Piazza dei Priori

“Circondata – da parti urbane opposte – dagli accessi, un tempo vigilati dalle torri, che la serrano nel cuore del contesto centrale, si apre all’improvviso nel tessuto medievale la Piazza dei Priori, in dipendenza della quale si struttura l’intero impianto cittadino con i contesti innervati nei solchi viari che nella Piazza confluiscono, quale grande spazio aperto di riferimento centrale”.

Il nome moderno di questa piazza è derivato dalla presenza, sulla stessa, del Palazzo dei Priori, che a sua volta prende nome da quello dei più importanti magistrati cittadini di cui fu a lungo la sede; la imponente mole dell’edificio, che ospita tuttora alcuni uffici comunali, domina un lato della piazza.

In precedenza era chiamata semplicemente Piazza (il toponimo Platea o Pratum è attestato fin dal IX secolo) oppure, dal XI secolo, Piazza dell’Olmo, per la presenza di un olmo sotto al quale normalmente si riuniva il consiglio cittadino prima della costruzione del Palazzo dei Priori. In seguito venne chiamata anche Prato del Comune (fine Xlll secolo), Piazza del Mercato (XIV secolo) e, più recentemente, Piazza Maggiore; le fu dato il nome attuale soltanto intorno al 1930. Sulla piazza si aprono cinque strade: lo Sdrucciolo di Piazza, il Vicolo dell’Oro, Via dell’Ortaccio, Via delle Prigioni e Via dei Marchesi.

La piazza è oggi lastricata con belle bozze di arenaria; al centro una pietra che porta incisa la data 1848 indica il punto dove venne piantato l’albero della libertà dai volterrani che, in quell’anno, aderirono con entusiasmo ai moti risorgimentali.

Un diploma dell’imperatore Lodovico Il autorizzava, nel 851, il vescovo a tenere una fiera in occasione della festività dell’Assunta, a metà agosto, si svolgeva su questo prato, su cui allora si affacciava il palazzo vescovile. Questa fiera continuò fino a pochi anni fa quando venne spostata alla seconda settimana di settembre. Fin dal 1343 la piazza ospita il mercato settimanale della città, infatti, il 22 agosto di quell’anno il consiglio cittadino decise che il mercato doveva tenersi ogni sabato in questo luogo.

A contorno della piazza vi sono una serie di edifici medievali e di palazzi moderni che oggi sostituiscono le casetorri delle famiglie magnatizie volterrane che fino al XIII secolo circondavano il Pratum (se ne conoscono almeno dieci, ma ve ne dovevano essere molte altre di cui non rimane la memoria). Un disegno schizzato a penna del XV secolo, che è conservato nell’Archivio Comunale di Volterra, ritrae la piazza rappresentandola, con un po’ di fantasia, come “un’adunanza battagliera di torri”.

il Palazzo dei Priori, nato con il nome di Palazzo del Popolo, era destinato ad essere la residenza dei massimi magistrati cittadini. In origine erano chiamati Difensori del Popolo ed erano dodici, in seguito si ridussero a nove; con il nome di Anziani venivano eletti in ventiquattro durante il periodo di dominio ghibellino a Volterra, intorno alla metà del XIII secolo; con la restaurazione guelfa si ridussero nuovamente a dodici chiamati questa volta Priori. l priori dovevano dimorare nel palazzo per tutto il tempo in cui erano stati eletti, potevano allontanarsi da esso solo in casi eccezionali e vivevano secondo precetti molto rigorosi elencati dagli statuti cittadini. Avevano a disposizione come servitù quattro donzelli, un cuoco, uno sguattero e dieci famigli.

Dal 1472 fu la sede del capitano del popolo fiorentino che governava la città. il palazzo fu restituito ai volterrani il 5 ottobre del 1513 e nel 1789 vi furono trasportati il museo e la biblioteca Guarnacci che vi rimasero fino al 1876; dal 1883 è sede anche di alcuni uffici comunali.

Iniziato nel 1208 dall’architetto Riccardo da Como, fu finito nel 1257; l’edificio è diviso in tre piani al di sopra dei quali svetta un’alta torre. Sulla facciata si poteva vedere una loggia aperta cui si accedeva tramite sette scalini e di cui si vedono ancora le arcate, due delle quali trasformate in finestre; l’accesso avveniva tramite l’arcata centrale. Questa struttura, protetta da una ringhiera, costituiva il cosiddetto arengario o arengo da cui gli araldi del comune comunicavano alla popolazione i bandi emanati dalle autorità cittadine. La loggia era coperta da una struttura in legno sorretta da pilastri pure in legno e fu più volte danneggiata; nel 1514 venne abbattuta trasformando l’ingresso nel modo che possiamo vedere ancora oggi.

