giungere alla soluzione del caso. La prima attenzione fu volta alla ricerca del movente. Leggendo la stampa del tempo si nota che vi era una ipotesi che tendeva a privilegiare il movente politico.

E’ opportuno ricordare che poco più di sette mesi prima un altro assassinio era stato compiuto nella persona del Pievano di Cevoli e Lari, Don Ugo Bardotti e che le indagini, ancora in corso, avevano seguito la pista politica con l’arresto di persone che poi sono state prosciolte da ogni accusa. Nel caso in esame, gli inquirenti ebbero modo di fare alcune considerazioni e raffronti, sempre utili per l’indagine.

E qui, anche per esigenza di sintesi, diciamo subito che gli addetti ai lavori – anche se non apparso nelle notizie date dalla stampa con la reale chiarezza – privilegiarono e lavorarono sin dall’inizio seguendo la pista dell’estorsione, poi tragicamente trasformatasi in eccidio. Infatti, se il movente fosse stato di natura politica, la eliminazione dei tre coloni sarebbe avvenuta contemporaneamente, nel punto dove cadde il Favilli. Era parso altresì indubbio che gli aggressori fossero in possesso di informazioni (una talpa?) attinenti alla presenza di un possibile e appetibile bottino. Quindi, perchè trascinare i due superstiti a così significativa distanza, prima di eliminarli? Qui va inserito e confrontato con gli eventi l’episodio in casa Simoncini. L’intruso entrò nella cucina della casa colonica “Fiorli Secondo”, prima o dopo l’uccisione dei due giovani? L’esame  del terreno in cui si svolsero i fatti e i tempi, nonchè altri elementi che esamineremo in seguito, farebbero dedurre che l’intrusione avvenne prima. Non solo, possiamo anche dire con buona attendibilità che quanto scritto dalla stampa su questo episodio non è stato riferito secondo il reale svolgimento dei fatti, e non poteva esserlo perchè gli inquirenti avevano acquisito degli elementi che furono mantenuti assolutamente riservati. Il Simoncini non ebbe, come il Favilli, una reazione violenta nè, in conseguenza, il fucile cadde a terra facendo partire accidentalmente un colpo. A quell’ora della notte i familiari del Favilli, sicuramente desti perchè pochi minuti prima a loro si era rivolto il Simoncini per chiedere notizie e distanti poche decine di metri, avrebbero udito la detonazione. Quindi l’aggredito si limitò a obbedire alla minaccia dell’arma dell’aggressore e gli consegnò il portafoglio contenente la somma di cinquemila lire che il bandito prese e si allontanò. Poi, ignaro del legame di quanto accadutogli con il fatto che nè il figlio nè il Favilli fossero ancora rientrati deve essersi rassegnato ad una ansiosa e impotente attesa (allora non c’era telefono nè cellulari nè mezzi di trasporto rapidi).

Dopo aver rapinato il Simoncini, il bandito raggiunse il suo o i suoi complici che unitamente ai due ostaggi erano in attesa lungo la carrareccia che dal podere “Fiorli Secondo” porta al podere “Poggilamo”. Non si spiega per quale motivo il gruppo, superata quest’ultima casa colonica, continuò a scendere percorrendo poi sentieri piuttosto impervi lungo il botro dell’Alpino fino all’incrocio con il botro dell’Ulivello dove avvenero gli altri due omicidi. Se, invece, l’intruso fosse entrato in casa Simoncini dopo l’eliminazione dei due superstiti, cambierebbe sicuramente il percorso effettuato dopo la eliminazione del Favilli. Infatti, per raggiungere il botro dell’Ulivello l’itinerario più sicuro, anche se più accidentato, sarebbe stato costeggiando il botro dell’Alpino. In questa ipotesi potrebbe anche prevedersi che l’aggressore fosse solo. Armato di fucile, ponendosi dietro ai due giovani, avrebbe potuto agevolmente controllarli anche perchè i medesimi erano certamente terrorizzati dopo l’uccisione del loro compagno. E qui è opportuno esaminare un altro importante dettaglio. Quando il giovane Simoncini fu assassinato, era legato ad un albero con una fune, mentre il giovane Puccione cadde a poche decine di metri colpito alle spalle dal piombo assassino. La corda utilizzata per legare il Simoncini era già in possesso del carnefice al momento dell’agguato presso il capanno del Diavolo o fu acquisita in un secondo tempo? Avendola con se nel primo caso, si potrebbe anche ipotizzare fosse solo e che il suo intento fosse quello di immobilizzare la sua preda costringendo, con la minaccia del fucile, uno degli aggrediti a legare gli altri due e poi vedersela personalmente con il terzo. Ma l’imprevista e decisa reazione del Favilli, con le già descritte conseguenze, avrebbe costretto l’assassino a cambiare i suoi piani. Quindi, se solo e in possesso della fune, avrebbe potuto attuare il percorso lungo il botro dell’Alpino. Giunto all’incrocio con il botro dell’Ulivelli, avrebbe costretto il Puccioni a legare il Simoncini all’albero per poi compiere i due omicidi e, successivamente, raggiunta la casa del Simoncini, estorcere allo stesso la somma di lire cinquemila e dileguarsi. Se, invece, la corda non era in possesso a priori del delinquente, due elementi sono certi: non poteva essere solo ad attendere le sue vittime e la corda fu acquisita lungo il percorso. In questa ipotesi, certamente passando dai “Fiorli” e da “Poggilamo”, l’intrusione in casa Simoncini avvenne durante il percorso, prima dell’assassinio dei due giovani, e la corda sottratta da uno dei poderi incontrati.

