Clara Begliomini

Luoghi di Esperienza 2009

Volterra non è soltanto un borgo dalle antichissime origini, in cui architettura medievale e scavi etruschi convivono in armonia, ma è anche un luogo in cui l’arte contemporanea trova spazio, creando contaminazioni che affatto ne alterano le sue nobili origini bensì le arricchiscono, offrendo inediti punti di vista e nuove occasioni di riflessione.

Parleremo di una presenza inedita, che da diversi anni a questa parte anima la vita culturale della città e che ultimamente ha dato vita a un itinerario turistico alternativo. Un itinerario molto articolato, caratterizzato dalla presenza capillare di opere d’arte sulle colline che circondano l’abitato, che ne hanno rimodellato la fisionomia rappresentando un valore aggiunto per il paesaggio.

Le installazioni di cui stiamo parlando sono tutte opera di un maestro quale Mauro Staccioli, scultore volterrano di nascita, cittadino del mondo grazie alla sua fama internazionale e alla sua bravura. Giunto all’apice della sua carriera, qualche anno fa ha deciso di rientrare nella sua terra natale, rientro che venne simbolicamente consacrato dall’inaugurazione nel 2009 di una mostra intitolata Luoghi di esperienza 2009.

Alcune opere (dieci delle diciotto allora collocate) sono rimaste sul territorio, andando a costituire un museo a cielo aperto di arte ambientale, testimonianza indelebile di quell’importante evento.

Abbiamo avuto la fortuna di passare una giornata con l’organizzatore di quella mostra, Sergio Borghesi, artista anch’egli nonché amico fraterno del maestro, il quale ci ha accompagnato alla scoperta di queste installazioni disseminate per le dolci colline volterrane.

Si tratta di opere dal forte impatto visivo, ma non per questo deturpanti, e completamente integrate con il paesaggio circostante. Sono opere che il loro autore ama chiamare “segni”: segni sull’ambiente, ma anche segni e simboli del suo vissuto, “luoghi di esperienza”, riprendendo per l’appunto il titolo di quella mostra memorabile. Sembra strano a dirsi, ma tutte queste installazioni colloquiano con Volterra, sempre visibile in lontananza, senza creare disagio in chi le guarda – nonostante le loro forme spesso aspre e spigolose – ma offrendo a essi la possibilità di soffermarsi, di guardare al paesaggio in maniera diversa e con occhi nuovi, creando occasioni di coinvolgimento emotivo, di stretto rapporto tra uomo e ambiente.

Staccioli quindi agisce secondo una comunione di intenti, ovvero non con lo scopo di abbellire la propria terra con i suoi interventi, ma attribuendo a essi significati più alti legati al suo ricordo, che viene racchiuso nelle forme tipiche del suo linguaggio. Forme che in questo modo toccano le corde più profonde dell’anima, quelle dei sentimenti, dell’identità, e che così si nobilitano diventando altro rispetto a un semplice esercizio virtuosistico.

Ne è l’esempio più rappresentativo (e forse anche il più famoso) l’opera Primi passi, situata in località Piancorboli. Si tratta di di una grande ellisse in acciaio corten che dall’alto della collina incornicia il paesaggio sottostante come se fosse un quadro, sul quale spicca un casolare diroccato; un paesaggio che rimarrebbe tale e una collocazione come tante altre se non si tenesse conto del significato recondito che l’artista ha attribuito a essi. L’ellisse infatti rappresenta uno dei “luoghi di esperienza” di Staccioli e vuole porre l’accento su quella contrada e su quel casolare ormai abbandonato ma che in passato fu la casa dei suoi nonni e il luogo in cui lui crebbe e mosse, appunto, i suoi primi passi. Con questo primo esempio è più facile allora capire quanto nelle sue installazioni si condensino valori importanti e quanto tutte le opere non siano completamente scollegate dal contesto in cui si trovano.

E’ il caso anche di Corbano, una specie di triangolo rovesciato posto come a sorreggere quel che resta di una piccola chiesetta preromanica di campagna, Santa Lucia a Corbano. Un’installazione questa – se vogliamo – ancora più suggestiva, forse anche per il contesto in cui si trova; i ruderi di questa chiesa, della quale rimane veramente poco oltre alla piccola abside evidenziata da due bellissimi capitelli corinzi di spoglio, invitano infatti a riflettere sull’inesorabile scorrere del tempo, su quel concetto di vanitas tanto caro ai pittori del Seicento. Spinto da questo spirito ma anche dal rammarico e dal dispiacere nel notare le conseguenze inevitabili dell’incuria su di un bene storico-artistico, Staccioli ha realizzato quest’opera nel tentativo di riportare all’attenzione di tutti l’importanza di questa chiesa in quanto testimonianza storica del cattolicesimo, diffusissimo anche fuori dalle mura di Volterra, fin dalle sue origini.

