Le corse dei cavalli in Vallebuona

L’argomento era troppo importante e il sindaco, cav. uff. avv. Alessandro Leonori-Cecina non se lo fece sollecitare. Compreso del suo alto incarico convocò subito la Giunta e sgombrò il tavolo dagli affari di normale amministrazione. Poi, alla Giunta, parlò così, press’a poco:

«Dobbiamo essere convinti della necessità di disciplinare il servizio interno delle corse con i cavalli ed io vi ho convocato per approvarne il regolamento. Servirà di norma e di guida alla Deputazione che il Sindaco nominerà per ogni corsa a venire. Intanto decidiamo di chìamarle Corse alla tonda; così cosa fatta capo ha».

Era la mattina di mercoledì 6 agosto 1902 ed il sindaco poteva andare tranquillamente a desinare. Era soddisfatto di aver deliberato per Volterra e per i Volterranì (diceva lui) nel secolo che era andato appena a incominciare.

Gli assessori presenti erano tre: il cav. Pier Nello Inghirami, il cav. avv. Francesco Paoletti e Aurelio Caioli. E penso e credo che anch’essi siano stati soddisfatti, così come lo erano i componenti della Deputazione.

Quelli della Deputazione però si dimostravano un po’ ostinati quando gli assessori stabilivano di fare un’unica corsa «a gran carriera», invece delle corse al galoppo «alla romana»; lo disse anche il Cronista; lo pensarono anche i Volterrani.

Sul lavoro e nei caffè, in casa e fuori, i Volterrani bisbigliavano; poi confabularono; poi dissero:

– Ma perché togliere quelle a gran carriera?
– Perché sì! – spiegavano quei Signori della Deputazione.
– Ma allora neppure alla romana!, – incalzavano i primi: – Sarebbe come se uno dicesse di ringraziare i Romani, che non furono teneri con noi! –

Ciò nonostante, tra «la tonda» e «la lunga», tra «la romana» e «la gran carriera» i cavalli trottavano e galoppavano, ignari dell’umano contendere anche se baldanzosi nelle loro graziose sgambature.

Bisogna dire tuttavia che questo sistema di fare e di chiamare le corse e le cose in più modi non persuadeva i più.

Una sera però, tra un bicchiere di vino bono e una bottata, uno azzardò, sommessamente: – O se si chiamassero Palio, come a Siena? – E fu così che tutti lo applaudirono.

Poi però, come sempre accade in simili frangenti, ognuno le chiamò a modo suo. Però il regolamento parla chiaro:

Corse alla tonda nell’anfiteatro di Vallebuona

E le prime corse regolamentate furono fatte certamente per il Ferragosto del 1902; ma in realtà si correva anche prima a Volterra. Ho avuto sentore che anche in antico si facessero corse con cavalli, ma erano «alla lunga» e con cavalli «scossi». Pare che partissero da Borgo S. Giusto per arrivare in Piazza dei Priori e venivano chiamate «alla barbera». Ma di queste ne riparleremo.

Raccontano invece i registri della Giunta Comunale di Volterra che Cleomene Beltrami, Tito Cangini e Amerigo Viti (tutt’e tre Cavalieri, guarda caso!), il 28 agosto 1867

«accordano ai Signori Manetti Giuseppe, Taddeini Bartolommeo, Topi Alessandro, Guerrini Giusto, Parenti Francesco, Bocelli Giusto e Barbafiera Giovanni, postulanti, per i giorni 15 e 16 del prossimo settembre, l’uso dell’anfiteatro e del materiale componente lo steccato delle corse, la facoltà di erigere palchi per gli spettatori e di circondare l’anfiteatro con tende o tele da impedire l’accesso e la visuale nell’occasione dello spettacolo».

Per la regolarità, per la decenza, insomma per l’ordine delle corse facevano testo le disposizioni transitorie del Sindaco che si alternarono fino all’anno 1902, accennato di sopra. E fu proprio in questa altalena che le corse presero importanza, fino a divenire la manifestazione più importante dell’anno e della zona.

