I Dissidenti

Che cosa faresti se un giorno scoprissi che i ricordi che hai non sono tuoi? – è così che Sara Zelda Mazzini lancia la prima briciola nel colletto dei suoi assidui lettori. Prude, una domanda che costringe a togliersi la camicia pur di scoprire di cosa si tratta. Poi pubblica un artwork di ottima fattura, un photoshoot professionale ad opera di un talentuoso artista emergente e infine la copertina del suo nuovo libro; briciola dopo briciola tutto si fa più chiaro. Dopo Cronache Dalla Fine Del Mondo, ecco I Dissidenti; la giovane scrittrice emergente toscana si ripresenta al pubblico con un romanzo da leggere tutte d’un fiato, e ancora una volta, direbbe qualcuno, distesa come una mano di pietra sulla cima di un colle che, ora verde e ubertoso ora nudo e spettrale, degrada dolcemente nelle valli del Cecina e dell’Era, Volterra, rivista e reinterpretata nell’ambito del fantasy, si mostra nuovamente con un fascino arcano che promana dalle case addossate, dalle torri mozzate, dalle strade percorse da ombre inquietanti, lastricate nel tempo di sudore e di assurdo che attraversano la storia e la leggenda scavando solchi senza fine nella mente suggestionata degli uomini.

Con l’obiettivo di entrare nel suo mondo di scrittura e imparare a vedere densità, colori e sfumature di chi ha deciso di rendere lo scrivere un’attività quotidiana, Sara ci ha rilasciato un’intervista e in esclusiva una piccola anteprima del libro – che potete comprare su Amazon!

INTERVISTA

Mi cattura il font del titolo, il rosso fluente della donna senza volto e quel serpente tatuato sulla sua schiena. Non giudico un libro dalla copertina, ma la grafica con cui si propone trasuda di creatività, di rimandi misteriosi e fantastici; rispecchia il genere della sua opera?

Naturalmente la donna, il serpente e il colore rosso fuoco dei capelli sono elementi cruciali nella storia, ma per approfondire sarà necessario leggere il romanzo. Spero si noti la facciata del Ferri in dissolvenza sulla pelle della mia protagonista. Anche il graffito di Oreste Fernando Nannetti giocherà un ruolo di primo piano ne I Dissidenti. Vorrei specificare che tutte le grafiche relative al romanzo sono opera di mio cognato, Alessio Grassi, un giovane artista che è già un professionista. Non l’ho scelto come grafico ufficiale in quanto parte della mia famiglia, ma proprio perché il suo stile surreale e al tempo stesso accuratissimo si sposa a meraviglia con quello delle mie narrazioni.

I Dissidenti; potrebbe raccontarci la genesi del suo nuovo libro?

È una storia complicata che inizia ben sette anni fa. All’epoca volevo semplicemente narrare di una giovane donna che attraverso una disastrosa relazione sentimentale si trovasse a scontrarsi con tutte le difficoltà e i pregiudizi che ancora riguardano il suo sesso. Fondamentale era che la storia fosse intessuta di tutti quei simbolismi che la tradizione psicoanalitica ha definito come archetipi, così che a guidarla non fosse tanto l’azione quanto la stessa coscienza della protagonista. Sono tornata molte volte sull’idea iniziale, finché solo un paio di anni fa le ho trovato la forma più congeniale agganciandola alla mitologia norrena, la quale ha vissuto all’inizio del Novecento un revival così potente da portare alla luce contraddizioni insite nella moderna cultura occidentale che sono sempre state sotto gli occhi di tutti, ma che i più si rifiutavano di vedere. Alcuni studiosi affermano che sia stato questo a condurre Friedrich Nietzsche alla follia. E, a proposito di follia, il passo decisivo è stato l’incontro con quello che oggi rimane dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra.

