L’orologio astronomico

Sulle origini e le vicende dell’orologio pubblico, collocato sotto la torre del Palazzo dei Priori, sono state già scritte molte cose. Alcune sono state già pubblicate su riviste locali, altre sono ancora in forma dattiloscritta e sono conservate presso la biblioteca Guarnacci. Il mio studio, pertanto, non è altro che un approfondimento su questo tema, […]

Sulle origini e le vicende dell’orologio pubblico, collocato sotto la torre del Palazzo dei Priori, sono state già scritte molte cose. Alcune sono state già pubblicate su riviste locali, altre sono ancora in forma dattiloscritta e sono conservate presso la biblioteca Guarnacci.

Il mio studio, pertanto, non è altro che un approfondimento su questo tema, di cui sono appassionato e studioso, con nuovi spunti critici, storici, tecnici, e con l’apporto di qualche documento inedito.

Nell’adunanza del 3 marzo 1384 i Priori decisero di far costruire un orologio per la torre del loro palazzo “providere, ordinare et reformare quod fiat et actet horilogium in palatio residentie”2.

In data 30 aprile 1384, il Consiglio deliberò quindi di fare le spese ad un maestro di orologi venuto a Volterra da Pisa “pro dicto horilogio fiendo et actando in Palatio” 3.

La cosa non ebbe alcun seguito e solo alcuni anni più tardi vennero avviate nuove trattative con Domenico di Pietro da Castiglion Fiorentino, abitante a Siena, il quale, nel 1393, costru l’orologio e lo collocò al suo posto riscuotendo 135 fiorini d’oro.

Si trattava di uno dei primi orologi pubblici realizzati in Toscana, nei centri di maggiore importanza che faceva seguito a quello di Palazzo Vecchio a Firenze (1353), quello del Palazzo del Mangia a Siena (1360), quello della torre di Pisa (circa 1380) e quello della Torre dell’Ore di Lucca (1391).

Il telaio meccanico, realizzato dal maestro Domenico era collegato con un quadrante esterno sopra la torre del palazzo.

Il quadrante venne ornato e dipinto nel 1433 da due frati Ingesuati di Firenze, certi frate Giovanni e frate Francesco, che abbellirono la “mostra” con le fasi della luna ed altre indicazioni astronomiche. Occorre fare però attenzione a questa notizia, che potrebbe trarre in inganno: le indicazioni astronomiche erano soltanto dipinte esternamente, ma non vi erano ancora congegni astronomici nel meccanismo: la trasformazione dell’orologio, con l’introduzione dei congegni astronomici, avvenne solo molti anni dopo.

Fu infatti soltanto nel 1488 che i Priori decisero di far ricostruire e modificare una parte del congegno meccanico affidando il lavoro ad uno dei più celebri orologiari del momento, Guglielmo di Arrigo teutonico “della Magna Bassa”, abitante a Montaione con la famiglia.

Nell’atto di convenzione con il suddetto artista viene espressamente indicato che egli doveva rinnovare l’orologio per prezzo di 24 fiorini d’oro, inserendo il nuovo congegno della luna: “obligatus it tacere lunam in dicto orilogio ostendente movimenti lune?”.

Come era questo congegno lo possiamo immaginare confrontando l’unico esempio ancora esistente in Toscana di orologio astronomico: quello del palazzo della Fraternita dei Laici, in piazza Grande ad Arezzo, realizzato nel 1552 da Felice di Salvatore da Fossato.

Questo orologio presenta, sopra il quadrante esterno, una sfera di ottone dorato, che gira intorno ad un altra sfera centrale di metallo, messa in movimento da un asta collegata ad una ruota dell’ingranaggio, rappresentando le varie fasi lunari ed il movimento di rotazione del satellite terrestre, intorno al nostro pianeta.

Così, pressappoco, doveva essere composto quello del palazzo dei Priori di Volterra, realizzato da maestro Guglielmo teutonico, nel 1488.

Nel 1581 l’orologio fu oggetto di un importanti interventi di restauro ad opera di maestro Giovanni fiammingo abitante a Firenze “huomo perito et bene istrutto dell’ordine et modo d’horiuoli” il quale riparò molte parti meccaniche consumate dall’uso, come bilichi, ruote, rocchetti, perni e molle, ma soprattutto accomodò la “stella”, cioè la lancetta dorata ed il congegno della luna, riscuotendo 70 scudi.5

Nel 1604 i Priori, constatando che il meccanismo aveva ancora bisogno di riparazione, si rivolsero al Magistrato dei Nove Conservatori della giurisdizione e dominio fiorentino da cui Volterra dipendeva amministrativamente, per stanziare la somma di 50 lire ad un riparatore.

