Giovan Francesco Pagnini

Giovan Francesco Pagnini è uno di quei benedetti toscani che illustrarono con la loro intelligente attività ed i loro studi economici la loro terra e tutta quanta l’Italia nel 1700. È un volterrano ingiustamente trascurato dagli scrittori di storia locale. È uno di quegli interessanti spiriti nuovi che si adoprarono per il rinnovamento dell’agricoltura e dei commerci nella Toscana dei Lorena.

LA TOSCANA

La nostra regione nel Settecento fu una specie di piccola Svizzera dedita, per impulso e merito di una elite illuminata, al progresso ed al rinnovamento dopo la decadenza medicea. I dotti toscani, come i loro confratelli di altre regioni italiane, cercavano di diventare “cittadini d’Europa e del mondo”, secondo lo spirito della cultura enciclopedista dell’epoca. C’era, del resto, un legame tra la cultura italiana e quella degli enciclopedisti francesi. Nel discorso preliminare dell’Enciclopedia francese si legge: «Nous serions iniustes, si nous ne reconnaissions point ce que nous devons à l’Italie; c’est d’elle que nous avons recu les sciences qui depuis ont fructifié si abondemment dans toute l’Europe».

La Toscana in quel periodo fu un fermento di idee nuove, di dibattiti appassionati, di vivaci polemiche religiose, giurisdizionaliste, agrarie, economiche tra illuministi, giansenisti, i primi massoni, avventurieri e codini. Le tendenze religiose gianseniste, che sfoceranno più tardi nel tentativo di riforme religiose del vescovo di Pistoia Scipione de’ Ricci, si mescolavano con un nuovo indirizzo di economia agricola che voleva risollevare, sotto il paternalismo delle grandi famiglie, l’agricoltura ed il benessere dei contadini. Dopo l’estinzione di casa Medici, Francesco II di Lorena aveva considerato la Toscana come un territorio da sfruttare senza tanti scrupoli. Leopoldo, pur rimanendo, in fondo, un despota che abituò il paese ad attendere ogni vantaggio dal sovrano, si dedicò al rinnovamento di tutti i vecchi ordinamenti. Eliminò il residuo del dominio dei Medici che considerava ancora la regione anacronisticamente costituita da un insieme di territori uniti da trattati speciali e legati al potere granducale considerato un elemento sovrapposto ai diversi comuni della regione. Esisteva ancora un confine tra il territorio di Firenze e quello di Siena; era ancora in vita il Tribunale di Parte Guelfa. Da Livorno a Cortona una balla di lana doveva pagare diritti fiscali per ben dieci volte. Leopoldo riuscì a bonificare la Val di Chiana, tentò la bonifica della Maremma, aprì nuove strade, soppresse particolarismi amministrativi, abolì resti di feudalesimo nelle campagne, ridusse la mano morta e con il nuovo Codice, oltrepassando anche le tesi del Beccaria, soppresse la tortura, la pena di morte e le spese militari considerate inutili, concedendo libertà di commercio anche per i grani, applicando spesso teorie dei fisiocratici o naturalisti1. È di estrema importanza accennare all’influenza del naturalismo economico settecentesco sul pensiero moderno. Esso porta ad una concezione semplicistica della vita e, come conseguenza giunge, in prospettiva, ad una interpretazione economica della storia. Ci arriverà Carlo Marx alla metà del secolo scorso. Per la prima volta, nel Settecento, si tenta di dimostrare che la storia umana rivela l’esistenza e l’azione continua di dottrine e forze economiche. La mentalità di questi scrittori, ovviamente, non è ancora storicista. Ma la concezione dell’uomo economico ha le sue basi in questo pensiero del Settecento. Il pensiero di Marx è un logico sviluppo della cosiddetta scuola economica classica. Il naturalismo universalistico e cosmopolita è passato, sostanzialmente, in Marx e nella sua concezione della vita umana e della storia.

LA VERA DATA DELLA NASCITA

 In questo clima storico visse il nostro Pagnini. Le notizie sulla sua vita non sono molte. Non esistono su di lui biografie o ampie monografie. Sembrava incerta anche la data della sua nascita. Egli nacque a Volterra alle ore 19 del 22 giugno 1714 da Paolo Antonio Pagnini e da Costanza Cangini. L’Enciclopedia Italiana Treccani (p. 930, vol. XXXV) alla voce Pagnini fissa la data di nascita in maniera incerta, o nel 1713 o nel 1715. Lo stesso avviene in tutte le altre enciclopedie e nei manuali in cui è citato il nostro autore. Monsignor Mario Bocci, moderno Angelo Mai, interessato dal sottoscritto, ha rintracciato l’atto di nascita negli Archivi della Cattedrale e lo ha gentilmente offerto alla pubblicazione2.