La mitologia norrena si riferisce alla religione tradizionale pre-cristiana dei popoli scandinavi e germanici; in questo suo post lei stessa afferma che la mitologia norrena è il suo principale campo di interesse del momento e senza questo I Dissidenti non sarebbero mai esistiti. Perché tanto interesse per il genere mitologico medievale?

Credo che ogni individuo abbia bisogno di spiegarsi perché si trova nel mondo e la mitologia norrena mi ha fornito l’interpretazione più vicina al mio modo di sentire. È anche la più consona al mio ambiente, poiché da due anni vivo in Baviera, dove sono venuta in contatto con i lasciti di un sovrano che è stato di per sé un eroe mitico, Ludwig II. Attraverso la sua figura e il suo amore per Richard Wagner mi sono letteralmente schiantata sulle gesta degli eroi germanici. La loro era una mitologia estremamente umana. In un contesto sociale basato interamente sulla necessità di conquistare e mantenere i propri territori per mezzo della guerra, gli dèi delle popolazioni nordiche non erano creature sovrannaturali, bensì i più valorosi tra i guerrieri. Come i guerrieri, non erano infallibili e potevano morire. E, difatti, è proprio questo che accade in occasione del Ragnarok, l’apocalisse con cui il vecchio mondo è distrutto per consentire la nascita del nuovo. Inoltre, nel quadro della mitologia norrena le donne avevano un ruolo fondamentale, quanto e forse più di quello riservato agli uomini, essendo esse stesse guerriere. Questa visione delle cose si è resa particolarmente funzionale al mio scopo narrativo, quello ciò di mostrare come la figura femminile abbia subito pesantissime operazioni di demonizzazione e di degrado a partire dall’alto medioevo.

Per Mark Twain era di massima importanza l’orario in cui si approcciava a scrivere, mentre Vladimir Nabokov era esigente in fatto di strumenti: cartoncini bristol a righe e matite ben appuntate, non troppo dure, corredate di gomma; insomma, a ogni scrittore il suo rituale. Lei si rifugia in una casetta in montagna per dare sfogo alla sua mitologia norrena?

Mi piacerebbe, e non sa quanto. I paesaggi ghiacciati hanno sul mio immaginario una suggestione enorme e insieme a mio marito progetto di finire i miei giorni sotto una grande aurora boreale o in una terra dominata dai pinguini. Peraltro, lo spettacolo di una natura selvaggia e incontaminata e l’assenza di distrazioni costituiscono la condizione ideale per scrivere un romanzo. Purtroppo subisco anche il fascino oscuro delle grandi città e soffro terribilmente se chiusa troppo a lungo in un ambiente immoto e silenzioso. Ecco perché alterno periodi di reclusione e riflessione ad altri in cui non posso fare a meno di entrare e uscire dai concerti hardcore, un genere musicale che i più definiscono come rumore. Scrivere un romanzo è stato una fatica immane, proprio perché queste due tendenze contrapposte si scontravano continuamente tra loro e io stessa mi trovavo a sabotare il mio lavoro. Questa tendenza personale si riflette moltissimo in tutto quello che faccio, un po’ come accadeva per Tolstoij. Se in Anna Karenina le due forze che strappavano l’autore dall’interno si sono separate per dare vita a due personaggi completamente diversi tra loro (Anna e Levin), io ho preferito racchiudere il controsenso in un’unica persona ed ecco perché a capo di una vera e propria colonia agricola troveremo un’ex stella del rock internazionale, la figura più mondana che sono stata capace di immaginare.

Ha speso la sua prima giovinezza tra Firenze e Milano e poi si è trasferita a Monaco di Baviera; cosa l’ha spinta ad ambientare un romanzo a Volterra?

