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Poggio alle Croci

Poggio alle Croci ha cambiato il suo aspetto originario: un tempo era un’altura di forma conica, ricoperta di vegetazione, così come ce la presenta, in primo piano, il Corot nella sua panoramica verso la fortezza della città. Si dice che sulla sua cima vi si fosse stabilito un insediarnento etrusco, tanto è vero che, sulla sua pendìce orientale, in località Papignanino, fu rinvenuta, nel maggio del 1912, una tomba a camera, scavata nella roccia con pilastro centrale a sostegno, ricavato nella stessa pietra. Nella tomba, del cui ritrovamento non fu data inspiegabìlmente nessuna notizia alla stampa, vi furono rinvenuti due anelli di bronzo, lavorati con pasta vitrea, tre vasetti in terracotta di tipo comune, dieci monete indecifrabili perché ossidate, dodici urne cinerarie con i coperchi a figura giacente, tutte più o meno rovinate e mutìlate.

Altro materiale qui rinvenuto, cioè tre urne in alabastro e una piccola in tufo tutte raffiguranti scene funebri, insieme ad un anello in bronzo con pasta vitrea, pervenne al Museo Archeologico di Firenze, mentre altre urne e vari oggetti, rimasti ai proprietari di quei terreni, andarono dispersi.

Nel 1924, sul terreno di proprietà Corrieri, a poca distanza dalla casa del podere Sant’Uffizio, fu poi rinvenuta una tomba a nicchiotto, manomessa da tempo. Ai primi del 1927 venne alla luce, in Papignanino, un altro ipogeo circolare con colonna centrale e, nel gettare le fondamenta di alcuni edifici dell’allora frenocomio di S. Girolamo, al Poggio alle Croci, furono trovate altre tombe, delle quali fu data un’incompleta comunicazione.

E’ evidente, quindi, che in quella località esisteva un’ampia area di materiale, indipendente dalle altre necropoli volterrane, e che mai nessuno è stato precedentemente a conoscenza della sua esistenza.

Ad avvalorare questa tale ipotesi contribuì, nell’ottobre-dicembre del 1957 il ritrovamento di ulteriori due tombe, sempre sulla pendice orientale di Poggio alle Croci, anch’esse scavate nella roccia come gli ipogei volterrani del periodo ellenistico di forma circolare, con pilastro centrale a sostegno. Tali tombe furono trovate nel corso dei lavori di ampliamento della fornace dell’Ospedale Psichiatrico e, contemporaneamente, fu pure rinvenuta una tomba romana del II secolo imperiale.

In seguito a questi numerosi e casuali ritrovamenti appare chiaro che uno scavo sistematico potrebbe offrire ulteriori e preziose testimonianze dell’esistenza di una necropoli che ancora non è possibile ritenere esaurientemente individuata.

Visto che su Poggio alle Croci e sulle pendici si rinvengono questi significativi documenti di civiltà, appare logico pensare che alla sua sommità si trovasse davvero l’insediamento etrusco del quale ho fatto cenno all’inizio, ma della sua esistenza, anche se si dice fosse abbinato ad un «bosco sacro», non esistono prove precise. Comunque l’ipotesi rientra un po’ nel quadro civile e sociale del popolo etrusco, il quale costruiva i propri insediamenti sempre sulle alture ed aveva in particolare venerazione le selve e le campagne, perché era molto dedito alla lavorazione della terra. Sebbene il culto fosse per di più rivolto verso gli dei più importanti, tuttavia non mancarono orientamenti verso altre divinità, che nel loro «Olimpo» rappresentavano le selve ed i campi. E’ accertato, infatti, che le celebrazioni annuali, presso il santuario di Voltumma, pur rappresentando l’unità della confederazione etrusca, comprendevano anche un «rituale silvano», poiché questa divinità fu pure venerata sotto forma di un giovane dio dei boschi.

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Se il periodo etrusco di questo Poggio presenta dalle incertezze quello romano invece fa parte della storia un po’ più sicura. Senza dubbio, si conservano ancora i due pilastri del suo ingresso e parte del lastricato che si nota ancora fra la vegetazione.

Non so con precisione quando questo colle venne denominato Poggio alle Croci, ma è sicuro che prese questo nome perché in cima ad esso vi erano state installate tre croci in legno, del tipo di quella che tutt’ora, si trova presso la chiesa di San Girolamo. In cima al Poggio, era tradizione recarsi in processione dalla suddetta chiesa nel giorno di Santa Croce, portando in mano delle piccole croci fatte di canna.

La cima di questo colle fu spianata in occasione della costruzione dei padiglioni del Frenocomio di San Girolamo. Anche le sue pendici sono completamente mutate per lo stesso motivo, nonché per l’utilizzo del mattaione e della terra giglia per la fornace, oggi abbandonata.

L’acquisto di Poggio alle Croci da parte dell’allora Frenocomio di San Girolamo avvenne il 28 Marzo 1918, per una estensione di quasi sei ettari di terreno dal Dott. Terzilio Bini, Dott. Enmanno Pochini e Nicodemo Dei. Un’ulteriore acquisto, per circa un ettaro e mezzo di terreno, avvenne il 2 giugno 1934 dalla Signora Maria Corrieri.

Dal Poggio alle Croci è stato estratto molto materiale pietroso e la sua cava più importante si trovava a sud-est della colonia Morselli. Di detta cava fruì nel 1926 anche il Comune di Volterra, per circa sei mesi, per estrarre il materiale occorrente a riparare il lastricato di alcune strade della città.

Oltre la Poggio alle Croci, in questo territorio, che si snoda dietro il Borgo di San Lazzero, vi è un’altra altura, tutta ricoperta di vegetazìone, denominata Poggio Aleandro, la quale prende il nome dal suo proprietario di un tempo, Baldini Aleandro, già titolare della bottega di vino, che si trovava nel Vicolo dell’Oro.

In questa zona vi è l’importante ed antica fonte del Velloso, alimentata dalle acque che ritrae da Poggio alle Croci. Proseguendo oltre, si trovano il convento e la chiesa di San Girolamo, costruzioni queste iniziate nel 1445. La chiesa che fu terminata assai dopo il convento, fu consacrata dal vescovo Serguidi solo il 15 settembre 1585. Ai due lati del Porticato esterno della chiesa, conservati in apposite cappelle, si trovano due splendidi bassorilievi in terracotta invetriata, opere di Giovanni della Robbia.

Un tempo Poggio alle Croci ospitò i Volterrani. In occasione delle scampagnate ch’erano usi fare il primo maggio e il lunedì dopo Pasqua. Per la festa del lavoro vi si recavano perfino con la Banda «Risveglio», diretta dal Maestro Consortini. Questa usanza si tramandò fino all’avvento del fascismo e fu definitivamente abbandonata quando iniziarono i lavori delle prime costruzioni dei padiglioni del Frenocomio.

© Elio Pertici
Da Bosco Sacro a Patibolo, in “Volterra”