Quando Ferrucci battè moneta

A condurmi allo studio delle imprese di Ferrucci è sicuramente la fama che lo distinse in tutta Italia e che lo rese eroe della Città Gigliata nel 1530. Francesco Ferrucci, noto anche con il nomignolo di Ferruccio, nacque a Firenze il 14 Agosto del 1489 nella casa in via Santo Spirito, che ancora oggi porta una targa in ricordo dei suoi natali. Sin da giovane, Ferruccio si dimostrò un personaggio attivo nella vita pubblica fiorentina. Contrariamente al volere del padre, sfuggì ad un avvenire dedito al commercio per entrare in un nuovo contesto sociale: quello di capitano di ventura, che gli garantì poi l’immortalità.

Filippo Sassetti1 lo descrive come un “Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lacrimanti, colore vivo, lieto nell’aspetto, scarso nelle membra”; gli scritti del tempo lo ricordano come una persona di grande intelletto, ma troppo spesso propenso a far valere le proprie idee con la forza.

Il suo primo incarico politico fu quello di Podestà di Campi Bisenzio nel 1523, cui seguì poi quello di Radda in Chianti. Al momento della cacciata dei Medici da Firenze, Francesco entrò a far parte delle cosiddette “Bande Nere”.

Durante il periodo in cui incombeva la minaccia Asburgica assieme a quella Papale, Donato Giannotti, segretario dei Dieci della Guerra, riconobbe in Ferruccio la persona più adatta a ricoprire il ruolo di Commissario di Empoli, importante castello per il rifornimento della città del giglio. Ferrucci svolse, assieme ai suoi uomini, un ruolo predominante nello scenario dell’assedio del 1529, e quando Volterra si ribellò ai fiorentini fu scelto per riprendere la città.

Nell’assedio di Volterra iniziò la nota ostilità con Maramaldo2, il quale, proprio in detta occasione, gli inviò un araldo che lo invitò ad arrendersi; di contro, per provocazione (Parelli3 afferma “per paura che fosse inviato con l’intento di spiare”), il Commissario Fiorentino fece impiccare l’innocente messaggero.

Riconquistata la Città e respinte le truppe imperiali, Ferruccio, ormai sulla strada di Pisa, ebbe ordine di rientrare per tentare la liberazione di Firenze dall’esterno; Baglioni, altro Commissario incaricato della liberazione, optò per la negoziazione con gli Imperiali, costringendo Ferrucci a passare da Collodi. Stanco e debilitato dalla febbre malarica contratta in Maremma, Francesco tentò l’ultimo scontro diretto, il 3 Agosto del 1530 nella celebre battaglia di Gavinana. Ferrucci rimase ferito e decise con i pochi uomini rimasti di arrendersi; fu in questa occasione che Fabrizio Marmaldo ordinò la sua uccisione e, al rifiuto dei soldati, impugnò personalmente la spada e gli assestò il colpo definitivo. A questo episodio sono legate le celeberrime parole: “tu dai a un morto” che nella forma italianizzata sono conosciute come: “Vile, tu uccidi un uomo morto”.

Ferruccio divenne un personaggio tra i più noti della penisola, tanto da meritare la citazione in una delle strofe dell’inno di Mameli, la dedica di varie emissioni filateliche, statue e targhe commemorative.

Tra i molteplici atti di Francesco Ferrucci la coniazione di una tipologia monetale è, forse, la meno nota ai più, ma non per questo la si può tralasciare. I maggiori documenti storici che attestano l’esistenza della moneta di necessità battuta dal Commissario fiorentino, lì troviamo nelle copiose lettere che Ferruccio inviava puntualmente ad influenti organi amministrativi: al Magistrato dei Dieci della Guerra, per comunicare i risvolti che assumevano le situazioni belliche di volta in volta e le richieste di ciò di cui aveva bisogno, ed anche in quelle inviate a Federigo II Gonzaga dai suoi agenti segreti.

Proprio in una delle suddette lettere si legge: “Il Ferrucci, Capitano di Volterra, aveva tolto tutti gli argenti di quella città, et similmente di Impole – Empoli – et li faceva battere, et con quelli faceva gente”4; è chiaro che tale documento rappresenti una delle fonti più importanti, se non la più importante, ai fini dello studio di questa monetazione, anche se, da sola, non basta a darne conferma certa. Nello scritto, si intuisce chiaramente che la moneta venne battuta in Volterra, e non in Empoli come sostengono taluni – anche perchè si fa riferimento al titolo di Capitano di Volterra e si parla di Empoli solo in modo sibillino.

