di Bruno-Tertulliani

Nocca



Non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome, eravamo ragazzi e tutti, ricordano lo chiamavano Nocca e lui rispondeva come se quello fosse il suo vero nome. Abitava in una camera-cucina con un finestrone che dava sulla strada e sopratutto nella buona stagione, in camiciola di lana, si dava un gran da fare con le imposte spalancate, cucinandosi i pasti, lavandosi i panni e cantando.

Noi ragazzi, tutto sommato, lo guardavamo con rispetto; innanzi tutto perchè era, o ci sembrava, anziano, e poi era molto gioviale, parlava con tutti, però parlava gridando. Ricordo che quando appariva all’inizio di Via San Felice, con l’immancabile carretto o senza, salutava le donne che, salvo che nelle stagioni rigide, stavano in gruppi, sedute su panchetti o seggiole, a cucire, a fare la calza oppure a spolverare o lustrare pezzi di alabastro. Il saluto era gridato o cantato e si risolveva in un «salve donne!», dopo di che attaccava subito il canto del macellaio «Donne! C’è la carne in via Ricciarelli, al numero undici, da Lorenzo!»; una pausa e poi riattaccava, fino a che non era sparito in casa.

Una volta in casa però iniziava il vero e proprio concerto vocale. Pezzi d’opere, inni patriottici, stornelli, il tutto cantato molto forte e con compiacimento. A volte cantava anche la notte, ma era segno che aveva alzato il gomito, perchè normalmente il concerto lo teneva in pieno giorno.

Insomma si ha un bel dire, ma molte belle arie del Trovatore, del Rigoletto o della Traviata una parte di noi l’ha imparate da Nocca.

Per San Felice poi, Nocca era un’istituzione, tutti lo conoscevano e nessuno sentiva disdoro per il rione dal fatto che Nocca cantasse in giro per Volterra. Lui salutava tutti e per lui tutte le persone, giovani o attempati, erano il bimbo o la bimba.

Era un uomo allegro, un galantuomo per quanto io ne sappia, la sua semplicità era di quelle naturali, non era una umiliazione la sua attività di facchino cantastorie. Lui viveva la sua vita senza complessi.

Quando, dopo il giro di Volterra al grido di «c’è la carne!», rientrava a casa, portava sempre un fagotto di carne che subito cucinava tra canti e dialoghi a solo.

A quei tempi la carne non c’era spesso sulle tavole di molti, per cui ricordo che qualche volta, tra le lunghe chiacchierate delle donne sedute, nella strada a lavorare, c’era chi affermava che, insomma, Nocca una gran vitaccia non la faceva, perchè spesso, spesso mangiava la carne.

E sì caro Nocca, qualcuno quasi ti invidiava. Ma credo che invidiasse sopratutto quell’aria scanzonata, quell’allegria perenne, quel prendere la vita così, senza pretese.

Non so come sia finito Nocca. Tornando a Volterra, dopo una parentesi forestiera, non lo trovai più in San Felice. La finestra era chiusa e dai vetri si scorgevano altri volti.

Però anche se non è più in San Felice, Nocca a Volterra è rimasto, almeno nei ricordi della Volterra povera e romantica degli anni 30 del nostro Novecento.

© Pro Volterra, BRUNO TERTULLIANI
Nocca, in “Volterra”
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