Tra puzzi e profumi

Mio padre aveva una gran passione per la cucina. Ma così grande infatti, che pur tutto distintion com’era un disdegnava affatto, ogni sera verso le sei o le sette quando gli prendeva immancabilmente lo sghiribizzo, d’abbassarsi ‘n fino a’ fornelli.

I quali fornelli, pur un essendo allora né elettrici né a gas ma semplicemente a carbone, nonostante fossero più umili immaginabili avevano ‘l vantaggio d’esser poco o punto pericolosi e di potersi anche gloriar d’esser stati ritenuti eccellentì, attraverso secoli, da una sequela d’òmini ‘mportantì da que’ ficcanaso che son gli storici per esser divenuti, chi per una ragion, che per un’altra, più o meno meritevoli od illustri.

Per via che co’ fornelli si cucina, ‘l cucinare, come sanno tutti, altro un è che una grande voglia buggerona di riempirsi la pancia; che è una voglia che è più vecchia del Cucco.

Altro ché!

Dato che fu scoperta niente e po’ po’ di men che da Adamo, quando quel disgraziato d’un prim’òmo, fitto e fondato là dentr’a quell’Eden, pur minchione che fosse ed inesperto dovette ben accorgersi, un bel giorno, che quelle mele, belle pur che fossero, servite sempre nella stessa salsa come gli venivan servite, gli facevano venir gli stomacuzzi solamente a pensarle.

E gli stomacuzzi malignetti e zuzzerelloni come sono si divertono a impedir di mangiare e se uno un mangia crepa.

E siccome a noi un ci dispiace di crepare ma ci dispiace di restar stecchiti puzzando peggio dello stoccafisso, meno male che a forza di posporlo, questo benedetto crepare… o un si finisce sempre, per fortuna, col farlo ‘n fin di vita?

Ma tornando al mi’ babbo.

Quel bonòmo, mondo bricco sul ciuco, non soltanto un avvertiva mai la mi’ Mamma, po’ra donna, ma dopo averle fatto preparar perbenino tutta quanta la cena, non appena arrivato a casa, da buon Volterranaccio, gli berciava da giù ‘n fondo al portone senza neanche scomodarsi a salir le scale: «O Ludovihaaaa?… O che ha’ fatto per cena?», continuando poi subito dopo senz’aspettar per niente la risposta: «Ah sì? Si mangerà! Mettila via!… » e passando poi immantinente a comandare: «Mariannina! Lunella! Fate presto! Vestitevi e portate giù la borsa! Si va a fare la spesa!».

Questo di tutti i tempi, si capisce.

Sia che ‘l sole arrostisse addirittura le pietre del selciato consumate da’ secoli o piovesse né più e né meno che a catinelle o nevicasse così fitto da un vederci neppure da qui a ll o tirasse quella nostra tramontanaccia ‘nfamissima, che da quanto ch’è feroce e malvagia, quella sperversa, è capace di far di bòtta la coda non soltanto a’ cani del Poggio ma anche a tutti noialtri Etruschi.

Con tutto ciò noi due, detto inter nos, mica ce lo facevamo ridir du’ volte, intendiamoci…

Ma nemmeno per sogno!

Perché invece ci vestivamo come fulmini e nello spazio di pochi secondi eravamo di già per strada col respirone grosso, l’occhi storti e il cappellino tutto di sghimbescio che ci raggiustavamo poi l’una con l’altra cammin facendo.

E ben ci conveniva e di che tinta, il non badare a tali piccolezze.

Perché a casa di babbo, cari miei, mica era permesso di sortire dal quadro consueto presentato da ogni famiglia volterrana, dove ‘l padre comandava generalmente a bacchetta, la Madre facea finta d’ubbidire e figlioli ubbidivano e a spron battuto … o altrimenti.

Ch’è un altrimenti che voleva dire, caso mai qualche d’uno un lo sapesse: o mangiare di corsa la minestra, o saltar di rincorsa la finestra.

