Mario Bocci

La consacrazione del Duomo in San Giovanni

A chi entra in Cattedrale dalla Piazza maggiore, nella cappella gotica che contiene la preziosa statua policroma della Madonna col Bambino, opera bellissima di Jacopo della Quercia, sfugge quasi completamente un’iscrizione su marmo di forma rotondeggiante sormontata da uno stemma e che tradotta suona così:

«Alla somma bontà di Dio, Callisto secondo, nel suo viaggio dalla Francia a Roma per esservi incoronato papa, transitando per Volterra con dodici cardinali, assistito dall’arcivescovo di Pisa, da cinque vescovi e da Rogerio presule volterrano, con solenne e celebre apparato consacrò questa basilica dedicata alla Santissima Vergine Assunta in cielo, e la rese illustre col dono della sacra testa del martire vittore mauritano, posta in un prezioso reliquiario, concedendo indulgenze a quanti la visitassero nell’anniversario, il 20 Maggio e nella sua ottava. Questa memoria, quasi consumata per il passare degli anni, l’ha fatta trascrivere ed eternare nel marmo Luca Alamanni vescovo di Volterra il 10 Marzo 1610».

Benemerito davvero questo vescovo Alamanni: precisò minutamente la data della sua sommaria trascrizione; dimenticò affatto l’anno della solenne consacrazione operata dal papa.

Esso è il 1120. Troviamo la precisa ed ampia annotazione nel famoso calendario liturgico, scritto appena 40 anni dopo il passaggio del papa, da Ugo arciprete della Cattedrale, e nel rituale quasi coevo, il quale soggiunse il nome dell’arcivescovo di Pisa Azzo oltre al titolo primitivo della Madonna Assunta al Cielo, quello della Santa Croce e di tutti i Santi, annesso in quella consacrazione alla chiesa e all’altar maggiore. Nell’archivio dei canonici la pergamena n. 107 riferisce una lettera del papa, inviata dal Laterano il 7 giugno 1120 che, confermando le concesse indulgenze, usa queste espressioni molto significative al vescovo Rogerio:

«quando frettolosi passammo in Toscana per venire a Roma e per le tue molte preghiere il 20 Maggio consacrammo con le nostre mani come con quelle dell’apostolo S. Pietro, per somma grazia di Dio la tua chiesa episcopale, lo facemmo anche per premiare la tua fedeltà e il servizio fin qui speso per la Santa Chiesa Romana. Tu dunque, fratello in Cristo carissimo, come mai, persevera nell’obbedienza e avrai premi ancora più grandi».

Secondo una nostra antica tradizione il papa sarebbe rimasto tre giorni a Volterra per consacrare anche la prioria vecchia di S. Pietro e la chiesa di S. Alessandro. Abbiamo ritrovato, nell’archivio di Pisa, solamente uno scritto per la Badia di Morrona, firmato dal Papa il 21 Maggio e dato a Volterra per mano di Grisogono cardinale e bibliotecario di santa romana Chiesa. Un nome solo, dei 12 cardinali ricordati nelle memorie, dei cinque che assisterono con Azzo e Rogerio.

I MERITI DI ROGERIO

Ma questo Rogerio che persona era? Perchè s’interessò tanto a far consacrare il Duomo di Volterra in quel momento? Perchè il papa gli dette quella preziosa reliquia che ancor oggi è un gioiello religioso e artistico?

