Novelle Nere: Le due sorelle

Che cosa si nasconde dietro le facciate di questi palazzi che ci circondano? Quali segreti celano le bifore acute? Che cosa succede nelle case, nelle stanze, lontano dagli occhi della gente? Mi sono posto spesso questo quesito dopo che un saltimbanco ossuto, con una scimmia pulciosa al seguito, mi ha raccontato questa storia. In una grande casa, presso il palazzo di Monsignor Vescovo in contrada di Castello, vivevano due sorelle. Erano rimaste sole dopo che la tremenda Morte Nera del 1348 si era portata via i genitori e tre fratelli; il quarto fratello era stato ucciso in una rissa, la quinta sorella era andata in sposa ad un fabbro, che aveva casa e bottega a Pignano e in quella casa era morta di parto. Le due sorelle rimaste avevano una cospicua rendita per dei fertili terreni che avevano dato ad un ricco mercante di foraggi di Montegemoli; non avevano bisogno di tante cose, vivevano appartate e schive e i vicini spesso facevano fatica a ricordarsi di loro. Le sorelle grosse, ecco come erano conosciute, quasi nessuno sapeva il loro nome e la loro vita scorreva tranquilla e silenziosa nella grande casa in contrada di Castello. Erano veramente grosse Berta e Adele; alte di statura, spalle larghe, fianchi da fattrici e grosse mani. Non erano molto belle, ma avevano la loro dignità quando la domenica andavano alla funzione nella vicina chiesa di S. Pietro. Per molti non fu una sorpresa scoprire che Adele negli ultimi mesi era molto ingrassata, aveva un grosso ventre e tutti pensavano, ridendo ai pranzi luculliani, che dovevano essere fatti in quella grande casa presso il palazzo di Monsignor Vescovo.

Qualche donna del popolino arrivò a dire che Adele fosse gravida, ma nessuno vi dette peso; tutti sapevano che le due sorelle non avrebbero permesso a nessuno di avvicinarsi alla loro casa, di loro si poteva dire tutto, ma sinceramente sarebbe stato assurdo pensare che avessero una relazione amorosa.

Pian piano tutti si abituarono a quel grosso ventre, le uscite delle sorelle si fecero più rade e tutto ritornò ad essere dimenticato.

Fu una notte di novembre dell’anno del Signore 1357 che Adele, aiutata da Berta, dette alla luce il suo bambino; fu una cosa decisamente strana. Nella casa regnava come al solito il silenzio e Adele, per non urlare, stingeva tra i forti denti un pezzo di legno; Berta, mentre grosse lacrime di gioia le rigavano il viso, accudiva la sorella cantando sommessamente una filastrocca da bambini. Quando tutto fu finito le due sorelle si trovarono a fissare il neonato, poi i loro occhi si incontrarono, guardarono ancora la creaturina e si baciarono.

Le poche uscite di Berta da sola riaccesero la curiosità degli abitanti della contrada, tuttavia l’inverno era troppo rigido e molte persone erano ammalate, per questo nessuno si meravigliò che alla Santa Messa di Natale fosse presente solo lei.

E arrivò la primavera e assieme alle rondini arrivarono le voci che Adele doveva stare molto male, era rinsecchita e pareva anche più piccola adesso che si era incurvata come un tralcio di rovo.

Una mattina un famiglio della casa di Monsignor Vescovo, passando davanti alla grande casa in contrada di Castello per poco non inciampò in un mucchietto di stracci; guardando meglio si accorse che i cenci nascondevano un corpo quasi scheletrico di donna; le persone che accorsero si divisero in due schieramenti, c’era chi riconosceva nelle misere spoglie Adele e chi lo negava con convinzione.

L’unica cosa da fare era quella di bussare alla grande casa presso il palazzo di Monsignor Vescovo.

Dopo aver molto insistito senza ricevere risposta fu deciso di avvisare il magistrato di giustizia, ma fu lo stesso Monsignor Vescovo ad ordinare di abbattere la porta.