Firenze è la città dove sono cresciuta. A Milano ho vissuto per due anni e per altri quattro sono andata e venuta quasi ogni mese. Sono i classici posti in cui ti senti a casa perché è lì che sta la tua famiglia, o qualcuno che ami. A Volterra invece ho trovato la dimensione ideale per il mio spirito, se capisce cosa intendo. È un rapporto iniziato nel gennaio 2009, quando ho deciso di trascorrere gli ultimi giorni delle vacanze di Natale proprio in questa città. Volevo capire perché la Meyer ci avesse messo dentro i vampiri di Twilight. So che le città toscane conservano spesso un’atmosfera suggestiva tra le cinte medievali. Come ha detto una volta qualcuno: i muri ricordano. Volevo sedermi sotto tutte le porte e sentire la loro storia. Nessuno dei miei conoscenti era interessato a venire e così mi misi in spalla uno zaino e una chitarra e partii sola. Presi una stanza in un affittacamere, un luogo che mi è rimasto molto caro e che è finito anche nel mio romanzo, sebbene non se ne menzioni il nome. Ricordo che era molto freddo e soffiava un vento tagliente. La sera cenavo nei ristoranti e sistemavo la mia giacca sulla sedia di fronte, con la sciarpa attorno al “collo” e il cappello sulla “testa”, e fingevo che quello fosse il mio fidanzato. Quando la cameriera veniva a togliergli il coperto mi sentivo dispiaciuta. Credo che sia stato un rito fortunato poiché pochi mesi dopo mi sarei fidanzata con quello che adesso è mio marito. Da allora è rimasto un legame molto forte tra me e la città, tanto che, finché ho vissuto in Italia, non lasciavo mai passare più di sei mesi prima di tornarvi.

Volterra esiste, il manicomio pure e i graffiti di N.O.F.4 sono parte di una realtà della storia locale; il suo romanzo è veramente un fantasy?

Si tratta di un fantasy, dunque si suppone che sia principalmente un’opera di fantasia. A differenza dei romanzi fantasy tradizionali, che sono per defizione ambientati in una terra immaginaria durante il Medioevo, quelli contemporanei spostano l’azione fantastica ai nostri tempi e sono spesso ambientati in America. La tendenza è tanto diffusa che anche moltissimi autori italiani a cui è piaciuto cimentarsi con questo genere di letteratura hanno scelto gli States come campo d’azione. La società americana si presta ottimamente agli scenari apocalittici, per questo è tanto facile immaginarla rasa al suolo da un’invasione aliena o infestata dagli zombie. D’altronde, ogni romanzo “degenerativo” che sia realmente buono, da 1984 di Orwell a Fahrenheit 451 di Bradbury, si fonda sempre su una critica al vigente ordinamento politico e sociale. Ci sono ottimi distopici ambientati in Germania, per via del suo terribile passato recente che sembra aver spazzato via ogni altra pagina di storia da questo paese, ma non ne conosco nessuno che sia ambientato in Italia. Con questo mio lavoro ho voluto rovesciare la tendenza. Volevo un fantasy che fosse tutto italiano e che corresse lungo una grande direttrice dal sud fino al nord del nostro territorio. Per questo motivo ci saranno anche alcune sezioni “on the road”, passando dal cuore di questa direttrice, che individuo a Cantagallo, dove vive una persona molto cara alla mia protagonista.

Percepisco benissimo l’influsso della mitologia norrena che permea la sua opera, soprattutto quando mi parla di uno scenario apocalittico. Che nesso abbiamo tra Ragnarök, il giorno dell’Apocalisse secondo i Vichinghi, e il distopico Ospedale Psichiatrico di Volterra?

Non saprei dire se un nesso ci sia veramente; di certo nella mia testa la cosa è parsa avere un senso. Tengo qui a specificare che la mia decisione di collocare la colonia di cui parlo nel contesto dell’ex manicomio è precedente alla scoperta di come il dottor Luigi Scabia lo aveva organizzato. Quando ho letto il manuale di Vinzia Fiorino sul frenocomio e la terapia del lavoro sono rimasta scioccata, poiché avevo intuito la funzione di quel posto soltanto avventurandomi tra quello che ne resta. Chissà, forse quei muri mi hanno davvero parlato.