Volendo, però, credere all’ipotesi dell’esistenza di una monetazione di necessità empolese i tempi cronologici sono avversi; infatti, in una lettera di Francesco ai Dieci della guerra datata 31 maggio, si legge: “… noi crediamo che il battere arjenti e quattrini che saremo forzati a farlo per non ci essere numerato come per altra si è decto…”5, ma è da ricordare che Empoli fu presa dagli imperiali il 29 Maggio, ragion per cui, Ferruccio non potè disporne il 31 per aprirvi una zecca occasionale.Le fonti ci conducono, quindi, verso l’individuazione di una zecca ossidionale presso Volterra.

In uno scritto del contemporaneo Parelli6 si legge:“… qualunque specie di ricchezza privata fu così manomessa, né si ebbe riguardo alle cose sacre, violandosi il tesoro della chiesa maggiore, dal quale cogli altri arredi furono tolti i bustini argento, dove si serbano le reliquie dei santi. E fu allora che si vide un grandissimo miracolo. Si discorreva dai tesorieri sui modi da usare per far denaro, allorché un nipote di Bartolomeo Tedaldi, percuotendo a ludibrio la barba del simulacro di S. Ottaviano: questo vecchione ci provvederà!; ma subito s’incancrenì una gamba, e dopo tre giorni fu morto. Ma ogni restante d’arredi d’oro e d’argento si fuse e se ne coniarono tanti fiorini gigliati”; si ha poi una testimonianza di Incontri7:“e batterono scudi d’oro e pezzi d’argento di quattro grossi, colla stampa del Giglio e S. Giovanni; i pezzi d’oro di mezzo ducato, da una banda S. Giovanni, e dall’altra scritto in lettere grandi LIBERTAS, e quando un giglio; e per non vi essere buoni maestri, venivano male stampati e tondi”. Ancora abbiamo uno scritto di Sassetti8 che ritengo rilevante: “Ma tornando ora a nostra materia, il Ferruccio, con quella maggior sollecitezza che fosse possibile, attendeva a fare coniare monete di quegli argenti, valendosi in ciò dell’opera d’un orefice fiorentino che era nel suo esercito, e di certi torzelli e punzoni statili mandati a quest’ effetto di Firenze; ma perché vi mancavano la maggior parte degli strumenti principali, battè certe monete quadre, di valore di mezzo fiorino…”.

Molti sono i documenti che parlano di questa zecca ossidionale; nella lettera del 6 maggio 1530, Ferruccio scrive ai Dieci9: “Io veggo che qui è tanta scarsità di numerato, che è quasi impossibile conseguire al desiderio nostro; però, quando paresse alle Signorie Vostre mandare qua qualche homo per battere monete, ci saria qualche facilità, che se ne potria fare battere qualche somma; massime ci sarieno che consegnerebbono argenti, che non hanno comodità di numerato; et la campana grossa del palazzo loro, che penso sia rebbella per avere sonato a martello contro alli ordini più volte, se ne potria fare quattrini; che farebbe la somma di qualche mille di scudi, et penso saria buona moneta”.

La reale conferma delle coniazioni, però, ci deriva dalla corrispondenza di Ferruccio e dell’altro commissario volterrano con il Consiglio dei Dieci, ai quali scrivono il 16 Giugno 1530: “Et da robelli si trarrà poco, et sarà difficile fare denari per questi soldati. Tuttavolta ci andrem valendo di loro il più si potrà, Col battere li argenti. Et mandate quattro torzelli delle stampe mandate, et dua altre stampe di quattro grossi o barili, con loro torselli doppi: e non si manchi subito[…] noi facciamo battere qualche argento di quattro grossi l’ uno, et mezzi ducati d’ oro et seguiremo sino che la materia durerà; che poca ce ne è rimasta…”.

Dai documenti sopra elencati, che Palmieri trascrive minuziosamente nel suo articolo10, si desume che Ferruccio ha sicuramente battuto moneta in Volterra con lo scopo di saldare le spese d’ assedio e dare il prezzo alle truppe; per questo fine si avvalse, secondo le cronache, di un orafo fiorentino presente nelle sue milizie. Dagli scritti si hanno anche descrizioni approssimative delle monete che, a causa dell’assenza di alcuni ferri della zecca e della poca abilità dello zecchiere, vennero malamente stondate; le monete in questione, secondo le descrizioni di Ferrucci sarebbero la moneta da quattro grossi, ovvero il Quinto di Scudo, detto anche Cotale11 – il grosso, valeva 7 Soldi. 4 grossi da 7 Soldi davano un valore di 28 Soldi, ovvero 1 Lira e 8 soldi, corrispondente al valore del Quinto di Scudo – ed il mezzo ducato d’oro.