A questo primo corpo di fabbrica venne poi aggiunta la cosiddetta casa posteriore, cioè l’ala che si affaccia su Via Turazza. Da un inventario del 1301 sappiamo che una parte delle stanze del pianterreno venivano affittate a privati che le usavano come negozi; ne conosciamo sei, una si apriva in Via Turazza, un’altra sulla Piazza e le altre nel chiasso che separava il palazzo dal Duomo.

La facciata si presenta con muratura a faccia vista costituita da blocchi di pietre a filaretto. AI pianterreno, oltre alle due finestre ed al portale, vi è un’altra piccola apertura quadrangolare. Un marcadavanzale in pietra sagomato segna la divisione fra il pianterreno ed il primo piano sul quale si aprono cinque grandi finestre con arco a sesto acuto, il cui interno è diviso in due parti da una bifora trilobata sorretta da tre colonnette con capitelli decorati con foglie d’acanto. Un altro marcadavanzale segna il passaggio fra il primo ed il secondo piano che ha solamente tre aperture simili a quelle del primo piano, ma con bifore coperte da un arco a sesto acuto; il terzo piano è identico al secondo, ma non vi è un marcadavanzale. All’altezza del terzo piano vi è il quadrante dell’orologio, mentre a tutti i piani si notano fori e mensole che dovevano servire per sostenere balconi di legno.

Il tetto a spiovente è coronato sulla facciata da una merlatura con merli a semicerchi, caratteristici del palazzo; il corpo principale è sovrastato da una torre, che è decorata sulla fronte dai tre stemmi della Città, del Comune e del Popolo: la croce rossa in campo bianco, il grifone rosso che sottomette il drago verde in campo bianco e lo scudo partito bianco e rosso. La torre è un’ardita costruzione a pianta pentagonale che fu costruita dopo il terremoto del 1848. In origine la torre era a pianta quadrata terminante in quattro pilastri sostenenti la travatura a cui era sospeso il campanone del comune. L’orologio che vediamo sotto la torre fu costruito nel XIV secolo, nel 1384 i priori decretarono che fosse realizzato un orologio nel palazzo, ma solo nel 1393 venne realizzato e collocato nella sede predestinata. L’artefice fu Domenico di Pietro da Castiglione Aretino, abitante a Siena, che venne pagato con la notevole cifra di 135 fiorini d’oro. In base ad un altro decreto fu ordinato che fosse previsto, fra le persone pagate dal comune, un magister horislogii che si occupasse dell’orologio del palazzo.

Nel corso del tempo furono molti gli interventi avvenuti all’orologio: nel 1433 frate Giovanni e frate Francesco di Firenze dipinsero sul quadrante le ore e le varie fasi della luna, nel 1491 Iacopo di Sandro Botticelli dipinse altre figure suIla sfera dell’orologio, che l’anno precedente era stato quasi completamente rifatto da Giovanni teutonico perché deterioratosi. Sempre nello stesso anno furono stanziati 70 fiorini per rifarne la campana. Il meccanismo antico è ovviamene stato sostituito più volte, ed il quadrante è stato ammodernato con l’avvento della divisione giornaliera in dodici ore; l’ultima volta che è stato cambiato tutto il meccanismo fu nel 1926.

Nello spazio fra due delle finestre del pianterreno è stata ricavata un’incisione che rappresenta l’unità di misura lineare base usata dal comune di Volterra, Questa, chiamata “canna volterrana”, differiva da quelle usate nelle città vicine, pertanto era necessario controllare che i mercanti ambulanti utilizzassero, durante le compravendite, la misura standard stabilita dagli anmlinistratori cittadini; le corde o i bastoni usati normalmente da questì ultimi per misurare venivano così confrontati e, se non corrispondevano alla canna volterrana, venivano multati. La canna volterrana misurava 2,52 m. ed era suddivisa in 4 braccia di 63 cm. A loro volta divisi in 12 once corrispondenti a 5 centimetri ciascuna. Sappiamo che questa misura continuò ad essere utilizzata a lungo, probabilmente rimase in vigore fino all’adozione del metro lineare, avvenuta nel 1889. Al di sopra di questa incisione vi sono tre portafiaccola con l’anello modellato a forma di mano e delle staffe appese al di sotto.