La figura femminile è l’assoluta protagonista dell’opera; prendendo in suggerimento alcune sue risposte precedenti immagino una donna di mezza età, stanca del fermento vorticoso della metropoli, delle costrizioni che la società moderna impone e pronta a lasciare tutto alle spalle per seguire un percorso più introspettivo tra la solitudine e la follia. Una donna controcorrente, determinata come la sua musica rock, di cui ne fa un esempio di vita. La formazione ricevuta le permette di rafforzare i suoi princìpi e di affermare la propria libertà di spirito, diventando di conseguenza una dissidente, proprio come i pazienti della colonia agricola manicomiale. Sono completamente fuori strada?

No, direi che si è fatto un’idea piuttosto pertinente. È fuori strada solo per quanto riguarda l’età della donna. La mia protagonista ha infatti trent’anni, un’età considerata come cruciale nella società contemporanea. Se, fino a quasi tutto l’Ottocento, si diventava pienamente adulti attorno ai vent’anni – una tradizione che resiste nel fissare la maggiore età ai diciotto – l’ “invenzione” dell’adolescenza, ovvero una fase intermedia tra l’infanzia e la maturità, ha ritardato considerevolmente questo processo. Nessun ragazzino si sente realmente diverso quando compie diciott’anni e, se non fosse per l’acquisizione di certi simboli come la patente di guida e il diritto di voto, neppure se ne accorgerebbe. Invece il trentesimo compleanno è sempre un passaggio importante. Trenta è un numero che fa spavento, perché si accompagna alle prime rughe e ai ragazzini che ti chiamano “signora.” Spesso tutto questo accade mentre siamo ancora intenti a cercare di capire cosa fare di noi stessi e l’idea di essere ormai una persona a cui sarebbe buona norma cedere il posto sul bus male si sposa con i nostri piani per il futuro, poiché ci fa capire che quel futuro è già arrivato. Nel mondo di oggi abbiamo raggiunto un paradosso per cui la mente inizia a considerare l’idea di maturare solo quando il corpo comincia a invecchiare. Di conseguenza ci sentiamo come se non avessimo mai realmente vissuto quella parte centrale della vita che è la sua piena realizzazione e continuiamo a rimandare, pensando che il segreto sia prolungare ulteriormente quella fase fittizia che chiamiamo adolescenza, ma di fatto non ci sentiamo mai completamente felici.

Quando leggiamo un libro è sempre interessante chiederci quale relazione c’è tra l’autore e il protagonista. Voi quanto vi assomigliate?

Ho scritto per anni della mia vita e a questo proposito è in circolazione da tempo una raccolta di miei racconti brevi, sotto forma di una specie di diario, dal titolo Cronache Dalla Fine Del Mondo, che intendo fare uscire in una nuova edizione corretta e ampliata appena avrò terminato di occuparmi del romanzo. Con I Dissidenti volevo allontanarmi completamente dal genere autobiografico e a questo scopo ho cercato di dare vita propria alla mia protagonista. Di fatto, però, mio marito sostiene che è identica a me.

Immaginandosi il suo libro in negozio, a quali libri lo troverebbe accanto?

Il mio più grande sogno è che possa venire avvicinato ai romanzi di Neil Gaiman, l’autore contemporaneo che più stimo e del quale credo di subire maggiormente l’influenza.

Però in libreria  a novembre non ci sarà, perché, mi pare di aver capito, lei è una seguace del Do It Yourself: per questo si è buttata nel self publishing, prediligendo una pubblicazione online. Come mai questa scelta?