Analizzando i tipi monetali descritti, possiamo affermare che, tra tutti, il Quinto di Scudo è, forse, il più interessante, data la sua difficile reperibilità; come afferma Galeotti12, nel semestre dell’assedio, venne eletto Signore della zecca Francesco di Conte Peruzzi, il quale, però, morì lasciando il posto a Niccolò di Braccio Guicciardini. Essendo ignoto il periodo preciso della successione avvenuta prematuramente, non possiamo conoscere con certezza lo stemma con cui sarebbe contrassegnata l’emissione da noi analizzata – salvo il fatto, non troppo improbabile, che Ferruccio non ne abbia apposto uno proprio. Rimane, dunque, come unica discriminante quella del tondello tagliato male. Secondo Galeotti, l’emissione Volterrana del Cotale potrebbe distinguersi anche per il contenuto intrinseco di fino. Egli, infatti, suppone che non ci siano stati né tempo, nè mezzi, tantomeno le capacità per ottenere la stessa lega e ci si sia limitati ad utilizzare l’argento come risultava dalla fonduta degli oggetti metallici.

Come abbiamo già detto, altra notevole emissione, citata dal Sassetti e da Incontri, è il mezzo ducato d’oro, moneta, come afferma Galeotti, tipicamente di necessità. Il tondello in questione è di notevole interesse: non se ne conosce, infatti, una corrispondente in Firenze; il conio del pezzo in questione venne indubbiamente preparato a Volterra. Le cronache ci informano che venne incaricato della sua preparazione un orefice fiorentino il quale allestì gli attrezzi per una moneta che riportasse da un lato l’impronta di S. Giovanni e dall’altra quella del giglio fiorentino – che a causa della sua incompetenza risultava deforme e stondato – o talvolta della scritta “LIBERTAS”. Il mezzo Ducato aveva valore di 3,10 Lire13; l’unica motivazione che giustifichi la scelta di questo tipo monetale è l’esigenza di avere un mezzo di pagamento aureo inferiore al Ducato, misura troppo elevata per una destinazione bellica.

Suppongo che i Fiorini Gigliati di cui ci parla Parelli14, altro non siano che questi stessi Ducati e non i Barili d’oro richiamati da Arrigo Galeotti, monete estremamente rare e poco citate dalle fonti anche nelle loro varianti Fiorentine15. Appaiono, poi, di rado, anche i Quattrini che i Capitani di Volterra nominano nella loro lettera con il proposito di ottenerli dalla campana di allarme; in realtà, di questi non si hanno poi riscontri nelle cronache, così come anche dei barili d’argento di cui si chiedevano le matrici a Firenze.

La molteplicità di fonti coeve e la coerenza con cui esse trattano l’argomento, mi spinge fortemente a credere che esista un fondo di verità dietro questi scritti; tuttavia, nonostante alcuni tentativi di ricerca operati in diversi musei e collezioni private, non sono riuscito a trovare nessuna moneta che corrispondesse alle descrizioni desunte dai documenti. Credo, comunque, che, se realmente Ferruccio abbia battuto moneta, presto o tardi, qualcosa tornerà alla luce; termino dunque questo mio articolo con l’augurio che, leggendolo, collezionisti, studiosi e commercianti possano porre maggiore attenzione alle monete corrispondenti al periodo trattato che saranno loro sottoposte, e possano magari riconoscere con occhio più attento l’esemplare sopra descritto.

