Cimitero

Sarebbe arduo e quasi impossibile volere rintracciare con esattezza il modo e il luogo atto a raccogliere le sepolture a Volterra all’inizio dell’era cristiana. E certo comunque che, in località «la vigna», fuori Porta Diana, si trovava un luogo deputato a questa funzione. E certo dovettero esistere le catacombe. Con il mutare del tempi e dei costumi, soprattutto gli esponenti delle più importanti famiglie volterrane iniziarono quell’usanza che li vedeva tumulati nella varie chiese delta città. Fra queste le chiese di S. Maria Maddalena, di S. Agostino, di S. Francesco e di S. Girolamo, proprio per un servizio continuato nei secoli del culto divino, offrono i più numerosi esempi. Sappiamo, inoltre, che nel 1014 esistevano ben tre cimiteri, tutti accanto alle chiese: quello di S. Maria, di S. Ottaviano e di S. Giovanni. L’epoca leopoldina per la Toscana tutta significò continui cambiamenti e, in alcuni casi, incisive riforme nell’assetto socio-politico-culturale del Granducato. Tra le tante leggi introdotte nel XVIII secolo da Pietro Leopoldo vi fu anche quella che andava a regolare il sistema delle sepolture. Così il magistrato di Volterra, in seguito a rescritti sovrani del 1771, nel 1781 ordinava la costruzione del nuovo Cimitero nel luogo detto «Le Cetine». Il terreno, di proprietà dei Padri Agostiniani, fu pagato lire 420 e i lavori, iniziati nell’agosto del 1781, terminarono il 3 settembre 1789.

In un primo momento il Cimitero copriva “una superficie di braccia quadrate 4234,91”, ma in seguito, con l’incremento demografico, ci fu la necessità di accrescerlo e nel 1853 iniziarono gli studi sul campo. Si allargarono i lati, si costruì la facciata coll’atrio e le cappelle laterali. Sempre in quel periodo, vicino al Cimitero urbano, fu costruito un recinto per gli “acattolici”. Intorno al 1880, ancora per la crescita della popolazione, si dové ampliare il luogo di sepoltura per dargli anche una forma più decorosa e più confacente all’età moderna. Fra gli studi richiesti per tale scopo fu scelto quello dell’Ing. Aristodemo Solaini. Si portò, nella parte anteriore, il luogo della sepoltura fino alla strada e sul lato destro del muro di facciata si eresse la casa del custode e becchino, mentre dirimpetto, sul lato sinistro, venne edificato l’ossario. Mantenuta inalterata la facciata e le due cappelle laterali, alle estremità delle medesime si innalzarono altre due cappelle per le sepolture gentilizie. I muri laterali di cinta tagliati o tolti ingrandirono la superficie del terreno per la tumulazione. Venne mantenuta anche la chiesa, ai cui lati, sorgevano e sorgono 5 cappelle mortuarie, operando poi un ulteriore ingrandimento al di là di quello che era il confine estremo del cimitero. Nel muro di cinta furono così creati tanti archi e all’interno celle capaci di due tombe ciascuna. Vicino alla chiesa c’era una stanza mortuaria separata da un tratto di vialetto che riunisce i piazzali esterni.

Con uno stile grave e caratteristico dei monumenti funerei, sorse il cimitero di Volterra, certamente costoso, ma i cui introiti, con la vendita delle cappelle e le tasse per lapidi sepolcrali e monumenti, ristabiliranno le uscite.

E di sicuro dovette esistere anche un cimitero per gli ebrei. La comunità ebraica a Volterra sembra sia stata sempre presente nella città fin dal 1386, quando venne approvata dal Comune la richiesta presentata da Mattasia di Salomone da Perugia, di venire ad abitare in città.

Da quella data gli ebrei avevano ottenuto il permesso di abitare in Volterra, di avervi le proprie scuole e sinagoghe e di aver una sepoltura. Si ritiene che il cimitero fosse ubicato fuori delle mura della città ed infatti un contratto notarile del 1 settembre 1511 conferma tale ipotesi. Un certo Emanuele fu Buonaventura, ebreo, vendeva a Gasparo prete un orto presso le mura, vicino Vallebona in loco qui dicitur el cimitero dello Hebreo.

Oggi il Cimitero di Volterra ha sviluppato la sua parte inferiore, quella più vicina a Porta Diana, dove nuove cappelle sono state costruite a contorno dei luoghi di sepoltura. Centinaia di lapidi sono li a testimoniare ai vivi l’affettuoso ricordo delle persone care scomparse. Tombe scarne o elaborate, con fiori o piccoli giardinetti; epitaffi brevi e semplici o lunghi ed enfatici testimoniano usanze, costumi e fasi storiche diversi di seppellire i propri morti. Alcuni ricordano la madre, altri la scomparsa prematura dei figli, altri la perdita di un eroe, morto combattendo.

La tipologia, comunque, individua tre modi di ricordare l’estinto, corrispondenti alle funzioni e ai ruoli che, in vita, queste persone avevano. Ci sono gli epitaffi dei piccoli “pargoletti” che, abbandonata la vita in tenera età, non denotano grosse differenze. Ci sono gli epitaffi femminili, tutti tesi a ricordare retoricamente le doti, tutte donnesche, di madre, sposa e padrona di casa.

E poi ci sono quelli maschili, carichi di parole altisonanti, atte a eternare le gesta, ora militari ora culturali, del personaggio. Così le lapidi dei componenti la famiglia Cangini o di quella Sensi-Contugi-Serguidi – che occupano, quasi per intero, le pareti della costruzione centrale, davanti all’entrata -, dell’Amidei, del Vigilanti, del Pacciani, dei Solaini (Aristo demo e Ezio), del Cinci (Annibale) e, fra le più recenti, quella del deputato Arnaldo Dello Sbarba e di sua moglie, o quella di Ferruccio Niccolini, fondatore del Partito Socialista a Volterra.

Interessante risulta la piccola chiesina, all’interno del Cimitero. Ad una sola navata, la cappella presenta sull’altare un quadro rappresentante la “Resurrezione di Lazzaro”. La paternità dell’opera si deve attribuire a Michelangelo Guarguaglini, vissuto nel XVII secolo. L’Oratorio di S. Lazzaro, dove si trovava il quadro, dopo le soppressioni leopoldine fu chiuso e il dipinto, per volontà del vescovo Incontri, fu portato prima in Episcopio e poi destinato alla Cappella del Cimitero. Sono inoltre presenti nella chiesetta, entrambe ai lati dell’unico altare, due lapidi. Una ci informa di “coloro che si resero benemeriti, officiando in questo Oratorio” dal 1891 al 1943; l’altra riporta la memoria delle “reverendissime oblate del Conservatorio di S. Pietro, sepolte in questo Cimitero” dal 1874 al 1931.

© Pacini Editore S.P.A., ALESSANDRO FURIESI
Cimitero, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A. CINCI, Cimitero urbano di Volterra, in “Volterra”, a. IX, nn. 4-5, 1881;
A. CINCI, Il Camposanto, in “Volterra”, a. IX, nn. 30-31, 1881;
M. BATTISTINI, Il Cimitero degli Ebrei, in Miscellanea Volterrana, 1930, pp. 41-42;
M. LUZZATI, La presenza ebraica a Volterra (XI VX VI secolo), in “Rassegna Volterrana”, a. LXX, 1994, pp. 127-139.