L’ospedale Psichiatrico e Civile durante la guerra

Durante i giorni della Battaglia di Volterra, 1-9 Luglio, la vita del nostro Ospedale non sarebbe stata possibile senza il lavoro, la cooperazione attiva e volenterosa ed addirittura entusiasta, di un gran numero di ammalati, uomini e donne. Anche nei giorni del più intenso e continuato cannoneggiamento, la Cucina, il Forno, la Lavanderia hanno sempre funzionato ed il vitto ha potuto giungere sempre ai Reparti, di cui alcuni, gli estremi, distanti dalla Cucina oltre 1 chilometro.

Nel Forno, immobilizzate le impastatrici per la cessazione dell’energia elettrica, l’impasto del pane è avvenuto totalmente a braccia per l’opera, si può dire, dei soli ammalati che, guidati e diretti dalla Suora, mai hanno fatto mancare il nutrimento fondamentale. Di alcuni operai esterni e salariati del Forno, una sola donna ha fatto servizio ininterrottamente per tutti i giorni dci cannoneggiamento.

Si deve altresì notare che abbiamo sempre dovuto fornire, come di regola, gli Istituti dipendenti (Ospedale, Ricovero, Spaccio) inviando squadre di infermieri e ammalati che trasportavano sacchi di pane in spalla, attraversando sempre una zona molto battuta. Non solo, ma abbiamo dovuto provvedere a mietere a mano il grano nei campi della Colonia interna, sottostante l’Ospedale Psichiatrico, a batterlo con bastoni così come si poteva, ottenendo di non far mai mancare il grano al Molino.

Durante i giorni della battaglia, essendo mancata la corrente elettrica, privi da tempo di carbone, abbiamo dovuto ricavare la legna per azionare il Forno, la Cucina e la Lavanderia dall’abbattimento degli alberi dei giardini e parchi dell’Istituto, sacrificio doloroso ma inevitabile. Al Forno, un mattino, durante il lavoro, un proiettile da una finestra, scoppiato nella stanza, ha reso inutilizzabile uno dei due forni, decapitando un malato. Rimosso il cadavere, il lavoro ha continuato ininterrotto, intensificato con l’unico forno rimasto. La Suora sempre presente, ha dimostrato un comportamento eroico.

Nella Cucina per qualche giorno il vitto è stato distribuito una sola volta al giorno, onde ridurre il più possibile i pericoli dei trasporti; di regola però gli ammalati hanno avuto tre pasti – ore 8, 12, 18.

Il giorno 7 anche la Cucina è stata gravemente colpita ed è in parte crollata; il lavoro però non è mai cessato ugualmente. Ed anche in cucina erano rimasti i soli ammalati e la Suora. Diversi ammalati hanno dimostrato un assoluto sprezzo del pericolo, rifiutandosi di ricoverarsi nei sotterranei della cucina stessa, anche nei momenti più critici e di maggior pericolo. Nella Lavanderia sono rimasti, oltre pochi ricoverati, solo due Suore, che per l’assenza delle operaie lavandaie, che non si erano presentate, si sono prodigate ad un lavoro ingrato ed estenuante. La Lavanderia fortunatamente non è stata colpita.

Un grave problema irto di difficoltà e di pericoli, è stato il trasporto del cibo ai vari Reparti, alcuni, come accennat0, molto distanti dalla Cucina. Già da tempo, per mancanza della benzina, il trasporto delle pentole avveniva mediante carri, trainati da bovi. Ma le strade del tutto esposte e spesso colpite da proiettili non potevano offrire alcun riparo. Pur nonostante nè infermieri, nè malati mai hanno cessato anche in questo di compiere il loro dovere, per quanto gravoso e veramente rischioso.