Pagnini ebbe quattro fratelli: Giuseppe, Ottaviano, Anna Maria, Filippo. Compiuti i primi studi a Volterra egli si recò a studiare a Roma. Qui già cominciavano a diffondersi le nuove idee anche negli ambienti ecclesiastici. Si andavano formando i primi circoli giansenisti molto attivi. Non mi risulta che il Pagnini sia stato un giansenista. Certo è, che giansenismo, illuminismo e fervore di rinnovamento critico si confondevano e si respiravano nell’aria. Forse ci fu in lui una simpatia verso persone ed ambienti giansenisti, nel segno dell’antigesuitismo e nel desiderio di riforme. Il Pagnini aveva un temperamento di empirista, portato più alle realizzazioni pratiche che alle speculazioni teoriche. Dopo gli studi romani egli tornò a Firenze dove incominciò a ricoprire alcuni incarichi governativi. Firenze si stava animando. C’era un battagliero foglio, “Le novelle letterarie”, il primo esempio di giornalismo letterario in Toscana. Lo aveva fondato il 1° gennaio 1740 l’abate Giovanni Lami, simpatica figura di giansenista ed illuminista cattolico. Il Lami ha dato un contributo enorme a preparare spiritualmente la Toscana alle riforme dei Lorena. «Dire la verità con una sincerissima libertà» era una delle sue frasi predilette. Essa può attagliarsi bene al Pagnini, al Paoletti, al Neri, al Tavanti ed a tutti gli altri benedetti toscani di questo periodo. Combattere per la verità, almeno per quella che fortemente si crede che sia la verità, è uno stimolo grande. Lo fu anche per Pagnini.

La vita a Volterra non offriva, anche allora, grandi prospettive di carriera ad un giovane dinamico, aperto, intelligente ed ambizioso. Inoltre l’antico detto nessuno è profeta in patria sua è sempre stato particolarmente vero a Volterra dove è più facile che facciano fortuna, in ogni campo, i forestieri (pronti magari a dire sempre male dei Volterrani). C’era della gente in gamba anche allora a Volterra, dedita agli studi ed anche aperta alle idee moderne. Ma quello che dominava era il quieto tran tran della vita di provincia dove gli avvenimenti più importanti erano le rappresentazioni di un dramma o di una cantata le cui parole erano state scritte dal concittadino abate Mattia Damiani (morto il 28 luglio 1774), lodato per i suoi versi anche dal Metastasio a cui il nostro poeta volterrano dedicò le “Muse fisiche” (1754), cioè composizioni di fisica e filosofia in versi metastasiani. Il Damiani si interessava un poco pure di economia. Nel 1772 pubblicò anche un componimento “In morte di Antonio Genovesi”. Una eco della vita quotidiana della nostra città la si può cogliere nei numeri della “Gazzetta toscana” che si stampava a Firenze nella seconda metà del secolo XVIII. La vita letteraria languiva un poco, fino a far ritenere avvenimenti sensazionali, dal punto di vista artistico, le rappresentazioni teatrali che si tenevano nel Seminario e nel collegio di San Michele, gestito dai padri scolopi. L’unico campo in cui si faceva sul serio era quello delle ricerche archeologiche e dell’antiquariato etrusco. Intorno a monsignor Mario Guarnacci, prelato intelligente e studioso di grande valore, si riuniva tutta una scuola di studiosi e di ricercatori tale da far diventare Volterra la meta ambita di dotti studiosi italiani e stranieri. L’Accademia dei Sepolti, guidata da alcuni valenti cittadini, si dava da fare e dal suo seno usciva (anonima) quella che può considerarsi la prima guida di Volterra. Per il resto, la nostra città compare nelle cronache settecentesche del Granducato o come luogo di residenza vescovile o per le vicine saline o come luogo di confine. Un numero della “Gazzetta toscana” del 1787 riporta un decreto che commina “il confino a Volterra e suo territorio come pena severa”. Verso la metà del secolo destò grande scalpore in tutta Italia il “tenebroso affare” del vescovo di Volterra Dumesnil, incarcerato prima a Firenze e poi morto a Roma, in Castel Sant’Angelo. Ma di questo episodio parleremo un’altra volta.

