Borgo San Giusto

Questo è il nome che viene dato alla via che attraversa il borgo omonimo, posto nella estrema parte occidentale della città. Tutto il quartiere è edificato su un vasto pianoro che nel medioevo era chiamato Prato Marzio. La strada corrisponde all’ultimo tracciato del Corso, la via che nel medioevo andava dalla odierna Porta S. Francesco fino alla Porta di S. Marco dove iniziava la strada che conduceva a Pisa; questa sezione allora era anche chiamata Corso di Prato Marzio. Fino al Settecento con il nome di Borgo San Giusto si intendeva tutta quella parte dell’abitato collocata al fuori delle mura etrusche della Guerruccia, dove si trovava un’antica chiesa dedicata a San Giusto costruita a sua volta sopra una vasta necropoli etrusca, romana e paleocristiana; questo abitato è andato completamente perduto nella frana delle Balze. Quando la vecchia chiesa venne abbandonata perché pericolante, si iniziò la costruzione della nuova chiesa, la cui mole domina oggi l’intero quartiere. Dai primi anni del 1700, la zona di Prato Marzio iniziò ad essere chiamata anche con il nome di Borgo San Giusto, nome che poi prese decisamente il sopravvento.

La strada conta sei traverse: Via di Santa Chiara, Via del Partigiano, Vicolo Menseri, Vicolo San Marco, Vicolo San Tommaso e Via di Mandringa. Su di essa si affaccia pure il Piazzale XXV aprile.

La parte iniziale della strada è oggi occupata da abitazioni costruite nel XVII-XVIII secolo e ristrutturate più volte, solamente a partire dall’incrocio con Via del Partigiano e con Piazzale XXV aprile iniziano le abitazioni più antiche. Questo ci conferma un dato che emerge dall’esame delle piante antiche della città, cioè che tutto il terreno compreso fra l’attuale Via dei Rossetti e questo incrocio era destinato alle coltivazioni, le uniche costruzioni che vi si trovavano erano la chiesa ed il convento di S. Chiara.

Lungo questa via, nei pressi della chiesa di San Giusto, ne esisteva un’altra dedicata a San Martino. La prima menzione che abbiamo di essa è del 1233, in un documento che la definisce Ecclesia S. Martini de Cursu, ad indicare che si trovava proprio lungo la strada. Per cento anni, dall’ottobre 1461, vi risedette una famiglia di Frati Domenicani. Fuori della porta era murata un’iscrizione, oggi conservata al Museo, che ci dice che venne riconsacrata nel 1521. La chiesa fu demolita intorno al 1930, quando vennero costruite le case popolari di piazzale XXV aprile. Da alcuni disegni rimastici sappiamo che era a pianta rettangolare e che anteriormente aveva un porticato sorretto da colonne.

Sul lato sinistro della strada, nel tratto antistante l’odierna chiesa di San Giusto, vi sono alcune abitazioni nella cui facciata sono ancora visibili resti di edifici più antichi. Ai nn. 63-73 si trova un edificio del XVII-XVIII secolo costruito sopra un altro più antico, si notano sulla facciata archi di scarico in pietra e cotto. Al n. 69 c’è un arco in pietra molto ampio, che forse è quanto rimane di una stalla, databile al XIV secolo. Al n. 75 c’è invece un edificio più antico, del XIV-XV secolo, le aperture sono sormontate da archi in cotto molto belli con laterizi sagomati nell’estradosso; nonostante sia stato modificato da ristrutturazioni successive, l’impianto originario è ancora ben leggibile. Anche ai nn. 83 e 85, due case costruite nel XVIII secolo, si notano resti di muratura in pietra del XIV secolo. Dopo il prato antistante la chiesa aumentano le abitazioni antiche o costruite su resti di strutture antiche. Al 62-64 si trova un edificio del XV-XVI secolo dai pregevoli marca davanzali in cotto. Ai nn. 93-95, sulla facciata di una casa del XIX secolo, si notano resti di muratura in pietra del XIV secolo. Al n. 97 le finestre sono coperte con archi in laterizi a sesto acuto, potrebbero essere del XIV secolo, ma anche ristrutturazioni di fine ottocento in stile neo gotico.

