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Sulle tracce di New Moon

Torna sulle tracce di Edward e Bella, ripercorri i luoghi di New Moon, dove l’arte e la storia millenaria fanno da cornice alla fantasia del romanzo di Stephenie Meyer.

Ad avere qualche minuto libero spesso capita di ritrovarmi in Piazza sotto l‘ombra imponente del Palazzo dei Priori. Qui, mentre il gallo dei venti si sposta indeciso tra il nord e l’ovest, è possibile ammirare come i turisti replichino lo stesso movimento confuso, quasi come spaesati alla ricerca di qualcosa che sembra non esserci. Allorchè si guardano intorno dubbiosi, controllano la cartina della città, leggono la guida turistica e sistematicamente esasperati chiedono al passante di turno con quanta voce hanno in gola dove sia questa benedetta fontana sotto la torre dell’orologio.

L’umanità per otto mesi all’anno ama la città che guai a toccargliela: le osterie, le botteghe, i ristoranti, i musei, i teatri, tutti motivi indiscutibili di continua attrattività. Ad un certo punto dell’anno però comincia il mese di ottobre ed ecco che s’assiste a un cambiamento di sentimenti generale. Alla città non vuole più bene nessuno e tutti sembrano sparire al riparo dal freddo e dalle piogge insistenti. Così, è senz’altro, fino ad aprile, mese in cui i primi turisti fanno di nuovo capolino con facce faraoniche e trionfali quasi come se avessero scoperto una città segreta che nessun’altro era riuscito fino ad allora a trovare.

Nel 2007 i primi apripista di esploratori di terre lontane dell’anno arrivarono a maggio. In generale, come ogni volterrano può constatare, i forestieri sono attratti dalla forte e antica aurea che la città trasmette, e tale fenomeno ormai non risveglia più la curiosità di chi ci abita, poichè abituati da tempo a questo andirivieni culturale, ma quel giorno, le domande, che solitamente si limitano a indicazioni stradali su dove sia la Porta all’Arco oppure il Teatro Romano, si fecero alquanto strane al punto da destare, e giustamente, nel residente qualche sospetto sul fatto che stessero scherzando o meno: farneticavano di vampiri.

Non sia mai che una città possa cambiare e rigirarsi come una frittata, mostrando improvvisamente un nuovo profilo, ma Volterra quella mattina era diventata la capitale dei ridestati. Così, da un giorno ad un altro, all’oscuro di chi in città ci abita da anni; e di conseguenza lo spettacolo che si apprestò ad andare in scena nella Piazza maggiore si delineò inverosimile: mentre il gallo dei venti del Palazzo dei Priori altalenava furiosamente tra il nord e l’est, fu possibile vedere come i volterrani imitavano lo stesso andamento indeciso, chiedendo a uno e poi ad un altro cos’era questa storia dei vampiri.

Io al massimo ti posso raccontà la leggenda della gallina dall’ova d’oro, – gli sentivo dire al turista di turno – di Volturi un ne so niente.

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Ora, per chi volesse ripercorrere il ventesimo capitolo di New Moon e individuare i luoghi volterrani frequentati dai protagonisti del romanzo, mi è sembrato giusto citarvi qualche passo del capitolo annotandovelo di informazioni extra.