Il lavoro venne affidato a Filippo di Santi Giulianetti, che aveva in cura la manutenzione dell’orologio, il quale riscote 42 lire per “aver rifatto ferramenti e ordigni al oriolo del palazzo”6.

Nuovo restauro di qualche rilievo avvenne nel 1647 ad opera del maestro Tommaso Guerrieri “temperatore” dell’orologio, al quale furono pagate 100 lire per la sua prestazione7. Lo stesso Guerrieri eseguì un’ulteriore riparazione nel maggio 1651 con il compenso di 8 scudi.

Nel settembre 1682 giunse di passaggio a Volterra il frate carmelitano Giovanni Andrea Celli “persona esperimentata in questa professione et in quella fama che si ha che in altri luoghi habbi accomodato altri orologi et anca qui nei borghi l’orologio della contrada di S. Marco”.

I rappresentanti della comunità non si lasciarono sfuggire l’occasione di affidargli la revisione ed il restauro dell’orologio, che era nuovamente guasto, stanziando una somma di 100 lire.

Tra il 1692 ed il 1693 l’orologio venne accomodato da Michelangelo Collarini e Bartolomeo Giannini, i quali provvidero anche ad accomodare il quadrante interno che rimaneva nel salone del palazzo8.

Nuova importante riparazione avvenne nel 1708 a cura del l’orologiaro Giovanni Battista del Guasta, abitante a Colle Valdelsa, che richiese un cospicuo compenso.

L’orologio fu ancora accomodato nel 1715 dal frate Francesco Antonio Bilibani e, tre anni più tardi, da Giovannni Bartolesi, che gia si occupava della manutenzione annuale del meccanismo.

Si susseguirono altri interventi: nel 1732 fu rifatta una ruota con la spesa di 8 scudi; nel 1736 il maestro Nicola Vannucchi provvide a rifare un nuovo ferro della ventola, accomodò un rocchetto ed altre parti meccaniche.

Lo stesso Vannucchi propose, nel 1739, un importante intervento di modifica al congegno dell’orologio. Ma prima di parlare di questo lavoro dobbiamo fare un passo indietro e tornare all’intervento effettuato nel 1708 da Giovanni Battista Del Guasta che, molto probabilmente, aveva trasformato la batteria dell’orologio “alla romana”, cioè suonante di 6 ore in 6 ore con la replica, modificando quella rinascimentale. In tale occasione anche il quadrante esterno era stato riverniciato con 6 cifre romane anziché 12.

Nicola Vannucchi, nel 1739, propose dunque una conversione ed una modifica assai in voga in quel periodo: l’aggiunta del pendolo reale al meccanismo, per conferire maggiore precisione al movimento dello scappamento e la conversione della batteria per riportarla nuovamente a suonare di 12 ore in 12 ore, variando analogamente le cifre indicate sul quadrante esterno da 6 a 12.

Il costo di queste modifiche sarebbe stato di 35 scudi, ma i rappresentanti della comunità non erano convinti della validità del lavoro e stanziarono 30 scudi con la disposizione di riparare alla meglio l’orologio precisando che “non si tocchi, né la mostra né l’oriolo si muova dal luogo dove è presentemente”.

I documenti non sono molto espliciti, ma ritengo che poi il lavoro di modifica sia stato effettuato dal Vannucchi e che il congegno sia stato perfezionato con l’aggiunta del pendolo reale, ma non credo che sia avvenuta la trasformazione della batteria. In occasione del lavoro venne anche sostituita “la stella” ossia la lancetta dorata che indicava le ore sul quadrante.

Nel 1749 il Granduca di Toscana aveva emesso un bando in merito alla trasformazione del tipo di suoneria degli orologi pubblici, intimando alle varie comunità di provvedere alla trasformazione della batteria “alla romana” modificando gli orologi “all’uso oltramontano” cioè con suoneria alla francese, suonante di 12 ore in 12 ore senza la replica.

Fu letta una perizia presentata dal volterrano Carlo Zannetti, organaro ed esperto di orologi che si offriva di effettuare la conversione della batteria alla francese, di riparare il meccanismo antico con la garanzia di 20 anni o di rifarne uno nuovo.

I rappresentanti della comunità discussero a lungo sull’opportunità di lasciare la batteria suonante di 6 ore in 6 ore anziché in 12, all’uso francese, anche per favorire la popolazione che era ormai abituata a questo tipo di divisione del tempo.

