I Caffarecci

Vecchia ed illustre casata, si affermò in modo particolare nel secolo XV per merito di ser Piero e ser Giovanni di Taviano di Michele. Essi erano immatricolati nell’Arte dei notai e ser Piero era anche interessato in un traffico di lana, mercerie e pizzicheria in società con Antonio di Taviano Zacchi.

Ser Giovanni, che aveva per moglie Tarsia di Giusto Fanulla, esercitava la professione notarile a Firenze ed aveva stretto rapporti di amicizia con la famiglia Medici, tanto che partecipò insieme a Lorenzo, fratello di Cosimo il Vecchio, ad una ambasceria presso la Repubblica di Venezia. Ai Medici restò fedele anche quando la loro stella sembrò eclissarsi, e nel 1433, imperversando la fazione degli Albizzi, il Caffarecci fu processato e condannato dal Capitano del popolo come «uomo perturbatore e cospiratore». Egli era però riuscito a riparare all’estero ed il processo si svolse in contumacia.

Quando il favore popolare richiamò Cosimo dei Medici dall’esilio, il Caffarecci ne seguì l’ascesa fortunata. E conoscendone l’onestà dei costumi e la cultura, Cosimo gli affidò l’educazione del figlio Giovanni, il quale resterà sempre legato al suo precettore da una sincera amicizia. Allorchè Giovanni fu mandato a Ferrara (1438) per iniziarvi la pratica della merca:ura, tra i due, maestro e allievo, si stabilirono stretti rcpportì epistolari. Non meravigli che il figlio di Cosimo si occupasse di commercio. I Medici, prima che sovrani, erano banchieri e mercanti di grande rilievo, e il loro successo politico era soprattutto dovuto alla loro preminente posizione nel mondo degli affari.

Frattanto il Caffarecci era stato eletto Capitano dei famigli dei Priori. La sua mansione consisteva nel sovrintendere a tutti i servizi inerenti alla vita di Palazzo Vecchio, ed era di grande fiducia, perchè congiure e intrighi si intessevano proprio tra quelle mura.

I Medici avevano l’abitudine di recarsi ogni anno ai Bagni a Morba, presso l’attuale Larderello, per passare quelle acque, tanto giovevoli alla loro ereditaria malattia uricemica, e, quando transitavano per Volterra erano ospiti dei Caffarecci. I Caffarecci abitavano il palazzo con torre posto in piazza S. Michele dirimpetto alla chiesa omonima: è il palazzo che poi fu dei Maffei, poi della famiglia Bianchi. Nel 1452 i Caffarecci acquistarono da Nicoloso Rapucci la casa-torre che già fu dei Toscano e lo affittarono ai conti della Gherardesca. Si può così dire che la piazzetta di San Michele divenne di loro dominio.

Nel 1463 Giovanni de’ Medici moriva e alcuni mesi più tardi il padre Cosimo lo seguiva nella tomba. Piero di Cosimo divenne il capo della famiglia e dello Stato fiorentino, ma non aveva ereditato l’avvedutezza ed il senso politico del padre. La riconoscenza non era poi una virtù dei nuovi Medici e ser Giovanni Caffarecci fu costretto a lasciare l’impiego che aveva in Firenze. Si ritirò a Volterra, dove godè di grande considerazione, frutto dell’antica amicizia medicea. Il Comune lo incaricò anche di una ambasceria presso papa Pio Il.

Quando però si presentò l’occasione, ser Giovanni non mancò di esternare a Piero de’ Medici la propria amarezza per l’ingiusta dimenticanza in cui questi l’aveva lasciato. Nel 1469 il figlio di Piero, Lorenzo, il futuro Lorenzo il Magnifico, aveva raccomandato un suo protetto per il posto di cancelliere del Comune di Volterra. A quell’epoca la cancelleria era lodevolmente tenuta da quell’Antonio Ivani, l’umanista, il cui nome tanto ricorrerà nella disgraziata vicenda delle allumiere. Il Caffarecci prese le sue difese facendo notare a Piero non esservi ragione di cambiare un funzionario del quale la comunità si mostrava soddisfatta. Approfittò dell’analogia fra la situazione dell’lvani e il suo caso passato, per rinnovare al Medici la sua accorata protesta per essere stato esonerato dalla carica di palazzo:

«Et è il vero, mediante la reputatione che o’ da voi, io posso tanto, che ser Antonio mai sarà licenziato. Pur, quando voi diceste, come a me diceste, che per buono suo pigliasse licentia, sempre la piglierà, posto a lui non tornerà danno et mancamento, come a me è tornato e torna»

Nel corso dell’anno 1471 il dissenso tra la comunità di Volterra e la repubblica fiorentina per le allumiere del Sasso, abbandonate le sottigliezze giuridiche, proruppe in aperto contrasto. La guerra, scientificamente voluta da Lorenzo il Magnifico condusse la nostra città alla rovina.