Forse avrei dovuto godermi il panorama, mentre la città di Firenze e la campagna toscana sfilavano a gran velocità, ma il mio primo viaggio in assoluto rischiava di essere anche l’ultimo. La guida di Alice mi terrorizzava, per quanto di lei mi fidassi. E mi sentivo torturare dall’ansia ogni volta che all’orizzonte spuntavano guglie e mura di città che da lontano sembravano castelli.1
«Hai visto altro?».
«È in corso qualcosa, una specie di festeggiamento. Le strade sono piene di gente e di bandiere rosse2. Quanto ne abbiamo oggi?».
Non ne ero sicura. «Quindici, mi pare».
«Che ironia. È San Marco3».
«Cosa significa?».
Rispose con un ghigno cupo. «Ogni anno, la città festeggia il vescovo cristiano Marco – che in realtà è il Marcus dei Volturi – perché, secondo la leggenda, scacciò i vampiri da Volterra, quindici secoli fa. Si narra che morì martire in Romania, mentre tentava di liberare dai vampiri anche quella terra. Ovviamente
è falso: non ha mai abbandonato la città. Ma questa è l’origine di certe superstizioni, come la storia delle croci e dell’aglio, e il vescovo Marcus ne ha fatto buon uso. Evidentemente funzionano, perché i vampiri stanno lontani da Volterra». Rise sardonica. «Nei secoli è diventata la festa patronale. Tra l’altro, Volterra è una città sicurissima e il merito se lo prende la polizia».
[…]
«Eccoci», disse lei all’improvviso, indicandomi le mura di una città sul colle più vicino.
Restai a guardarla, in balia dei primi segni di un timore nuovo. Ogni istante, da quando Alice aveva pronunciato il suo nome ai piedi della scala
– era passato soltanto un giorno, ma sembrava un a settimana -, era stato dominato da una sola paura. Invece, ora, di fronte alla corona di mura antiche e torri che cingeva la collina ripida4 , ne sentii un’altra, più inquietante ed egoista. La città doveva essere davvero meravigliosa. Ne ero assolutamente terrorizzata.
[…]
Imboccammo la salita ripida5 e il traffico si fece denso. Più in alto diminuiva lo spazio per le folli manovre di Alice. Rallentammo fin quasi a fermarci dietro una piccola Peugeot scura.
«Alice», implorai. L’orologio sul cruscotto sembrava accelerare.
«È l’unico accesso alla città6», disse come per tranquillizzarmi. Ma la sua voce era troppo nervosa.
La colonna procedeva a singhiozzo, pochi metri alla volta. Il sole splendeva raggiante, sembrava al culmine del proprio cammino.
Le auto strisciavano in fila verso la città. A mano a mano che ci avvicinavamo, le vedevo parcheggiare sul ciglio della strada, abbandonate dai visitatori che preferivano proseguire a piedi. Sulle prime pensai fosse soltanto impazienza, una sensazione che capivo benissimo. Ma a un certo punto incontrammo un’interruzione e notai il parcheggio7 sotto le mura della città affollato dai turisti che entravano a piedi. L’accesso alle auto era vietato.
«Alice», la incalzai.
«Lo so», rispose. Il suo viso sembrava scolpito nel ghiaccio.
Ora che guardavo fuori e che viaggiavamo lentamente, notai il forte vento8. I visitatori si tenevano le mani in testa per non perdere il cappello o farsi spettinare. L’aria gonfiava i vestiti. Mi accorsi anche che il colore rosso predominava: magliette rosse, cappelli rossi, bandiere rosse frustate dal vento come nastrini. Sotto il mio sguardo, la sciarpa rosso vivo che una donna si era annodata in testa fu scagliata via da una raffica improvvisa, impennandosi in aria sopra di lei, contorcendosi come fosse viva. La donna cercò di afferrarla con un salto, ma quella non smetteva di svolazzare, sempre più in alto, uno squarcio di sangue sullo sfondo opaco delle mura antiche.
[…]
Alice era arrivata quasi in fondo alla coda. Un uomo in uniforme blu dirigeva il traffico e allontanava le auto dal parcheggio pieno. Quelle invertivano la marcia e andavano a cercarsi posto sul ciglio della strada. Infine, fu il turno di Alice. L’uomo in uniforme faceva cenni pigri, senza badare troppo ai guidatori.
Alice accelerò, passò oltre e puntò verso la porta delle mura9. Il vigile urlò qualcosa ma restò dov’era, sbracciandosi frenetico per impedire che la macchina che ci seguiva imitasse il cattivo esempio. La porta era custodita da un altro uomo in uniforme.
[…]
Il vigile fece un passo indietro e ci diede il via libera. Nessun turista parve accorgersi dello scambio. Alice entrò in città ed entrambe sospirammo di sollievo.
La strada era strettissima, lastricata di pietre dello stesso color ocra scuro dei palazzi che la nascondevano nell’ombra10. Sembrava un vicolo. Sulle mura, separate da una breccia di pochi metri, spiccavano tante bandiere rosse, sbattute dal vento che soffiava per la via.
[…]
Svoltò in una stradina poco adatta alle auto11; spaventò i pedoni, costretti a rifugiarsi sulle porte delle case mentre gli sfrecciavamo davanti. Sbucammo su un’altra strada12. I palazzi erano più alti: svettavano vicinissimi e facevano da schermo alla luce del sole, mentre le bandiere rosse che garrivano sulle facciate quasi si toccavano. La folla era ormai una calca. Alice frenò. Aprii la portiera ancora prima che ci fermassimo. Mi indicò il punto in cui la strada si allargava e sfociava in uno spiazzo illuminato. «Ecco il lato meridionale della piazza. Attraversala, vai dritta fino alla destra della torre campanaria. Io cerco un’altra strada…»13
[…]
Non mi fermai a chiudere la portiera, né a guardare Alice mentre svaniva nell’ombra. Scansai una donna grossa e pesante e iniziai a correre, a testa bassa, concentrandomi soltanto sul selciato irregolare sotto i miei piedi14. Uscii dalla strada buia e fui accecata dal sole che ardeva sulla piazza principale. Il vento mi
schiacciava i capelli sugli occhi accecandomi
[…]