Ecco perché nel 1891 fu solennizzata la festa dello Statuto con lo spettacolo delle Corse, rimandando ogni altro divertimento. Non fu concessa neppure la chiusura della via delle mura, ma soltanto l’apposizione di tele al muro soprastante.

Cambiavano i tempi e con questi cambiavano le Giunte; cambiavano le Deputazioni e gli Impresari; cambiavano anche i Fantini ed i cavalli ma le corse restavano applaudite da tutti.

Quando vidi la prima volta il «Palio» era terminata da poco la cosiddetta prima guerra mondiale. Mio padre mi teneva al suo fianco nelle fila della «Banda cittadina» che percorse le vie della città al brioso suono della marcia «Monterry». E con «Monterry» si entrò in campo, applauditi dal pubblico.

Da quel giorno troppi anni si sono accatastati sulle mie esili spalle; ma di quel giorno serbo ancora un grazioso ricordo. E per farmelo rinfrescare sono andato a casa dell’ex fantino volterrano «Tabarrino», al secolo Vincenzo Ceppatelli.

Anche suo padre faceva il fantino e lo chiamavano «Tabarre». Si rese popolare in Italia per aver vinto 11 volte le corse del Palio di Siena. E a questo sport volle avviare anche il suo «Tabarrino» facendolo correre la prima volta in Vallebuona nel 1912, a soli diciotto anni, appena raggiunta la maggiore età.

E Tabarrino avrebbe certamente vinto anche la prima volta perché così voleva e manovrava suo padre; ma sull’ultima curva a sinistra si voltò a destra e sbalzò di sella. «Da quel giorno – dice sorridendo – guardo sempre a sinistra».

Nato il dodici giugno 1894, da genitori volterrani, imparò giovanissimo a conoscere le fatiche del lavoro e fin da subito sentì impetuosa e irrefrenabìle la passione per i cavalli. Istruito, smaliziato dal suo Tabarre che gli fu padre ed amico, entrò presto nell’agone sportivo delle «corse alla tonda»; sempre pronto, sempre gioviale. Fu fantino ai primi del secolo poi negli anni venti, poi negli anni trenta: fu insomma il fantino dei volterrani fino all’ultimo palio in Vallebuona.

«Però ne ho vinte di corse: 16 a Volterra; 3 a Montecatini; una a Barberino del Mugello; 2 a S. Donato; 4 a Castelfiorentino ed ho montato cavalli di ogni specie: morelli, sauri, storni, bai, puro-sangue, balzani per i quali il mio babbo mi diceva sempre: il balzano da due dallo via pure; il balzano da tre tienilo per te».

Il poeta Marziale «sul Poggio Volterrano», pp. 60 e 140 ci ricorda Tabarre e Tabarrino in questo modo:

Oh, beate le corse con fantino,
Tabarre, la fanfara ed il semaio,
i palloni che alzava Ferruccino,
la barca dei gelati del Chiccaio!
Laggiù, come sul trono di Minosse,
Bachino stava a dar le buone mosse.
La folla gira il collo, io pure ammiro:
primo e acclamato Tabarrino passa
con l’altro a coda, e dopo mezzo giro
arriva il velocissimo Fracassa.
La banda suona: così almen la gente
passa la sua giornata allegramente.

In effetti il suo valore di fantino fu pari alla sua modestia. Correva alla lunga, alla tonda, alla carriera, alla romana: correva a sella e a pelo e non gli mancarono gli onori. Per questo il migliore elogio va fatto nel ricordo delle acclamazioni, simpatiche ed affettuose, che gli tributavano i volterrani ad ogni vittoria, ad ogni giro di consolazione, oppure a scena aperta quando «trapassava» un avversario. Allora c’era sempre qualcuno che saltava le transenne, per arrivare a premiarlo subito con un bel bicchiere di vino generoso che Tabarrino non disdegnava mai.