Ora, una ulteriore considerazione: qual’era il percorso ipotizzato dal o dai banditi dopo il colpo premeditato? Emerge inequivocabilmente che l’aggressore conosceva molto bene la zona e aveva pianificato l’atto delittuoso prevedendo anche la via di fuga. Perchè dopo l”imprevista (forse) uccisione del Favilli spingersi verso il botro dell’Ulivello, anche affrontando un tratto di terreno abbastanza impervio? La più logica risposta è che quella era la direzione e la minore distanza per raggiungere la S.S. 439 tra il km 12 e il km 13 da Saline di Volterra, mèta prevista dopo l’atto criminoso. L’uccisione dei due giovani in quella zona ritenuta di difficile percorribilità, avrebbe comunque tardato il ritrovamento dei corpi consentendo un più sicuro allontanamento, molto probabilmente previsto in direzione di Pontedera. Nonostante i corpi fossero stati occasionalmente rinvenuti da alcuni cacciatori volterrani poco prima dell’alba, considerando i mezzi di comunicazione allora disponibili, l’omicida/i ebbe/ro tutto il tempo per prendere il largo prima che scattasse l’allarme. In questo quadro ebbero inizio le indagini degli inquirenti, sempre pià intense a partire dalla tarda mattina del 23 settembre.

LE INDAGINI E L’EPILOGO

Pur non tralasciando altri possibili ma assai improbabili moventi, l’attività investigativa fu accentrata con maggiore intensità alla individuazione di persone che avessero buona conoscenza di quei luoghi e una sospetta tendenza a delinquere. Anzitutto un approfondito “screening” degli abituali frequentatori del luogo e di coloro che per qualsivoglia motivo avessero operato in quei poderi. L’intrusione del bandito nel cuore della notte all’intemo di “Fiorli Secondo”, costituiva un riferimento ben preciso e Alfredo Simoncini era l’unico testimone venuto faccia a faccia con un individuo che era certamente connesso alla vicenda. Ciò che egli dichiarò agli inquirenti fu di fondamentale importanza e, come vedremo, un riferimento ben preciso per le indagini. Tra i vari interrogati furono fermati Nello Simoncini, cugino di
Gino Simoncini, una delle vittime e Vincenzo Sammuri del podere “Ulivello”, ma poi rilasciati. Fu rintracciato a Foggia tale Vincenzo Vitale, il quale tempo addietro era stato al servizio del Favilli, quale garzone, presso il podere “Fiorli Primo”. Arrestato e tradotto a Volterra, aveva potuto dimostrare la sua estraneità al fatto e quindi rilasciato. E fu anche dato inizio alla ricerca di tale Gino Bonsignori, residente a Peccioli, il quale per qualche tempo aveva lavorato presso la famiglia Simoncini nel podere “Fiorli Secondo”. Ricerca che al momento aveva dato esito negativo in quanto di lui si erano perse le tracce. Pur facente parte di una famiglia onesta e stimata, rappresentava la fatidica “pecora nera” del nucleo e fin da ragazzo aveva mostrato un carattere turbolento. ll suo curriculum era costellato di fatti negativi. Emigrato in Francia per arruolarsi nella Legione Straniera aveva subìto una condanna a 2 anni per un grosso furto. A pena scontata veniva espulso. Tornato in Italia aveva continuato a vivacchiare tirando avanti tra qualche saltuario lavoro agricolo, alternato da una serie di furtarelli. Era stato tratto in arresto anche tale Giuseppe Cucchíara, sorpreso in un bosco vicino al podere Doccino nella zona di Guardistallo, residenza dei Cucchiara che lì si erano trasferiti dalla zona di Monteverdi Marittimo, dove risiedevano alcuni anni prima quando Antonio Cucchiara, uno dei fratelli, aveva partecipato al rapimento del proprietario terriero Zopfi. Per tale reato era stato condannato a 26 anni di reclusione. Giuseppe Cucchiara, tradotto nella Caserma dei Carabinieri di Volterra fu sottoposto a stringente interrogatorio. Stampa e “voce del popolo” lo avevano già configurato come il presunto autore dell’eccidio. Ma i Cucchiara per quanto dediti al furto, non avevano nel DNA tendenze assassine. Erano insomma dei “ladri di polli”. Il Giuseppe Cucchiara fu ben presto scarcerato.

I giorni passavano, gli inquirenti continuavano il loro lavoro.