Volterra era luogo di confine anche prima del sopra ricordato decreto. A Firenze nel 1746 all’Ufficio dell’Abbondanza c’era stata una grossa sottrazione di denaro e di grano3. Erano sparite 99.944 staia di grano. Dopo il processo, che aveva visto imputati ai responsabili ben 39 capi d’accusa, il senatore Gaetani e l’impiegato Libri erano stati relegati a Volterra per sette anni. Per quanto riguarda i prodotti minerari c’è da ricordare che nel 1739 il provento annuo del sale delle nostre Saline era stato di scudi 195.013 al netto di tutte le spese4. Per incrementare le ricerche archeologiche nel 1784 fu accordata alla Galleria fiorentina la prelazione facoltativa di acquistare oggetti di belle arti e di antichità che ai proprietari piacesse vendere, pagandone il prezzo corrispondente alla rarità5. La legge è del 5 agosto 1780 e fu promossa dai Volterrani, molto probabilmente anche dal Guarnacci e dalla Accademia dei Sepolti. È probabile che anche il Pagnini se ne sia occupato.

Si accenna in qualche parte6 anche alla sua passione di archeologo. Mi conforta a credere questo il fatto che Giuseppe Pelli, direttore della Galleria fiorentina, era amico intimo del Pagnini e suo collega nell’Accademia dei Georgofili. Potremmo continuare ancora con queste rapide pennellate di vita settecentesca volterrana ma, nel timore di annoiare il lettore, torniamo al nostro economista.

Come abbiamo detto il Pagnini si ritrovò a suo agio a Firenze dove incominciò a lavorare negli uffici governativi ed a dedicarsi agli studi di carattere storico economico. Fu nominato dal conte di Richecourt, ministro delle Finanze, primo segretario di questo dicastero. Fu poi cancelliere dell’Ufficio delle Decime granducali e direttore dell’Archivio delle Riformazioni che egli riordinò completamente. Per un certo periodo fu anche insegnante presso l’Università di Pisa. Era un assiduo lettore del mensile “Journal Economique”7 allora molto diffuso e letto a Firenze ed a Volterra. Questo giornale riportava anche corrispondenze dall’Italia e, più volte, parla a lungo dell’attività dell’Accademia dei Georgofili8. Entrò anche in profonda amicizia con Ferdinando Paoletti, pievano di San Donnino di Villamagna di Firenze che, per restare a contatto dei suoi parrocchiani contadini, rinunciò alla cattedra vescovile; conobbe poi il Tavanti, altro studioso di problemi economici, il Pompeo Neri, intrattenendo relazioni anche con altri studiosi di problemi economici della Lombardia e del Regno di Napoli. Con questi contatti e con le assidue letture si completava la sua cultura illuministica che lo spingeva anche a tradurre opere di filosofi ed economisti inglesi. Gli scrittori toscani di argomenti economici, infatti, anche se meno noti in campo internazionale dei loro contemporanei lombardi e napoletani, più che star dietro a scintillanti speculazioni teoriche e filosofiche, sono eminentemente pratici ed, in genere, sono funzionari e ministri del governo granducale e si sforzano, con saggio empirismo, di adeguarsi ai problemi, alle possibilità del loro ambiente. Pensavano tutti che l’arte del governo fosse l’arte di dare la felicità a molti uomini uniti in società. Il Pagnini è uno dei più interessanti di questi saggi eclettici.

 LE PRIME OPERE

Nel 1751, insieme ad Angelo Tavanti, pubblicò in Firenze, in due tempi, presso lo stampatore Bonducci, l’opera del filosofo ed economista inglese Giovanni Locke “Ragionamenti sopra la moneta, l’interesse del denaro, le finanze ed il commercio”, traducendola dall’inglese con ampio commento e con un saggio introduttivo assai interessante. Questa opera rivela chiaramente i suoi interessi. Il problema della circolazione monetaria incominciava ad attirare l’attenzione degli economisti illuministi italiani e stranieri. Ci si chiedeva se la moneta aurea ed argentea costituisse l’unica ricchezza ed in genere, in questo periodo, prevalse la tesi di difendere il valore del fino contenuto in ciascun pezzo, condannando le manipolazioni dei principi.