PORTA MENSERI

Poco oltre la storica trattoria dello Sgherro, citata anche nei romanzi di Cassola, si trova la porta Menseri. Questa fu aperta nelle mura etrusche intorno al 1240 per permettere agli abitanti della zona di raggiungere la sottostante fonte della Frana.

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Proseguendo oltre troviamo numerose case del XVI-XVII secolo costruite sopra edifici più antichi, nella maggior parte dei casi non sono visibili i resti delle abitazioni precedenti, possiamo però notarne nella casa del XIV-XV secolo posta ai nn. 149-152.

Solamente quando ci avviciniamo alla fine del borgo troviamo molte case le cui murature esterne mantengono ancora l’aspetto medievale originario. Le abitazioni di questo tipo si concentrano nei pressi del n. 96, che in origine era una chiesa intitolata a San Tommaso. La sua costruzione è del XIV-XV secolo, fu sconsacrata nel 1786 e trasformata in abitazione, ma ancora oggi si riesce a distinguere con chiarezza la struttura originaria dell’oratorio.

Nelle vicinanze c’è la casa al n. 157, databile al XVI-XVII secolo, che al pianterreno conserva resti di strutture del XIV secolo. Al n. 159 vi sono due aperture coperte con archi in pietra databili al XIV secolo. Fra tutte le case spicca l’abitazione al n. 165 il cui impianto originale è del XIII secolo; i piloni angolari in pietra presentano segni di bugnato e sulla facciata vi sono alcune mensole aggettanti, che ci fanno capire che aveva almeno altri due piani oltre il pianterreno. Questi elementi architettonici ci inducono a credere che si tratti dei resti di una casa torre.

Un’altra casa torre si doveva trovare al n. 104. L’edificio ai nn. 110-114, che è databile anch’esso al XIII-XIV secolo, doveva appartenere ad una ricca famiglia di mercanti, al pianterreno si conservano tre imponenti archi in pietra, che forse in origine facevano parte di un portico. Ai nn. 106-108 si trova invece un’abitazione posteriore, del XVI secolo, con un portale in pietra sormontato da uno stemma non facilmente identificabile: tre rosette, due in capo ed una in punta divise da una fascia. Interessante appare, infine, l’edificio ai nn. 116-120, costruito nel XVII-XVIII secolo su impianto più antico, sulla facciata sono presenti due lesene in pietra attribuibili al XIII secolo; originariamente si doveva trattare di tre case a schiera che sono state fuse insieme in una ristrutturazione successiva, sul fianco si nota l’originaria struttura muraria in pietra.

La strada finisce oggi quasi sull’orlo dello strapiombo delle Balze, ma anticamente essa proseguiva fino alle mura etrusche, che attraversava tramite la porta di San Marco dove si allacciava con la strada che portava a Pisa. Non sappiamo se questa porta era etrusca, secondo alcuni storici che l’hanno vista prima che crollasse, nel secolo scorso, era contemporanea alla costruzione delle mura, ma era anche stata rimaneggiata nel medioevo.

Dagli statuti comunali e dalle deliberazioni del consiglio abbiamo infatti notizia di numerosi lavori che sono stati compiuti alla porta, fra l’altro sappiamo che, come le altre porte cittadine, era decorata con pitture di immagini sacre dipinte una prima volta nel 1293 da Giuntarino di Grazia ed una seconda da Tommasino da Pesaro nel 1355.

Quello spazio aperto che oggi separa le ultime abitazioni del borgo dalle Balze era occupato, fino alla fine del XVIII secolo, da altri edifici che furono demoliti per riutilizzarne i materiali prima che franassero. Fra questi merita di ricordare la chiesa di S. Marco.