In realtà è stata proprio una mia conoscente, che nel mondo dell’editoria ci lavora, a consigliarmi questa strada. Dopo un’attenta riflessione, l’ho scelta per due motivazioni: la prima è che si avvicina di più alle mie logiche di vita, la seconda è che oggigiorno l’editoria non è più una garanzia. Un sacco di gente scrive libri e pubblicando un’opera con una casa di piccole o medie dimensioni si hanno le stesse probabilità di rimanere sconosciuti che facendolo da soli tramite il metodo self. Le stesse case editrici, annegate di richieste che non riescono a smaltire, spesso si affidano alle classifiche degli E-book auto-pubblicati in vendita su Amazon per scegliere il prossimo romanzo da acquistare e pubblicare, in base al gradimento dei lettori. Ecco perché, se siete interessati a vedere I Dissidenti nelle librerie della vostra bella città, è necessario che vi adoperiate a influire su quella classifica, acquistando il mio libro in formato digitale e “passando parola” a tutti i vostri amici, parenti e conoscenti.

Il self-publishing spesso sfrutta i canali social, si appoggia a particolari siti web tematici, va incontro alle esigenze degli E-book digitali. Se dovesse dunque promuovere I Dissidenti con una sequenza di tags, quali utilizzerebbe?

Guardi, per quanto io stessa mi appelli alle ultime tecnologie (tanto per fare un esempio, l’E-book l’ho impaginato e costruito da sola), detesto le forme di espressione “social”. So che sono necessarie, poiché per comunicare con i giovani occorre usare il loro linguaggio, e fortunatamente riesco ancora ad adattarmi. Ma la scelta dei tag è in assoluto la cosa più difficile per me. Probabilmente mi appellerei al genere del romanzo, che rientra nel filone Distopico, ovvero dipinge una società apocalittica, da incubo, e, più in generale in quello dell’Urban Fantasy, un genere in cui gli elementi fantastici si legano agli ambienti urbani. Le sottoculture urbane sono un altro dei temi che mi sono molto cari e tutto quello che faccio si aggancia sempre a quello che, per amore di anglicismo, siamo soliti definire Underground. Probabilmente sarebbe tutto più facile se, anziché al computer, potessi esprimere i miei tag con la vernice sopra un muro.

E se invece dovesse scrivere un tweet?

Non sono ancora molto pratica di Twitter, essendomi inserita in questo mondo solamente di recente, però esiste già l’hashtag #SiateDissidenti, collegato a una galleria fotografica a cui tutti siete invitati a inviare le vostre immagini ispirate ai personaggi del mio libro o alle sue ambientazioni. Per maggiori informazioni rimando alla pagina ufficiale del romanzo: https://www.facebook.com/IDissidenti

Allora stiamo sul tradizionale; concludendo l’intervista come presenta la sinossi?

In un presente parallelo il mondo che conosciamo è agitato da una guerra tanto invisibile quanto spietata. Madena, detta Mad, è una giovane donna che vive sospesa tra la ricerca di risposte a continue e pressanti domande e i bisogni di una famiglia ingombrante, composta dalla madre, la zia e il fratellino di sei anni. È un’era di anticonformismo a tutti i costi, in cui il nemico da combattere si identifica inevitabilmente con una comunità di individui ordinari che vive secondo valori tradizionali come il lavoro manuale, e rifiutando la celebrità. La ricerca di Mad la condurrà tra le rovine di un vecchio manicomio, da cui i Dissidenti si oppongono allo spirito del tempo con le loro stesse vite. Ma il destino ha già installato in questo luogo anche un oscuro personaggio, e l’inevitabile approfondirsi del rapporto con Mad farà emergere incubi ancestrali dal fondo della loro coscienza, portando alla luce un antico mistero.