Il Pagnini, quindi, con rara tempestività si inserisce nel dibattito europeo sull’argomento. L’abate Ferdinando Galiani, autore dell’importante trattato “Della moneta”, nelle sue note alla seconda edizione di questa sua opera (1780; la prima era stata stampata nel 1751, contemporaneamente al saggio del Pagnini) loda il lavoro del nostro volterrano di cui si professa amico ed estimatore9. Aggiunge che anche lui, per esercitarsi nella lingua inglese, nel 1774, aveva intrapreso la traduzione di quella opera ma “si svogliò di limarla e pubblicarla appunto perché si era avvisto del disgusto che recava ai lettori quel disordine e quella continuità senza rifiato, come l’aveva composta l’autore”. Quindi dà un ampio riconoscimento alla fatica del Pagnini, ma l’opera dello scrittore inglese è restata, per lui, “orribilmente oscura”. Antonio Genovesi, altro grande economista napoletano contemporaneo, giudica invece l’opera del Locke assai interessante e loda10 entusiasticamente la traduzione del Pagnini. Ritiene anzi, traduzioni del genere molto importanti “e di gran giovamento all’Italia” specialmente quando a tradurle sono i Toscani (come Pagnini), e ciò per due ragioni: perché “i Toscani sono di tutti gli italiani quelli che scrivono meglio la nostra lingua”; poi perché “già ci hanno dato una eccellente traduzione delle lettere del Sig. Locke sulla moneta”. Il Genovesi, quindi, sembra rimpiangere che il Pagnini, o almeno altri economisti toscani, non abbiano continuato nell’opera di “darci nel nostro volgare idioma i principali libri degli Inglesi, Olandesi, Francesi, Spagnoli, trattanti di economia e di commercio”.

L’operetta del Locke è già un saggio interessante per capire certe teorie del Pagnini circa l’impossibilità dei governi di limitare con leggi “la compra del denaro” e circa l’importanza del commercio collegato con l’agricoltura. Parleremo più avanti, con maggiore ampiezza, di questo Saggio introduttivo. Dopo il lusinghiero successo della sua prima opera, il Pagnini si dette ad una intensa attività di ricercatore e di studioso che si concretizzò nella pubblicazione del trattato “Della Decima e di altre gravezze imposte dal Comune di Firenze, della moneta e della mercatura dei Fiorentini fino al secolo XV”, edito in Firenze dal 1756 al 1766 ed a Lisbona e a Lucca nel 1765. È un’opera che, a giudizio di esperti, si legge ancora con notevole interesse ed è citata nella storiografia economica come uno dei primi tentativi di storia dell’economia di una zona in un dato periodo storico. Interessante è anche la parte di questo studio in cui si parla “delle gravezze che si pagano dai lavoratori del contado fiorentino rispetto alle terre che essi lavorano”. L’esame riguarda la situazione dei lavoratori della terra nella zona che si estende per circa 20 miglia intorno a Firenze. Insiste sui difetti del metodo del decimino nella applicazione delle tasse: per lui è una tassa ingiusta, non basata sulla uguaglianza, e che ribadisce la condizione di servi di questa categoria. Inoltre l’esosità eccessiva di tale tassa danneggia gravemente l’agricoltura e perciò se ne propone la riforma. È uno studio metodico, preciso, chiaro e sensato.

Mentre si occupava di queste ricerche per i suoi studi scoprì i due antichi codici omonimi dei due mercanti fiorentini Antonio di Giovanni da Uzzano e Francesco Balducci Pegolotti su “La pratica della mercatura”, scritti il primo nel 1442 e l’altro verso la fine dello stesso secolo. Il Pagnini li pubblicò entrambi, dimostrandosi anche in questa occasione scrittore diligente, giudizioso e seguace del sistema analitico. Egli ricava interessanti notizie sui prezzi dai registri dei suddetti mercanti. Sostiene che l’Italia non ha tratto grandi vantaggi dalla scoperta delle Americhe e delle altre nuove terre. Quelle ricchezze hanno, se mai, fatto diminuire il prezzo delle grasce e della maggior parte degli altri generi. Egli compie un rapporto assai minuto tra il costo delle merci nel ‘400 e nei suoi tempi analizzando il valore delle rispettive monete. Con questo sistema egli trovò che la maggior parte dei prezzi delle grasce e di altri generi nel 1764 erano uguali o più bassi di quelli dei secoli XIV e XV. Ferdinando Galiani, nelle note della seconda edizione della sua opera citata, loda anche questo lavoro del Pagnini ed afferma che i dati, le statistiche che si possono ricavare dai libri scoperti sono di eccezionale interesse11.

Queste pubblicazioni del nostro autore erano molto apprezzate per lo spirito concreto che esprimevano e lo saranno ancora a lungo anche nei primi dell’Ottocento, specialmente dai giovani che intendevano avviarsi ai pubblici uffici12.