© Magdi Nassar, MAGDI NASSAR
Quando Ferrucci battè moneta, “Il Tondello. Rivista Curata e Redatta dal Circolo Giovani Numismatici”, vol.1. a. 2012
1 Sassetti Filippo – Vita di Francesco Ferrucci, in “Archivio Storico Italiano”, vol. XL II, tomo IV, parte II. Firenze 1853.
2 Fabrizio Maramaldo fu un capitano di ventura calabrese al soldo delle truppe imperiali Spagnole.
3 Giovanni Parelli – “Calamitas seconda Volaterrana” (1538)
4 Carlo Morbio – Monete ossidionali sconosciute, in Periodico di Numismatica e Sfragistica”, an. I, 1869, fasc. V. Nell’ opera, M. attesta di aver comperato da un parroco circa cento lettere dirette a
Federigo II Gonzaga dai suoi “agenti segreti”.
5 “Archivio Storico Italiano”, pag. 663
6 Parelli Giovanni – “Calamitas seconda Volaterrana” (1538) [esiste una traduzione di Marco Tabarrini e intitolata Seconda Calamità Volterrana del Can. Giov. Parelli; sincrona narrazione dei fatti del ferruccio a Volterra nel 1530 – Versione dal latino di Marco Tabarrini (Firenze 1889)] (pag.31 della traduzione).
7 Incontri Camillo – “Infortuni occorsi nella città di Volterra nell’ anno 1529 e 1530 mediante la guerra di Firenze notati giornalmente per me Camillo Incontri come occorrevano”.
8 Sassetti Filippo, citazione in A.S.I., pag. 506
9 “Archivio Storico Italiano”, pag. 663
10 Palmieri Palmiero – La monetazione di Francesco Ferrucci in Volterra (1530) in “Miscellanea Numismatica”, a cura di Memmo Cagiati, anno III, nn. 1-2, 1922
11 La moneta è estremamente rara anche nella variante conosciuta, ha il valore di una Lira e 8 Soldi; il nome Cotale, rimasto nel gergo degli studiosi e collezionisti, è in realtà frutto dell’errore di Orsini; studi relativamente più “recenti” (C.Franco – “correzione ad un paragrafo della crusca”, 1903) hanno dimostrato che, dalla provvisione del 4 Agosto 1531, il nome ufficiale della moneta è “Quinto di Scudo”
12 Galeotti Arrigo – La monetazione di Francesco Ferrucci, in “Rassegna Numismatica” anno XXIX, Ottobre-Novembre 1932 nn. 10-11
13 Galeotti Arrigo – La monetazione di Francesco Ferrucci, in “Rassegna Numismatica” anno XXIX, Ottobre-Novembre 1932 nn. 10-11
14 Cit. Parelli Giovanni – “Calamitas seconda Volaterrana” (1538) (pag.31 della traduzione)
15 Non ne viene fatta menzione neanche nel libro di Zecca di Firenze.
AA VV Corpus Nummorum Italicorum, Vol. XI – Toscana Zecche Minori, Roma 1929.
AA VV a cura di TRAVAINI Lucia – Le zecche Italiane fino all’Unità. IPZS, Roma 2011.
ALLODOLI Ettore – L’assedio di Firenze, Firenze 1530.
Archivio Storico Italiano.
Miscellanea Storica della Valdelsa, A XXXVIII, 155.
BIANCAMANI Antonio Maria – Liste di Zecche italiane in alcuni autori post CNI.
CIFERRI Raffaele – Repertorio Alfabetico di Numismatica medioevale e moderna, Pavia 1963.
MONTAGANO Alessio – MIR Toscana Zecche Minori.
GALEOTTI Arrigo – La monetazione di Francesco Ferrucci, in “Rassegna Numismatica” anno XXIX, Ottobre/Novembre 1932 nn. 10-11.
GNECCHI E. – F. – Saggio di bibliografia numismatica delle zecche italiane, Milano 1889.
MAZZONI G. – Francesco Ferrucci nel racconto dei contemporanei e nelle sue lettere, Milano 1930.
MORBIO Carlo – Monete ossidionali sconosciute, in “Periodico di Numismatica e Sfragistica”, an. I, 1869, fasc. V.
PALMIERI Palmiero – La monetazione di Francesco Ferrucci in Volterra (1530) in “Miscellanea Numismatica”, a cura di Memmo Cagiati, anno III, nn. 1-2, 1922.
PARELLI Giovanni – “Calamitas seconda Volaterrana” (1538).
ROMAGNOLI – Brevi cenni storici sulla vita di Ferruccio Ferrucci con lettere scritte da Empoli al Consiglio dei Dieci, Firenze, XXV, 53 e CIV 71.
SASSETTI Filippo – Vita di Francesco Ferrucci, in “Archivio Storico Italiano”, vol. XLII, tomo IV, parte II. Firenze 1853.
TABARRINI Marco – Seconda Calamità Volterrana del Can. Giov. Parelli; sincrona narrazione dei fatti del ferruccio a Volterra nel 1530: Versione dal latino di Marco Tabarrini, Firenze 1889.
TRAINA Mario – Gli assedi e le loro monete (491-1861): monete, medaglie e cartamoneta ossidionali battute o emessa in Italia e da italiani all’estero; R. Giannantoni Editore, 1975.
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