Dato che l’autorità paterna era ancora di molto viva e scodinzolante a que’ tempi e per quanto sembrasse dura a tutti i broccoli che potevano come noi usufruirne, ci scommetterei perfino l’osso del collo – ma ci credete? – che è tutto quel che manca – e niente più – a questa nostra gioventù moderna, così convenientemente abbandonata a sé stessa senza nessun riguardo né pietà.

E d’altra parte, che c’è da aspettarsi da una generazione d’individui zeppi di libertà, di scontentezza, egocentrici, pigri, scompiacenti, gonfi di boria e scarsi di cervello, che fra la bomba atomica, ‘l cemento, lo sparire dell’erba, le sconcezze, la plastica, ‘l divorzio, la benzina, la fame ‘n India ed i diritti umani se per caso – pillola permettendolo, s’intende – diventan dopotutto genitori? Gesùmmarìa! Purché i figli un gli rompano i cordoni macché guidarli o dargli quattro pacche!

Correggerli? Scherziamo? Certe cosacce, cara la mi’ gente, si facevan nel Mille. Non adesso.

Ai giorni nostri un Genitore saggio che al posto della croce fa la firma dimostrando così quant’è struito, un si scalmana più com’una volta.

No davvero davvero!

A’ giorni nostri un Genitore tale, ch’è distinto, elegante, benestante e capace di leggersi ‘l giornale tutto quanto da solo, occupato com’è naturalmente da questo e quello, li lascia fare.

Indubitabilmente. Li Iascia fare e dopo che hanno fatto, – senza vergognarsene punto, beninteso, – si riserva ‘l diritto e mai ‘l rovescio di criticarli spassionatamente e condannarli pure, all’occasione, quando cresciuti soli, poveretti, a dispetto di tanta compagnia, non sempre san distinguere, da grandi, lucciole da lanterne.

Ma tornando alla spesa.

Questa spesa, pare quas’impossibile ma è vero, allo stesso tempo ch’era una faccenda delle più importanti pel Babbo, era una passeggiata piacevolissima per noi marmocchie.

Che spiega come mai Lunella ed io, a cui quell’incombenza, si capisce, spettava per diritto e per dovere essendo le più grandi, s’arrivasse volando addirittura per dirigersi subito, con Lui, verso que’ negozi d’alimentari da cui ci si serviva si può dire tutte le sere.

E che negozi sani, profumati e volendo anche saporiti, ch’erano quelli…

Senza tanti buggeramenti.
Senza storie.

Senza tante pretese e surgelati che a forza di gelarsi e di sgolarsi butterebbero sottosopra le budella anche a uno struzzo,

Senza roba affinata e fatturata o detersivi che o detergon poco o fan de’ buchi ancor più larghi e neri di quello di Calcutta perché rosicchian con lo stesso aire di que’ topi di Hamelin, i quali topi, essendo di be’ botri, digrumavano tutto: le padelle, le pentole, i tegami, le tenaglie, le tonache a’ curati, i denti a’ morti, le ciuccette alle balie, le finestre, la modestia alle sòre, i corni a’ becchi, i codini a’ maiali, l’orinali che a seconda della Gigliaccia verduraia sarebbero dei quadri d’artistoni tipo Picasso o Salvator Dalì che son cari appestati, e ragnoli, e moscini, e zanzaroni, e preti a letto con scaldino e tutto e chi più n’ha ne metta.

Che se un fosse saltato ‘n testa al pìfferaro d’arrivare a pallino… O himmei, Mammina!

Se ci penso, da tanto me la prendo, mi ci viene perfin la pelle d’oca.

Che non per niente, cara la mi’ gente, ma come pelle quella pelle là, con tutti quei bitorzoli appuntiti che si ritrova appiccicati addosso, né mi garba né tanto men la voglio, visto e considerato specialmente che ci ho di già la mia ch’è migliore. Ecco!

E poi, come diceva quella cantilena che ci cantava sempre la Leontina?

Chi se la piglia mòre
Chi mòre se ne va,
Me l’ha detto ‘l dottore,
Un me la vo’ piglià.

Che sarà anche una cantilena cantilena. Mica lo nego io?
Ci mancherebbe!

Ma che in quanto a buonsenso n’ha da vendere e è verissima, per di più.