Il pensiero economico italiano dell’epoca ondeggia tra la dottrina dei mercantilisti o colbertisti e quella dei fisiocratici. Il Pagnini è abbastanza convinto del carattere relativo delle istituzioni economiche e della necessità di adattarle alle diverse condizioni di tempo e di luogo. Teme anche lui, come elemento disgregatore, l’egoismo umano che sente preponderante nella libera iniziativa privata sbrigliata ed esige che lo Stato lo imbrigli e lo domini. Quindi da una parte rivendica certe libertà ma concede un po’ troppo al dispotismo illuminato del granduca Leopoldo di cui è fedele funzionario.

Non sempre questi ragionamenti tengono conto del bene della persona umana e spesso si concedono carte pericolose all’assolutismo del sovrano.

Il Pagnini è favorevole alla libertà di commercio dei grani ed oscilla, in un innato amore per la natura, tra teorie mercantilistiche e fisiocratiche. Le stesse tesi sostiene qualche anno più tardi Pietro Verri nelle sue “Riflessioni sulle leggi vincolanti principalmente nel commercio dei grani” (1769).

Il suo pensiero sulla moneta è interessante. Non la confonde con la ricchezza ma ne individua con chiarezza la funzione strumentale in una economia nazionale. Non considera l’agricoltura una specie di Pozzo di San Patrizio a cui attingere senza risparmio. In ciò è evidente l’influenza delle opere e della consuetudine di vita di Ferdinando Paoletti, anche lui, forse, di origine volterrana. Il pio pievano di Villamagna era in corrispondenza con Mirabeau, “ami des hommes” e seguiva le idee fisiocratiche: per lui l’agricoltura era la madre ed il sostegno di tutte le arti. Egli scrive nei suoi “Pensieri sull’agricoltura”, una sorta di trattato arcadico, illuminista georgico ed erudito, in cui dominano sulle altre considerazioni, spesso acute, sentimenti di pietà e carità cristiana e di umanitarismo illuminista esposti con candida semplicità. Vi sono significative descrizioni della indifferenza e mancanza di umanità dei proprietari terrieri13: «Non so per quale barbarie sociale il povero va disprezzato e deve mantenersi povero, altrimenti non si troverebbe chi sottopor si volesse al lavoro ed alle fatiche. Quindi è che i miseri contadini son trattati e considerati da gran parte dei ricchi e fortunati possessori, al pari, e forse peggio, degli animali dei loro presepi. E così si pretende di migliorare ed incoraggiare l’agricoltura?… I vostri contadini sono le vostre braccia: è necessario adunque mantenerle sane».

UNA PROPOSTA (FORSE INEDITA) AI GEORGOFILI

È evidente l’influenza di queste idee nella “Proposta alla Accademia dei Georgofili di Firenze a S.A.R. il Granduca il dì 12 agosto 1773” fatta dai deputati Pagnini, Pelli e Paoletti sullo stesso argomento e nella stessa tornata accademica14, per incrementare lo sviluppo dei nuovi metodi di coltivazione in Toscana; tale proposta si prefissa di seguire l’esempio di piani consimili discussi ed attuati in Inghilterra. Non va dimenticato che l’Accademia dei Georgofili era la prima accademia del genere in Europa.

Il Pagnini aveva svolto un’altra relazione il 7 settembre 1767 intitolata: “Dell’olio di sanguine”15. La proposta, forse inedita, si trova in fondo ad un manoscritto della Biblioteca Guarnacci riguardante le gravezze di cui sopra abbiamo parlato. Le idee del Pagnini riecheggiano altre consimili del Paoletti e di altri. Ci limitiamo a dare un breve riassunto di essa. L’autore inizia dicendo un gran bene delle istituzioni politiche ed economiche inglesi, pur riconoscendo che passa una grande differenza tra le facoltà nostre e quelle dell’Inghilterra; anche perché crede “quasi improbabile negli individui toscani quella stessa facilità di ridurle alla pratica”. Insiste poi sulla necessità di ridurre le spese ed i prezzi e loda quanti hanno “di qualunque condizione si siano, migliorato notabilmente qualche parte della agricoltura”. Osserva, quindi, che in diverse città della Toscana esistono Accademie di varia letteratura (pensava certamente anche Accademia dei Sepolti di cui era socio ordinario fin dal 1759) composte di soggetti dotati di talento e di cognizioni non ordinarie. Propone di riunire questi corpi e di metterli in moto, cercando di volgere le loro cure verso il progresso dell’agricoltura. Vorrebbe, in sostanza, la federazione di queste accademie. Una proposta simile fu fatta anche in tempi moderni dal defunto avvocato Tito Cangini, allora consolo della nostra Accademia cittadina. Queste associazioni, sostiene il nostro Pagnini, sarebbero di esempio a tutti i cittadini nei vari centri; propone, poi, la elargizione di premi di incoraggiamento agli agricoltori più meritevoli e insiste sulla necessità di aumentare il bestiame, di regolamentare le acque, di incrementare i boschi.