Venne presa anche in considerazione la possibilità di affidare il lavoro di conversione al maggiore della guarnigione della Fortezza di Volterra, che aveva già effettuato la modifica all’orologio di quell’edificio e che chiedeva 50 scudi di compenso.

I documenti non precisano se infine il lavoro di riparazione e modifica venne affidato allo Zannetti o al maggiore della guarnigione della Fortezza.

lo stesso Carlo Zannetti accomodò più volte il congegno nella seconda metà del XVIII secolo, intervenendo negli anni 1778, 1779, 1784 e 1790.

Nel 1797 l’orologio fu oggetto di una riparazione ad opera del maestro Domenico Frughi il quale, con un compenso di 237 lire, aveva provveduto ad accomodare il fusto grosso della prima ruota, a riparare il rocchetto della ventola e la ventola stessa, a ritirare i 15 pironi d’acciaio della prima ruota che servono all’ alzata del pezzo del martello, ed aggiustare la scaletta che serviva per la spartizione delle ore 11.

Nonostante tutte queste riparazioni, nel 1798, il congegno antico ormai era divenuto logoro e inservibile e fu pensato di affidare un radicale lavoro di rifacimento ad un abile artigiano.

La scelta cadde sull’orologiaro Vincenzo Farina di Pisa, il quale compilò una sommaria perizia per i lavori di ristrutturazione, chiedendo un compenso di 300 scudi9

Il congegno venne portato nell’officina pisana del Farina e poi nel 1799 ricollocato al suo posto. L’orologiaro ricevette la somma di 2100 lire, impegnandosi mantenere efficiente e funzionante l’orologio per la durata di 5 anni10

Nel 1800 ci si accorse che l’orologio, dopo la ristrutturazione attuata dal Farina, non era così perfetto e fu deciso di richiamare l’orologiaro pisano per correggere i difetti.

Il lavoro di restauro fu effettuato tra il 1801 ed il 1802 dal signor Donato Rosi uomo incaricato dal Farina e caricatore dell’orologio.

Sembrerà strano, ma nonostante tutti gli interventi subiti, l’orologio di Volterra conservava ancora la sua caratteristica di orologio astronomico ed era ancora presente dopo molti secoli di uso, il congegno della luna.

Lo apprendiamo con stupore da una delibera del 29 settembre 1804 relativa all’incarico di manutenzione dell’orologio al maestro Donato Rosi, in cui si precisa che con il compenso annuo di lire 49 egli doveva provvedere al mantenimento “dell’orologio pubblico e della luna”. Lo stesso Donato Rosi, nel 1817, riscosse 40 lire per un nuovo restauro.

Nel 1820 la macchina dell’orologio fu visitata dal volterrano Quintilio Capezzi, meccanico ed organaro, il quale propose alcuni lavori di riparazione, ma la cosa non ebbe seguito.

Nuovi interventi di accomodatura seguirono negli anni 1824, 1826 e 1827 sempre a cura del caricatore Donato Rosi che si occupava anche della manutenzione dell’orologio dell’opera di S. Giusto di Volterra.

Nel 1828 l’ingegnere del circondario predispose una perizia per un importante intervento di restauro che comporta a una spesa di 700 lire. Si offrì l’orologiaro Santi Bruchi di Volterra di volgere il lavoro con la minor somma di 500 lire12. A quanto pare la cosa non ebbe seguito e fu soltanto effettuata una piccola riparazione da parte di Pietro Righi.

Seguirono altri lavori di riparazione nel 1838 e 1840 rispettivamente da Giovanni Ciampelli e Alessandro Millanta.

Nel 1846 la città di Volterra fu scossa da un forte terremoto che provocò danni alla torre del palazzo dei Priori la quale venne consolidata e riparata con importanti lavori che durarono fino al 1851.

Nel 1856 i rappresentanti del comune decisero di far costruire un nuovo quadrante esterno di marmo il quale venne a costare 291 lire. La numerazione era costituita da 12 cifre romane di bronzo applicate al marmo indicate da una lancetta di rame.

In questo periodo non si parla più del meccanismo dell’orologio. Si riprende a parlarne soltanto nel 1870 in occasione di un piccolo restauro effettuato dal caricatore Gaetano Fantozzi.

L’orologio fu riparato ancora tre anni dopo.