Come simbolo della sottomissione di Volterra alla signoria fiorentina, nel 1474 furono innalzati i due leoni che si trovano ai lati del palazzo. Queste immagini, soprannominate “marzocchi”, venivano collocate in ogni città che era sotto il controllo di Firenze.

Il portone di accesso, restaurato in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1989, è decorato con lo stemma di Volterra: un grifone rosso che sconfigge un drago verde, al di sopra vi è una pezza d’onore di Angiò. Non siamo in grado di dire esattamente quando siano state fatte le due porte in legno, ma l’ornato inciso nelle parti in ferro di chiusura dell’interno, ci può far supporre che sia stato realizzato nell’Ottocento, in un periodo in cui piaceva rifare gli edifici e gli ornamenti in stile medievaleggiante. Sulla facciata sono murate alcune iscrizioni. La prima, posizionata in alto a destra rispetto al portone centrale, è quella che celebra la costruzione del palazzo:

ANNI MILLENI CRISTI SIMUL

ATQ(UE) DUCENI

INDEQ(UE) TERDENI CURREBA(N)T

TERQ(UE) NOVENI

ISTA DOMUS QUA(N)DO

FELICIT(ER) OMI(N)E BLA(N)DO

OBTINUIT METAM DIVI(N)O

MU(N)ERE LETAM

RECTOR ERAT

RURSUS VULT(ER)RE

T(UN)C BONACCU(RS)US

DE BELLTNCONE CUM MULTA VIR RATIONE

QUI P(RE)ERAT TURBIS

GRATISSIM(US) ISTI(US) URBI(S)

ET GENIT(US) CLARIS E(ST)

ARDUUS EX ADIMARIS

RlCCARD(US) HOC OPUS FIERI

FECIT TAM SAPIE(N)T(ER)

QUI CIVIS DICIT(UR) CHOME LAUDABILIS TERRE

La data espressa è il 1257, anno della fine del cantiere edilizio, in questo anno era podestà di Volterra Bonaccorso di Bellinzone degli Adimari. Il personaggio citato al penultimo rigo, Riccardo da Como, deve essere l’architetto che diresse i lavori di costruzione.

Un’altra lapide reca inciso un altro motto che compare anche negli statuti comunali:

NISI DOMINUS CUSTODIERIT CIVITATEM

FRUSTRA VIGILAT QUI CUSTODIT EAM

SIT SPLENDOR DOMINI SUPER NOS

L’ultima, collocata proprio sopra il portone di ingresso, è quella che ricorda la visita compiuta a Volterra dal granduca Pietro Leopoldo di Toscana nel 1773.

La facciata è poi ornata dagli stemmi di alcuni dei capitani del popolo che governarono Volterra. La maggior parte di essi sono stati in carica durante il periodo della dominazione fiorentina, quando i priori vennero aboliti e la signoria di Firenze mandava un proprio rappresentante; molte targhe sono realizzate in terracotta invetriata policroma, opera di artisti della famiglia dei Della Robbia. Gli stemmi sono in tutto 21, in vari stati di conservazione, in molti è rimasta sia l’epigrafe che lo stemma, in altri solo l’epigrafe; in alcuni casi sono stati usati da più personaggi della stessa famiglia, segno che non furono collocati in questa posizione nell’anno in cui erano in carica, ma alcuni anni dopo.

1) Stemma in terracotta invetriata di produzione robbiana: levriero bianco rampante volto a sinistra su fondo nero in uno scudo a testa di cavallo racchiuso da una corona di fiori e frutti. Sotto reca la scritta:

Simone di Bernardo di Simone del Nero Capitano e Commissario 1503

2) La lastra di pietra reca inciso uno stemma identico al precedente, che è racchiuso in uno scudo sorretto da un cane accovacciato e elmato con un elmo sormontato da una testa di gallo. Al di sotto vi è la seguente iscrizione:

Bernardo del Nero MCCCCLXXVI

3) Stemma in terracotta invetriata di produzione robbiana: un paio di forbici da tonsore con in seconda uno scudo rotondo con croce rossa in campo bianco, il tutto in uno scudo di tipo sannitico racchiuso da una corona di fiori e frutti ornato da un nastro; sul bordo dello scudo teoria di “A”. Sotto reca la scritta:

Messer Baldo di Simone della Tosa Capitano MCCCLXXXX

Bernardo di messer Baldo delle Tosa Capitano MCCCCXXXV

Francesco di Bernardo di messer Baldo della Tosa Capitano e Commissario MDI

4) Stemma in terracotta smaltata prodotto dai Della Robbia raffigurante tre ruote, due e una separate da una banda, al di sopra tre gigli, il tutto dentro uno scudo circondato da una ghirlanda. Al di sotto reca scritto:

