Giulia dell’Avemarie

Suo marito non era ancora arrivato. Fuori dalla porta della Manifattura degli Alabastri Topi dove lei lustrava i vasi d’alabastro e lui faceva l’ornatista, le aveva detto: “Vai avanti a casa, io vengo fra poco”. Quel “fra poco” ormai lo sapeva, significava che nel tragitto per arrivare per la via della Porta all’Arco, la fermata […]

Suo marito non era ancora arrivato. Fuori dalla porta della Manifattura degli Alabastri Topi dove lei lustrava i vasi d’alabastro e lui faceva l’ornatista, le aveva detto: “Vai avanti a casa, io vengo fra poco”. Quel “fra poco” ormai lo sapeva, significava che nel tragitto per arrivare per la via della Porta all’Arco, la fermata fissa era al Caffè Bardola dove avrebbe lasciato una buona parte dei soldi del lavoro riscosso. Giulia aveva mandato a letto i due figli e si era messa a dipesciare le “avemarie”, così si chiamavano le palline di alabastro forate che partivano a migliaia ogni settimana per adornare una volta colorate a guisa di pietre dure, il collo delle signore di Firenze e di Roma. Si portava il lavoro anche a casa perché i soldi non bastavano mai. Anche Angiolina l’aiutava, la figlia undicenne che aveva anche l’incombenza quotidiana di badare alla casa e al fratello più piccolo. Povera figliola, quante responsabilità nell’età dei balocchi!

Si alzò e si mise sulla porta di casa. Durante il giorno era tutto un transitare di barroccini e asinelli che arrivavano dalle cave di Castellina con il carico di blocchi tondi di alabastro e altri che ripartivano con casse di legno piene di manufatti finiti. L’industria dell’alabastro nel 1870 occupava centinaia di volterrani e la polvere bianca si trovava dappertutto, accatastata negli angoli dei laboratori,sui davanzali delle finestre, nelle vie, usciva da tutte le case, non si toglieva mai dai vestiti, dai capelli e dalle barbe di tutti gli alabastrai. Quando si sentiva triste, sognava. Sentiva parlare di paesi esotici, pieni di abitudini diverse. Pensava ai lavori che sapeva fare suo marito con quella pietra, grappoli d’uva o complicate corone di rose sui bordi di grandi alzate, delicati cigni da lunghi colli posti a sorreggere piatti finemente ornati che erano il vanto della manifattura per cui lavorava. Quelle meraviglie partivano in grandi casse per paesi sconosciuti al di là del mare dove i viaggiatori avevano aperto grossi commerci. Se le immaginava ad abbellire i salotti di persone importanti che nei ricevimenti sfarzosi raccontavano chissà quali magiche fantasie sull’origine di quei pezzi unici. Le mani di suo marito, capaci di creare tanta finezza erano indurite dalla polvere, piene di crepe e ruvide. Quando l’accarezzavano però quelle mani avevano un inconfondibile odore di viole mammole e vento di tramontana.

Suo figlio aveva preso dal padre gli stessi capelli neri e gli occhi verdi, sarebbe diventato anche lui un bravo artigiano, la fantasia non gli mancava, l’aveva già capito e la manualità l’avrebbe imparata col tempo, ma non era tanto sicura che questo sarebbe bastato per affrontare le sorti alterne di questo artigianato, “Spero solo che tu ce la faccia, vorrei che un giorno, nella tua bella casa, fossi tu a presentare e a raccontare le magie di questa pietra ai tuoi invitati famosi e importanti” pensava, mentre vedeva suo marito che scendeva barcollando la discesa.

La storia della lavorazione dell’alabastro a scopo commerciale ha sempre avuto fasi alterne.

Dopo la crisi del 700, Marcello Inghirami Fei, con il suo laboratorio-scuola, riuscì, impiegando maestri stranieri che insegnassero la scultura e il disegno, a riportare una lavorazione di buona qualità.

La raffinata fattura raggiunta dagli allievi della fabbrica.- scuola, permise una ripresa del settore con pregevoli manufatti.

Nel 1840 c’erano 14 fabbriche con 190 addetti fra tornitori e ornatisti; nel 1854 si passò a 323 addetti e 170 donne che lustravano; nel 1862 c’erano 23 botteghe importanti, 500 unità occupate,un notevole numero di apprendisti e lustratici, oltre a molti piccoli artigiani sparsi.

Agli inizi del 1800, con la raffinata manifattura raggiunta partirono i primi viaggiatori dell’alabastro . Niccolò e Vito Viti iniziarono da Firenze, Venezia e nel 1827 sbarcarono in America, a Baltimora con un carico di casse di pregiati lavori e poi si spostarono in tutte le città più importanti. Luigi Veroli si spinse fino in Cina. Il primo viaggio di Giuseppe Viti fu a 8 anni col padre, in America e poi continuò negli anni con viaggi in Messico, India, Perù, Brasile, fino ad essere nominato emiro del Nepal.

Nel 1895 c’erano 650 addetti ufficiali oltre a donne e apprendisti. La tendenza in discesa riprese con la fine del secolo con prodotti scadenti per qualità e arretratezza del gusto senza capacità di rinnovamento. Anche l’iniziativa di un primo Magazzino Comune non servì a salvaguardare la lavorazione e gli addetti.
Per ritrovare una nuova ripresa con stili e modelli nuovi bisogna arrivare all’Art Decò, nacquero così nuove fabbriche importanti, una Scuola d’Arte per l’insegnamento, una Cooperativa Artieri dell’Alabastro per un magazzino unico, il primo art director Umberto Borgna. Statue in varie tipologie di alabastro furono presentate ai saloni di Torino e Parigi con gran successo.

Il crollo di Wall Street nel 1929 bloccò l’importazione in America. Il periodo ante-guerra fu caratterizzato dalla produzione di lampade che riprese con più slancio a guerra finita e gli alti e bassi si susseguono fino al giorno d’oggi.

© Anna Ceccanti, ANNA CECCANTI