Propone al granduca la istituzione di una cattedra relativa ai problemi dell’Agricoltura nella Università di Pisa (cioè, una Facoltà di Agraria ante litteram).

Espone poi un progetto, secondo lui, facilmente realizzabile: si dovrebbe esigere “almeno nel territorio delle parrocchie che sono in regio patronato, una qualche non leggera cognizione (da parte dei parroci) così della teorica che della pratica della agricoltura” così che i soggetti che vi concorrono “invece di tante altre inutili sottigliezze, fossero interrogati sopra queste materie”. L’influenza che hanno i parroci sull’anima dei lavoratori di campagna, il comodo che essi hanno sugli altri di farvi delle osservazioni nel tempo stesso che gioverebbe alla migliore conservazione delle rendite della Chiesa, per lo più trascurate, arrecherebbe alla agricoltura in genere dei vantaggi superiori a quelli che non possono produrre gli studi e le applicazioni degli accademici, per lo più residenti nelle città e distratti da altre occupazioni.

Il Pagnini continuò ad occuparsi di agraria fino agli ultimi anni di vita e diresse anche la collezione degli “Opuscoli interessanti l’umanità ed il pubblico e privato bene delle popolazioni e province agrarie” (1773) a sostegno delle libertà economiche.

Egli insiste spesso anche sulla necessità di pagare salari di lavoro proporzionati al prezzo dei viveri. Non si dimentichi che allora erano pochi coloro che guadagnavano abbastanza per potersi sfamare di solo pane. I poveri, quelli cioè che non avevano un pezzo di pane, erano una percentuale altissima della popolazione. Furono proprio queste preoccupazioni che spinsero Leopoldo a promulgare nel 1767 la legge frumentaria che concedeva la piena libertà di contrattazione dei grani e di panificazione che fu l’inizio della ripresa economica della Toscana.

Concetti simili erano ormai per diventare di dominio pubblico nelle elites illuminate. Il Paoletti nei suoi “Pensieri sull’agricoltura”16 riprende queste teorie e cita anche una fonte, cioè “Il Gentiluomo coltivatore” di monsieur Dupuy Demportes. Anzi in una appendice ai suoi “Pensieri”17, stampata nel 1772, polemizza vivacemente contro coloro che avevano affermato essere improprio di un ecclesiastico lo studio dell’agricoltura come lo scriverne e l’insegnarla. Le gravi carestie verificatesi in Italia negli anni 1763-1766 spingevano molti a preoccuparsi di problemi agricoli. Altri, sotto l’impulso dei fisiocratici, preferivano l’investimento fondiario ad ogni altra ricchezza cosicché, interessandosi a problemi agricoli, vedevano balenare dietro la proprietà fondiaria vecchi e nuovi titoli di nobiltà.

IL PROBLEMA DELLA CIRCOLAZIONE MONETARIA

 Il Pagnini non si è occupato solo di problemi agricoli. Lo abbiamo già visto. Nel 1751, abbiamo detto più sopra, pubblicò un “Saggio sopra il giusto pregio delle cose”, introduzione alla traduzione dell’opera del Locke. Non dimentichiamo che il 1751 è anche l’anno del “Manifesto della Enciclopedia francese”. Quelle poche decine di pagine del nostro autore sono piene di osservazioni nuove sul commercio e sulla moneta. C’è una erudizione che non è ornamento superfluo o pretenziosa spocchia, ma serve alla dimostrazione della sua tesi. Il problema della circolazione e del valore della moneta è affrontato da molti scrittori nel Settecento. Se ne occupano il Capello18, il Neri19, il già ricordato Galiani, il Beccaria, il Genovesi, Pietro Verri20, Ustaritz Yeronimo21, oltre il Turgot. Non è nostra intenzione di fare uno studio comparato tra la sua opera e quelle degli altri economisti, anche se, riteniamo che sarebbe assai interessante. Da un’opera del Tavanti22 risulta che intorno al 1751, su di una popolazione in Toscana di poco più di 1.900.000 abitanti, la moneta circolante era di 28 milioni di lire.

