La Madonna di Guadalupe

Nell’aprile 1999, l’oratorio di Caporciano, da anni in stato di abbandono, fu oggetto di attenzione da parte di alcuni malintenzionati attratti dalla presenza di un quadro di notevole interesse, un’autentica opera d’arte fino ad allora sconosciuta o quantomeno non reputata tale neppure dagli addetti ai lavori.

La Madonna di Guadalupe, un olio su tela di centimetri 240×160 del pittore messicano Juan Rodríguez Xuárez, dopo essere stato ritagliato in più parti, fu trafugato dall’oratorio. Solo la solerzia delle forze dell’ordine, che già alla fine del medesimo anno avevano recuperato alcuni dei riquadri in cui era stata smembrata, rese possibile, con il successivo ritrovamento dei ritagli residui della tela, la sua ricomposizione egregiamente portata a compimento da Paola Bucci di Piombino sotto la direzione della Soprintendenza alle Belle Arti di Pisa.

Oggi è nuovamente possibile ammirare questo dipinto, della cui reale importanza, è doveroso ammettere, siamo venuti a conoscenza solo grazie ai clamori del furto ed ai successivi sviluppi.

Secondo il racconto tradizionale tramandatoci dal predicatore Miguel Sánchez, nel Messico dell’anno 1531, la mattina del 9 dicembre una Signora apparve sul colle del Tepeyac a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, un azteco di umili origini da poco convertitosi al cristianesimo. Affermando di essere “la Perfetta sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio”, lo incaricò di recarsi dal vescovo Juan de Zumàrraga per riferirgli il suo desiderio di vedere edificato in quel luogo, ai piedi del colle, un tempio a lei dedicato. Juan corse al palazzo vescovile di México, ma il suo racconto non fu preso in considerazione. Verso sera, tornando a casa, incontrò nuovamente la Signora sulla cima del colle e, rammaricandosi per non essere stato creduto, la pregò di affidare l’incarico ad altra persona più degna di lui. La Vergine, dopo averlo confortato, gli chiese di tornare nuovamente dal vescovo per ribadirgli il suo volere. Il giorno seguente Juan riferì nei minimi particolari del suo nuovo incontro, ma il vescovo, non ancora convinto, gli chiese un segno che avvalorasse il suo racconto. Juan Diego ritornò sul colle dove la Signora gli apparve ancora e, dopo averlo ascoltato, promise che l’indomani gli avrebbe fornito la prova richiesta. La mattina dopo, però, dovendosi recare urgentemente in città per cercare un sacerdote che assistesse suo zio Juan Bernardino ridotto in fin di vita, Juan Diego, giunto in prossimità del Tepeyac, decise di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma lungo il cammino, Lei gli apparve ugualmente e, dopo aver dato ascolto alle sue scuse ed averlo rassicurato sulla buona sorte dello zio, lo invitò a salire in cima al Tepeyac per cogliere dei fiori. Juan salì sul colle e inaspettatamente, dato il freddo rigido di dicembre e la particolare aridità del territorio non adatto alla crescita di tale vegetazione, vi trovò una grande quantità di bellissime rose di Castiglia. Ne raccolse un mazzo e lo portò alla Vergine che gli ordinò di consegnarlo al vescovo, perché questo era il segno che lui aveva richiesto. Tornato al palazzo vescovile, al cospetto del vescovo e di altre 12 persone, Juan aprì il mantello per mostrare i fiori ed improvvisamente su di esso, ossia sulla tilma, si impresse e si manifestò alla vista di tutti l’immagine della Vergine.

Era il 12 dicembre. Subito sul mantello si disegnò e si manifestò alla vista di tutti l’amata Immagine della perfetta Vergine santa Maria, Madre di Dio, nella forma e figura in cui la vediamo oggi, così come è conservata nella sua amata casa, nel tempio eretto ai piedi del Tepeyac e che invochiamo con il titolo di Guadalupe.

Di fronte a tale prodigio, tutti quanti i presenti caddero in ginocchio. La mattina successiva Juan condusse il vescovo sul colle per indicargli il luogo dove la Vergine desiderava che fosse eretto il tempio. Juan Diego e suo zio, intanto, vennero ospitati nel palazzo vescovile, mentre l’immagine miracolosa fu subito esposta nella cattedrale per l’adorazione dei fedeli.

La Dolce Signora manifestatasi sul Tepeyac si presentò come una meticcia – Virgen Morenita -, cioè di carnagione scura, e questa sua caratteristica fu comunemente interpretata come prefigurazione della nascita del “nuovo popolo” dei meticci in America Latina.

