Quei giorni di Maggio

Oltre al primo maggio, che per i giovani era una novità, nell’immediato dopo guerra si celebravano altre due date. In una ci si rallegrava che una grande guerra fosse finita; nell’altra che una grande guerra fosse cominciata: a occhio e croce sembrava che entrare e uscire da una guerra fosse sempre festa. Poi sparirono ambedue. Ora la generazione che cominciò una guerra si fa sempre più rada, non può che commemorarsela tra amici: figli e vecchie mogli hanno altro in testa, i giovani di casa sono marziani. La generazione che finì l’altra è ancora nella corrente: pensa alla fluttuazione e all’Iva, si arrabbia con la politica, tra un ponte e l’altro la data gli scivola via inavvertita.

Restano quelli per cui le date sono come un rito masochistico: ci soffrono, ma quella sofferenza gli fa anche piacere, così non perdono occasione di richiamare il passato, se lo ricostruiscono tutto.

Io, per esempio, comincio dal tempo, che era una primavera calda colorata di prati verdissimi e bianchi meli fioriti; dalla terra, una pianura interrotta ogni tanto dall’occhio azzurro di un lago; poi viene la strada: bella, asfaltata, bordata di platani. Nei primi giorni di Maggio era stata percorsa dalla fiumana di una migrazione ribollente: profughi, soldati, gente di lager, carri e carrozzine da neonati. Poi erano venute le ondate monotone delle colonne corazzate: una dopo l’altra, sembrava non dovessero finire mai. Finirono e per qualche giorno ci fu una migrazione diversa. Gli slavi passavano in lunghe file di carri, diretti ad est; gli occidentali si dirigevano, isolati o in gruppi, a ovest, verso un mitico ponte di Schwerin. Poi anche quel movimento diradò, si ridusse quasi a niente: l’asfalto della strada apparve consunto ed i contadini cominciarono a mettere in ordine le fattorie saccheggiate.

Camminando a fatica passavano ogni tanto degli isolati. Erano soli e contenti di essere soli: gli anni di prigionia gli avevano fatto dimenticare l’innocenza della solitudine; l’avevano ritrovata da poco e se l’assaporavano guardando il sole filtrare attraverso le giovani foglie dei platani, seguendo le gonfie nuvole che navigavano il cielo. Per questo, tanto io che l’olandese zoppo, pur percorrendo vicini la stessa strada, per un po’ preferimmo ignorarci. Fu dopo qualche giorno, quando i chilometri diventarono lunghissimi che cominciammo con un – Allò – pieno di comprensione incoraggiante. Poi ci affiancammo, sempre parlando di quel ponte di Schwerin, bisognava arrivarci, chi sa se ce l’avremmo fatta ad arrivarci e si finì col procedere insieme, da amici.

Ridotto com’era sembrava vecchio, ma non doveva esserlo. Quando parlava (poco), gli occhi infossati guardavano gentilmente e la voce era calma e lenta: queste cose, allora, facevano impressione.

Inoltre mi ricordava qualcuno, un qualcuno che avevo conosciuto a Volterra nel 1938 e del quale non riuscivo a ricordare chiaramente il nome: un po’ mi sembrava Tonino, un po’ mi sembrava Pio. Non riuscendo assolutamente a decidermi, cominciai a pensarci come “il campanaro” perchè, era, appunto, l’incaricato di suonare le campane della torre e una volta mi accompagnò fino in cima perchè potessi ammirare quel panorama regale. Mi ricordavo anche che, per ringraziarlo della cortesia, gli dedicai uno degli elzeviretti che tenevo nella cronaca del Telegrafo e credevo ne fosse contento. Poi mi dissero che a essere finito sul giornale c’era rimasto male, sacramentava il momento che si era lasciato persuadere ad accompagnarmi e forse doveva essere vero perchè non mi parve di averlo più incontrato in Piazza dei Priori; si vede che scorgendomi da lontano scantonava.

Il campanaro di Volterra su una strada del Meklemburgo: il pensiero mi faceva sorridere, guardavo l’Olandese con simpatia. Peccato che non potessi parlargliene, ci capivamo con tanta fatica che raccontare quell’episodio volterrano era troppo per le mie forze.

Una sera ci trovammo ad attraversare una terra che appariva bruciata e come sbranata dalle unghiate furibonde della guerra: sui bordi della strada i carri armati apparivano già calcinati dal sole, le fiamme, la polvere. Sostammo vicino a un bosco annerito e l’Olandese accennò agli alberelli schiantati che ne giacevano ai limiti, come se disperatamente avessero cercato di fuggire.

– Vedete? Le piante sono più sventurate degli animali. Non possono fuggire. Non hanno voce quindi la loro sofferenza non giunge a impietosire e infastidire. Non hanno difesa, devono subire.

