I Viaggiatori dell’alabastro

I Viaggiatori dell’alabastro nell’Ottocento è il titolo della raccolta degli scritti di Enrico Fiumi, pubblicati fra il 1948 e il 1968, rispettivamente nella rivista Volterra e nella Rassegna Volterrana, e ristampati anche per iniziati dell’associazione Pro Volterra. Agli albori dell’Ottocento, quando l’industria alabastrina intensificò gli sforzi per allargare la diffusione dei suoi prodotti sui mercati esteri, ebbe inizio quel caratteristico movimento di esportazione promosso appunto dai viaggiatori volterrani, i quali usavano accompagnare la merce per curarne lo smercio. Da principio si provarono vendite sulle piazze italiane ed europee; i più animosi varcarono poi gli oceani e si inoltrarono anche in terre poco note agli europei; non vi furono più confini all’iniziativa di questi merchant adventures del secolo XIX. Si aprivano negozi al dettaglio o si facevano delle vendite per mezzo delle aste; il successo dipendeva più che altro dalla sorte: chi aveva la fortuna di indovinare la piazza buona, faceva ottimi affari e chi invece aveva la sventura di capitare in piazze sbagliate ci perdeva del suo e ci rimetteva chi gli aveva affidato merce e capitali. «Ricostruire l’attività dei viaggiatori non è compito agevole», osserva Fiumi – «fatte rare eccezioni, mancano carteggi, mancano libri contabili. Poco è stato conservato fra le carte delle famiglie volterrane; i più nemmeno sanno che qualche loro antenato viaggiò all’estero con l’alabastro.»

Negli scritti di Enrico Fiumi si conoscono le vicende delle prime importanti iniziative promosse nei primi decenni dell’Ottocento da alcune società, tra le quali Falchi, Zito, Da Sori, Inghirami; Lotti, Leoncini, Tangassi; Giovannoni, Mancini, Topi; Ruggeri, Norchi, Petracchi. Intorno alla metà dell’Ottocento più di cinquanta volterrani si trovavano all’estero a vendere gli alabastri; da citare l’attività di Vito Viti in America, il viaggio in Cina di Luigi Veroli, le presenze di Luigi Beccerini e Rodrigo Cherici a Malta, di Luigi Dello Sbarba a Odessa, di David Giovannoni ad Amburgo, di Pietro Guerrieri a Lisbona, di Pietro Lazzeri a Rio de Janeiro, di Giuseppe Parenti a Barcellona, di Michele Solaini a Marsiglia, di Pietro Spinelli a Batavia, di Luis Tangassi a Vera Cruz e di molti altri in ogni parte del mondo. Il fenomeno di tutti questi viaggiatori è stato tanto importante per la propaganda dei nostri manufatti che lo Schanzer, quale incaricato del Ministero dell’Industria, riferiva nella sua relazione Le industrie artistiche italiane: gli alabastri di Volterra (1909) che l’industria degli alabastri fu conosciuta in tutto il mondo soprattutto per l’ardimento dei viaggiatori volterrani. Basti pensare a Giuseppe Viti, il più avventuroso della schiera, che, dopo aver venduto alabastri a New York, Baltimora, Boston, nel 1829 si recò nelle Indie Occidentali. Tra il 1841 e il 1845 fu al Perù, a Rio de Janeiro, a Buenos Ayres. Rientrato in patria ripartì nel 1846 con molte casse diretto a Bombay. La sorte gli fu particolarmente favorevole. Girando le Indie fece fortunate vendite a Calcutta e a Luknow. Riuscì a diventare persino Emiro del Nepal e nel 1849 tornò in patria dopo aver accumulato una grande fortuna. Di lui discorsero, tra gli altri, Corrado Alvaro ed Antonio Baldini.

I viaggiatori volterrani, tornati in patria dopo lunghi viaggi all’estero, partecipavano, con le loro idee ed i loro capitali, al miglioramento della città. Essi investivano i risparmi nell’industria, nell’acquisto di beni, terreni, in nuove costruzioni, contribuendo alla prosperità generale. Il movimento dei viaggiatori proseguì anche nel corso dei primi decenni del Novecento. Intorno al 1925 molti volterrani erano in paesi lontani (Cina, Giappone, Messico, India) e ne citiamo alcuni: Guido Sardelli, i fratelli Maffei, Giusto Bessi, Ugo Mori, Giulio Gremigni. Tutti costoro, seguendo la traccia e l’esempio degli antenati, partivano dall’erma e polverosa Volterra con un modesto carico di alabastro, e i più tornavano a casa come colombi viaggiatori con una pagliuzza d’oro in bocca – è una immagine fortunata di Arnaldo Dello Sbarba, al quale il D’Annunzio donò una copia del romanzo Lavorato in alabastro e in macigno. I viaggi non sono più avventurosi come quelli di cento anni prima, ma conservano il loro carattere imprevisto e rischioso. Sono scomparse le incertezze della navigazione, le difficoltà dei trasporti e delle comunicazioni, ma sono aumentati gli ostacoli frapposti al libero scambio delle merci fra paese e paese. Le spedizioni dei viaggiatori voltarrani non sono state soltanto tipiche per la loro originalità, ma hanno avuto un’ importanza notevole nell’intero campo dell’esportazione, perchè hanno permesso di entrare veramente nel cuore dei mercati stranieri e di interpretare il gusto delle popolazioni indigene.

Superata la triste recessione degli anni Trenta e il periodo del secondo conflitto mondiale, la manifattura degli alabastri si è meritatamente reinserita nel quadro delle tradizionali attività artigianali della Toscana. Già intorno agli anni Cinquanta il tipo di esportazione e di contatto con la clientela estera ha cambiato fisionomia. I compratori visitano le fabbriche per passare le commissioni oppure incontrano i fabbricanti in esposizioni fieristiche in Italia (Macef e Campionaria a Milano, Gift Mart a Firenze) ed all’estero. Inoltre sono organizzate molte manifestazioni specializzate nei vari mercati esteri, d’intesa tra le associazioni dei produttori e gli enti all’uopo preposti, quali la regione Toscana, la camera di commercio di Pisa e l’Istituto di commercio estero (ICE) di Roma. La produzione alabastrina sia di tipo artistico-artigianale che di serie, è destinata per il 90 per cento all’esportazione; il volume del fatturato, con prevalente indirizzo Germania Occidentale, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, si può calcolare per il decorso ’77 sui dieci miliardi, in valuta pregiata, che non poco incide positivamente sulla generale bilancia dei pagamenti, e su quella particolare dell’economia volterrana. Se quindi ancora oggi l’alabastro riveste un ruolo importante nell’economia del nostro comprensorio e resta il messaggero del nome di Volterra nel mondo intero, molto si deve al filone dei viaggiatori volterrani dell’Ottocento e dei primi del Novecento, pionieri di arte e di italianità.

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