Lutozzo di Piero di Lutozzo Nasi

Capitano et Commissario 1404-1405

5) Scudo racchiuso dentro una conchiglia, lo stemma rappresenta due leoni rampanti affrontati separati da due piume verdi. Al di sotto vi è la seguente scritta:

MATHES PALMERIO POST

RE … LIBERE CIVITATE PRAETORI II ET COMMISSARIO SALUTIS ANNO MCCCCLXXIIII

6) Scudo in terracotta smaltata di produzione robbiana con intorno una ghirlanda, all’interno due margherite separate da banda diagonale, sopra scritta LIBERTAS. Al di sotto un putto regge la seguente iscrizione:

Giovanni di Iachopo di Dino di messer Gucci Capitano e Commissario MDXII

7) Stemma in terracotta smaltata, prodotto dai famosi ceramisti Della Robbia, raffigurante due stelle separate da due bande trasversali. La scritta sottostante è illeggibile si capisce solo il cognome, Bertini o Ubertini e l’anno, 1486 e 1487.

8) Stemma in terracotta smaltata di produzione robbiana rappresentante due leoni rampanti al naturale affrontati che sorreggono una croce marrone su fondo bianco. Al di sotto vi è la scritta:

FRANCISCUS LAURENTII STUFAE

PRESES ET LEGATUS

DIGNISSIMUS 1464 ET 1478

9) Stemma in terracotta smaltata appartenente alla produzione della famiglia Della Robbia: cervo bianco rampante a sinistra su fondo azzurro. Al di sotto è murata la seguente iscrizione:

Giovabatis d’Antonio Corbinegli Capitano anno 1490 e Bernardo di Tomaso Ceco Capitano et Commissario 1471

10) Lo stemma è illeggibile, ma si è conservata la scritta:

FRANCISCUS PIERI DE DINIS CAPIT ANEUS MCCCCLXITI ITERUM MCCCCLXXV

11) Lastra di pietra che reca scolpito in bassorilievo lo stemma della famiglia Serristori, tre stelle separate da una banda e sormontate da una pezza d’onore con gigli. Lo stemma è racchiuso dentro uno scudo sormontato da un elmo piumato, al di sotto reca la seguente iscrizione:

IOHANNfS ANTONII DE SERRISTORlS CAPITANEI ET COMMISSARIUS MCCCCLXXVI ET LXXVII

12) Stemma costituito da uno scudo attraversato da una fascia trasversale su cui sono scolpiti tre gigli.

Antonio di Leonardo di Nobi Capitano et Commissario MCCCCLXXVII

13) Stemma della famiglia Vettori, di difficile lettura, si conserva bene la scritta:

Pietro Vectori MCCCCLXXVIl

14) Stemma in terracotta smaltata di produzione robbiana raffigurante un leone rosso rampante a sinistra su fondo bianco, al di sotto banda con la scritta:

Piero di Nicolo d’Andrea del Benino Capitano 1489-90

Piero di Ghirigoro del Benio 144 […]

Francesco di Nicolò di Beno 145 […]

15) Lo stemma è illeggibile e dell’iscrizione si conserva solamente l’ultimo rigo che reca la seguente scritta:

E Tommaso suo fratello 1493 E 1494

16) Stemma costituito da una croce, essendo in pietra non è possibile stabilime i colori araldici. AI di sotto iscrizione:

Lorenzo di C. Popoleschi Capitano e Commissario MDXIII

17) Scudo coperto da otto palle, al di sotto vi è la scritta:

CERODI RICCARDI DE BORGOGNONIBUS CAPITANI ET COMMISSARI A.D. MCCCCLXXIIII E V

Altri tre stemmi sono completamente rovinati, non è possibile né riconoscere l’insegna, né leggere l’iscrizione. Inoltre sulla facciata vi sono tre epigrafi celebrative dei capitani e dei commissari, di queste solo due sono comprensibili, una è illeggibile.

Paulo Nicolai Cerretano Capitano e Commissario MIDD

Francesco di Giovanni Ariguci Capitano et Commissario MDI 71

Oggi il pianterreno del palazzo è occupato quasi interamente da un grande atrio, sulla cui parete di fondo si trova la scalinata semi circolare dopo la quale ci sono le rampe di accesso ai piani superiori, e, a destra, un ballatoio rialzato che conduce ad una piccola stanza chiamata “saletta del giudice conciliatore”. Sulla sinistra vi sono due porte. Sul fondo si trova anche una porta che conduce ad un cortile dove si trova l’apertura di una cisterna, il cortile è accessibile anche daIl’esterno perché la cisterna che vi si trova era destinata ad approvvigionare d’acqua anche gli abitanti della zona.

