Vigneti e uliveti

Le viti erano piantante un po' dovunque sulle pendici. Oltre alle estensioni di grano e alle vigne, i tanti pezzi di terra avevano quasi tutti qualche pianta da cui ricavare olive, su un ciglio o al limitare del campo.

Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Le viti erano piantante un po’ dovunque sulle pendici. Le piante giovani erano dette posticci e fruttavano dopo 4-5 anni dall’impianto. Nella posta di Guglielmo di Nuccio, impaziente di vedere dell’uva, troviamo ricordata la terra alloghata a Maso di Lorenzo di Banduccio in chapo a 10 anni, per la vigna sono già tre anni e anchora nulla. Invece Pardo d’Antonio, per un suo posticcio presso il castello di Montecerboli, poteva ben dire: è d’anni 4 e chomincia afare dell’uva.

I poderi che producevano vino buono erano a S. Lorenzo, a S. Cristina, a Poggio Franco, Ulignano e a S. Cipriano; e nel contado a Pomarance e a Querceto, dove le vigne di Filicaia di Piero di Iacopo rifornivano Vinciguerra vinattiere di città. A Pomarance, alla Porta Lomerina, sono citate anche delle pergole di greco e di trebbiano. Le 12 some di vino qui ricavate erano vendute nel 1429-30 a 40 soldi il barile (2 barili = 1 soma), mentre il prezzo normale era 30 soldi la soma o 15 soldi il barile. E a proposito di metrologia, una vigna o vero pastino (scasso) in Valle di Lodovico di Cino rendeva all’anno alla misura volterrana: vino some 6 a 30 soldi la soma.

Le terre e gli orti da cui si ricavava uva per il vinello erano citati a Caterello (di Agnese vedova di Corsino e del genero Michele di Ridolfo) e al Poggio, di Angela madre di ser Matteo Turini. Quelle che davano vino cattivo sono ricordate una sola volta a Docciarello, di proprietà di ser Attaviano Barlettani52.

Oltre alle estensioni di grano e alle vigne, i tanti pezzi di terra rammentati dal catasto avevano quasi tutti qualche pianta da cui ricavare olive, su un ciglio o al limitare del campo. Estesi oliveti invece erano al Posatoio, al Casato, all’Aia, a Fonte all’Olmo, a Misciatico, a Rioddi, a S. Margherita, a Valle (fitti), a Montebradoni (del produttore Antonio di Miscianza), e a Casa Bianca tra Fatagliano e il Cecina (chon parecchi ulivi non si lavorano già da 40 anni).

Alcuni frantoi si trovavano in città (vedi). Quelli di campagna erano a Fibbiano, Luppiano, Montenero di Ulignano e alla Nera. Al mercato l’olio era venduto a 4 lire a orcio oppure 6 soldi e 8 denari lapanata (un orcio erano circa 12 panate).

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 17, p. 65 , in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007