Nella casa regnava un silenzio irreale, al piano terra non c’era nessuno, si salì al piano superiore e i primi ad arrivare sentirono un odore dolciastro, poi, in una camera trovarono il corpo di Berta.

Era quasi completamente sbranato, c’era sangue ovunque, sul pavimento, sui muri, sui pochi arredi. La finestra che dava sulla strada aveva la pesante tenda strappata e macchiata di sangue.

Nella grande casa in contrada di Castello non c’era nessun altro.

Chi aveva fatto quella strage? Che cosa era successo alle povere sorelle?

“Nessuno di voi sa che cosa è successo quella notte nella grande casa presso il palazzo di Monsignor Vescovo in contrada di Castello?” disse il saltimbanco carezzando la sua scimmia pulciosa.

“Bene, vi racconterò io come sono andate le cose; voi preparatevi ad ascoltare una triste storia di solitudine, opaca e polverosa, ma piena d’amore e di terrore.
Come già sapete le due sorelle erano molto legate, il loro era qualcosa di più forte dell’affetto che lega i fratelli. Tra loro c’era amore, morbosità, desiderio; l’una viveva per l’altra, ma Adele da alcuni anni sentiva, tremendo ed inarrestabile, il desiderio di un figlio. Lei, che non avrebbe mai accettato di essere toccata da altri se non da Berta, desiderava essere madre e questa speranza le consumava la mente facendola soffrire in modo atroce.
Berta non poteva vedere sua sorella, il suo unico amore, il suo idolo, piangere in continuazione lacerata da quell’assurdo desiderio di avere un figlio, di inseguire una chimera e fu per questo che una notte di luna piena sgattaiolò di casa e, nascosta da un ampio mantello, si recò a Mandringa.
Era questo un luogo appena fuori la porta di S. Marco, presso un gran masso che sovrastava una fonte antica. Era il posto in cui, se loro lo volevano, si potevano incontrare le streghe di Mandringa. Berta le trovò appollaiate ai piedi del masso nella luce biancastra della luna, in un silenzio irreale; cosa non dovette soffrire in quella maledetta notte! La loro malignità, i loro ammiccamenti lascivi, le loro mani adunche che la sfioravano, le loro melliflue promesse e quella schifosa cerimonia in cui le avevano fatto bere il sangue di un gatto nero ucciso per la bisogna. Berta aveva nel cuore la felicità del suo amore e avrebbe sopportato anche di più pur di veder tornare serena Adele.

Il patto fu concluso.

Tornò a casa stringendo al seno un piccolo involto che conteneva la soluzione dei loro guai.

Il mese dopo, quando la luna piena tornò ad illuminare i tetti di Volterra, nella grande casa si preparò il rito. Adele, nuda, doveva essere inondata dalla fredda luce lunare e solo allora doveva introdursi nella natura con i due piccoli ovuli contenuti nel cofanetto delle streghe; se la volontà della donna di avere un figlio avesse superato ogni impedimento terreno o divino, ella sarebbe stata madre.

Così fu fatto e per le due sorelle iniziò un periodo strano, fatto di speranze e di sogni, e l’attesa pian piano diventò un tormento.
Adele passava dalla certezza che nulla sarebbe accaduto alla euforia di sentirsi già madre; Berta le carezzava la testa indulgente e sorrideva baciandola piano. Finalmente tutto si avverò come era stato predetto e dopo nove mesi Adele fu madre, ma la creatura che nacque lasciò le due sorelle incredule.

L’esserino nato dal ventre di Adele sembrava il cucciolo di una scimmia, aveva il corpo peloso, due grandi occhi sgranati, lunghe braccia e grandi orecchie appuntite.