Il Pagnini si chiede perché la maggior parte degli antichi e moderni studiosi abbia scritto sulla moneta in maniera così diversa. Egli afferma che la moneta è soggetta alle stesse leggi del prezzo delle cose. Il suo valore è indipendente dalla volontà degli uomini. Il suo prezzo è determinato dalla fatica occorrente per produrla, dalla quantità delle offerte e della domanda.

Per lui è cosa ridicola esercitare una sorta di tirannia sulla moneta. L’autore poi dà una spiegazione del perché i Romani consideravano la moneta come dipendente esclusivamente dalla sola volontà del governo. Secondo il diritto romano, il fondamento e la misura della valùta della moneta era l’autorità assoluta del principe e non la quantità del metallo in essa contenuta e la stima che ne veniva fatta sul mercato. Per il Pagnini, invece, la moneta era uno strumento universale per lo scambio tra persone dipendenti dalla stessa autorità. Non avendo commercio attivo con gli altri popoli, i Romani potevano sottoporre la moneta alla esclusiva volontà del loro governo, ciò che, invece, non può avvenire, secondo il nostro autore, presso i popoli moderni. La posta, la bussola, la stampa e tutte le altre invenzioni, facilitando i contatti, i viaggi, la navigazione, il commercio hanno riavvicinato fra loro i popoli che i Romani consideravano come nemici (c’è qui l’eco del cosmopolitismo illuministico). Quindi tutte le scoperte sono diventate comuni (altro concetto veramente moderno). La eccessiva potenza di una nazione sopra l’altra è divenuta difficile. La conquista e le guerre non sono più, per il Pagnini, una fonte di ricchezza; per tenersi al livello degli altri, gli stati sono costretti a cercare nelle industrie e nel commercio con ogni parte del mondo, le fonti della loro prosperità. Perciò la moneta deve essere vista solo come lo strumento del commercio mondiale. Chi tenta di forzare questo strumento turba il commercio di tutti, danneggia sé stesso e si procura una infinita fonte di guai.

Forse per gli economisti inglesi, a cui si volge di preferenza la simpatia del Pagnini, questa questione poteva sembrare oziosa, perché il loro diritto si è sviluppato (e secondo il mio modesto parere, fortunatamente) al di fuori del diritto romano. Ma per gli italiani, che, fino al codice napoleonico ed oltre, sono stati soggetti alla cosiddetta giurisprudenza romana ed ai suoi infiniti contraddittori interpreti, questa discussione, allora, non era né inutile né oziosa. Il processo delle libertà costituzionali moderne si svolge, in gran parte, al di fuori del diritto romano. A Roncaglia i maestri bolognesi del diritto romano, rivolgendosi a Federico Barbarossa, avevano affermato: «La tua volontà è legge» ponendo così l’imperatore al di sopra della legge in coerenza con l’affermazione del digesto: «Ciò che piacque al principe ha valore di legge». In Inghilterra, fin dal 1200, il giudice Bracton sosteneva che: «Il re è sottoposto alla legge perché è la legge che fa il re»23. Sono due concezioni giuridiche dalle quali si svilupperanno due diverse forme di stato. Il Pagnini, forse confusamente, con la sua simpatia verso gli inglesi, non si lascia incantare dal mito delle aquile romane. Egli crede in quel principio della supremazia della legge che è il maggior contributo del medioevo alla storia del Costituzionalismo moderno. Anche se, in fondo, rimane un fedele cortigiano del granduca. Per lui la separazione tra Romani e Italiani è un fatto compiuto, memore, forse, della smagata visione del Guicciardini. La imitazione degli antichi non è affatto un sacro dovere che spetta ai lontani nipoti per rispetto verso gli illustri antenati.

Non vogliamo aggiungere altro.

Il Pagnini morì a Firenze nel 1789 alla vigilia della Rivoluzione francese.

Avrei voluto presentare ai lettori una stampa con la sua effige. Non mi è stato possibile rintracciarne una qui a Volterra. Ma il ritratto più vero e più duraturo lo si può cogliere dai suoi scritti. Forse i lettori, quelli almeno che son giunti a questo punto, si saranno annoiati. Mi sembra, però, che il solo agitare problemi contemporanei sia sterile. Si rischia di girare a vuoto. Ogni vera cultura è una cultura impegnata, ogni problema affonda le sue radici nel passato. È nuovo e vecchio nello stesso tempo.