Nato dalla nobile famiglia pisana degli Upezinghi, Rogerio ebbe un lungo vescovado e nell’allora vastissimo territorio della diocesi godette il più deferente ossequio religioso e il più profondo dominio politico per riconosciuto valore personale e unanime consenso dei cattani di contado pur tra le molte lotte sui confini senese e lucchese. In quel periodo la chiesa romana attraversava ancora le aspre lotte per le investiture iniziate sotto gli imperatori di Sassonia, Enrico IV e suo figlio Enrico V e dolorosi scismi di molti antipapi. Il 24 luglio 1115 era morta la famosa contessa Matilde di Canossa, grande paladina, da sola, e visostegno del papa e della chiesa. Rimanevano in Italia pochi comuni e repubbliche fedeli alla linea della grande signora. Callisto II, Ugo dei Duchi di Borgogna, arcivescovo di Vienna nel Delfinato, era stato rigidissimo, contro le investiture laicali nei feudi ecclesiastici e in un concilio celebrato nella sua sede aveva fatto unanimemente scomunicare l’imperatore; ma era anche un diplomatico ed abile negoziatore. Appena eletto papa, a Cluny il 2 febbraio 1119, cercò di assicurarsi la buona amicizia di tutti i Francesi e del loro re, nel sinodo di Reims (29-30 ottobre), poi nella primavera successiva scese in Italia, passando per la Lombardia e sostando piuttosto che nei grandi e medi centri, a Piacenza e Tortona, ove avrebbe avuto significative accoglienze e reliquie anche dai Milanesi e dal loro vescovo Giordano. Poi giunse in Toscana a Lucca e a Pisa, in quel momento dure antagoniste fra loro, ove «tuttavia fu accolto con giulive e festose processioni» (come dice Bosone storico di quel papa).

Che in quella circostanza, il vescovo di Volterra facesse l’intermediario di pace e poi di «perdonanza», e che la visita del papa nella nostra città non solo premiò la fatica urbanistica del vescovo Rogerio, che aveva riunito in una Basilica le antiche e contigue chiese di S. Maria e S. Ottaviano, restaurato l’episcopio e il battistero, costruito l’ospizio dei pellegrini poi Spedale di S. Maria; ma servì a rinsaldare e allargare quella lega fra piccoli e grandi del contado col loro vescovo che due anni dopo costrinse l’imperatore alla pace religiosa nel concordato di Worms (8 settembre 1122); ce lo fa pensare il numero cospicuo dei prelati e più che la remissione di 20 giorni di pubblica penitenza per otto dì consecutivi ai condannati maggiori, la riduzione di un terzo per tutte le condanne minori e la pena di scomunica comminata a chiunque ardisse molestare le cose e le persone di chi venisse o tornasse da visitare il Duomo consacrato.

Rogerio nel 1126 fu elevato all’arcivescovato di Pisa, pur rimanendo insieme vescovo di Volterra, ed allargò così la possibilità d’impegnarsi per la difesa della chiesa romana, ma ebbe molto a soffrire dal nuovo imperatore Lotario II e da una lega tenace e astuta tra Lucca e Siena, mal fronteggiata da pisani, volterrani e fiorentini. Dopo molte scaramucce in Maremma e Val d’Elsa che decimarono le sue masnade, nel dicembre 1129 Rogerio fu preso prigioniero a Poggibonsi dai Senesi, che vario tempo lo trattennero ostaggio nella loro città avida, astiosa e ghibellina.

IL CORPO SANTO DI VITTORE

Grandissimo è il merito di questo vescovo-principe anche per l’amministrazione della giustizia e per il sorgere della famosa scuola giuridica pisana. La reliquia ed il reliquiario di S. Vittore portato a Volterra da Callisto II, esaminato da chirurghi non è soltanto una testa staccata dal busto, ma, come si dice, “un corpo santo”, contenente altri numerosi frammenti di un corpo intero: ciò rende credibile l’opinione che la reliquia venisse direttamente dalla Francia e non da Milano e che il santo sia Vittore, martire della legione Tebea, cavaliere quindi di S. Maurizio o «mauriziano», e non il santo martire patrono di Milano, che a quella città pervenne dall’Africa «mauritana».

Simbolo e pegno di vittoria cristiana, oltre che dono ambito, il popolo volterrano lo accolse compatrono del Duomo e della città (si rileva dalla intitolazione di molte pubbliche pergamene a cominciare dal 1139) e lo collocò a più riprese vessillifero del comune negli affreschi e nelle icone citate.

© Pro Volterra, MARIO BOCCI
Papa Callisto consacrò il Duomo di Volterra, in “Volterra”