ANTEPRIMA

Sto ancora riflettendo su questo concetto quando al di là dell’olocausto di insetti schiantati sul mio parabrezza sono ammessa a contemplare il mosaico dei tetti accatastati alla rinfusa sopra il colle, oltre le cime degli alberi in diverse gradazioni di verde ingrigite dall’ombra della sera. Lungo il viale che costeggia le mura la mia avanzata si arresta contro una parete di reti metalliche a circoscrivere la zona del disastro, annunciata da torce fiammeggianti sparpagliate lungo il bordo della strada, quasi a indicare la direzione da seguire per accedere a una festa. Ma è tutt’altro che festoso lo spirito con cui un manipolo di vigili del fuoco mi allerta agitando le braccia striate di luce riflessa.«Di qua non si passa» mi spiega uno dei vigili sbucando con la testa attraverso il finestrino. «Ma è questa la strada che devo seguire» gli faccio notare, e a conferma gli porgo la stampa con su l’itinerario Google Maps che mi ha condotta fino a qui. Lui respinge il mio foglio di carta e mi dice che non c’è niente da fare. «Mi dispiace signorina, deve tornare indietro.» Sospiro di disdetta, levando uno sguardo pensoso alla città che ci sovrasta. Al di sopra dello squarcio è stato calato un lungo telo di nylon, a mo’ di velo pietoso, che per qualche ragione mi ricorda di quella vecchia amica di nome Laura Palmer, che nel nylon c’era morta. Oltre il telo le porte delle case si aprono sullo strapiombo. «Sa dirmi almeno in quale altro modo posso raggiungere il Teatro Romano?» torno a rivolgermi al mio interlocutore. Quello incrocia i gomiti sullo sportello e caccia le natiche in fuori, in una posa da trattativa che il cinema di Hollywood ci ha abituati ad associare alle passeggiatrici. «Dovrebbe proseguire in questa direzione, ma, come le ho detto, da qui non si passa.» Rimango in attesa dello schiocco di un chewingum che non arriva. «Accidenti» mormoro, alla fine. Non faccio in tempo a riporre la mia stampa che un boato di franata mi sorprende alle spalle e dal cofano bagagli della Sisma sento giungere una grande varietà di suoni metallici. Vedo alcuni vigili lanciarsi sulle reti per mantenerle in piedi, mentre il passeggiatore spalanca lo sportello e mi trascina con urgenza al di fuori del mio mezzo. Il primo istinto idiota su cui il mio cervello si riattiva dopo lo sconcerto, quando il terreno al bordo della strada si va infine riassestando, è quello di verificare lo stato di salute del bagagliaio. La carrozzeria è ammaccata in più punti e ho perfino il coraggio di disperarmi per questo. L’evidenza che un lampione sia crollato, trascinandosi appresso tutto un mondo di rocce e di rami d’alberi recisi, e l’idea che una tempistica di poco anticipata l’avrebbe fatta a me, la festa, rimane segregata sullo sfondo delle mie percezioni, come un messaggio pubblicitario che è passato sullo schermo mentre eri troppo impegnata a pomiciare con il tuo ragazzo. Rendendosi conto che non potrò tornare indietro tanto facilmente, il vigile che mi ha costretta a fermarmi cerca di farmi sloggiare nell’unico modo possibile. «Okay, può passare» mi concede, tenendo d’occhio la strada. «Ma faccia alla svelta.» Rientro in macchina imprecando e attendo che il gruppetto mi liberi il passaggio. Solo dopo aver rimesso in moto mi sovviene l’idea di rivolgere un cenno di ringraziamento al vigile, ormai intento a occuparsi di tutt’altro. Lascio che a guidare la Sisma sia la serpentina che disegna la strada e, totalmente immersa in pensieri che non riesco a decrittare, arrivo col mio crollo di tensione fino al Teatro Romano. Lo riconosco, perché i siti turistici che ho consultato mi avevano indicato la presenza di un grande parcheggio spianato al fianco di uno scavo archeologico accuratamente recintato, e ciò che mi si