Il ricordo più remoto dell’esistenza di questa chiesa è del 1161, nel calendario di Ugo. In un documento del 1213 viene chiamata anche chiesa di Prato Marzio; pochi anni dopo, nel 1215, passò sotto la giurisdizione dei monaci camaldolesi. La campana di quella chiesa aveva anche il compito di servizio di guardia della città e di ripetere i segnali acustici emessi dalla campana del Comune in caso di adunanze pubbliche.

La chiesa non era vasta, ma era adorna di affreschi e pitture. Oltre all’altare maggiore vi erano un altare dedicato alla SS. Annunziata, con un affresco del 1326 e un altare dedicalo a S. Antonio abate. A sinistra entrando vi era una cappella con un altare dedicato alla Madonna su cui i trovava un affresco con la “Madonna ed il Bambino”, che fu trasportato in San Giusto nuovo e oggi è perduto. Un altro altare recava una tela di Neri di Bicci rappresentante San Sebastiano con la scritta: Questa tavola an facto fare la chontrada di Prato Marzo di Volterra l’anno 1478; il quadro è oggi conservato nella Pinacoteca Civica.

Nel 1547 la chiesa venne trasformata da prioria a monastero di monache. Nel 1591 Niccolò Cercignani vi dipinse una tavola che fu collocata sull’altare maggiore. Ma la frana delle Balze minacciava tutto l’abitato e pertanto nel 1710 le monache si trasferirono in un nuovo monastero fatto costruire presso la chiesa di S. Pietro in Selci.

Da allora la chiesa perse progressivamente importanza, dapprima furono trasferiti la cura d’anime ed il cimitero da questa prioria a San Giusto nuova, nel 1774. Nel 1778 il vescovo concesse il nulla osta per la sconsacrazione e la demolizione della chiesa: nel breve periodo di quattordici giorni tutto l’edificio venne demolito e il ricavato dalla vendita del materiale da costruzione proveniente da essa venne devoluto all’opera di S. Marco e di S. Giusto.

CHIESA DI SAN GIUSTO

L’edificio architettonicamente e storicamente più importante di questa zona è la chiesa di San Giusto e Clemente. Come ho già detto, quella che vediamo spiccare oggi sopra le case del borgo è la seconda dedicata a questo santo, essendo la prima crollata nelle Balze.

La prima chiesa era stata costruita sopra i sepolcri dei due santi, patroni della nostra città, ma non sappiamo neppure con sicurezza se esisteva un solo edificio oppure erano due. Certamente erano due chiese distinte nel XII secolo quando vengono esumate le spoglie di San Clemente perché la sua chiesa, costruita più in basso rispetto a quella di San Giusto, minacciava di crollare.

Non sappiamo con esattezza quando sia stato costruito il primo edificio di culto, sappiamo però che nel IV-V sec. d.C. in questa zona si trovava un cimitero cristiano, niente di più probabile che si trattasse di una chiesa cimiteriale, costruita cioè nei pressi delle aree destinate alle sepolture. Qui erano sepolti anche i due santi, probabilmente in un unico sepolcro c’he venne poi diviso prima del XII secolo. Esiste un’epigrafe che ci informa di una ristrutturazione avvenuta durante il regno del re longobardo Cuniperto per iniziativa del vescovo Gaudenziano e del gastaldo Alchis.

L’epigrafe si trova oggi dietro l’altare della chiesa moderna e costituisce il più importante documento longobardo conservatosi a Volterra; si tratta di una lastra marmorea con incisa l’iscrizione che ricorda la fondazione o la ristrutturazione della chiesa di San Giusto. La sua funzione era probabilmente quella di una mensa di altare.

(IN HON)ORE SANCTI IUSTI
ALCHIS ILLUSTRIS GASTALDIUS
FIERI IUSSET TEMPORE DOMINI
CUNINCPERT REGI ET
GAUDENTIANO EPISCOPO

Traduzione

In onore di san Giusto l’illustre Castaldo Alchis ordinò di fare al tempo del signore re Cuniperto e del vescovo Gaudenziano.