Problema ancor piu grave è stato quello della difesa e della protezione dci malati. Privi di qualsiasi opera predisposta, privi di rifugi, l’unica possibilità di riparare i malati è stata quella di farli sostare ai piani terreni ammassandoli dalla parte opposta a quella da dove venivano i proiettili. Si può pensare alle difficoltà incontrate per il genere dei malati, in massima cronici e dementi, per la mancanza di luce alla sera, e per il fatto che il cannoneggiamento avveniva spesso contemporaneamente da due direzioni, da levante e da mezzogiorno. E quando si pensi che di venticinque padiglioni non uno è stato risparmiato e che dìversi fabbricati sono stati colpiti da parecchi proiettili e che i danni agli stabili sono stati notevoli, ed in alcuni notevolissimi, si troverà provvidenziale e quasi miracoloso che in tutti i giorni della battaglia su circa 2800 ricoverati si siano avuti soltanto nove morti e quaranta feriti di cui solo alcuni gravi. Due morti si sono avuti nelle Colonie, e del personale in servizio un solo infermiere è stato ferito gravemente in Colonia per lo scoppio di una mina.

Problema non facile e pur nonostante fortunatamente e felicemente risolto, è stato il trasporto di 400 criminali avvenuto il mattino del giorno 4 dal Padiglione Ferri al Padiglione Chiarugi, cioè dal Padiglione più alto al Padiglione più basso dell’Istituto. Il Padiglione Ferri situato piu in alto e in vista, e, come mole, il più grandioso, è stato quello per primo colpito e precisamente sino dal giorno 2 Luglio dai primi duelli di artiglieria. Dalla parte di levante una granata aprì una vasta breccia nel muro con l’asportazione di una finestra e di un’inferriata; così un’ala del Padiglione e le celle annesse furono rese inabitabili. Trasferiti subito i malati più all’interno e verso tramontane, si attese lo svolgersi degli eventi. I quali andavano precipitando tanto da essere il Padiglione di nuovo e ripetutamente colpito. Il fermento negli ammalati divenne allora notevole tanto da impressionare fortemente il personale di vigilanza il quale si rivolse per consigli ed aiuto alla Direzione.

Recatomi allora subito al Padiglione: insieme al Medico del Reparto Dr. Lepetti, all’Ispettore Bachiorrini ed al V. Ispettore Calvani, riuscii più con la persuasione che con la forza a sedare il fermento, a tranquillizzare gli animi, a rincuorare i pavidi, esortando e stimolando alla calma, alla resistenza ed alla sopportazione anche il personale, che infatti corrispose perfettamente all’attesa.

Ma poiché il Reparto Ferri, continuò ad essere ripetutamente colpito anche il giorno successivo e la permanenza dei malati vi si rendeva impossibile, il mattino del giorno 4 si rese necessario il trasferimento dei 400 criminali qui ricoverati al Padiglione Chiarugi, situato in basso, in posizione opposta e distante dal Centro. Il passaggio dei detti criminali dall’uno all’altro Padiglione destava però notevoli preoccupazioni e per il genere degli ammalati e per la distanza di oltre un chilometro da percorrere necessariamente in terreno scoperto ed esposto al tiro delle artiglierie. E le preoccupazioni venivano aggravate dal fatto che il giorno prima, 3 Luglio, erano evasi dal Mastio di questa Città 400 criminali detenuti; fatto ben noto ai nostri ricoverati e precedente molto pericoloso ed esempio nefasto. Pur nonostante il trasferimento dei malati potè avvenire in modo perfetto, senza un tentativo di fuga e senza la perdita di un ricoverato. Tutti in camicia e mutande (la stagione lo permetteva) portando ripiegate sul capo le proprie lenzuola e coperte, praticarono la discesa con ordine sostenuti anche dalla speranza e dalla fiducia di andare a stare meglio, soddisfatti di essere stati allontanati da un Padiglione dove la vita non poteva più a lungo essere sostenuta.

