Mes̆ullam ben Menaḥem

Meshullam apparteneva a un’abbiente famiglia ebraica il cui capostipite, Buonaventura di Genatano da Bologna, si era trasferito a Volterra agli inizi del Quattrocento.

Meshullam da Volterra, figlio di Menaḥem (detto Emanuele nella documentazione latina) e di una non meglio identificata Dolce di Dattalo (Dattilo), nacque prima del 1443, come si può desumere dal testamento del padre, rogato a Volterra il 21 febbraio 14631.

Meshullam apparteneva a un’abbiente famiglia ebraica il cui capostipite, Buonaventura di Genatano da Bologna, si era trasferito a Volterra agli inizi del Quattrocento. Oltre a Meshullam, Menaḥem ebbe altri figli: Angelo, Lazzaro, Raffaele, Zaccaria e Dolce. In data non nota sposò Perla, dalla quale ebbe almeno tre figli, Iacob, Consola ed Emanuele. Al pari del fratello Lazzaro, Meshullam operò, tra l’altro, come feneratore condotto a Firenze e a Volterra. In questa città tenne banco dapprima in società con i fratelli e con lo zio paterno Abramo, ottenendo in seguito la titolarità delle condotte per circa vent’anni. È peraltro probabile che il banco feneratizio sia stato gestito in comune da tutti i fratelli anche dopo che la titolarità della condotta passò in esclusiva a Meshullam. È noto inoltre che nel 1461, insieme con il padre e il fratello Lazzaro, costituì una società con Buonaventura di Abramo da Siena, che aveva ottenuto, anche a loro nome, una condotta di durata quinquennale ad Arezzo.

La presenza di Meshullam a Volterra è testimoniata da abbondante documentazione: è citato più volte nei registri dei boccaioli del sale, negli anni 1482-83 e 1485-89, quando risulta avere regolarmente pagato la tassa per otto bocche. Inoltre compare, anche a più riprese, nella documentazione pubblica e privata volterrana, spesso insieme con i fratelli.

Benché Volterra rappresentasse con Firenze uno dei fulcri delle attività di Meshullam, egli fu ben lungi dal limitarsi a gravitare attorno a quella città, e poiché affiancava all’esercizio del prestito su pegno l’attività di mercante, la sua presenza è testimoniata in molte altre località per periodi più o meno lunghi, sia nei territori soggetti a Firenze sia in altri Stati, italiani e non. È possibile farsi un’idea degli orizzonti creditizi e commerciali di Meshullam scorrendo le pagine di un diario da lui redatto in ebraico nel 1481 nel corso del suo primo viaggio in Oriente, in occasione del quale visitò numerose località in Egitto e Vicino Oriente. Nel descrivere alcune delle città più importanti Meshullam le raffronta costantemente a quelle italiane, a lui ben conosciute: Roma, Venezia, Milano, Padova, Firenze, Prato.

Meshullam fu attivo come mercante in vari settori, tra i quali quello delle pietre preziose. Il 2 aprile 1468 era in procinto di imbarcarsi, insieme con lo zio Abramo e con Salomone di Gaio da Ravenna, suo cognato, alla volta della Catalogna, su galee fiorentine a scopo commerciale. Si dedicava anche alla compravendita di derrate alimentari (vino, olio, granaglie), parte delle quali prodotte nelle terre di cui era proprietario nei dintorni di Volterra, Firenze e Pomarance. Meshullam investì una parte dei propri capitali nella produzione dei panni lana: è citato, insieme con lo zio Abramo, fra i lanaioli volterrani2.

Al pari di altri membri della famiglia, intrattenne buoni rapporti con Lorenzo de’ Medici: sono conservati i testi di due lettere da lui inviate al Magnifico: nella prima, del gennaio 1471, offriva al Magnifico i frutti di una sua caccia3; dello stesso tenore la seconda, dell’anno successivo4.

La fama di Meshullam è dovuta in gran parte al diario, in cui narra, con dovizia di particolari, le vicende occorsegli durante il viaggio in Oriente del 1481.

Si tratta di un resoconto di viaggio molto vivace, che fornisce molteplici informazioni: notizie di carattere spicciolo, sul genere di quelle contenute nei racconti di viaggio dei mercanti cristiani del XV secolo (prezzo di alcuni prodotti, tasse da pagare, caratteristiche e costi dei mezzi di trasporto, tempi di percorrenza dei singoli itinerari), osservazioni relative alle varie comunità ebraiche nelle quali si imbatte, note su usi e costumi dei non ebrei e sulla realtà esotica con la quale il viaggiatore viene per la prima volta in contatto. Ne emerge anche la fitta rete di rapporti che collegava – soprattutto con la mediazione degli ebrei spagnoli e siciliani – il mondo ebraico dell’Europa continentale e mediterranea a quello dei paesi governati dai musulmani.