In origine questo ambiente era occupato da due sale e da una scala che immetteva ai piani superiori. La sala destra era detta del Capitano dei Famigli dei Priori, si poteva accedervi dall’esterno anche da un ingresso laterale, lo stesso che oggi dà accesso al cortile; di fronte a questa sala ve ne era un’altra, anch’essa con un ingresso laterale che si apriva nell’attuale Via Turazza. Sempre in questo piano si trovava una stanza dove erano custodite la cassa del Comune e i libri e le pergamene dell’archivio; da questa stanza si accedeva anche ad un sotterraneo dove erano custodite le pergamene dell’archivio segreto.

L’atrio è adornato con 63 stemmi di capitani e commissari fiorentini, buona parte dei quali proviene dal Palazzo Preterio da cui vennero tolti durante i lavori di ristrutturazione compiuti durante il 1930. Vi sono pure sei lapidi celebrative di importanti momenti civili e politici della Volterra moderna. Quella più significativa è l’iscrìzione che riporta i risultati ottenuti durante il suffragio per l’unità d’ltalia del 1859, che furono 2315 si, 78 no e 44 schede nulle. Accanto ve ne è un’altra che è stata dedicata al principe Pietro Ginori Conti, fu posta il 15 settembre 1912, lo stesso giorno dell’inaugurazione della ferrovia la cui costruzione si dovette al lavoro solerte del principe. Altre due celebrano le visite a Volterra di re Vittorio Emanuele II il l ottobre 1861 e di re Vittorio Emanuele III, il 3 ottobre 1903. Le ultime due sono state poste in occasione del secondo anniversario della liberazione d’Italia e del decimo anniversario della liberazione di Volterra (11 luglio 1954). È ancora al suo posto, ma illeggibile, una lapide che fu apposta nel 1936 in tutti i municipi d’Italia per ricordare la guerra di Abissinia.

Il primo piano era occupato dalla sala per le adunanze del consiglio, da un’altra più piccola per i magistrati e da alcune stanze per servizi. Il secondo, a cui si accedeva tramite una scala costruita nella sala più piccola del primo piano, comprendeva la sala da pranzo, la cucina e le stanze di servizio. Il terzo piano era destinato alle camere da letto. La maggior parte di queste sale sono oggi occupate da uffici dell’amministrazione comunale.

Nell’anticamera dell’ufficio del sindaco, al primo piano, è custodita una “Crocifissione” opera di Pier Francesco Fiorentino (XV sec.) e una “Madonna con Bambino” di ignoto autore del XVI sec. all’attuale ufficio del Sindaco è collocato un quadro raffigurante la “Madonna col bambino e S. Giovannino” di Francesco Brini (sec. XVI), non sappiamo da dove provenga, nel 1885 si trovava in San Giusto da dove fu trasferito nel 1934. el 1317, sul pianerottolo del primo piano fu dipinto un affresco raffigurante un Crocifisso e vari santi.

Nella sala del Maggior Consiglio, oggi utilizzata per le adunanze del Consiglio Comunale, un’intera parete è occupata dall’affresco dell'”Annunciazione ed i santi Giusto, Ottaviano, Cosma e Damiano”, dipinto nel 1383 per opera di Iacopo di Cione Orcagna. Tutta la stanza è stata completamente affrescata in stile neogotico nel secolo scorso, in mezzo ad una decorazione architettonica dipinta, sono inquadrati quelli che erano ritenuti gli stemmi delle famiglie nobili volterrani alternati allo stemma della città, la croce rossa in campo bianco.

Lo stesso stemma della città, insieme a quelli del comune e del popolo, è raffigurato sulla parete di fondo, al di sopra della porta che conduce nella saletta attigua; ai lati di questa porta sono pure rappresentati lo stemma della famiglia Medici (lo scudo con sei palle) e il Marzocco della signoria fiorentina, accanto a motti tratti dagli statuti comunali. A fianco della porta di ingresso fu murata una lapide con il testo del bollettino del Comando Supremo Italiano che annunciava la vittoria della prima guerra mondiale.