L’iscrizione è purtroppo mutila, ci informa soltanto che Alchis, che era uno dei gastaldi di Volterra in epoca longobarda, fece fare dei lavori di natura non ben precisata, al tempo del regno del re Cuniperto (688-700) mentre era vescovo della città Gaudenziano. Con ogni probabilità si tratta della consacrazione dalla chiesa, ma lo stato dell’epigrafe ci rende impossibile sapere l’anno esatto in cui avvenne.

Una recente ipotesi ritiene che l’antica chiesa madre della diocesi di Volterra non fosse né Santa Maria né San Pietro, ma San Giusto. Questo sulla base del fatto che nella maggior parte delle diocesi più antiche le chiese che erano sede del vescovo si trovavano sempre nelle periferie ed erano dedicate al santo patrono della città che era sede vescovile. Se aggiungiamo a questo dato il fatto che vicino si trovava un’importante area cimiteriale e che il vescovo possedeva moltissimi terreni in questa zona, abbiamo abbastanza informazioni per poter ritenere attendibile questa teoria.

Non abbiamo nessuna descrizione della struttura architettonica della chiesa; da una mappa cinquecentesca della città, che riporta le piante di numerosi edifici, ricaviamo soltanto che aveva un portico ed una canonica annessi e che vi si accedeva tramite due scalinate, ma non sappiamo a quando risalga questa sistemazione e se la pianta sia attendibile. Oggi non rimangono che poche parti della decorazione scultorea che sono state riutilizzate nella chiesa moderna o conservate in altri edifici. Sappiamo che conteneva sette altari, quello maggiore era dedicato a San Giusto ed aveva la mensa in pietra ed un ciborio di legno; presso questo altare si trovava il sepolcro di San Giusto dove era conservata anche la testa di San Clemente. Gli altri altari erano dedicati alla Madonna, al S5. Crocifisso, a San Sebastiano, a San Leonardo, al beato Iacopo Guidi e a San Frediano. Secondo alcuni storici volterrani nel 1330 venne arricchita con affreschi dipinti da Giotto o da suoi discepoli; non abbiamo nessuna documentazione che ci possa confermare la partecipazione di questo grande maestro alla realizzazione di questi affreschi, ritengo comunque che, se veramente fosse venuto a Volterra, ne sarebbe rimasta qualche traccia documentaria che invece non esiste. Nel 1348 vi fu fondata la Compagnia dei Santi Giusto e Clemente. Qualche anno dopo, nel 1365, vi furono fatti altri lavori di ristrutturazione. Nel secolo successivo fu costruito il campanile. Fra le opere che vi si trovavano vanno ricordati: un crocifisso su tavola di autore ignoto e una tavola raffigurante San Giusto e San Clemente ritenuta opera del Ghirlandaio.

Dal tempio si accedeva ad una sorgente che la tradizione voleva fosse quella che scaturì per miracolo quando i due santi vi si stabilirono in quella zona; dai fedeli era ritenuta miracolosa ed era uso andarvisi a bagnare il giorno della festa patronale. Quel giorno, il 5 giugno, veniva praticata una tradizione le cui origini si perdono nel tempo e che si è mantenuta fino al Settecento, quella dell’offerta di una corda incerata, detta accia, durante una cerimonia chiamata dell’Avvinta. Con questa corda veniva cinto l’esterno della chiesa e gli altari interni e ci rimaneva dalla domenica prima dell’Ascensione fino a quella della Trinità. L’accia veniva raccolta dai balitori della contrada di San Giusto in misura bastante a cingere tre volte l’altare maggiore. In occasioni particolarmente solenni questo altare veniva invece cinto da una catenella di argento.