Forse oggi i Volterrani sono meno pronti a risolvere certi problemi perché amano meno, conoscono meno la loro città ed hanno, talvolta, perso il contatto con la loro storia che dovrebbe fargli amare di più questa loro terra scontrosa, povera e selvaggia. Giovan Francesco Pagnini è uno dei tanti illustri dimenticati dai Volterrani. Altri, meglio di me, potrà, tornando sull’argomento, parlarne più a fondo. A me è bastato ricordarlo ai nostri lettori. Firenze gli ha dedicato da tempo una via.

Chiudo questo rapido profilo avanzando due proposte: l’editore Feltrinelli si è reso benemerito anche della cultura economica pubblicando, tra i suoi classici a buon prezzo, molte opere di carattere finanziario, economico, giuridico. Potrebbe prendere in considerazione la compilazione nella stessa collana di una antologia di scrittori toscani di problemi economici del ’700, includendovi il nostro Pagnini? L’Amministrazione comunale della nostra città potrebbe intitolare al nostro autore almeno una delle nuove strade? Perché ricorrere sempre a nomi di forestieri anche se illustri?

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Giovan Francesco Pagnini, in “Volterra”, a. gennaio 1965
1 Cfr. A. Fanfani: “Introduzione allo studio della storia economica”, Milano, 1943. Per la parte generale della storia economica del ’700 cfr., sempre del Fanfani, Storia economica. Milano, 1949. Per un cenno su alcuni aspetti del pensiero del Pagnini cfr. G. Pecchia, “Storia della economia pubblica in Italia”, Milano, 1903.
2 Archivio parrocchiale del Duomo, Nati, vol. XVI (dal 1711 al 1725) c. 36/t (Giovan Francesco Melchior del S.r. Paolo Antonio Pagnini). Repertorio G, A.D. 1714 die 23 Junii Re.mus D. Dyonisius de Sermonillis Archid.s et Cur.r. maior Cath.lis Volat. baptizavit infantem natum die 23 D; i hora 19 eius diei ex Paulo Antonio D. Laurentii de Pagninis et ex D. Costantia q. D. Josephi de Canginis, coniugibus ex cura S. Petri, cui impositum est nomen Joannes Franciscus Melchior. Compater fuit D. Dominicus q. franc.i de Giovannellis a Castro Novo Vallis Caecinae et pro eo tenuit D. Antonius Franciscus eius filius ad presens habitans in d.a. Cura S. Petri.
3 A. Zobi, “Storia civile della Toscana dal 1737 al 1848”, Firenze, 1850, vol. I, p. 254.
4 A. Zobi, Ibidem, vol. I, p. 111.
5 A. Zobi, Ibidem, vol. II, p. 358.
6 “Enciclopedia Universale Curcio”, Roma, 1959, vol. VI, p. 4002.
7 “Journal economique ou memoires, notes et avis sur l’agriculture, les artes, le commerce et tout ce qui peut avoir rapport a la santé ainsi qu’à la conservation et a l’augmentation des biens des familles, ecc.”. La stampa era iniziata a Parigi nel 1751 presso Antoine Bondet imprimeur du roi.
8 “Journal economique”, numeri del gennaio 1760, p. 174 e del luglio 1767, p. 331.
9 F. Galiani, “Della Moneta”, Milano, 1963, p. 307.
10 A. Genovesi, “Ragionamenti sul Commercio in universale, in Autobiografia e lettere”, Milano, 1962, p. 283.
11 F. Galiani, op. cit., p. 317.
12 A. Zobi, “Manuale storico delle massime degli ordinamenti economici vigenti in Toscana”, Firenze, 1847.
13 F. Paoletti, “Pensieri sulla agricoltura”, Firenze, 1769, cap. IV, pp. 24 e seg.
14 Biblioteca Guarnacci, Ms. LII 512.
15 Accademia dei Georgofili, “Catalogo delle memorie e comunicazioni contenute negli atti”, p. 88, Atti 169.
16 F. Paoletti, op. cit., p. 21.
17 F. Paoletti, “Veri mezzi di rendere felice la società”, Firenze, 1772.
18 Capello, “Nuovo trattato del modo di regolare la moneta”, Venezia, 1752.
19 P. Neri, “Osservazioni sopra il prezzo legale della moneta, ecc.”, Milano, 1751.
20 P. Verri, “Meditazioni sulla economia politica”, Livorno, 1771.
21 U. Yeronimo, “Teorica y pratica de Comercio de marina”, Madrid, 1724.
22 A. Zobi, op. cit.I, p. 65, app. vol. I.
23 N. Matteucci, “Breve storia del Costituzionalismo”, in “Terzo Programma”, n. 2, a. 1964, p. 119.

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