Ser Giovanni Caffarecci, ormai al tramonto della vita, si trovò in una delìcata situazione. Per i concittadini egli appariva l’amico, il familiare dei Medici; in realtà era amareggiato, e forse nel suo intimo non condivideva la politica di Lorenzo verso Volterra. Reputò saggia condotta rimanere estraneo agli sviluppi del conflitto: non parteggiò per quei volterrani che, per interesse, erano dalla parte dei fiorentini; né militò nel più folto partito che osteggiava i Medici.

E il sacco, tragico epilogo della campagna militare (giugno 1472), non distinse amici e nemici, né classificò possidenti e mercanti secondo le proprie inclinazioni politiche. Le milizie assoldate dai volterrani si associarono alle soldataglie degli invasori, e tutti rubarono quanto poterono e tutto distrussero quello che non poterono rubare. La furia devastatrice travolse anche i Caffarecci. Nel marzo 1473 ser Giovanni è a Firenze e, riaccostatosi ai Medici, implora da Lorenzo un aiuto:

«Lorenzo, nella ruina di Volterra in sul mio podere et una posesione mi furono ruinate cinque case, che solo un arpione, uno corrente et uno tegolo lasciato non vi fu… salvo tre paia di be’ bovi, quattro asini et cento fra pecore e castroni. Are’vi ricolto circa a moggia 30 di grano et parecchie moggia di biada et nulla vi ricolsi: tini e botti furono portate in Valdelsa et l’anno passato poco più ch’el seme vi raccolsi. La casa di Volterra, dimandate madonna Lucrezia (Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo, che vi aveva soggiornato qualche anno prima) com’era in punto di ciò che si richiede. Fuvvi alogiato quel traditore del Matrice (il capitano che tradì i volterrani e fu impiccato dai fiorentini), donde cavò sette lecta ferrate da ogn’uomo dabene, eranvi sedici cuchiai, sedici forchette d’arìento. L’anticamera dove dormì Cosimo.. fu la prima cosa che misero a sacco. Come sta la casa si può vedere, et non casa, ma stalla et spilonca latronum si può chiamare. Non v’è rimasta campanella a niuno uscio o capsa; ch’è un peccato a vedere fracassate le finestre del vetro, le panche ruinate. Lorenzo, di quanto dico non mi son doluto con voi per non darvi rincrescimento. Ora, come il tempo si ferma, delibero andare lassù per bene raconciare di quello potrò diete case; et quello non posso fare, se da voi non so’ servito per di qui a genaio proximo di fiorini venticinque larghi; et se voglio andare al barbieri, mi bisogna chiedere i denari a madonna Tarsia (la moglie)»

La casa di Volterra alla quale si riferisce ser Giovanni in questa sua lettera è la casa dove i Caffarecci abitavano, cioè il palazzo Bianchi. L’altro palazzo di proprietà dei Caffarecci, la casa-torre Toscano, era abitato ai tempi del sacco dall’affittuario. il conte Gherardo della Gherardesca. A questi fu tolto dai fiorentini per essere assegnato al Vescovo in cambio della residenza episcopale di Castello, rasa al suolo per far posto alla triste mole del Maschio. Ciò è documentato dal contenuto di una lettera diretta al capitano Pietro Malegonnelle dalla Signoria di Firenze:

«Tu debbi essere informato come l’ufficio dei Venti sopra e facti di Volterra provvidero ch’el luogo della residentia del vescovo di Volterra s’avesse per la comunità per farvi la cittadella. Et acciò che le prefato vescovo non rimanesse senza casa et habitatione si conducesse per tre anni per florin: 75 larghi la casa di ser Giovanni Caffarecci costì in Volterra. El decto ser Giovanni se ne chiamò bene contento come ancora lui bene scriveva. Sentiamo che volendo decto vescovo usare decta roba, et rnettervi suoi famigli e robba, il conte Gherardo della Cherardesca la occupa, et erane suto richiesto che la lasci et sgombri le sue robbe».

I vescovi, invece di tre anni, rimasero nel palazzo fino al 1618. Dieci anni avanti, e cioè nel 1608, l’immobile era stato venduto da Pietro Caffarecci, discendente diretto di ser Giovanni, ai Guarnacci, i quali costruirono sul flanco che guarda lo sdrucciolo di S. Michele un altro bellissimo fabbricato.

I Caffarecci fiorirono ancora in Volterra duranti i secoli XVI e XVII. Nel 1757 furono ascritti al Patriziato. Poi, nel corso di quello stesso secolo XVIII si trasferirono a Firenze.

© Pro Volterra, ENRICO FIUMI
I Caffarecci, in “Volterra”