Eppure Adele amò quella creatura come se fosse stata bellissima, superata la sorpresa iniziale la strinse a se e le offrì il seno per succhiare il latte; Berta si empì della felicità dell’amata sorella e cercò con tutta se stessa di amare quell’essere, ma ogni giorno si accorgeva di perdere un po’ dell’immenso amore che esisteva tra lei e Adele. Tuttavia l’amore per l’adorata sorella era troppo forte e per questo Berta accettò di dormire in un’altra stanza, accettò di non partecipare alle cure della creatura, accettò di soffocare il desiderio che aveva della sorella.

Ma quello non era niente, ella non poteva capire come quella cosina piccola piccola potesse soggiogare così totalmente Adele. Inoltre sentiva di essere odiata dalla nuova arrivata. La creatura non piangeva mai, ma non appena Berta si avvicinava alla sorella un pianto disperato, acuti versi e brontolii sordi attiravano l’attenzione di Adele e l’incanto tra le due sorelle spariva.

In pochi mesi la creatura era diventata piuttosto grande e tra le due sorelle si era innalzato un muro; nessuna delle due ne parlava, nessuna delle due affrontava il problema e loro stavano diventando due estranee.

Intanto Adele deperiva; giorno dopo giorno la sua figura si smagriva, il volto si infossava, sulle mani la pelle evidenziava i tendini e le ossa. Il suo respiro diventava spesso un rantolo, ma lei continuava ad allattare la creatura, la carezzava, le cantava nenie per cullarla, poi posava gli occhi sulla sorella e stancamente cercava di sorridere.

Una notte Berta passò davanti alla porta socchiusa della stanza di Adele, non resistette e piano varcò la porta; una scena tremenda apparve nella penombra.

Adele sembrava dormire riversa sul letto e l’essere le stava seduto sul petto; i grandi occhi fissi sul volto disfatto della dormiente mentre la bocca aperta aspirava un vapore biancastro che si innalzava leggero dalla bocca riarsa di Adele. Berta si lanciò urlando sulle due figure, la creatura si voltò con il lungo pelo ritto, i denti scoperti mentre un sordo ringhio le gonfiava il petto, poi con un balzo saltò su Berta e la lotta si accese; le unghie strappavano le vesti, graffiavano le carni e i denti le cercavano la gola.

Fu allora che Adele usci dal suo sonno, con fatica si sedette, le occorsero alcuni attimi per capire ma, vedendo la scena, un urlo strozzato le usci dalla gola e con la forza della disperazione tentò di liberare la sorella. Con rabbia strappò la sua creatura dal corpo della sorella e piangendo cercò di ridarle la vita; tamponava con le mani il sangue che usciva dal collo squarciato, baciava quel volto esangue e chiamava tra i singhiozzi il nome della sorella. Prima di morire Berta le sorrise e Adele fu l’ultima cosa che vide. Un dolore acuto le infranse la schiena, poi si sentì scagliare contro la parete, nel tentativo di fuggire da quella violenza raggiunse la finestra. Un colpo tremendo la fece vacillare e Adele precipitò nel vuoto”.

Lo strano racconto del saltimbanco finiva qui; la scimmia pulciosa faceva il suo numero saltando e danzando e, dopo aver posto nella ciotola alcune monete, la gente se ne andava.

Ricordo che io, turbato dal racconto, rimasi lì, fermo come una statua di sale, a guardare l’ossuto narratore e la sua pelosa compagna. Prima che abbandonassero la piazzetta dove si era svolta la narrazione, riuscii a chiedere: “Che cosa c’è di vero nella vostra storia?”

L’uomo mi sorrise come se mi compatisse e carezzata la scimmia riprese a parlare: “Che volete mio buon signore, sono tutte bubbole, storie inventate e senza senso non penserete mica che la povera Adele abbia partorito un demonio?”

La scimmia pulciosa mi guardò e mi sorrise.

© Stefi Salvadori, STEFI SALVADORI
Le due sorelle, in “Novelle Nere: storie di una Volterra magica e antica”

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