Nel corso della narrazione Meshullam afferma di avere intrapreso il viaggio alla volta della terra di Israele per adempiere un voto; è chiaro, tuttavia, che non furono solo motivi di carattere religioso a spingerlo: altrettanto forti e decisive appaiono le ragioni commerciali, unite forse a un certo gusto per l’avventura. Non è da escludere, inoltre, che a indurlo ad abbandonare per qualche tempo la Toscana sia stato anche un procedimento penale intentato contro di lui con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una fanciulla cristiana.

Partito quasi certamente da Volterra o da Firenze, fece tappa a Napoli, dove si trovava suo fratello Lazzaro. Si diresse poi a Palermo, da dove si imbarcò su una nave genovese alla volta di Alessandria d’Egitto. Poiché il manoscritto contenente il Diario manca delle prime 33 carte, non è noto se la permanenza nei territori del Regno avesse lo scopo di rafforzare legami di carattere creditizio o commerciale. Da Alessandria, discendendo il Nilo, giunse al Cairo, dove fece una breve sosta. In seguito si diresse a Gerusalemme passando attraverso la fascia settentrionale della penisola del Sinai, Gaza ed Hevron. A Gerusalemme sostò un mese circa. Al ritorno seguì un diverso percorso: passando per Ramle e Beirut si recò a Damasco, poi nuovamente a Beirut, da dove s’imbarcò alla volta dell’Italia su una nave di pellegrini cristiani. Dopo avere fatto scalo a Candia, Cipro e Rodi e dopo avere costeggiato la Dalmazia, giunse a Venezia il 18 ottobre 1481. Come egli stesso ricorda nelle ultime righe del diario, «in totale il tragitto che rabbi Meshullam ben Menachem da Volterra ha compiuto per andare a Gerusalemme, Città Santa, cioè da Napoli a Venezia, è stato di 5703 miglia»

Meshullam si recò nuovamente in Oriente alcuni anni dopo. Di lui parla, in una delle sue lettere, il famoso rabbino e commentatore della Mišnah ‘Ovadyah Yare da Bertinoro, che si trasferì in Terrasanta alla fine del Quattrocento. Nella prima lettera al padre, ‘Ovadyah rammenta infatti che «la sera della festa delle Capanne […] giunse a Palermo la galeazza francese, diretta ad Alessandria. Su di essa si trovava l’egregio rabbi Mes̆ullam da Volterra, assieme al suo domestico».

L’istituzione, nel 1494, del Monte di pietà e poi la rescissione da parte delle autorità volterrane, nel 1498, dell’autorizzazione in base alla quale era stato possibile il prestito feneratizio aprirono un periodo difficile per gli ebrei volterrani.

Nonostante la cassazione dei capitoli, nessuno pensò di espellere da Volterra Meshullam e gli altri membri della famiglia; dovettero trascorrere almeno quattro anni prima che venisse loro definitivamente revocata la cittadinanza pro tempore di cui avevano goduto per decenni. La situazione, tuttavia, peggiorò gradualmente e portò a una serie di conversioni e di emigrazioni. Quasi tutti i membri della famiglia lasciarono Volterra pochi anni dopo la revoca della condotta, ma Meshullam vi dimorava ancora agli inizi del Cinquecento (risulta nei registri dei boccaioli del sale del 1507).

Meshullam morì probabilmente a Volterra all’inizio del 1508: un documento, rogato a Volterra il 2 genn. 15085, ne parla come di persona vivente; subito dopo il suo nome non compare più nella documentazione relativa alla famiglia.

Negli ultimi anni della sua vita e poco dopo la morte tutti i suoi figli si convertirono al cristianesimo: il primo fu Iacob, battezzato nel 1502; il 7 maggio 1507 fu la volta dell’unica figlia femmina, Consola, che prese il velo nel monastero di S. Chiara di Volterra. Infine, nel 1512, fu battezzato anche Emanuele, insieme con la moglie Rosa e tre suoi figli.