Nel 1958 la stanza fu restaurata per rimediare ai danni causatigli dagli eventi bellici che coinvolsero Volterra nel 1944. Durante questi lavori vennero alla luce le tracce di un precedente affresco probabilmente del XIII secolo e un’iscrizione in parte leggibile: Diligite lustitiam qui iudicatis terram. Un’altra parete è occupata dal quadro rappresentante le “Nozze di Cana” di Donato Mascagni, del XVI sec. In questa sala, a partire dal 1383 veniva celebrata, ogni 27 settembre, la festa in occasione della solennità dei santi Cosmo e Damiano. Lo festa era in uso fin dal 1254, ma veniva ufficiata in Duomo; la celebrazione tornò nella cattedrale a partire dal 1563. Nella sala attigua vi è una scultura opera del contemporaneo Mino Trafeli rappresentante una “Madre siciliana”.

Sappiamo di altre opere che vennero realizzate per questo palazzo, fra esse una “Madonna con Bambino” opera di Lodovico fiorentino commissionata nel 1359 ed un altro Crocifisso con la Vergine e S. Giovanni. Nel 1319 i priori vollero che super schaias palaiii populi, fosse posta una statua di marmo rappresentante San Giusto, stabilirono inoltre che “il santo venisse raffigurato in modo che, se fosse occorso di esporre il vessillo della città, potesse essere posto in modo da sembrare che il santo lo tenesse stretto nella mano”; non sappiamo però se la scultura fu veramente eseguita.

A lato Est della piazza è occupato da due edifici, il primo, ai nn. 2-3, si trova all’angolo fra la piazza e Via dei Marchesi. Si tratta di una abitazione realizzata alla fine del Ottocento, nella sua facciata possiamo tuttavia notare i resti di strutture precedenti riutilizzate nella fase costruttiva moderna.

Il resto di questo lato è formato da un unico palazzo che nel corso del tempo ha ospitato diversi uffici pubblici, poi sede solo della Guardia dì Finanza e dell’ufficio del Registro. La facciata è stata realizzata in stile medievale dopo il terremoto del 1848, con un disegno che si armonizza con il resto della piazza. Sulla sua facciata sono inseriti quattro stemmi rappresentanti il drago e grifone, la croce, lo scudo partito e il monte, simboli del popolo, del comune, della città e del Monte Pio. All’altezza del secondo piano si può pure notare un’epigrafe scalpellata, si tratta di un’iscrizione commemorativa inserita nel palazzo durante il Ventennio fascista che venne cancellata dopo la Liberazione. All’altezza del n. 5 troviamo un tondo in terracotta smaltata rappresentante la “Madonna con Bambino” fra angeli.

Fino all’Ottocento al posto di questo palazzo si trovavano una serie di casetorri ed edifici di cui oggi rimane solo la parte posteriore che possiamo vedere dal Vicolo Mazzoni; fra queste vi era la torre Affricanti che era posta all’angolo con Vicolo delle Prigioni e che, poiché minacciava rovina, venne distrutta nel 1704 per costruirvi il Palazzo del Monte Pio e i Granai del Comune. Il progetto venne affidato nel 1690 al perito Giuliano Chiaccheri. Questa torre d’angolo appartenne in origine ad un certo Diotisalvi di cui non conosciamo la famiglia, passò agli Affricanti fra il 1231 e il 1238, in seguito a questa cessione gli Affricanti arrivarono a possedere quasi tutte le case che si trovavano su questo lato della piazza e agli inizi del 1300 il comune a sua volta comprò tutti gli edifici di proprietà di questa famiglia.

La casa che si trovava all’angolo opposto di questo lato fu venduta al comune nel 1320 da Bernardo di Cecco Affricanti; nel 1322 venne ceduta alla famiglia Forti in cambio dell’abitazione che possedevano fra il Palazzo dei Priori e il Palazzo Baldinotti e che fu distrutta in base ad un’ordinanza del 1322 per aprire l’attuale Via Turazza. In seguito la famiglia Forti comprò anche altre abitazioni in questa zona.

Su questo lato della Piazza troviamo oggi il negozio-esposizione della Cooperativa Artieri Alabastro, che si è insediata nel luogo dove prima si trovava uno storico negozio di ferramenta. Questo esercizio commerciale era uno dei più antichi di Volterra, infatti sappiamo che esisteva fin almeno dagli inizi dell’800, il negozio è documentato anche da alcune foto scattate dai fotografi Alinari dell’Ottocento.