Com’è d’altronde vera quella massima chiarissima, elegante e riguardosa, che fa sapere, senza quid pro quo, che a chiunque per disgrazia se la prese gli puzzaron le mani per un mese… e aveva i guanti.

Che è una massima così conosciuta, particolarmente da noi, che sono certa che si deve a Lei se que’ ganzi de’ nostri bottegai, nati e cresciuti sù sopr’al bel Poggio dove ‘l vento del Settentrione spella vivi e ‘l macigno rifila pedatoni a tutt’andare come e dove gli sgrilla, quando proprio dovevano imbrogliarci, poveri disgraziati…

Ma sicuro!

Altro se lo facevano!

S’intende.

Ma lo facevano col più bel garbo e la più grande generosità e mai con cattiveria o a naso ‘n sù, come fanno di certi forestieri.

Per via che mentre loro c’imbrogliavano, lungi dal mostrarsi scontrosi o peroccupati, dato che lo sapevano benone che sarebbe stato terribile od esoso se noi clienti ci si fosse presa, con grande tatto e immensa gentilezza… facean finta di nulla.

Ch’è un modino di fare sì simpatico, che bisogna essere pignoli e di che tinta, per fare storie o per tenergli ‘l broncio:

Un vi sembra?

Ci siamo o non ci siamo?

Che Dio gli benedica la pancia e la bellica e li conservi pure sani e salvi come dovrebbero essere conservati, che sia sott’olio, oliva, nienti semi o aceto o sale o ghiaccio o salamoia o magari alle più brutte anche spirito, tanto… se è bòno per le coliegine…

Perché se si vòl essere sinceri, o che son quattro soldarelli sgraffignati, un paio di sardine andate a male o qualche baco dentr’a un salamino, dirimpetto a que’ loro scilinguagnoli che con du’ battutine a arriccia pelo rialzavano il morale di chilometri e trasformavan de’ buchetti scuri in locali pieni d’aria e di luce.

Mica che c’importasse a noi, intendiamoci, che que’ buchetti fossero buietti.

No davvero davvero.
Un c’importava.

E un c’importava, cara la mi’ gente, perché tanto ci garbavan lo stesso.

Altro che balle!

Con quel bancone pieno di cassetti che sembravan tante finestrine zeppe di cose bòne da mangiare: pasta per pastasciutta o per minestra, zucchero, riso, ceci, pangrattato, fagioli occhiuti od orbi, fichi secchi, farina gialla o dolce, pinolini, lenticchie, noci, datteri, piselli e castagne rugose e fegatose che ammiccando da dietr’al vetro tutte ‘nsieme, sembravan tante vecchie centenarie da’ visetti giallastri e plissettati.

E poi c’erano i coppi, si capisce.

Que’ copponi di coccio alti e buzzuti ripieni fin’all’orlo d’olio vero che è sempre stato e che sempre sarà quell’olio ricavato dall’olive maciullate al frantoio, odorante di campi, pien di sole, e del colore delle nostre tasche e di quella Speranza ultima Dea, che meno male, ringraziando ‘l ciclo, a noi a Volterra un’è mai venuta a mancare.

Quell’olio vellutato e saporito che una volta, com’è, come non è, manca poco che un affoghi ‘l nostro Pacifico Un S’Arrabbi, ch’era un gatto che da quanto era intrepido e sveglissimo a levare sia strufoli che fumo a una qualche dozzina di schiacciate con un’unghiata sola, ci metteva ancora di meno a dire miao.

Ma lasciate che vi racconti come andò. Ecco, quel brutto giorno, cara gente, nero come la pece per Pacifico, mentre che la padrona del negozio situato giù sotto a casa nostra siesticchiava buttata sulla sedia che teneva riposta dietro al banco esattamente per quella bisogna mostrando tutt’in fila allineati denti gialli e tonsille e russando ‘n un modo così atroce da sembrar la riproduzione d’una stonatura di contrabbasso, quel citrullo del nostro gatto, visto ‘l coppo e assalito dalla stravecchia manìa etrusca di voler esplorare a tutti i costi, miagolando con tutto ‘l fiato che avea ‘n gola: «All’arrembaggioooooo!», prese svelto lo slancio e si lanciò.