L’immagine, impressa sulla tilma e straordinariamente rimasta intatta nonostante il trascorrere dei secoli, rappresenta la Vergine in dimensioni leggermente inferiori al naturale (è alta 143 centimetri), con le mani giunte in preghiera, avvolta da una tunica rosa stretta in vita da una cintura viola, che nella tradizione azteca distingueva le donne incinte, e da un manto azzurro cosparso di stelle; appoggia i piedi su una mezza luna sostenuta da un angelo con le ali bianche, rosse e verdi, come il vessillo messicano, ed è circondata da raggi di sole a loro volta contornati da nubi.

Notevole fu da subito la sua fama, anche per i miracoli che le vennero attribuiti, e la sua apparizione all’indio risultò un evento che avrebbe lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura del popolo messicano.

L’immagine della Vergine di Guadalupe, prescelta come emblema dell’insurrezione contro i conquistatori spagnoli che dopo un decennio di dominio avevano ormai segnato il tramonto della civiltà azteca, ben presto, pur in una accentuazione di intreccio tra culto ed evidente elemento patriottico, diventò oggetto di una intensa devozione popolare.

La fortuna dell’immagine ed il culto che ad essa venne tributato non cesseranno di crescere nei secoli seguenti, sino a farne il simbolo del Messico, di cui fu dichiarata patrona nel 1746 da Benedetto XIV, e successivamente la paladina della libertà e dell’emancipazione degli oppressi.

Il santuario dove si conserva attualmente il mantello con l’immagine di Maria è la basilica di Nostra Signora di Guadalupe, inaugurata nel 1976. Proprio a causa della sua asserita origine miracolosa, la Virgen Morenita è oggetto di devozione paragonabile a quella riservata alla Sindone, e dal 1999 è venerata dai cattolici come patrona del continente americano. Riconosciuto dalla Chiesa l’evento miracoloso, la Madonna di Guadalupe viene celebrata il 12 dicembre, ossia il giorno dell’ultima apparizione a Juan Diego e del prodigio della tilma. Giovanni Paolo II per ben due volte, nel 1979 e nel 1990, volle far visita al santuario di Tepeyac, e proprio nella sua ultima visita proclamò beato Juan Diego.

La fama di santità che già in vita aveva accompagnato Juan Diego, è cresciuta sempre più nel tempo, fino ai giorni nostri.

Questi, narra la leggenda, dopo l’esperienza vissuta sul Tepeyac abbandonò tutto e tutti per trasferirsi, in qualità di sacrestano, presso la cappella fatta erigere dal vescovo Zumàrraga in onore della Vergine, dove visse per diciassette anni in penitenza ed in preghiera fino alla morte che lo colse nel 1548, all’età di 74 anni. Il 31 luglio 2002, San Juan Diego fu canonizzato da Giovanni Paolo II.

L’effigie della Madonna di Guadalupe, proprio per la presenza fisica della tela conservata a Tepeyac, fu subito al centro di una vertiginosa glorificazione da parte dei predicatori. Numerosissime furono le repliche della Vergine Morena, e naturalmente fu il Messico il luogo di elaborazione delle iconografie guadalupane e della massima diffusione della sua immagine. Tuttavia i dipinti furono esportati anche in altri paesi: soprattutto in Spagna, dove la devozione per la Morenita si diffuse ampiamente, prima per opera dei frati francescani introdotti in Messico dal conquistatore Cortés nel 1524, e successivamente soprattutto dai gesuiti, che vi fecero arrivare una gran quantità di repliche della Vergine di Guadalupe. Da lì, poi, le tele avrebbero raggiunto anche altri paesi del continente europeo.

In Italia, tranne qualche eccezione come la tela presente in Santo Stefano d’Aveto a Genova, connessa all’importazione del culto novoispanico da parte dei Doria, risulta che le rappresentazioni guadalupane siano state introdotte per lo più dagli adepti messicani alla Compagnia di Gesù, giunti da noi in seguito alla loro espulsione dal paese d’origine nel 1767.

Non è nota la provenienza del quadro dell’oratorio di Caporciano. Crediamo sia comunque possibile metterla in relazione con i beni personali portati in dote da Anna de Miguéis, la ragazza portoghese andata in sposa nel 1858 al conte Boutourline, gestore più tardi, dal 1873 al 1879, dell’impresa mineraria di Montecatini.