Ai nn. 9-12, proprio di fronte al Palazzo dei Priori, si trova il Palazzo Pretorio. Fu costruito unendo diversi corpi di fabbrica già esistenti ed era destinato ad essere sede del Podestà e del Capitano del Popolo queste cariche erano di solito ricoperte da uomini di legge o cavalieri residenti in altre città che si dovevano portare dietro anche un seguito di guardie, notai e servitori necessari alloro ufficio. Tutte queste persone venivano alloggiate in questo edificio. Oggi ospita alcuni uffici comunali ed il commissariato. Fino a pochi anni or sono era anche la sede della Pretura. Fino agli anni 1930 era anche sede della sottoprefettura.

Il palazzo si presenta oggi costituito da più parti congiunte insieme nel medioevo. A sinistra c’è un grande blocco che al pianterreno si apre con tre grandi logge di cui quella centrale conduce ai piani superiori. Sopra tre ordini, di sei finestre ciascuno, indicano la divisione in piani, le finestre del primo piano sono tutte bifore molte delle quali coperte con arco realizzato in bicromia, al secondo e al terzo solamente le quattro finestre centrali sono bifore, le laterali sono monofore caratterizzate da una altezza maggiore, forse per consentire l’accesso a davanzali in legno la cui presenza potrebbe essere indicata dalle mensole e dai fori della facciata.

Questa parte costituiva in origine il Palazzo Malcrazzi che confinava con il Palazzo Belforti tramite un piccolo chiasso. L’edificio venne acquistato dal comune tra il 1321 e il 1326 e in parte ristrutturato nella prima metà del XIV secolo; in questa occasione venne chiuso il vicolo situato fra le due parti dell’edificio e che possiamo identificare con il passaggio che, fino a pochi anni fa, costituiva l’accesso da Via dell’Ortaccio.

L’altra metà è divisa a sua volta in tre parti, una torre centrale e due edifici che vi si addossano, vi sono anche due aperture al pianterreno, nell’edificio di sinistra e nella torre. La porta a sinistra è ad architrave sormontato da un arco a sesto acuto lunettato. Le due costruzioni laterali sono pressoché simmetriche con tre piani scanditi da una finestra per piano, bifora al primo, monofore agli altri. Quasi a ridosso del tetto della torre vi è una mensola che sorregge una statua che sembra rappresentare un maiale o un cinghiale, per questo motivo i volterrani l’hanno ribattezzata Torre del Porcellino; un’altra figura di suino è apparsa a fianco della porta di accesso al pianterreno durante alcuni lavori compiuti pochi anni fa.

La torre principale apparteneva alla famiglia Topi e venne venduta al comune il 14 settembre 1224 da Gherardesca moglie di Giuseppe di Enrico; il 9 ottobre 1224 Giuseppe di Enrico e Rigetto e Lottaringo figli di Giuseppe vendettero, sempre al comune, il resto dell’edificio in cui era inglobata. Parte della casa che si addossa all’altro lato di questa torre fu venduta al comune nel 1262 da Fortuccio di Corrado, Chese e Prenze di Arduino, Ghino di Ranieri Malcrazzi, Puccio di Bonafidanza, tutti della consorteria dei Belforti. Possiamo identificare la casa dei Topi con l’edificio a sinistra della torre del Porcellino e la casa dei Belforti con l’edificio a destra, L’ edificio era terminante con merli quadrati ed alla torre furono aggiunti quattro pilastri su cui fu collocata la Campana della Giustizia. L’accesso alla torre era molto diverso da quello attuale, costruito nel 1933, e consisteva in una semplice, breve scalinata. Un inventario dei beni del comune del 1301 ci descrive con chiarezza il palazzo. In quell’epoca vi avevano sede l’ufficio del Capitano del Popolo e la dogana del sale; nella torre erano sistemate le carceri del comune e questa destinazione, che conosciamo sin dalla metà del 1200, continuò fino al secolo scorso.

L’accesso originario avveniva tramite una porta, che si trovava dove ora vi è la loggia centrale, a cui si accedeva per mezzo di una doppia scala esterna i cui bracci si riunivano in un balcone aperto sull’atrio, dove i podestà erano soliti affiggere i propri stemmi, e coperto da un loggiato. In questa loggia Daniele Ricciarelli dipinse un affresco raffigurante la Giustizia; questo quadro venne staccato e riportato su tela nel 1844, insieme ad esso furono riportati su tela anche altre opere pittoriche che erano conservate nel Palazzo Pretorio: un putto sorreggente un arma gentilizia, opera anch’essa del Ricciarelli ed un’Assunzione di pittore ignoto.

