Charles Godfrey Leland

La Casa del Vento

«Ascolta l’urlo e il fischio dei venti, il loro rombo sordo quando giungono mugghiando, / Perché la potenza ha molte voci, e quando si scatena / La tempesta, in volo chiama con gioia spaventosa E riecheggia quando colpisce il fianco della montagna, / E si abbatte sulla foresta. Ascolta l’urlo! Sicuramente un dio ha messo in libertà i suoi leoni / E ride al sentirli infuriare da lontano».

Il seguente racconto non fa parte del Vangelo delle Streghe, ma l’ho incluso nella collezione in quanto conferma il fatto che il culto di Diana perdurò per molto tempo contemporaneamente al cristianesimo. Il suo titolo completo nel manoscritto originale compilato da Maddalena, che aveva ascoltato la leggenda da un uomo di Volterra, è La Pellegrina della Casa del Vento. Posso aggiungere che, come dice il racconto, la casa in questione esiste ancora.

C’è una casa di contadini all’inizio della collina, o salita, che conduce a Volterra ed è chiamata la Casa del Vento. Vicino ad essa sorgeva una volta un piccolo palazzo, dove viveva una coppia di sposi che aveva un’unica figlia, che essi adoravano. In verità, se la bambina aveva anche solo mal di testa, tutti e due i genitori erano assaliti dalla paura più grande.

Poco a poco la ragazza cresceva e l’unico pensiero della madre, che era una donna molto devota, era che diventasse suora. Ma alla ragazza questa idea non piaceva; diceva che sperava di sposarsi come tutte le altre. Un giorno, guardando dalla finestra, udi gli uccelli cantare gioiosi sulle viti e sugli alberi e, vedendo li, disse alla madre che anche lei sperava un giorno di avere una famiglia di uccellini tutti suoi che cantassero intorno a lei in un’allegra nidiata.

La madre era così arrabbiata delle parole della figlia che le diede uno schiaffo. La ragazza pianse, ma rispose con coraggio che, se fosse stata ancora percossa o trattata male, avrebbe presto trovato il modo di scappare e di sposarsi, perché non aveva nessuna intenzione di essere fatta suora contro la propria volontà.

Nell’udire ciò la madre si spaventò moltissimo, perché conosceva il carattere della figlia e temeva che avesse già un’amante e che facesse uno scandalo per le percosse ricevute. Valutando la situazione da un altro punto di vista, si ricordò di un’anziana signora di buona famiglia, anche se impoverita, che era conosciuta per la sua intelligenza, il suo sapere e il suo potere di persuasione, e pensò, «Questa è la persona più adatta per indurre mia figlia a diventare una ragazza pia, nempirle la testa di devozìoni e farla diventare suora». Così mandò a chiamare questa signora intelligente, che fu subito nominata governante e accompagnatrice costante della ragazza la quale, invece di litigare con la sua tutrice, le si affezionò moltissimo.

Nel mondo tuttavia le cose non vanno sempre come vorremmo e non si può mai sapere quale pesce o granchio si nasconda sotto i sassi di un fiume. Infatti, come si vedrà in seguito, la governante non era affatto cattolica e non affliggeva la ragazza con le minacce di una vita da monaca, che oltretutto non approvava.

Accadde un giorno che la giovane donna, che aveva l’abitudine di rimanere sveglia nelle notti di luna ad ascoltare gli usignoli cantare, pensò di udire la governante nella stanza accanto, la cui porta era aperta, alzarsi e uscire sul grande terrazzo. La notte seguente si ripeté la stessa cosa e, alzandosi silenziosamente senza farsi vedere, la ragazza scoprì l’anziana signora che pregava o per lo meno stava in ginocchio nel chiaro di luna. Questo comportamento le sembrò molto strano, tanto più che la signora inginocchiata mormorava parole che la ragazza non poteva capire e che certamente non facevano parte delle funzioni religiose.

Avendo osservato più volte questo strano fatto, la ragazza infine, scusandosi timidamente, raccontò alla governante quello che aveva visto. Allora quest’ultima, dopo aver riflettuto un po’ e vincolandola prima a mantenere il segreto perché, dichiarò, si trattava di una questione di vita o di morte, le parlò nel modo seguente:

«Anch’io da giovane, come te, sono stata istruita dai preti ad adorare un dio invisibile. Ma un’anziana donna, di cui mi fidavo molto, mi disse una volta, ‘Perché adorare una divinità che non si può vedere, quando c’è la Luna visibile in tutto il suo splendore? Adora lei. Invoca Diana, la dea della Luna, ed essa esaudirà le tue preghiere’. Dovrai seguire anche tu il Vangelo (delle Streghe e) di Diana, che è la Regina delle Fate e della Luna».