Le contrade cittadine dovevano anche portare un cero in offerta alla chiesa, un uso che ben presto si trasformò in una vera e propria gara nel cercare di superarsi in ricchezza e magnificenza. In quest’occasione venivano realizzate delle macchine in legno e cera decorate con stemmi e immagini fantastiche che venivano portate al tempio in processione e poi erano appese al soffitto.

Ma le Balze avanzavano rapide verso quest’edificio, nel 1600 erano arrivate alla scalinata che dava accesso alla chiesa e qualche anno dopo, il 12 settembre 1614, il lato Est precipitava improvvisamente nella voragine; il resto dell’edificio lo seguì il 16 settembre 1627. Rimase in piedi solo l’altare maggiore, qualche muro delle cappelle vicine, la sacrestia e la torre campanaria. Il 30 dello stesso mese la cura d’anime fu trasferita alla Badia ed i monaci recuperarono tutte le decorazioni architettoniche che riutilizzarono nella loro chiesa. L’ultima parte dell’edificio più antico precipitò il 24 marzo del 1648, l’unica cosa che si salvò dalla distruzione furono le campane che vennero portate alla nuova chiesa che era già in costruzione.

Le reliquie dei due santi furono portate in salvo in due diversi momenti: San Giusto nel 1625 e San Clemente nel 1627. Vennero trasportate in San Marco in attesa di trasferirle nella nuova chiesa dove, per la prima volta, furono riunite insieme in un’unica urna.

La decisione di costruire un nuovo tempio dedicato ai due santi patroni venne presa il 14 febbraio del 1627. A sovrintendere i lavori furono incaricati sette nobili cittadini volterrani che ebbero il compito di procurare i progetti per la nuova fabbrica e dirigerne l’esecuzione. La prima pietra venne benedetta il 28 ottobre 1628. I lavori furono molto lunghi e travagliati, tanto che continuarono fino dopo il 1770.

Non sappiamo con precisione in che anno venne aperta al culto, il 9 giugno 1685 si fece un inventario degli arredi e dei paramenti sacri e nel luglio del 1700 venne chiesta una tassa per chi celebrava messe nelle cappelle, per cui dobbiamo supporre che la consacrazione avvenne prima di questa data. La consacrazione solenne avvenne solamente il 5 giugno 1775 e fu officiata dal vescovo Alessandro Galletti.

Nel 1716 fu collocato nella facciata della chiesa un orologio a quadrante offerto dagli abitanti della contrada di San Marco. Il 17 agosto 1750 vi furono traslate, con tutta la solennità del caso, le reliquie dei due santi collocandole nell’arca che tuttora le conserva. Nel 1752 fu murata nella parete del coro la mensa d’altare che recava scolpita la memoria della fondazione del tempio da parte del gastaldo Alchis e vi fu sovrapposta una epigrafe per ricordare l’avvenimento. Nel 1756 fu alzato sull’altar maggiore il crocifisso. Nel 1778 fu costruita la scalinata per cui si accedeva al presbiterio. Nel 1801 il famoso matematico Giovanni Inghirami segnò nella navata una linea meridiana capace di servire per tutto l’anno. Nel 1833 vi fu collocato un organo posto sopra la cantoria del coro.

Da allora la chiesa è rimasta sostanzialmente immutata. il grande prato, delimitato da due file di cipressi, precede un’ampia scalinata ai cui lati si trovano quattro colonne recuperate dalla chiesa antica, che reggono le statue in terracotta raffiguranti San Lino, San Giusto, San Clemente e Sant’Ottaviano, opera del fiammingo Nazard. Nelle pareti laterali della chiesa troviamo anche altri elementi decorativi recuperati dal vecchio edificio ed addirittura tre coperchi di urne funerarie etrusche.