E’ veramente da ricordare, per la storia dell’Ospedale Psichiatrico volterrano, questa discesa di 400 criminali, affidati alla sorveglianza di un personale necessariamente modesto per numero, che sotto il tiro di opposte artiglierie, si spostano e camminano per un lungo tratto pressochè liberi e senza, in quel mattino, alcun tentativo di fuga. L’istinto di conservazione aveva preso il sopravvento deciso sopra l’istinto ed il desiderio di libertà! Ciò che non toglie il merito a tutto il personale di assistenza il quale, in detto giorno, come nei giorni seguenti, si è, in genere, prodigato generosamente in tutti i sensi.

Altro trasporto di ricoverate si rese necessario negli ultimi giorni in seguito ai gravi danni subiti dal Padiglione Infermeria donne, ripetutamente colpito. Oltre settanta ammalate furono portate a braccia dalle infermerie e trasferite al Reparto Krafft C  Zacchìa, distanti circa duecento metri, in un momento di pausa delle artiglierie.

Nel Reparto Ferri non abbiamo avuto neppure un morto; il primo decesso si ebbe in Colonia, il 1 di luglio, inizio della battaglia: si ebbero poi morti al Maragliano, all’Infermeria, al Biffi, al Forno. Feriti più o meno gravi in tutti i Padiglioni.

L’opera del personale sanitario, ridotto in quei giorni necessariamente di numero (a due sanitari il Dott. Giusti ed il Dott. Mariani non fu possibile per qualche giorno venire senza esporsi a serio pericolo) fu comunque sempre assidua e proficua. Sempre fu praticata la visita in tutti i Reparti, sempre tre Medici, oltre il sottoscritto, che poterono risiedere in Istituto, furono a disposizione dei malati e dei feriti. Essi furono il Dott. Giuseppe Benini, il Dott. Giulio Lupetti ed il Dott. Ubaldo Barsotti. Negli ultimi giorni si aggiunse anche il Dott. Tullio Scabia.

Il materiale sanitario, le ricche dotazioni dei nostri Gabinetti scientifici fortunatamente ci vennero risparmiati. Le truppe tedesche non fecero a tempo, forse per la fretta della ritirata, ad asportare materiale scientifico e le consistenze del Guardaroba.

Una spogliazione totale avvenne invece nell’Autorimessa dalla quale furono non solo asportate tutte le macchine ancora in qualche modo utilizzabili, ma anche tutti gli utensili e tutto il macchinario, e gli apparecchi facenti parte di un’officina attrezzatissima e fornitissima. Asportazioni parziali previo forzamento di saracinesche avvennero anche a carico del Magazzino.

Non meno colpito dell’Ospedale Psichiatrico è stato l’Ospedale Civile. Situato in posizione prospicente e quasi frontale alla battaglia, è stato fin dai primi giorni completamente esposto ai tiri dell’artiglieria. Ben presto l’appartamento delle Suore, il Brefotrofio, le camere paganti riportarono gravi danni e si resero inabitabili. Poscia fu colpito il tetto e crollò la volta della sezione chirurgica Uomini, che divenne addirittura impraticabile. Gli ammalati ed i numerosi feriti furono allora ricoverati in locali sotterranei, cantina e legnaia, che funzionarono così anche da ricoveri.

In permanenza funzionò il servizio di assistenza e guardia medica da parte del Direttore dell’Ospedale Prof. Caressini e del Medico assistente Dott. Pietro Sarteschi. Ambedue si prodigarono in continuazione, giorno e notte, con assoluto sprezzo del pericolo, in un lavoro estenuante di medicazione e cura dei numerosi feriti che affluivano all’Ospedale dalla Città e dai dintorni. Tanto essi che tutto il personale dipendente, Suore ed Infermieri, che pure adempirono scrupolosamente il loro dovere, si resero veramente benemeriti.

II mattino del giorno 10 luglio, apparvero le prime pattuglie di soldati Americani.

© Pro Volterra, UMBERTO SARTESCHI
L’ospedale Psichiatrico e Civile durante la guerra, in “Volterra”