Il suo sguardo vagava su una cintura verde dorata di campi rimasti assurdamente intatti. Era il tramonto e il cielo si fece tutto rosso, l’aria più fresca. Guardavamo in silenzio: sembrava di sentire la terra respirare.

– Questa è la pace. Bisognerà ricordarsene e saperne conservare un po’ nel cuore quando saremo tornati alle nostre città, fra la gente. L’odio è così inutile, sapete, ma è facile odiare quando si perde il senso della terra, della vita che passa sulla terra; una generazione va e l’altra generazione viene… vi ricordate l’Ecclesiaste?

Me ne ricordavo ma preferii pensare a cose pratiche e lo esortai ad alzarsi: vicino ai paesi c’era sempre qualche casa abbandonata dove passare la notte, era meglio camminare ancora un po’. Scosse la testa e rimase fermo e abbandonato, con gli occhi chiusi e il viso pieno di ombre livide.

– Prendete una zolletta di zucchero, bevete un sorso d’acquavite. O volete del latte? Si vede una casa, vado a vedere se mi danno un po’ di latte! Gli accomodai la giacca dietro la testa, presi la gavetta e traversai i campi di grano. Dalla casa stava uscendo una donna alta, con solide braccia rosee e la faccia dura. Quando feci la mia richiesta cominciò a gridare: latte non ce n’era, avevano rubato tutto, tutto, lei non aveva niente da dare, era meglio che me ne andassi. Capivo poco, ma quando sentii un muggito dietro la casa insistei con il latte. Allora cominciò a gridare ancor più forte: sembrava Mussolini quando arringava le folle.

Capii che era inutile. Malinconicamente rifeci la strada, tornando vicino al bosco vidi che l’Olandese non c’era. Dove diavolo era andato? Chiamai, mi addentrai nel bosco: non c’era. Tornando sulla strada vidi che sul mio zaino era posato un pezzo di carta. L’Olandese aveva un pezzo di carta. L’Olandese aveva scritto che non dovevo darmi per vinta, bisognava arrivare al ponte di Schwerin. “Buonafortuna”, concludeva “Buonafortuna”.

Ci rimasi male. Le abitudini di quei giorni (non solo di quelli) erano di sfruttare da soli le occasioni fortunate, ma ci rimasi male lo stesso. Pensai che l’Olandese aveva avuto un colpo di fortuna, qualcuno se l’era preso su un carro, se n’era andato comodamente. Era naturale, ma mi dispiaceva: ecco che bastava avvicinarsi a qualcuno per sentire l’amarezza della delusione. Sospirai, ripresi lo zaino: era quasi buio  e, improvvisamente, quel luogo mi sembrava sinistro.

Le linee di demarcazione segnavano la Germania e il ponte di Schwerin era posto di scambio di frontiera. Nella piazza vicina al ponte sedevano gli sbandati: italiani, francesi, belgi, olandesi, aspettavano i camion che dovevano venire a prenderli e intanto passavano il tempo guardando l’arrivo degli altri, i polacchi, le ucraine che subito venivano raggruppati in bell’ordine e accolti con la musica e risonanti discorsi.

Chissà se a noi ci accoglieranno allo stesso modo. C’era chi sosteneva che ci avrebbero accolti a sigarette e cioccolata, ma un po’ di musica sarebbe piaciuta a tutti, specialmente a quelli che poi sarebbero magari diventati “displaced person” nei campi di raccolta. L’attesa era eterna: si potevano fare scommesse.

Per ingannarla meglio aprii lo zaino e cominciai a fare pulizia. Negli ultimi giorni non avevo potuto mangiare che zucchero, ma ce n’era ancora e stava sbriciolandosi. – E questo cos’è? Quella scatola non mi sembrava mia. C’era anche scritto qualcosa, a fatica e in fretta: allora il pensiero dell’Olandese zoppo m’illuminò la mente e fui sicura di quello che avrei letto, e cominciai a piangere.

Non se ne era andato comodamente. Era rimasto in pace, a morire in pace nel bosco, da uomo saggio e gentile che non vuole dare fastidi né rimorsi. C’era un nome, un indirizzo, ma non feci in tempo a leggerli. Arrivarono i camion. La scatola cadde a terra, lo zaino sparì sotto una massa di piedi frenetici. – I camion, i camion. Una morsa di corpi violenti mi trascinò avanti, quasi mi sollevò, finì col risucchiarmi nell’angolo di un camion militare. – Danno le sigarette! Dicevano voci allegre, trionfanti di averla fatta in barba alla mala sorte. Avevo il viso schiacciato contro il telone e non cercai di muovermi: volevo l’Olandese zoppo.

© Pro Volterra, LIANA MILLU
Quei giorni di Maggio, in “Volterra”
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Quei giorni di Maggio
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Una terra sbranata dalle unghiate furibonde della guerra: sui bordi della strada i carri armati apparivano già calcinati dal sole, le fiamme, la polvere.
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