Il manoscritto contenente il testo ebraico del diario di viaggio di M. è conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, è stato edito per la prima volta alla fine dell’Ottocento e poi riedito a Gerusalemme nel 1948 da A. Yaari (Massa’ Meõullam mi-Volterra be-Eretz Yisrael bi-shenat 1481).6

© Alessandra Veronese, ALESSANDRA VERONESE
Mes̆ullam ben Menaḥem, in “Treccani”
1 Archivio di Stato di Firenze, Notarile antecosimiano, n. 11826, cc. 67v-69v, notaio Biagio Lisci.
2 Volterra, Archivio storico del Comune, Statuti dell’arte della lana, filza G.16.B, c. 4.
3 U. Cassuto, 1918, p. 143.
4 ibid., 1923, pp. 132-145 nn. 3, 4.
5 Archivio di Stato di Firenze, Notarile antecosimiano, n. 10840, cc. 130v-131, notaio Bastiano Guidi di Salvatico.
6 Un’edizione con traduzione in inglese è in J.D. Eisenstein, Ozar Massaoth. A collection of itin­eraries by Jewish travellers to Palestine, Syria, Egypt and other countries, New York 1926, pp. 86-106; in traduzione italiana in Meõullam da Volterra, viaggio in terra d’Israele, a cura di A. Veronese, Rimini 1989.
Arch. di Stato di Firenze, Mediceo avanti il principato, filze 24, c. 326; 27, c. 21.
Capitoli, Appendice, n. 31.
Otto di guardia, Repubblica, n. 12 (3 maggio – 29 ag. 1460).
Notarile antecosimiano, nn. 5591, c. 202v; 10055, cc. 35v-36, 60; 10456, cc. 187v-188; 10457, c. 418v; 11825, c. 84; 11826, cc. 67v-69v, 84, 93v-94, 119; 11831, cc. 1, 95v/II, 112, 123r, 175r/II; 16832, cc. 505r, 513v-514v; 16838, cc. 386v-388v.
Arch. di Stato di Arezzo, Statuti e riforme del Comune, n. 3 bis, cc. 239 s.
Volterra, Arch. storico comunale, Deliberazioni, filza A nera, n. 49, parte I, cc. 89v-90; n. 50, parte III, cc. 77v-78.
Atti civili e criminali, filza T rossa, n. 162.
Statuti dell´arte della lana, filza G.16.B.
Boccaioli del sale, filza D´´´, n. 3, ff. anni 1482, cc. 10, 52r; 1483, c. 12; 1485, c. 20v; 1486, cc. 20r, 22r; filza D´´´, n. 4, ff. anni 1487, cc. 16, 20, 92, 153; 1489, cc. 17, 83v, 159v; filza D´´´, n. 7, f. anno 1507, c. 2v.
Gabella dei contratti, filza F nera, n. 8 (1470-80), reg. 1472, c. 2; filza F nera, n. 9 (1480-90), reg. 1482, c. 27r.
Ovadyah Yare da Bertinoro, Lettere dalla Terrasanta, a cura di G. Busi, Rimini 1991, pp. 17 s..
U. Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze 1918, pp. 266-268; Id., Un viaggiatore ebreo volterrano del secolo XV, in Miscellanea storica della Valdelsa, XXVII (1919), 2, pp. 66-70.
M. Battistini, Gli ebrei in Volterra, in Memorie storiche volterrane, Volterra 1922, pp. 18-27.
U. Cassuto, La famille des Médicis et les juifs, in Revue des études juives, LXXVI (1923), pp. 132-145.
L. Sestieri, Un viaggiatore ebreo del secolo XV. Meõullam ben Menachem da V., in La Rassegna mensile d’Israel, X (1935-36), pp. 478-492.
A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino 1963, p. 667.
R.G. Salvadori, G. Sacchetti, Presenze ebraiche nell’Aretino dal XIV al XX secolo, Firenze 1990, p. 31.
A. Veronese, Il viaggio di M. ben Menachem da V., in Viaggiatori ebrei. Berichte jüdischer Reisender von Mittelalter bis in die Gegenwart. Atti del Congresso… San Miniato…, 1991, a cura di G. Busi, Bologna 1992, pp. 45-66.
M. Luzzati, A. Veronese, Banche e banchieri a Volterra nel Medioevo e nel Rinascimento, Pisa 1993, ad ind.
A. Veronese, Una famiglia di banchieri ebrei tra XIV e XVI secolo: i da Volterra. Reti di credito nell’Italia del Rinascimento, Pisa 1998.
Rep. fontium historiae Medii Aevi, VII, p. 57