Assimilabile in parte a questi concetti anche l’opera Prismoidi, che in realtà ha trovato adesso una nuova collocazione nell’abside della chiesa della Badia Camaldolese, anch’essa ridotta a rudere, in occasione della mostra V73.15 (ancora in corso – fino al 31 ottobre 2015 – la mostra testimonia la costante vivacità culturale di Volterra e la sua attenzione nei riguardi della arti visive contemporanee da più di quarant’anni a questa parte, e che trovarono la loro consacrazione nella storica mostraVolterra 73). Si tratta di forme geometriche compatte, disseminate in modo casuale, che in questa nuova ambientazione sembrano porsi in contrasto con l’instabilità di quanto rimane di questa chiesa, ma che allo stesso tempo – alla stregua del triangolo di Corbano – sembrano voler riportare a nuova vita il vetusto ambiente.

Con San Giacomo in Fognano si cambia registro: il grande arco rovesciato simile a una grande virgola posto nel podere omonimo, con le sue forme spigolose sottolinea il paesaggio volterrano in un continuo rimando pare tra forma e natura: la curva dell’arco e la dolcezza delle colline, le punte allungate verso il cielo e l’asprezza della terra dovuta alla sua natura geologica secca e arida. Ne scaturisce un sentimento di legame alla terra forse ancora più intenso, che in questo caso non presuppone altri significati, se non quello del rapporto imprescindibile con essa.

Proseguendo il percorso lungo le strade sinuose di Volterra, ci si imbatte poi in in altre opere, poste proprio sui cigli delle trafficate vie; si tratta dell’Anello in località Poggio di San Martino, de La Boldriae del Tondo pieno, questi ultimi due collocati a poca distanza l’uno dall’altro.

Tutti e tre segni staccioliani per eccellenza, che – ricollegandosi a quanto detto in fase d’introduzione – rallentano la corsa dei passanti e li invitano non solo a vedere ma a guardare, ovvero a contemplare lo scenario racchiuso entro queste cornici. Staccioli quindi medita sul concetto di contemplazione, come appunto sul ricordo e sull’emotività, creando come un fil rouge che lega a sé ogni opera volterrana, senza lasciare niente di intentato.

Anche il Portale collocato sul viale di ingresso alla fattoria di Lischeto, come la grande ellisse, gioca così sulle reminescenze e rappresenta come una soglia del ricordo andando a segnare idealmente la via che i contadini percorrevano ogni giorno dal podere di Persignano (dove si trova il rudere del casolare inquadrato dalla grande ellisse) fino alla fattoria, in cui venivano depositati tutti i raccolti. Scene di lavoro e di vita vissute in prima persona anche da Staccioli bambino, che adesso lui stesso ha voluto rendere tangibili attraverso questi “luoghi d’esperienza” strettamente connessi tra loro perchè accomunati tutti da una stessa filosofia, come possiamo accorgerci con questo ultimo esempio.

Andare alla scoperta di opere talmente intrise di vita rappresenta un’esperienza unica perchè offre la possibilità di vivere Volterra e il suo territorio in modo diverso, più intenso. Perchè permette di conoscere un maestro che, nonostante di strada ne abbia già percorsa abbastanza, nonostante la veneranda età, ha ancora tanto da raccontare, e lo fa nel migliore dei modi attraverso la sua arte.

Accompagnati da una guida d’eccezione, abbiamo avuto la fortuna di stare per un giorno a stretto contatto con un ambiente che ti parla di sé attraverso l’arte, attraverso quell’arte contemporanea che solo in apparenza può apparire vuota, ma che invece è sempre ricca di retroscena e mai lasciata al caso. Ed è proprio in questo che sta la sua bellezza: nel suo farsi tramite di valori e significati che trascendono dalla forma; significati che solo i grandi maestri come Staccioli (non scorderemo mai mentre sfoglia quel catalogo che avrà visto per centinaia di volte con lo stesso entusiasmo certamente dimostrato anche la prima volta, né scorderemo mai quegli occhi liquidi e quella emozione trattenuta a stento di fronte ai complimenti di persone che, come noi, di strada ne hanno ancora da fare per guadagnarsi un posto nel mondo) sono capaci di esprimere, annullando così ogni possibile messa in discussione. Esempi supremi di maestria, ma prima di tutto di umanità e di vita, che auguriamo a tutti di poter apprezzare andando oltre ogni apparenza.

© Marusca Ricciardi, CLARA BEGLIOMINI
Mauro Staccioli a Volterra: Luoghi di Esperienza 2009, in “Oltre Pistoia”
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