para adesso innanzi agli occhi corrisponde tanto alla descrizione quanto alle mie aspettative. Quello che non mi ero attesa è la presenza di alcuni camper ronzanti – le porticine spalancate e le finestre illuminate davanti alle quali stazionano individui in calzoncini a fumare sigarette e contemplare la notte nel brusio delle radioline. Sono adulti di ambo i sessi, le facce spigolose e gli occhi pieni di sospetto, e bambini che attendono all’interno, ipnotizzati dagli schermi degli iPad, che qualcuno spieghi loro perché non torneranno a casa neppure questa notte. L’asma del motore della Sisma li attrae tutti nella mia direzione; alcuni continuano a fissarmi anche dopo che il fascio di luce dei fari si è spento. Dopo aver benedetto con un’occhiata un po’ mesta tutte le cose che ho recuperato dal mio alloggio, chiuse in sacchi e scatoloni, decido di mettere al sicuro almeno le scatole di tinta per capelli e le infilo nello zaino che mi lancio sulle spalle. Chiudo l’auto con mani tremanti e mi incammino lungo la salita, superando le spire dei cavi elettrici e le indagini mute dei campeggiatori. A metà strada sento di aver scordato qualcosa di importante e torno indietro per cercarla, rendendomi conto di non sapere cosa sia. Mi capita tra le mani il dipinto del lupo che ha fatto per me il Mendicante e lo porto via con me, per placare la mia angoscia. Sembra funzionare. Le antiche mura sono immerse nella notte e i grandi fari ai loro piedi creano zone di luce innaturale sulle pareti rocciose, nel tentativo di imitare il fulgore delle torce che un tempo vi ardevano certamente a ridosso. Oltre l’arco di pietra che costituisce una delle numerose porte gli edifici sembrano intatti, ma lungo la strada si trova di tutto: pali, travi, calcinacci, blocchi di pietra e perfino strutture in ferro di letti assemblati come in un’opera d’arte contemporanea, di quelle che trascorri tutto il tempo a interrogarti sui possibili significati, e mi chiedo quale forma di istinto più singolare del mio possa aver indotto le persone a cercare di mettere in salvo i propri giacigli. Incontro un grappolo di volontari raccolti nei pressi di una buca che si è aperta ai piedi di una chiesa. Le pietre del selciato giacciono divelte e sparpagliate alla rinfusa attorno al buco, come se la terra avesse ingoiato e vomitato la corazza che la modernità le ha messo addosso. Mi avvicino a una ragazza intenta a dipanare un cordone rosso e «Mi scusi» le dico. Lei mi aggira per fissare il cordone ad alcuni paletti. «Mi scusi» ripeto. «So che avete molto lavoro da fare, ma…» Qui si volta e mi concede di notarmi. «Sì?» «Vorrei sapere se fosse possibile darvi una mano.» «Sei della Misericordia di Saline?» «No.» «Sei iscritta alla Protezione Civile?» «No.» «Hai frequentato almeno il corso di primo soccorso?» «No.» Con un certo imbarazzo penso al modulo che mia madre ha conservato per anni in mia vece e che sarebbe dovuto servire proprio a questo: a iscrivermi a quel cazzo di corso. La vita non manca mai di sbatterti in faccia, prima o poi, tutti i modi più balordi in cui hai preferito ignorare le buone occasioni che ti venivano offerte e che un giorno ti sarebbero riuscite utili. «Mi dispiace, allora. Stando così le cose, non c’è niente che puoi fare» taglia corto la ragazza. «Ma io pensavo che in situazioni eccezionali tutti potessero dare una mano.» «Pensavi male. Dal momento che non hai neppure un minimo di preparazione, saresti soltanto d’intralcio.» Cerca di tornare al suo cordone, ma di nuovo la distraggo. «Pensa che potrei frequentare il corso anche qui?» Lei si dipinge in faccia l’espressione di chi non ha intenzione di capire. «Adesso?» «No, non qui, in questo preciso spazio-tempo. Intendo dire qui, in città. Ho intenzione di fermarmi