La calca mi trascinava nella direzione sbagliata. Per fortuna, la torre con l’orologio15 era ben visibile e non rischiavo di perdermi. Ormai le lancette puntavano verso il sole spietato e, malgrado mi facessi largo con ostinazione, sapevo che era troppo tardi. Non ero neanche a metà strada.
[…]

A un tratto, vidi una breccia tra la folla, una bolla di spazio libero. Mi ci gettai all’istante, ma soltanto quando mi sbucciai le ginocchia contro i mattoni capii che al centro della piazza c’era una grande fontana quadrata16.
[…]
Cercai con lo sguardo il vicolo a destra17 dell’ampia facciata del palazzo.
[…]
Giungemmo a una curva stretta, in discesa, perciò mi accorsi soltanto all’ultimo momento che il vicolo terminava di fronte a un piatto muro di mattoni, privo di finestre. Alice, senza indugiare, camminò dritta verso il muro. Poi, con grazia spontanea, scivolò dentro un buco che si apriva nella strada. Sembrava un tombino18, nascosto nel punto più basso della pavimentazione. Soltanto quando Alice sparì al suo interno, notai che qualcuno ne aveva rimosso la grata. L’apertura era piccola e oscura.
[…]
Il viaggio in ascensore durò poco. Dopo una breve salita sbucammo in quella che sembrava l’anticamera di un ufficio di lusso19. Le pareti erano rivestite da pannelli di legno, la moquette sul pavimento era verde scuro. Al posto delle finestre campeggiavano panorami grandi e luminosi della campagna toscana. C’erano poltroncine di pelle chiara disposte a piccoli gruppi, e sui tavoli laccati spiccavano vasi pieni di fiori dai colori accesi. Il profumo che irradiavano mi fece pensare a un’impresa di pompe funebri.
 Marco Loretelli, MARCO LORETELLI
1 Il Viaggio si estende da Firenze a Volterra. In prossimità di Volterra, effettivamente si comincia a vedere l’imponenza della città che si erge su di un grande poggio. Guglie e mura fanno riferimento alla maestosa fortezza medicea, con torrioni e camminamenti, che occupa il punto più alto della città.
2 La città viene spesso abbellita da bandiere. Non solo rosse, ma di tutti i colori. Quando succede è perchè siamo nel periodo nell’anno contradaiolo.
3 A Volterra, in riferimento a San Marco, esiste una via in Borgo San Giusto nei pressi dei calanchi delle Balze, ma qualora si collegasse all’unico vescovo della Diocesi di Volterra di nome Marco, parleremo di Marco Saracini presente in carica dal 15 gennaio 1574 al 21 settembre 1574. Di certo è che non è un santo, non è rumeno e ne tantomeno è stato amato dai volterrani, data la sua fulminea carriera di appena un anno. San Marco non è il patrono di Volterra, il vero patrono è San Giusto del XI secolo. Il patrono della città è ancora venerato e la festa in onore ai Santi Giusto e Clemente è tutt’ora sentito e onorato il 5 Giugno con tutta una serie di celebrazioni ed eventi particolarmente folcloristici dal sapore medievale. Ecco dunque un altro errore, il patrono di Volterra non viene festeggiato durante il giorno 15. A voler concludere San Marco viene onorato in Italia il 25 Aprile.
4 Riconferma quanto detto nella nota 1, i torrioni della fortezza medicea si fanno più imponenti nell’avvicinarsi alla città. Le mura medievali invece delineano il centro storico che si estende lungo la sommità del colle.
5 Venendo quindi da Firenze, la strada è la stessa per chi viene da Siena. Raggiunto Borgo San Lazzero le due ragazze proseguono lungo Viale Garibaldi e Viale Trento e Trieste che termina con una salita ripida frequentemente congestionata dal traffico per via del crocevia che si presenta successivamente. Siamo vicini ad una porta di accesso del centro storico, che trafigge con un tocco d’arte medievale l’antica cinta muraria presente alla loro sinistra.