La stampa, in una apparente fase di stasi, tendeva a porre in primo piano, con sempre maggiore incisione, il movente politico. Rileggendo il settimanale La voce della Nuova Etruria del mese di ottobre 1951, si trovano titoli come: “Il movente della rapina si mostra sempre più inconsistente” e “Un delitto che ricorda i crimini dello squadrismo agrario”. Si leggono anche dei passaggi un tantino ironici come: “… succedono anche cose un po’ amene; il 7 ottobre perquisizione dei poderi della zona chiedendo ai contadini di mostrare tutte le corde che hanno…”. Altro che amenità! Come detto nel precedente capitolo, uno dei punti di particolare interesse era proprio quello di riuscire ad acquisire elementi preziosi per poter scoprire se la corda con la quale fu legato all’albero Gino Simoncini al momento del suo assassinio fosse in possesso del carnefice prima dell’incontro iniziale con le vittime o acquisita successivamente. Finalmente l’epilogo.

Negli ultimi giorni del mese di ottobre nel bolognese si verificarono numerose rapine tutte eseguite con la stessa metodica, per cui venne intensificata la caccia al/ai responsabile/i. Nei primi giorni di novembre viene finalmente arrestato dai Carabinieri, a Porretta Terme, il presunto autore della criminosa attività nella persona di Gino Bonsignori, residente a Peccioli, noto ricercato il quale, tra l’altro, viene trovato in possesso della cospicua somma di lire novantamila. Messo alle strette, confessa di aver commesso le rapine contestategli. Avvisate le autorità pisane dell’avvenuta cattura, il 5 novembre il Capitano dei Carabinieri Giusti e il Maresciallo dei Carabinieri Franzini Comandante della Stazione CC di Volterra, si recarono a Porretta Terme per tradurre l’arrestato nella Caserma di Volterra, dove fu subito posto a confronto con Alfredo Simoncini il quale senza esitazione alcuna lo riconobbe come l’intruso nel suo podere “Fiorli Secondo” la notte tra il 22 e 23 settembre. Dopo una notte di stringente interrogatorio contestategli una serie di incontrovertibili prove, alle prime luci di un’alba grigia e ventosa, il Bonsignori crollò e confessò l’orrendo crimine. Purtroppo le sue dichiarazioni non furono limpide e lineari, forse con l’intento di attenuare il più possibile la sua colpevolezza. Ammise di aver avuto un complice, poi divenuti due, sempre con definizioni assai vaghe sulla loro identità e comunque tali da non consentirne l’arresto. Poi ritrattò e ammise di essere l’unico esecutore tornando, in seguito alla prima versione.

lnfine, il 22 marzo 1955, venne condannato all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Firenze, ma sulla vicenda rimasero e rimangono tutt’oggi molte ombre. Sappiamo che nel 1984 a seguito delle sue precarie condizioni di salute venne dimesso e ricoverato nella casa Cardinale Maffi di Cecina, dove trovò la morte.

CONCLUSIONE

L’ intensa e tenace indagine messa in atto portò, nell’arco di poco più di un mese all’arresto della figura centrale di questo eccidio, assicurandola alla giustizia, anche se qualche dubbio circa l’esatto svolgimento dei fatti rimase. Le alternanti dichiarazioni di Gino Bonsignori, probabilmente e volutamente esternate quale tentativo di sminuire la propria responsabilità, lasciarono alcune ombre, emerse anche nella motivazione della sentenza che lo condannò alla pena dell’ergastolo. Le prove schiaccianti della sua colpevolezza lo inchiodarono inesorabilmente costringendolo alla confessione. Per quanto detto nell’analisi del fatto, si può concludere che molto più probabilmente il Bonsignori aveva un paio di complici; tutti erano buoni conoscitori della zona; l’agguato era stato organizzato e predisposto a scopo di rapina; l’intrusione del Bonsignori nel podere del Simoncini avvenne prima dei due omicidi finali. Per quanto attiene al percorso, non è da escludere anche l’ipotesi della temporanea separazione: il Bonsignori dalla strada poderale per la rapina al podere “Fiorli Secondo”, il resto del gruppo lungo il corso del botro dell’Alpino per poi ricongiungersi nel botro dell’Ulivello, compiere i due delitti e raggiungere la S.S. 439 all’altezza del Km 12-13.

Purtroppo tre famiglie rimasero costernate dal più profondo dolore e la ferita che questo tragico evento produsse nell’opinione pubblica stentò a rimarginarsi. Rileggendo questa storia, ancorché tragica e triste, ognuno potrà farsi un’idea di quanto avvenne in quel lontano settembre del 1951.

Chi sapeva già, ricordi; chi non sa impari a conoscere.

© Dario Orrù, DARIO ORRU’
Eccidio di Spedaletto, in “La Spalletta”, a. 24 settembre 2011
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Eccidio di Spedaletto
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Un evento che mise in angoscia l'intera comunità volterrana: l'assassinio di tre contadini residenti in tre poderi della fattoria di Spedaletto. L'eccidio del 1951.
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