alcuni giorni e…» «In questo caso puoi iscriverti presso la Croce Rossa, oppure alla Misericordia. Ma ti avviso che ci vorrà molto più che alcuni giorni.» «Quanto, esattamente?» «Solo il corso dura quattro settimane.» Recupero le imprecazioni che ho lasciato poco fa sul luogo della frana. «E non è detto che tu abbia la fortuna di incappare nell’inizio di una delle sessioni» rincara la dose la mia informatrice. «Potresti dover aspettare fino a settembre.» «Ma ci dev’essere un modo per poter fare qualcosa» ululo alla luna. «Senti, ti consiglio di discutere la cosa con i referenti. Magari riusciranno a trovarti una sistemazione o a inserirti all’interno dei corsi già avviati.» «Okay» mi arrendo, dal momento che non riesco a intravedere alternative. «Sa indicarmi l’indirizzo delle sedi? Ci andrò per prima cosa domani mattina.» Ma lei scuote il capo, decisa a distruggere anche le mie ultime speranze. «Non ci troverai nessuno. Domani pomeriggio sarà qui il capo della Protezione Civile e dobbiamo occuparci di un sacco di cose. Senza contare che saremo assediati dalla televisione.» «Potrei ripassare in serata, quando sarà tutto finito. Oppure dopodomani.» «Ancora peggio. Dopodomani arriverà il presidente e la città sarà sede di una parata militare.» «Sabato, allora.» «Il papa. Sabato riceveremo il papa e la città verrà blindata.» «Suppongo che il settimo giorno dovremo aspettarci la visita di Dio.» Qui mi guarda storto per davvero. «Senti, fammi un favore. Se ci tieni tanto a renderti utile, tornatene a casa e lasciaci svolgere il nostro lavoro.» «Lo farò senz’altro. Beh, grazie tante.» Lei ha il buon gusto di non rispondere. Raccolgo il mio bagaglio di frustrazione e mi incammino ciondolando senza meta attraverso il centro storico, scalciando con rabbia i pezzi di intonaco che hanno la malaugurata idea di porsi lungo il mio tragitto. Caccio gli auricolari del mio iPod nelle orecchie e cerco un brano capace di dare un senso alla rabbia impotente che mi sta franando dentro. Con i sensi amplificati dalla musica mi accorgo che per i vicoli bui si aggirano individui sinistri dagli occhi grandi e inquieti e le mani ben nascoste sul fondo delle tasche, come i loro cattivi pensieri. Affretto il passo, iniziando a pentirmi di aver rifiutato la proposta di mia madre di tornarmene a vivere con lei. In Piazza dei Priori l’antico palazzo comunale fa da tramite con la sua torre tra l’umanità e la notte. Una tizia dalla testa enorme sbuca da un lato della piazza, inciampando nei suoi piedi. Si ferma, guarda fisso all’altro lato. Come in un film di David Lynch, dove tutto è di una lentezza impressionante e i movimenti sono scatti improvvisi volti a coglierti di sorpresa e tu sai bene che la sua parte è appena cominciata. Ma lei aspetta. Aspetta il momento perfetto, quello che non te l’aspetti. Le passo di fianco e allora lei si muove. Solo gli occhi. Mi segue impercettibilmente con lo sguardo. Dice: «Scusa» e poi aggiunge qualcos’altro, ma non riesco a capirlo. Mi sfilo un auricolare e chiedo: «Come?» Lei si batte due dita sul polso. «Time» mi chiede. Ma non sembra una domanda. Le rispondo: «Non lo so», poi le indico il grande orologio sopra le nostre teste. Lei non raccoglie l’invito e non smette di fissarmi, come se si aspettasse qualcos’altro. Allora le leggo l’orario indicato dall’orologio: quasi le dieci e mezza. Ma quella continua a ostinarsi nel proprio silenzio e io mi guardo attorno alla ricerca di altre possibili risposte. Quando mi accorgo che non ce ne sono, le dico: «Mi dispiace.» Non so per quale motivo lo dico, ma so che mi sento davvero dispiaciuta. Mi allontano. Lei continua ad aspettare.
© Marco Loretelli, MARCO LORETELLI & SARA ZELDA MAZZINI
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