La tipologia architettonica di questo edificio sacro è di stampo barocco, ma presenta delle piccole differenze, dovute alla lunga durata della sua realizzazione; vi sono, infatti, anche elementi dell’architettura neoclassica e, soprattutto, la muratura non intonacata dà un senso di non compiuto a chi vi si accosta per la prima volta. Sopra il portale di accesso è murata una lapide in memoria di San Lino sormontata da un triregno, più in alto vi è un grande finestrone sormontato da uno scudo che reca scolpita la croce rossa in campo bianco, arme del popolo volterrano.

L’interno della chiesa si presenta austero e solenne. All’interno vi sono, oltre all’altar maggiore, otto altari laterali. L’altare dedicato ai due santi patroni fu realizzato in varie epoche e terminato alla metà del XVIII secolo da Francesco Franchi, che scolpì le statue dei santi. Le reliquie sono deposte in un grande sarcofago in marmo, disegnato dall’ingegner Ferdinando Ruggeri, collocato sopra l’altare. il crocifisso soprastante è opera di un ignoto autore di scuola fiorentina del XVIII secolo. La scalinata fu scolpita nel 1778 da Antonio Sandrini. Sulle pareti del transetto vi sono una serie di formelle in terracotta raffiguranti gli episodi della Via Crucis, opera del volterrano Raffaello Consortìni, del secondo dopoguerra.

A sinistra dell’altare vi è la cappella del SS. Sacramento, ex oratorio della compagnia. Nel soffitto è collocato un affresco proveniente dalla Badia e opera di Baldassarre Franceschini raffigurante “Elia svegliato dall’angelo”, dipinto nel 1632. Nella parete di fondo c’è un tabernacolo di legno in stile neoclassico ed un crocifisso del XVIII secolo. Qui si trovava una tavola dipinta nel 1580 da Niccolò Cercignani, che forse in origine era nella chiesa di San Marco, quest’opera è attualmente in Pinacoteca.

Negli altri altari sono collocate altre opere pittoriche, entrando troviamo, nel primo altare a destra, una “Visitazione della Vergine Maria alla cugina Elisabetta”, opera di Cosimo Daddi della fine del XVI secolo e proveniente da San Marco; di fronte si trovava un affresco raffigurante la Vergine proveniente dalla chiesa di San Marco, che non esiste più. Sopra questo altare è stata collocata, nel 1939, una statua policroma lignea raffigurante la “Madonna col Bambino”, opera del rinomato scultore ladino Vigil Pescosta (1886-1981), collaboratore del grande Arturo Martini e maestro nell’Accademia di Brera.

Il secondo altare a destra contiene una tela raffigurante San Francesco Saverio opera di G.B. Ferretti del 1726; di fronte un altare dedicato a Sant’Orsola il cui martirio è rappresentato nella tela, opera degli inizi del 1700 di Pietro Dandini. A fianco si trova una lapide proveniente dalla vecchia chiesa che riporta la notizia della promessa fatta dai volterrani nel 1527, di celebrare ogni anno la festa di San Giusto per ringraziarlo della liberazione dalla peste, questo voto finora è stato sempre compiuto.

Il terzo altare a destra è dedicato alle sante volterrane Attinia e Greciniana, fu fatto costruire nel 1642 dal sacerdote L. Tavianozzi e la tela raffigura il martirio delle sante. Di fronte si trova l’altare della Madonna delle Grazie, al di sopra c’è una tela di Cesare Dandini raffigurante quattro santi che fanno da corona alla vergine. Sotto l’altare c’è un presepio in alabastro eseguito da F. Gabellieri ed arricchito da altri artigiani locali.

Il quarto altare da destra è posto nel transetto e presenta la copia di una “Madonna col Bambino”, opera su tavola di Neri di Bicci del 1475 eseguita per la vecchia chiesa e venerata col titolo di Madonna delle Grazie, l’originale si trova nel Museo d’arte sacra di Volterra. A sinistra vediamo la scultura della “Sacra Famiglia” realizzata nel 1984 dal volterrana Carlo Lazzeri. Lo stesso Lazzeri ha fatto l’angelo porta-vangelo sulla scalinata (1987) e un San Marco Evangelista accanto alla cappella del Sacramento (1995). L’altare di fronte presenta una tela raffigurante S. Giusto e S. Clemente nell’atto di gettare i pani dalle mura di Volterra. Il dipinto è opera del volterrano Giuseppe Arrighi.