6 Sbagliato! Non è l’unico accesso della città, ma l’affermazione la perdoniamo comunque: Volterra non è così chiara da comprendere.
7 In prossimità della porta di accesso ci sono numerosi parcheggi che affiancano le mura della città. Bella può aver visto ad esempio il Parcheggio di Piazzale Boscaglia e i turisti appiedati provenienti dal Parcheggio di Vallebuona.
8 Il vento. Volterra, non a caso, è stata nominata dal poeta scrittore D’ANNUNZIO “Città del Vento e del Macigno.” Sul poggio il vento è gelido e molto forte, scompiglia i capelli, alza la terra, genera turbini d’aria. Stephanie Mayer ha descritto con grande accuratezza e precisione la temperatura tipica della città.
9 La Porta di San Francesco. Molto antica e veramente bella.
10 Una volta entrati nel centro storico e lasciate alle spalle le mura della città, le strade si fanno strette. Gli edifici dal sapore medievale e rinascimentale contornano un selciato di pietra panchina. Sono in Via San Lino.
11 All’estremo opposto di Via San Lino si presenta un bivio con due strade che, chi prima e chi dopo, portano entrambi in Piazza dei Priori. Dunque, tra Via Ricciarelli e Via Franceschini, Alice imbocca la strada meno veloce e decisamente meno adatta al passaggio delle macchine.
12 Via Franceschini si presenta tutta in salita, e arrivati alla sommità svoltano a destra imboccando Via Roma.
13 I palazzi di Via Roma sono molto alti. Notano subito Palazzo Allegretti, il Palazzo Vescovile e il Campanile. Alice dice a Bella di proseguire verso la destra della torre campanaria, ovvero di proseguire tutta Via Roma fino a che non incontra un crocevia; all’incrocio, la strada di destra si affaccia nella grandissima Piazza dei Priori.
14 Attenzione: se provate ad imitare la corsa guardate dove mettete i piedi! Il selciato è molto disconnesso.
15 Finalmente la torre dell’orologio. Ecco, l’imponente Palazzo dei Priori.
16 Falso! Con grande dispiacere per i lettori la fontana non esiste e mai è esistita.
17 Avendo di spalle il Palazzo dei Priori, sulla destra, a pochi passi dal marzocco, è possibile notare un vicolo molto buio e malmesso di tre metri per trenta di strada: il lato B umido di vecchie abitazioni del centro storico. Edward è proprio qui dentro. Vicolo Mazzoni, sebbene sia nella vicina e centralissima Piazza dei Priori, è una via decisamente poco frequentata. Prima che acquisisse popolarità, ricevuta dal libro di Stephanie Mayer, lo sdrucciolo aveva una funzione molto più pratica di comodo vespasiano. Ancora oggi, tra residenti, se si vuole parlare di questa strada l’appellativo comune è “il pisciatoio”.
18 Entrando in vicolo Mazzoni l’odore di urina è forte. Le feci dei piccioni completano il quadro. Il tombino esiste davvero, sporge dal manto stradale ed ha una forma circolare: sembra proprio un passaggio per qualche sotterraneo.
19 Dai sotterranei i vampiri risalgono tramite comodi ascensori. La descrizione dell’arredamento della sala a cui giungono suggeriscono i locali del Palazzo dei Priori e più precisamente la Sala del Maggior Consiglio.

 

Come è possibile comprendere dalle note, realtà e finzione si mescolano continuamente in uno scambio che disorienta. A creare ancor più confusione è senz’altro il film cinematografico che vede una finta Volterra in Montepulciano, poichè Hollywood non trovò nella vera Volterra i requisiti tecnici giusti per girare le scene finali di New Moon.