Piazzetta degli Avelli

Per accedervi dovevamo scendere lo sdrucciolo, mezzo buio e maleodorante a causa dell'orinatoio posto proprio all'inizio della discesa, sotto il palazzo Campani.

È una piazza, non lastricata, compresa fra Via S. Lino, Via di S. Felice e le fonti omonime. Secondo gli studiosi che si sono occupati finora di toponomastica urbana, il nome deriverebbe dalla presenza di sepolture, ma ritengo sia molto più probabile che esso derivi invece dalIa presenza in questa zona di conce per la pelle. Infatti, nei pressi della fonte di S. Felice è collocabile il toponimo medievale Piscinale, termine che corrisponderebbe ad una vasca usata soprattutto per immergervi le pelli da conciare; il forte odore che provoca questo tipo di lavorazione potrebbe essere quindi all’origine del nome dato alla piazza.

Il lato Nord è completamente occupato dalla parete posteriore del Palazzo Campani, che ha la sua facciata principale in Via S. Lino. Degli altri lati solo quello Est è occupato da edifici, anche in questo caso si tratta delle facciate posteriori, visto che tutte le abitazioni hanno l’ingresso principale da Via S. Felice. Da notare il n. 6 dove si vedono i resti di un paramento in pietra databile al XIV secolo.

© Alessandro Furiesi
M. BATTISTINI, Volterra illustrata. Porte, Fonti, Piazze, Strade, Volterra, Carnieri, 1921, p. 27;
P. FERRINl, Volterra di strada in strada, Studio Tecnico 2G, 1983, p. 57;
E. FIUMI, Appunti di toponomastica volterrana, in “Studi Etruschi”, XVIII, 1944, pp. 371-382;
A. FURIESI, L’approvvigionamento idrico di Volterra nell’antichità e nel Medioevo, Tesi di laurea, Università di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1994/95, pp. 168-169.

Piazza degli Avelli non è mai stata una zona di rilievo, per accedervi dovevamo scendere lo sdrucciolo, mezzo buio e maleodorante a causa dell’orinatoio posto proprio all’inizio della discesa, sotto il palazzo Campani; dall’altra parte bisognava salire l’erta, quasi sempre piena di rifiuti, provenienti dalle botteghe degli alabastrai, tanto che i passanti si riducevano a poche e coraggiose persone.

La pìazzetta, tuttavia, aveva una propria vita. Dai vicoli, intorno San Felice, i ragazzi ci piovevano tutti e le innumerevoli ed interminabili partite di calcio avrebbero potuto servire da vivaio, per la nazionale.

Non erano d’accordo, con tutti quei palloni scagliati in avanti ed indietro, soprattutto i coniugi «pelati»: lei una donnina anziana, molto burlettona e lavoratrice infaticabile e suo marito Gigi. Loro, vicino allo scalone di casa, allevavano le galline e conigli, ed i ragazzi, unitamente ai palloni, gli spaventavano l’allevamento, ma siccome, i «pelati», erano molto anziani, i ragazzi li lasciavano protestare senza dargli peso, continuando imperterriti a fare il loro comodo.

La Noemi di Ferriero, dimostrava molta comprensione per le lamentele dei «pelati» e, dalla finestra o più spesso, seduta sulla sedia davanti alla porta di casa lo diceva, ma aggiungendo subito: sono ragazzi, bisogna che giochino! E mentre sbucciava i piselli o metteva in mollo i fagioli acquistati alla bottega della «Ciriva», non era raro il caso che si trovasse nella pentola la palla lanciata da qualche sciappino.

I ragazzi, invece, dovevano stare molto attenti a non sparare la palla dentro la bottega di quell’alabastraio che cantava sempre, perchè quello avrebbe fatto loro una grande litigata, tirando in ballo madri, padri, nonne e cugini, fino alla settima generazione e affibbiando ad ognuno un doveroso titolo irripetibile. Nessuno, pertanto, si azzardava a presentarsi a riprendere la palla. I giocatori sentivano i suoi canti e individuavano anche che, spesso, l’accompagnamento non era musicale, ma a base di rombi naturali in un unica soluzione oppure anche con raffiche a ventaglio. Udendo questi boati, i ragazzi, si sforzavano di superarli in intensità e durata, servendosi delle mani pressate sulla bocca.

L’Albina, custode dell’asilo infantile, invece, pur avendo la finestra della camera proprio nel punto in cui i ragazzi sostavano più chiassosamente, essendo dura d’orecchio, non veniva minimamente disturbata, mentre la Nonziatina era spesso alla finestra a protestare: ma un po’ di educazione, gridava, non c’è? Era come se gridasse al vento. Si, da qualche finestra non arrivavano mai proteste, ma, ogni tanto, vi precipitavano catinelle d’acqua che riuscivano, ma solo per poco, a rinfrescare gli animi. Quando però qualcuno gridava: c’è che-nè, che-nè, allora le cose si mettevano male, e tutti fuggivano.

Questo «che-nè, che-nè», era una guardia comunale, terrore dei ragazzi, i quali – tuttavia – quando lo scorgevano abbastanza lontano, lo scherzavano per il suo modo di fare, urlandogli: che-nè, che-nè! Infatti, nell’espletamento delle sue funzioni giungeva sempre accigliato ed il senso della sua prima domanda era: che c’è?; ma lui invece si esprimeva con un che-nè, che-nè. E per tutti, il suo nome, era diventato «che-nè che-ne». I ragazzi sentivano che anche i grandi avevano adottato tale soprannome e ne erano fieri, però la sua presenza incuteva sempre timore perchè era la guardia che affibbiava molte contravvenzioni. Dalle donne dei vicoli era mal visto, specialmente da quando, in Via dei Ciliegini, aveva elevato la multa contro un bel bucato teso ad asciugare da una finestra che inalberava una canna così lunga da bagnare i passanti, perfino, in mezzo alla strada. Così snobbato da padri e madri, i figli non potevano certo rispettarlo, però lo temevano e molto.

Il sopraggiungere della guardia, in Piazza degli Avelli, voleva dire che per quel giorno, non solo, non ci sarebbero state partite di calcio, ma che non ci sarebbero stati, addirittura, i ragazzi, neppure seduti, in un angolo, a raccontarsi le barzellette, e ciò con grande sollievo dei «pelati» e del loro allevamento.

© Pro Volterra, BRUNO TERTULLIANI
Piazza degli Avelli, in “Volterra”