Demetrio Boutourline doveva aver conosciuto la futura moglie proprio alla pensione delle suore del Sacro Cuore di Gesù a Roma. Anna de Miguéis Carvalho de Brito de Venda, figlia del barone Miguéis Venda da Cruz, già ambasciatore portoghese presso la Santa Sede, si trovava infatti in quello stesso istituto, allieva della sorella di Demetrio, Anna Petrovna, appartenente alla confraternita delle suore insegnanti.

Lo stesso Demetrio, come altri membri della famiglia, sembra inoltre essere stato particolarmente vicino alla spiritualità dell’ordine della Compagnia di Gesù. Anche se in realtà ebbe poi sepoltura accanto alla madre nel cimitero fiorentino di Giogoli, più volte aveva espresso la volontà di essere “trasportato a Roma e sepolto nella nostra cappella gentilizia al Gesù” dove, come afferma Michaìl Boutourline nelle sue Memorie, “il resto della nostra famiglia ha acquistato, con dispensa papale, una tomba di famiglia in una delle cappelle della chiesa romana del Gesù, appartenente ai gesuiti, in cui io, per carità di Dio, spero proprio di non essere sepolto”.

È probabile, quindi, che l’effige della Madonna di Guadalupe, portata dai padri gesuiti in Portogallo oppure direttamente a Roma, sia poi pervenuta a Montecatini per volontà della famiglia Boutourline, animata sia da grande devozione sia da un particolare legame con la Compagnia del Gesù.

Se questa è da ritenere l’ipotesi più accreditata, non è tuttavia da escludere che il quadro facesse parte di una serie di opere d’arte lasciate in deposito a palazzo Niccolini nel 1839 da Michaìl, zio di Demetrio, dopo aver cessato la sua sfortunata attività di commerciante d’arte ed essersi ritirato definitivamente in Russia.

Così come non si può trascurare la possibilità che a donare la tela all’oratorio di Caporciano siano stati i fratelli Hall, facoltosi uomini d’affari nonché amanti dell’arte, oppure Francesco Giuseppe Sloane, fervente cattolico, famoso per la ricchezza accumulata con la miniera di Montecatini e altrettanto per la sua munificenza, ma noto anche come appassionato mecenate ed esperto amatore di belle arti.

Il quadro conservato nel nostro oratorio, come si evince dalla firma in basso a sinistra, è opera di un noto artista novo ispanico, Juan Rodríguez Xuárez (1675-1728), che all’epoca a cui si fa risalire il dipinto di Caporciano aveva raggiunto in patria la fama di “el mejor pintor de su momento”. È presumibile che la tela sia stata eseguita verso la fine del secondo decennio del Settecento, sia cioè contemporanea all’altra Vergine guadalupana di Juan Rodríguez, datata 1718, presente nella chiesa di Santa Maria della Castagna, nel quartiere genovese di Quarto dei Mille.

L’opera dell’oratorio di Caporciano, come del resto quella ligure di Quarto, segue il modello iconografico divenuto poi prevalente nel Settecento, introdotto dal messicano Juan Correa nel 1667, che affiancava alla replica della figura della Vergine quattro medaglioni raffiguranti le scene delle apparizioni della Madonna a Juan Diego e dell’impressione del ritratto sulla tilma. La successione espositiva dell’evento miracoloso prende inizio nell’ovale in alto a destra, con l’apparizione della Vergine a Juan Diego che fugge spaventato; la scena successiva, in cui l’indio ripone nella tilma i fiori raccolti, è raffigurata nel medaglione in basso a sinistra; in basso a destra vediamo, quindi, il vescovo che si inginocchia davanti all’immagine della Vergine impressa sul mantello di Juan Diego, mentre nell’ultima scena dell’ovale in alto a sinistra, gli angeli sorreggono Juan prima che sia accolto in cielo dalla Madonna. Gli angioletti, presenza costante nelle versioni settecentesche del tema, nel nostro dipinto sorreggono gli ovali con le scene narrative posti agli angoli della tela. Alle illustrazioni dei medaglioni, è qui aggiunta ai piedi della Vergine una veduta del nuovo santuario del Tepeyac, riconoscibile per la cupola e i quattro campanili, finito di costruire pochi anni prima, ossia nel 1709: e questa rappresentazione va ad ulteriore conferma della datazione testé attribuita alla tela.

La Morenita si presenta come “Regina del Cielo” ed appare squarciando le nubi circondata da raggi di luce solare e sorretta da un angelo; ai sui piedi, secondo la visione della Donna dell’Apocalisse, appare bene in vista una falce di luna, in questo caso di colore nero. Indossa una tunica rosa scuro, ricamata in oro con i simbolici fiori mariani, ed è coperta da un manto azzurro rifinito da un bordo dorato e punteggiato esternamente da numerose stelle. Contrariamente alle altre raffigurazioni, non ha la cintura viola che, come già in precedenza accennato, secondo il costume indio era simbolo di una maternità imminente, ma presenta dei vistosi nastri neri avvolti intorno alle mani giunte: e questo, per gli aztechi, era un altro segno che contraddistingueva le donne incinte.

