I lecci di San Girolamo e l’albero della libertà

Nel dicembre 1847 il governo provvisorio della Toscana istituì la guardia civica e qualche tempo dopo, a Volterra, i canonici Persio Falconcini e Giacomo Leoncini della commissione organizzativa locale si presentarono al convento di San Girolamo per chiedere un sussidio. I frati non erano liberali, ma «considerando essere cosa pericolosa il dare una negativa, si assoggettarono» e s’impegnarono per 10 lire al mese che poi «furono ridotte a sole L. 100» – così si narra nella cronaca del convento.

Nel giugno del 1848 le truppe piemontesi conseguirono la vittoria di Peschiera e dovunque si cantarono i Te Deum di ringraziamento. In città, la sera del 28, il clero al completo andò in processione dal duomo alla chiesa della Madonna «o sia di San Francesco», dove furono presenti anche le autorità civili, la guardia civica e i frati di San Girolamo che – si scrive – «non credettero prudenza rifiutare l’invito, perché se non avessero accettato correvano pericolo di qualche vessazione».

Dopo la fuga di Leopoldo II dalla Toscana e l’insediamento al governo del Guerrazzi, nelle città e in più paesi furono piantati gli «alberi della libertà». A Volterra – la cronaca prosegue – «vollero un leccio del nostro bosco. Era appunto il 26 febbraio 1849 quando una turba di popolani si parte dalla città e viene al convento, chi cantando, chi urlando come matti, chi gridando ‘viva la libertà’, chi bestemmiando. Entrati in convento, ed avuto bere e mangiare, andarono nel bosco ed occhiato un leccio dei più belli, quello atterrarono e lo portarono via colle barbe. Giunti in piazza della città tra gli evviva del popolo, si provarono a erigerlo, ma invano. Le forze e l’ingegno non bastarono. Furono allora costretti cercarne un altro più manevole [sic]; di nuovo eccoli al convento. Ne prendono un altro più piccolo e quello piantarono in mezzo alla piazza di Volterra. Intanto nacquero diversi progetti cosa dovessero fare del primo: chi voleva bruciarlo, chi donarlo ai poveri, chi venderlo, chi renderlo ai religiosi; questa ultima opinione prevalse, fu riportato al convento e ci fu fatta una bella trave».

La concessione dei lecci ai repubblicani fu causa per i frati Minori di «dispetti, oltre gli sfregi, le iscrizioni infamanti che si leggevano nel muro della chiesa» e il fuoco appiccato da ignoti «al portone del prato dal quale passano le bestie per andare alla stalla» nella notte dell’8 marzo 1849. Intanto nel Nord Italia i «tedeschi» (austriaci) volgevano a loro favore le sorti della guerra e il governo provvisorio toscano spaventato ordinava una leva forzata che comprendeva anche i religiosi non professi. Pertanto tre chierici e due terziari di San Girolamo «il 12 d’aprile 1849 dovettero andare in città e soggettarsi alla visita del medico; ma né il medico né altri sapevano ciò che nell’istesso giorno avveniva in Firenze», cioè la rivolta popolare e il rovesciamento della repubblica. Giunta però «a Volterra tal notizia fu un gran suonare le campane a festa nella notte e nella campagna» e anche i frati accesero i fuochi nel bosco e fecero dei «bellissimi doppi». L’albero della libertà piantato nella piazza fu bruciato «con maggiori evviva di quanto vi fu innalzato» poiché – si scrive – gli antiliberali o antirepubblicani erano in «maggior numero, specialmente nella campagna».

Il 29 luglio 1849, a seguito del ritorno di Leopoldo II in Toscana, si cantò un altro solenne Te Deum in cattedrale. La sera i religiosi di San Girolamo misero le luminarie al campanile e alle finestre rivolte verso la città che già era tutta ornata di luci di festa.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
I lecci di San Girolamo e l’albero della libertà, in “La Spalletta”, a. 24 agosto 2013

Lascia un commento