Castel Volterrano

Castel Volterrano era detto anche la Rocchettina del Volterrano o Castelpopuli.

Il castello era già noto nel 1186, quando il vescovo di Volterra Ildebrando Pannocchieschi ne ottenne il feudo e la giurisdizione dall’imperatore Arrigo VI.

Volterra, essendo nel 1301 sotto il dominio del partito guelfo, provvide di nuovo a rafforzare i suoi confini meridionali per assicurarsi contro il pericolo d’incursioni delle truppe pisane e ghibelline, ricostruendo il castello con tanto di solide mura di cinta.

“Nel 1411 era ancora uno dei 33 comuni minori del distretto e con molta probabilità se ne può ipotizzare la fine nel 1447, quando le soldatesche d’Alfonso d’Aragona, dopo aver mosso guerra ai fiorentini, invasero il territorio di Volterra, bruciando e devastando paesi e castelli.” – [A. Pennacchi]

Una duplice cinta di mura formava un quadrilatero di notevoli dimensioni, con i lati minori leggermente ricurvi.

Sul lato sud-ovest si apriva la Porta piombinese, presso una torre mozza. Sul lato a nord est i resti della porta volterrana e fuori le rovine della chiesa di S. Andrea in Castelpopuli, che poi fu nota come Cappella Lotti.

Angelo Marrucci era un profondo conoscitore del territorio, eppure la prima volta cercammo invano Castel Volterrano, prima scendendo da Castelnuovo e poi risalendo dalla Leccia, attraverso diversi sentieri. L’antico presidio volterrano sull’Alta Val di Cornia, sembrava svanito nel nulla. Il maestro non ci dormì su, non potevamo arrenderci e il giorno dopo, cartine alla mano, tornammo alla ricerca del castello perduto, del quale riuscimmo infine a ritrovare i ruderi, quasi completamente sommersi dalla vegetazione.

Stupendo: certi posti sono ancora più belli, quando sono sudati!

In un pregevole saggio, pubblicato sulla Rassegna Volterrana del 1965, scriveva di quei ruderi Pier Luigi Pellegrini: “La cinta delle mura, tuttora ben visibile sotto i rovi che ne coprono la parte più alta, è circondata da un bel prato raso e fresco. I rovi, quasi per magia, custodiscono un antico segreto, mascherano fino a pochi passi di distanza quello che rimane delle costruzioni che si alzavano dentro la cinta, su un territorio di circa quindicimila metri quadrati. Sotto il groviglio quasi inestricabile dei rami si possono scoprire i resti di muri maestri e di sotterranei; cisterne, dove oggi come secoli fa, si raccoglie l’acqua; una torre massiccia le cui mura robuste si elevano ancora per alcuni metri; intorno silenzio e solitudine e in lontananza i fumacchi del Sasso”.

Era lì che in epoca romana, sorgeva Martugnano, come scriveva Don Socrate Isolani da Montignoso nel 1937?

Nel periodo delle lotte intestine tra vescovo e Comune, il territorio fu probabilmente abbandonato a se stesso, e il castello divenne roccaforte dei banditi che infestavano quelle contrade.

Fu così che Ranieri degli Umbertini, nominato vescovo di Volterra nel 1273 ed eletto capitano del popolo nel 1278, ne decretò nel 1284 la distruzione completa e l’uccisione di tutti quanti i suoi abitanti.

Da bravo ministro della chiesa avrà sicuramente prima provveduto a far somministrare loro i Santi Sacramenti. A noi posteri il compito di farne perdere anche la memoria.

Nei pressi di Sasso, in alto sul poggio denominato Aia dei Diavoli, si trovano i resti del castello medievale di Bruciano, già feudo dei Pannocchieschi dei conti d’Elci, ed in basso la fattoria con annessa una pregevole Cappella padronale dei Ricciarelli.

Il castello, i cui ruderi sono completamente avvolti in una fitta vegetazione, è documentato solo dal 1164, quando è compreso tra i possedimenti dei conti Alberti di Prato, al 1422, ma è da supporre un’origine più antica. Il nome di Bruciano è rimasto alla fattoria che, dal 1745 al 1909, fu dei Ricciarelli di Volterra.

L’ultimo proprietario, il conte Franz Von Wesendonk, recentemente deceduto, era un appassionato collezionista di oggetti antichi. Figlio di un ex Primo Ministro tedesco, nipote dei conti Bolognini; dopo La Seconda guerra mondiale grazie a queste sue scomode parentele si fece 11 anni di prigionia in Russia.

© Bruno Niccolini, BRUNO NICCOLINI
Castel Volterrano, in “I luoghi di Velathri, Da Velathri a Volterra”, a. 2010, p. 138