Si slanciò tutt’arzillo e pien di verve e andò a finire, come che intendeva, sopr’alla bocca del suddetto coppo, la qual bocca però, il destino ‘nfame, era stata lasciata spalancata da una qualche peneronciona.

Che scalogna!
Che tuffo!
Che spavento!

Né ci poté far niente, poveraccio, perché partito com’era partito senza nemmeno badare d’accertarsi se aveva i freni a posto oppure no, quando piedi davanti scivolarono quelli dietro seguirono ‘n picchiata e così patapùmfete! Di colpo si ritrovò nell’olio e s’unse tutto.

Ma tutto quanto!
Tutto!
Compreso coda e baffi.

Né ci volle mai dire, quell’esoso, come fece a riuscirne.
Lo sapete?

E per mesi rimase così oliato che se si fosse messo in un tegame sarebbe rosolato bene bene senza bisogno d’altro.

Che poi ‘n fondo… Solamente che a noi, l’odor di gatto cotto con pelo, coratella e tutto, un saprei dir perché, ma penso proprio che ci avrebbe un tantino stomacato.

E parlando di puzzi e di profumi.

O chi è che un si ricorda e un gli sembra di riannusare, ripensandoci, tutti quei bell’odori aristocratici ch’emanavan sardine, funghi secchi, prosciutti, salamini, mortadelle e acciughe in salamoia, o anche quelli che provenivan dalle vasche dove gli stoccafissi e baccalà eran tenuti a mollo a giorni interi tanto per prepararli alla cottura, visto e considerato che se cotti a modino, dopo che si son rammolliti, da quanto vengon fòri appetitosi, riescon quasi quasi a render simpatica quella po’ po’ d’ignorantata ch’è l’odore del guazzo.

Tant’è vero ch’io ne conosco a mucchi di individui che anche se un lo vogliono ammettere, gli scemi, per paura di passar da plebei, giù giù dentro di sé, nel solo posto dove possan permettersi talvolta d’essere un po’ sinceri per lo meno con sé stessi, non soltanto gli garba un mucchio, quell’odore, ma ci van matti.

Matti addirittura!
Ve lo dice la sottoscritta.

A meno che un gli capiti, s’intende, di doverci cascare di rincorsa vestiti col vestito delle feste come successe un giorno, scherzi a parte, a un carissimo amico del mi Babbo e esimio Professore, il quale amico, ch’era un òmo d’oro anche se un tantino schizzinoso come si conviene del resto a un Professore che si ritenga tale, in quel giorno fatidico per lui e proprio ne’ paraggi d’un negozio ch’avea per abitudine di metter sempre quelle certe vasche sugli scalini fòri della porta… e un fu così mai tanto sfortunato da trovarsi fra i piedi ‘l Rico Lolli, eletto Sputacchia?

Il quale Lolli, per chi un lo sapesse, ch’era scansare peggio della peste e con ragione, era conosciutissimo sul Poggio, non soltanto perché attaccava de’ bottoni che duravan dell’ore e mentre che cuciva sputacchiava, ma per via che per ogni passo fatto ‘ndietro Rico ne faceva di colpo due ‘n avanti e più che un disgraziato d’una vittima cercava ‘n tutti modi di scansarlo e più che lui, giulivo e soddisfatto, continuava ad annaffiargli ‘l muso.

Che è quello che successe a quel pooròmo esimio Professore.
Si capisce.

Che indietreggia indietreggia, a un certo punto, trovatosi la bocca di Sputacchia che sembrava la rosa d’una doccia a un centimetro o meno dal su’ naso e il deretano dentro o giù di lì ad una delle vasche, quando s’accorse che checché facesse un poteva scansar nessuno de’ due, abbracciato ben bene al Rico Lolli cascò insieme con lui fra baccalà, aumentandone ‘l numero.

E poi, parlando sempre di profumi ch’è un parlare che garba a tutti:
Cosa dell’odor de’ formaggi?
Eh?
Che ne dite?
Parmigiano, Gruèra, Bel Paese, Gorgonzola, Stracchino, Pecorino.