Fu probabilmente in questa occasione che venne definitivamente perduto il congegno astronomico della luna, che era caduto in disuso da molto tempo, come precisa lo storico Annibale Cinci13

Finalmente, nel 1928, l’antico telaio dell’orologio, fu sostituito da un moderno telaio di tipo orizzontale costruito dalla ditta Luigi Toninelli e figlio di Cecina, che venne a costare lire 2500.

Attualmente le lancette sono azionate da un congegno elettronico ed il vecchio telaio del Toninelli, giace riposto in una soffitta del palazzo adibito a Pinacoteca comunale. Ecco una breve descrizione tecnica del telaio: “Telaio di tipo orizzontale, in stampo di fusione di ghisa, verniciato di grigio, con torretta rialzata di forma semicircolare. Due cilindri affiancati, con fusto di acciaio, su cui scorrono cavi di acciaio che sorreggono due pesi di pietra scalpellata di antica fattura. TI cilindro della batteria mette in movimento 2 ruote di acciaio, quello del tempo 3 ruote di acciaio. Sul davanti del telaio si trova la ruota partitora di ottone con 22 tacche, che regola una batteria suonante di 12 ore in 12 ore, la mezza ora e la replica dell’ora, mediante asta che era collegata ad una campana. Sopra il telaio si trova una ventola orizzontale composta da una unica paletta di lamiera. Scappamento a caviglie con ruota a pironi di ottone. Asta del pendolo di acciaio e lente di ghisa pesante. Davanti al telaio si trova un quadrantino di regolazione di smalto dove sono verniciate 12 cifre arabe ed il marchio di fabbrica: L. Toninelli Cecina.”

© Accademia dei Sepolti, RENZO GIORGETTI
L’orologio astronomico di Volterra, in “Rassegna Volterrana”, a. LXXV, 1998, p. 85
1. M. BATTISTINI, L’orologio pubblico, in “Memorie Storiche Vollerrane”, Volterra, Tip. A Carnieri, 1922, parte Prima, pp. 12-17; G. BATISTINI, Volterra nel Seicento, Volterra, Gian Piero Migliorini, 1995, pp. 139, 140; G. BATISTINI, Volterra da Napoleone a Porta Pia, settant’anni di storia nostra, Volterra, Grafitalia, 1993, p.lll; L. PANICHI, Regola da seicento anni la vita cittadina, in “Volterra”, XII (1973), n. 2, pp. 13-15; L. PANlCHI, L’orologio di piazza e la sua storia, in “Volterra”, XII (1973), nn.7-8, pp. 14-15; L. PANICHI, Ricerche sull’orologio pubblico, dattiloscritto presso la Biblioteca Guarnacci n.14039 di inventario. Le notizie utili per il mio studio, salvo diversa indicazione in nota, sono state desunte dalle suddette fonti. La documentazione d’archivio consultata dagli autori suddetti, è stata da me controllata e verificata e salvo casi particolari non viene menzionata. In alcuni casi particolari viene citato il riferimento al documento d’archivio che riveste importanza oppure è inedito od aggiuntivo.
2 Archivio Storico Comunale, Volterra, serie A nera, filza n. 24, deliberazioni del consiglio (1381-1399), c. 98 v.
3 Ivi, serie A nera, filza n. 23, deliberazioni dei Priori (1381-1386). c. 92 v.
4 Ivi, serie A nera, filza n. 51, deliberazioni dei Priori (1483-1489), c. 182r; filza n. 52,
deliberazioni dei Priori e del consiglio (1488-1490), c. 49r; cfr. documento n.1 in appendice.
5 ivi, serie A nera, filza n. 116, deliberazioni dei Priori (1581-1598), c. 29v.
6 ivi, serie A nera, filza n. 141, entrata e uscita dei camarlinghi di camera e comune (1604), c. 84v.
7 Ivi, serie A nera, filza n. 176, entrata e uscita dei camarlinghi di camera e comune (1646-1647), c. 12.
8 Ivi, serie A nera, filza n. 216, entrata e uscita dei camarlinghi di camera e comune (1691-1692), c.63, filza n.218, entrata e uscita dei camarlinghi di camera e comune (1693), c. 63.
9 documento n. 2 in appendice.
10 Ivi, serie A’ nera, filza n. 308, saldi della comunità (1798-1805), c. 16.
11 Ivi, serie D nera, filza n. 160, affari e lettere della cancelleria (1797-1798), f 897.
12 Ivi, serie D nera, filza n. 212, affari magistrali (1828), c. nn.
13 A. CINCI, Storia di volterra, Volterra 1885, pp. 7, 8.