VICOLO MENSERI

Si tratta di una breve traversa di Borgo San Giusto, che prende nome dall’omonima, vicina porta. Vi è solo una casa che si affaccia su di essa, ma dal vicolo si può godere un ottimo panorama delle Balze.

VICOLO SAN MARCO

Traversa sul lato destro di Borgo San Giusto. Trae il nome dall’antica chiesa dedicata all’evangelista nei pressi delle mura etrusche e smantellata nel 1774 perché minacciava di precipitare nelle Balze. La chiesa si trovava nelle vicinanze di questo vicolo, dove era invece costruito l’oratorio di San Tommaso. È ancora oggi possibile riconoscerlo, pur essendo stato trasformato in abitazione, si trova al n.1 di Vicolo S. Tommaso, qui si riconosce invece l’abside, costruito in laterizi e trasformato, come il resto dell’antico oratorio, in abitazione.

VICOLO SAN TOMMASO

Ultima traversa sulla destra di Borgo San Giusto, prende il nome dall’oratorio sconsacrato che si trova al suo inizio, che è stato trasformato nel secolo scorso in un’abitazione, ma di cui è possibile riconoscere bene la struttura originaria. Si trattava di un piccolo edificio a pianta rettangolare con un abside, probabilmente aveva una copertura a capanna, vi si accedeva tramite un portale oggi trasformato in ingresso di garage, ma ancora pressoché intatto. La struttura muraria è in opera mista di pietre e laterizi con cantonali e portale interamente in pietra, a circa metà dell’altezza c’è un marca davanzale in cotto decorato.

Al fianco dell’oratorio si possono vedere alcuni resti murari databili al XIV secolo. Al n. 10 vi sono alcuni paramenti murari pertinenti ad un grande edificio di XIV secolo, la muratura è realizzato in pietra a filaretto, con conci regolari che presentano tracce di bugnato, è possibile capire che questa costruzione era alta almeno tre piani, forse si trattava di una residenza signorile, se non di una torre.

© Pacini Editore S.P.A., ALESSANDRO FURIESI
Borgo San Giusto, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A. AUGENTI, L’iscrizione di Alchis a Volterra, in “Archeologia Medievale”, XIX, 1992, pp.739-747;
A. AUGENTI – M.MUNZI, Scrivere la città. Le epigrafi tardo antiche e medievali di Volterra (Secoli IV-XIV), Firenze, All’insegna del Ciglio, 1997, pp. 39-46;
M. BATTISTINI, La chiesa di S. Martillo nei borghi, in Miscellanea Volterrana (4), Pescia, Tip. Franchi, 1931, p. 57;
A. CINCI, La vecchia e nuova chiesa di San Giusto, Volterra, Tipografia Volterrana, 1885;
P. FERRINI, Volterra di strada in strada, Volterra, Studio Tecnico 2G, 1983, pp. 143-146;
E. FIUMI, Topografia volterrana e sviluppo urbanistico al sorgere del comune, in “Rassegna Volterrana”, XIX, 1951, pp. 1-28;
C. MACCHI, Chiesa prioria di S. Marco evangelista, Volterra, Premiata Tipografia Confortini, 1930;
C. MACCHI, Chiesa vecchia di S. Giusto, Volterra, Premiata Tipografia Confortinì, 1931;
M. MUNZI, Due iscrizioni tardoantiche a Volterra, in “Archeologia Medievale”, XXI, 1994, pp. 629-637;
M. MUNZIG. RICCI – M. SERLORENZI, Volterra fra tardo antico e alto medioevo, in “Archeologia Medievale”, XXI, 1994, pp. 639-656.

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