Cacioin grandi e grossi o piccinini, forti e piccanti oppure debolucci che sembravano sdilinquìti e bianchi e verdi e giaili e macchiettati freschi freschi o così stagionati da spaccar perfino i denti, talvolta.

Altro che balle!

E a me piacevan tuttì, quell’odori, che fossero ignoranti od educati, eccettuato quello dolciacchione del sangue del macello, però, che un m’è mai e poi mai a voluto garbare.

E d’altra parte, cara la mi’ gente, dove che c’è la carne c’è anche ‘l sangue.
Si capisce.

E a que’ tempi, quando c’erano meno macchine d’intorno e molti più cristiani intelligenti capaci di badare alle campagne e di farle perfino prosperare, altro se ce n’era di carne.

In abbondanza!

E fresca e saporita e tenerissima e sanguinante d’un bel sangue schietto e non tutto lavato e risciacquato com’è ‘l sangue che accompagna la ciccia d’oggi.

Mica brutti discorsi!

C’era carne di bove, di vitello, di pecora, di vacca e d’agnellino.

C’eran polli, piccioni e coniglietti ogni giorno che Dio metteva ‘n terra ad eccezione del pomeriggio di domenica perch’eran chiusi; e cinghiali dalle zanne feroci ed aggressive, fagiani dalle piume variopinte e lepri, starne, tordi ed uccellini, per tutta la durata del periodo di caccia.

Ed in vetrina, ornate di prezzemolo, si potevan vedere le bacinelle dove le testicciole, ad occhi aperti oppure chiusi se gli andava meglio, se ne stavano comode in panciolle con aria di gran dame, circondate da lombi, zampuccetti, linguacce così lunghe e così spesse da far invidia a quelle delle sòcere… e schienali delicatissimi e latrati che sembravan che dicessero: «Mangiami… » e cervello e trippette e ocratelle ed altro ancora.

Più dell’interminabili sfìlzate di salsìcciotti rossi avvinazzati, i quali salsicciotti, cara gente, cercando d’imitar come potevano la simpatica usanza floreale di Tahiti e Honolulu, rallegravano, ‘nghirlandandolo all’intorno, quell’altrimenti lugubre locale.

Che è una parola, la parola lugubre, che per dire la sacrosanta verità un si poteva usar nemmen per sogno, per descriver la botteguccia che i Norcini aprivan sempre ‘n via delle Prigioni a ogni venir d’autunno.

No di certo!

Perché quel buchettino di bottega, quartier generale di quell’omini ch’erano specialisti e di che tinta nel campo de’ maiali a quattro gambe, spandeva tutt’intorno un odorino talmente appetitoso, da far venire l’acquolina ‘n bocca anche a un baco ciucciato.

Ch’era giusto, s’intende.
Anzi… giustissimo!

Dato che tutto ciò che ci può essere di gustoso, di delizioso, d’odoroso e di completamente affascinante in quella bestia così rosea e lurida tutto allo stesso tempo, que’ tesori l’avevano scovato… e dopo averlo sistemato a modo, felici come tant’Imperatori, lo tenevan piazzato tutt’in giro a que’ quattro muretti… a improfumarli tutti.

Sissignori!

Oh le belle salsicce succolente così diverse da quelle di bove!

E i mallegati! E ‘l lardo! E i cotoghini! E i fegatelli pronti pel tegame… e i migliacci sanguigni.

Mamma mia!

Quante cose divinamente deliziose, c’erano lì dentro.

Bastava dare un’annusata appena per sentirsi saltare addosso una gran voglia d’uscir di colpo dalla propria pelle e di tornare ai tempi di Lucullo per stripparsi di lingue di pavone.

O di correre veloci come il vento cantando a squarciagola.

O di fare l’amore sopr’un prato come può far qualunque bestiolina, dimenticando quella porcheria ch’è guadagnarsi ‘l pane quotidiano, i patimenti subdoli e maligni che corrodono còre, anima ed ossa … e mandando questo povero mondo disgraziato e le su’ delusioni e su’ malanni che ci garbi o no, sono pure i nostri malanni, per sfortuna… a farsi benedire.

© Pro Volterra, ELSA MAZZONI
Viva Volterra, in “Volterra”