Monte Nero e Monte Voltraio

Il territorio volterrano, oltre ad interessare sotto l’aspetto storico, ci erudisce anche in altri tempi, perché ogni località, anche quella a prima vista più insignificante, richiama senz’altro la nostra attenzione, sia per la conformazione del suo terreno, che per ciò che in esso è stato estratto e che vi si potrebbe estrarre tutt’oggi.

Geologia e mineralogia, nel Volterrano, vanno di pari passo con la storia e quindi con l’archeologia, presentando spesso dei fenomeni che ci obbligano ad una più approfondita ricerca.

Sotto questo punto di vista, nel territorio volterrano, la zona dei Cornocchi e delle collinette antistanti è fra le più interessanti, perciò ho ripercorso questo itinerario, interessandomi ancora di Monte Nero e di Monte Voltraio.

Queste due collinette, rispettivamente alte 508 e 458 metri, si trovano fra la Nera e Roncolla e sono molto scoscese e dirupate, assai vestite di bosco e pressoché formate di pietre di gabbro e di serpentino, per lo più di colore tra il verde e il nero.

Riguardo al Monte Nero, ho letto con stupore quanto scrive il Falconcini sulla sua «Storia dell’antichissima città di Volterra», pubblicata intorno al 1500, il quale si esprime così: «Quello stesso monte è sempre stato nudo, senza piante e con erbe squallide perché, com’è fama, contiene dentro di sé argento, rame ed oro. I nostri maggiori poi, come ho saputo, giudicaron sempre e tennero per certo che il Montenero, in confronto dei monti di Montecatini, di Silano, di Montecastelli e di Querceto, sia il più ferace di metalli, specialmente di oro. Poiché i periti, anca nel far diligente ricerca di miniere di metalli, asseriscono trovarsi nel detto monte l’oro in grande quantità ma essere nelle più profonde viscere della terra, dimodoché, per trovarlo appena basterebbe l’età dell’uomo».

Pur rendendomi conto che si tratta di una fra le tante notizie che non trovano fondamento alcuno e che corrispondono a semplice tradizione, sono stato mosso dalla curiosità e dal proposito di vagliarla a fondo. Pertanto ho consultato il Targioni-Tozzetti, sulla descrizione delle colline di Volterra, riportata nei suoi «Viaggi» nel 1769. Sul nostro Monte Nero asserisce che le pietre che lo compongono sono di gabbro, per lo più di colore ordinario tra il verde e il nero, ed in alcuni luoghi tinto di rosso, come a Caporciano.

Consultando altresì lo studio fatto in tutta la Toscana dal Prof. Paolo Savi della Università di Pisa nel 1839, in merito alla costituzione fisica della zona della Nera, quindi compreso il Monte Nero, ho trovato soltanto che si tratta di una massa serpentinosa.

Concludendo questo argomento, certamente l’oro attribuito dal Falconcini al Monte Nero è marcasita, come scrive il Targioni Tozzetti, cioè una sorta di minerale composto di terra, di zolfo, di sali e di sostanze metalliche, che, per il suo bel lustro, lo fanno assomigliare molto al prezioso metallo.

Sembrava che, anni addietro il Monte Nero dovesse essere sacrificato per esigenze industriali e, allo scopo, fu disboscato per un bel tratto per impiantarvi una cava; poi tali intenzioni rientrarono e speriamo che la vegetazione ritorni a coprire di nuovo quella terra nuda e scura che tanto stona nel paesaggio. Senonché anche la Comunità Montana rispolverò l’idea ed installò una cava di pietrisco nel versante che acquapende sulla Strolla. Fortunatamente anche questa iniziativa è stata abbandonata e il Monte Nero, nel suo insieme, è rimasto salvo da sicura deturpazione.

Una menzione a parte meritano le cascatelle, cioè quel corso d’acqua che dalla cima del Monte Nero scorre veloce lungo tutto il pendìo, terminando con un salto di una trentina di metri. E’ uno spettacolo che merita di esser visto, specialmente in occasiore della piena, cioè quando l’acqua scorrendo sulla viva pietra e cadendo da quell’altura, per la resistenza opposta dall’aria, si frantuma in un’eccezionale miriade di gocce, creando talvolta anche bellissimi giochi di luci e di colori.

Il Volterrano si presta anche ad essere terra di leggenda, con tradizioni misteriose che si riferiscono a presunti fatti straordinari di natura fantastica. Tra tutte, quella di Monte Voltraio è senz’altro la più conosciuta. Si dice, infatti, che questo poggio nasconda una chioccia con dodici pulcini d’oro. Si tratta di una leggenda antichissima, tramandata di generazione in generazione, senza perdere nulla della sua originalità.

È una leggenda questa che strova in varie altre città della Toscana e dell’alto Lazio e sembra che nella chioccia sia rappresentata la confederazione etrusca e nei dodici pulcini le città che la costituivano. Ad esempio, nei pressi di Viterbo, nella Grotta del Riello, si dice compaia all’imbrunire la chioccia con i pulcini razzolanti dentro le gallerie sotterranee e il Signorelli scrive al riguardo che «Si tratta di simbolismo mitico, riferendosi al Grande Sacerdote etrusco, detto Laukme (o Larthe), e ai dodici Lucumoni ch’egli guidava, traendoli da lontani centri, per rivelare loro gli appresi misteri della divinità Velthe».

Nel medioevo la riproduzione della chioccia con i pulcini fu molto in uso quale simbolo di prosperità, che veniva data in dono ai novelli sposi, limitando il numero dei pulcini a quello dei figli che venivano augurati alla coppia cui era diretta. Ma certo è che si tratta di una tradizione longobarda e, a dimostrazione di ciò, basta vedere l’inestimabile pezzo d’arte del tesoro del Duomo di Monza del VI secolo, che si suppone sia un dono della regina Teodolinda alla Basilica e che rappresenti la regina stessa che protegge i ducati longobardi.

Prescindendo ora dalla tradizione e dalla leggenda cui si riferiscono le notizie che sopra, è da considerare che il verde di queste due alture è molto intenso, riposante e il clima della zona è quasi sempre mite e soddisfacente. Pertanto, trattandosi di località così vicine alla città, ben si prestano per scampagnate di fine settimana, maggiormente nella buona stagione.

Infatti, già a marzo inoltrato, ho potuto notare non poche macchine, posteggiate lungo le strade vicine alle due alture e persone che stavano godendosi la pace e la quiete di quella bella campagna.

© Pro Volterra, ELIO PERTICI,
Monte Nero e Monte Voltraio, in “Volterra”