Allora la giovane donna, persuasa, si convertì al culto di Diana e della Luna e, avendo pregato con tutto il cuore di trovare un fidanzato (aveva infatti imparato l’invocazione alla dea), fu presto ricompensata dall’attenzione e dalla devozione di un ricco e coraggioso cavaliere, che era veramente il pretendente più ammirabile che qualcuno potesse desiderare. Ma la madre, che era più incline ad assecondare il suo desiderio di vendetta e la sua crudele vanità che non la felicità della figlia, era furibonda e, quando il gentiluomo si presentò, gli ordinò di andarsene perché sua figlia era destinata a diventare suora e suora sarebbe diventata o sarebbe morta.

Così la giovane donna fu rinchiusa in una cella in cima a una torre, senza nemmeno la compagnia della sua governante, e fu sottoposta a dure sofferenze, dovendo dormire sul pavimento di pietra; sarebbe anche morta se la madre avesse potuto imporsi.

Allora in questo estremo bisogno pregò Diana di liberarla dalla sua prigionia; quando ecco! trovò la porta della prigione aperta e poté fuggire con facilità. Poi, avendo ottenuto un abito da pellegrina, viaggiò in lungo e in largo insegnando e predicando la religione dei tempi antichi, la religione di Diana, la Regina delle Fate e della Luna, la dea dei poveri e degli oppressi.

La fama della sua saggezza e della sua bellezza si diffuse ovunque e la gente la venerava chiamandola La Bella Pellegrina. Da ultimo la madre, udendo di lei, era più in collera che mai e alla fine, dopo molte difficoltà, riuscì a farla arrestare e mettere di nuovo in prigione. Poi in un accesso di rabbia le domandò ancora se voleva diventare suora. A questa domanda la giovane donna rispose che non era possibile, perché aveva abbandonato la Chiesa cattolica e adesso adorava Diana e la Luna.

La fine di questo fu che la madre, considerando la figlia ormai perduta, la consegnò ai preti perché fosse torturata e messa a morte, com’era la sorte di tutti quelli che non erano d’accordo con loro o che avevano lasciato la loro religione.

La gente però non era contenta, perché adorava la sua bellezza e bontà ed erano pochi quelli che non avevano beneficiato della sua carità.

Ma con l’aiuto del suo fidanzato essa ottenne come ultima grazia, la notte prima di essere torturata e messa a morte, di poter uscire con una guardia nel giardino del palazzo a pregare.

Così fece e, fermandosi vicino alla porta della casa che ancora si trova là, pregò Diana di liberarla dalla terribile persecuzione alla quale era sottoposta, in quanto perfino i suoi genitori l’avevano consegnata a una morte orrenda.

Nel frattempo i genitori, i preti e tutti quelli che volevano la sua morte si trovavano nel palazzo a sorvegliare che non fuggisse.

Quando ecco! in risposta alle sue preghiere si alzò un vento fortissimo e si scatenò una tempesta terribile, una tempesta che non si era mai vista prima, che abbatté e portò via il palazzo con tutti quelli che si trovavano dentro; non rimase pietra su pietra né anima viva fra tutti quelli che c’erano dentro. Gli dei avevano risposto alle sue preghiere.

La giovane donna fuggì felicemente con il suo fidanzato e lo sposò; la casa di contadini dove la ragazza si era fermata a pregare è ancora chiamata «la Casa del Vento».

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Questa è la trascrizione accurata del racconto come l’ho ricevuto; ma devo ammettere di aver condensato molto il testo originale che consta di venti pagine e che, tolte le sovrastrutture, indica la capacità del narratore di scrivere un romanzo moderno abbastanza pregevole, perfino un romanzo francese di seconda classe, il che è dire molto. E vero che nel racconto non si trovano descrizioni dettagliate del paesaggio, del cielo, degli alberi o delle nubi – e in questo senso Volterra offrirebbe molti spunti – ma la storia è sviluppata in un modo che dimostra un dono per la narrazione. Tuttavia il racconto è insolitamente originale e vigoroso, in quanto rappresenta un vestigio di puro paganesimo classico e una sopravvivenza della fede negli antichi miti che l’Ellenismo riflesso e di seconda mano degli Esteti può difficilmente uguagliare. Che un autentico culto o fede nelle divinità classiche sia sopravvissuto fino ad oggi proprio nel paese del Papato, è un fatto molto più interessante che non la scoperta di un mammut vivente in qualche remoto angolo della terra, in quanto il primo è un fenomeno umano. Prevedo che un giorno, e forse fra non molto, gli studiosi saranno sorpresi nello scoprire fino a che tarda epoca un corpo immenso di antiche tradizioni sia sopravvissuto nell’Italia del Nord e quanto siano state indifferenti nei suoi confronti le persone colte, in verità essendoci stato solamente un uomo, e per di più uno straniero, che si sia seriamente dedicato a raccogliere e preservare queste tradizioni.

© Pubblico Dominio, CHARLES GODFREY LELAND
The House of the Wind, in Aradia, or the Gospel of the Witches, c. 11, p. 54, a. 1899