Come fanno notare Lepri e Palesati, non casualmente l’autore fa coincidere il ventre della Vergine incinta proprio con il punto mediano del quadro, volendo così simboleggiare, nel rispetto dell’interpretazione mitologica, la presenza del Dio del Cielo al centro della formazione dell’universo.

Il volto meticcio, pur se caratterizzato da una sfumatura più chiara dell’epidermide che l’avvicina maggiormente al canone europeo rispetto alla versione originale ed alle repliche del secolo precedente, è profezia della nascita del nuovo popolo scaturito dall’incrocio delle razze allora presenti in Messico, ossia di una “umanità nuova” in cui tutte le differenze e le opposizioni si incontrano.

Le tela di Caporciano e quella di Quarto, sono con tutta probabilità le uniche immagini guadalupane opera di Juan Rodríguez Xuárez presenti ad oggi in Italia.

Juan Rodríguez Xuárez, o Juárez, uno dei più importanti interpreti della pittura coloniale della Nuova Spagna, nacque nel 1675 da una famiglia di artisti messicani. Il capostipite, o quantomeno il primo a godere di una certa notorietà, fu Luis Juárez: attivo tra il 1610 e il 1633, con la sua forma pittorica delineò la transizione dal manierismo al barocco. Morì nel 1637, e a seguirne le orme fu il figlio Josè Juárez (1617-1661) che, sposatosi con Isabel Contreras, ebbe una figlia: Antonia Juárez. Dal matrimonio di questa con il pittore Antonio Rodríguez, nacquero quattordici figli, due dei quali, Nicolas Rodríguez Juárez (1667-1734) e Juan Rodríguez Juárez (1675-1728), entrambi nati a Città del Messico, iniziando giovanissimi a frequentare lo studio del padre, proseguirono la tradizione artistica di famiglia.

La pittura di Juan, detto anche il “Carracci messicano” per il richiamo al classicismo di Raffaello e, appunto, di Annibale Carracci (1560-1609), con la sua autonoma forma di espressione rappresentò il punto di cambiamento del gusto pittorico di influenza barocca in quello che fu definito il “secondo barocco messicano” che, con le sue luci e ombre delicatamente contrastate ed i colori brillanti e puliti, si ricollegava agli esiti espressi dall’opera dello spagnolo Murillo (1618-1682), pur annunciando il rococò. Uno stile, il suo, che lo rese popolare in Messico e che fu poi adottato e rielaborato da un altro famoso artista messicano, Miguel Cabrera.

Pittore prolifico, Juan Rodríguez, pur formatosi come ritrattista, fu autore anche di importanti opere di carattere religioso che lo resero famoso tanto da essere considerato l’Apelle messicano.

Suoi sono un magnifico Autoritratto (ca. 1720), una copia del Jura de Felipe V (Giuramento di Filippo V), i ritratti del Virrey Duque de Linares (Viceré Duca di Linares; Pinacoteca Virreinal de San Diego, México, ca. 1716) e dell’Arzobispo de México Don José de Laciego y Eguilaz (Catedral de México, ca. 1714). Un altro ritratto di Don José de Laciego y Eguilaz, firmato da Juan Rodríguez, è conservato nella chiesa di Santa Maria di Viana De Duero in Navarra, inviatovi nel 1720 dallo stesso arcivescovo insieme a un dipinto della Vergine di Guadalupe, opera anch’esso dallo Xuárez. Tra i soggetti religiosi, sono da menzionare due grandi pale, l’Adoración de los Reyes (Adorazione dei Magi) e l’Asunción (Assunzione), eseguite intorno al 1719 per l’altare della cappella dei Re nella cattedrale di Città del Messico. Sue, inoltre, sono quattro rappresentazioni della Vida de Cristo (Vita di Cristo) realizzate per la chiesa della Profesa, sempre nella capitale, ed altre opere minori presenti nella cattedrale e nella chiesa del Carmine di Morelia.

Tutta la produzione artistica di Juan Rodríguez Xuárez è databile dal 1702 al 1720.

© Fabrizio Rosticci, FABRIZIO ROSTICCI
La Madonna di Guadalupe, in “L’oratorio della miniera”, Pisa, Edizioni ETS, a. 2011, pp. 49-61, Fabrizio Rosticci.

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