«Dalla passione che ci ho sempre avuto ricordo i nomi dei cavalli e dei loro proprietari, ascolta: Chantà del Luschì, col quale ci vinsi tre giorni a fila; Vespa del Barzi, Uppia del Cancellieri; Grana del Martini; Ringredde della sora Daria di Firenze: questa cavallina si chiamava anche Stella bevante perché aveva una bella striscia bianca in fronte che inzuppava in parte quando beveva. E poi Romea, e Pasquino, e Salomè» e chissà quanti ne avrebbe detti se non lo avessi interrotto. Poi riprende con nostalgia:

«La mattina della festa si facevano le prove per ammettere i cavalli e per scartare gli eventuali cavalli ombrosi o comunque non idonei. Poi si andava in Comune dal Sandrini per la formazione delle batterie».

«Una volta, a S. Donato, un fantino mi fece camorra e frustò me e il mio cavallo, per non farmi vincere. Io decisi di rifarmi a Volterra e per questo mio gesto fui sospeso per sei anni. Però, dopo un anno mi riammisero perché i Volterrani si erano schierati dalla mia parte».

«Un’altra volta il Maresciallone voleva che partissi dopo tutti perché voleva far vincere un suo favorito. Io mi rifiutai e qualcuno del pubblico se ne accorse. Allora il Maresciallone s’infuriò tanto che per mantenere l’ordine dette un calcio a Mario di Pentola che andò a finire a ruzzoloni nelle tele. Ecco perché se uno cercava Pentola si sentiva rispondere: E’ nelle tele!».

Questa frase si usa ancora oggi nel Volterrano, per indicare scherzosamente una persona esclusa da una determinata manifestazione o comunque in condizioni tali da non potervi partecipare.

Le «buone mosse» le dava «Bachino», Giuseppe Raspi venditore di vino in Via Buonparenti, e quando tardava a darle si sentiva gridare ironicamente: «Ci hai messo un Bachino!», e anche questa fraseologia è usata ancora oggi nel Volterrano, per caratterizzare o per mortificare la persona oziosa, incaricata di un determinato lavoro che va a rilento.

Poi le «mosse» incominciò a darle Aurelio Gori, detto «Pasticca» e poi Arturo Biondi. Tabarrino li ricorda con simpatia ed aggiunge:

«Conoscevo tutti i fantini; anche il povero Grattapasseri che morì in una corsa a S. Giovanni Val d’Arno. E generalmente in corsa si era nemici, ma talvolta si trovava l’accordo mentre il pubblico non se ne accorgeva e continuava a parteggiare e a stimolare il cavallo preferito».

Oggi tutte queste notizie mi riportano al tempo e mi rivedo in calzoni bianchi a campana e giacchetta celeste, inquadrato nella Banda cittadina, con mio padre, come mio padre aveva voluto.

E nel ricordo rivedo «Tabarrino» in sella, in casacca a bande rosse e gialle, col trofeo al vento, mentre mi tornano alla mente i racconti e le prodezze di «Tabarrino» e di «Pasticca», miei vicini di casa in via di Sotto.

Ridevo dei loro racconti sui «mangia e bei» della centenaria «Poeta», piccina come una bambola e secca come un uscio. Ridevo dell’omino dei palloni aerostatici: voleva prendere il filo del pallone rosso, per calmare un bambino, ma nella manovra gli volarono i palloni ammazzettati.

Il folklore nasceva anche da questi tipi caratteristici; anche da «galantomo», traballante dagli anni e dalla sete, che si ostinava a estirpare i ciuffi d’erba previcaci per non farci inciampare i cavalli e finiva per inciamparci lui.

© Pro Volterra, GIOVANNI BATISTINI
Le corse dei cavalli in Vallebuona, in “Volterra”