Un’usanza risalente al medioevo e continuata fino al’Ottocento era quella che i carcerati potevano calare dalle finestrelle delle proprie celle dei piccoli sacchetti di tela nei quali i cittadini caritatevoli mettevano qualche moneta.

A partire dal 1567 il piano terreno del Palazzo Pretorio venne adattato a teatro. Si accedeva ad esso tramite la porta della torre ed era installato in quelli che erano i magazzini del sale. Il teatro era chiamato Salone delle Commedie e le scene erano state dipinte da Tomrnaso Palaca; il comune elargiva denaro per poter rappresentare gli spettacoli e nel 1590 stanziò 675 lire per la sua ristrutturazione.

In questo stesso edificio venne accolto, il 16 novembre 1612, il granduca Cosimo Il in visita a Volterra ed in quell’occasione vennero rappresentate due opere drammatiche del nostro concittadino Cosimo Villifranchi: il “Martirio dei SS. Dolcissimo e compagni” e “La fida Turca”; le scene vennero dipinte dal pittore Cosimo Daddi e il comune spese per queste opere un totale di L. 3321. Dal 1669 la direzione del teatro venne assegnata all’Accademia dei Sepolti, per decreto del Granduca Cosimo III.

Nel 1839 vennero iniziati i lavori che dovevano trasformare il palazzo e il teatro vecchio in moderni edifici pubblici, di lì a poco si installarono nell’edificio il commissariato, la cancelleria civile e militare, gli agenti di polizia e, pochi anni dopo, il tribunale: a seguito del terremoto del 1848 anche il palazzo fu trasformato, in quell’occasione furono aperte le tre grandi logge che vediamo tuttora.

In alcune stanze di questo palazzo trova posto la sede dell’Accademia del Casino dei Nobili della città di Volterra. Era questa una accademia istituita con decreto del re d’Etruria nel 1803, vi potevano. accedere solamente persone, uomInI e donne, di comprovata nobiltà; l’ammissione avveniva o per successione a un accademico fondatore o per elezione, in entrambi i casi era necessario pagare una quota. Fu fissato un regolamento che conteneva i dettagli per il decoro dell ambiente e determinava le ore in cui era aperto e una tariffa per le tasse da pagare da chi si divertiva al gioco.

L’elezione della deputazione per il governo dell’accademia avveniva con un’adunanza generale fissata il lunedì dopo la terza domenica di settembre, si provvedeva all’elezione anche di un camarlingo e di due sindaci. Lo scioglimento di questa istituzione avvenne nel 1943. La sua prima sede fu in Via San Lino, in Palazzo Montoni, poi si trasferì in Piazza dei Priori, in Piazza Martiri della Libertà ed infine in Via Buomparenti.

Anche sulla facciata del Palazzo Pretorio vi sono degli stemmi, ma in questo caso alcuni potrebbero appartenere a vecchie casate volterrane, in particolare quelli a destra della torre, non corredati da epigrafi; gli altri sono di capitani del popolo e commissari fiorentini.

Molti stemmi sono illeggibili, alcuni conservano solo l’epigrafe o lo stemma; si riescono a leggere solo le seguenti epigrafi:

Laurentli Pepi LIII
MCCCCXXXVlIII

Filippo Iohs Capitano e Commissario 1497

Nicholo di Charllo di Nicholo di messer Guggio de nobili Capitano MDXXI

FEDERIGUS ANTINORIUS RAPHAELIS FILII CAPITANUS ANNO DOMINI MD

Tre stemmi, murati uno a fianco dell’altro, riproducono uno scudo coperto di gigli, una croce con pezza d’onore gigliata, un cancello con pezza d’onore gigliata, inoltre sulla facciata ci sono anche uno stemma con una scala ed uno rappresentante un leone rampante a sinistra.

La restante parte di questo lato della piazza è occupata dall’edificio che ospita la Posta e dalla caserma dei carabinieri. Il primo palazzo, nel cui pianterreno è oggi installato l’ufficio postale e che nei piani superiori ospita uffici pubblici, venne realizzato dopo il terremoto del 1846 ristrutturando un fabbricato che in origine era di proprietà della famiglia Belforti. Il secondo edificio venne destinato nel 1882 ad ospitare la stazione dei carabinieri di Volterra. Fu costruito sfruttando in parte una torre già esistente che nel medioevo apparteneva alla famiglia Allegretti e che fu inglobata ad un altro corpo di fabbrica.

All’angolo Nord Ovest, compreso fra gli accessi a Via dell’Ortaccìo e Vicolo dell’Oro, si trova un edificio moderno (n. 15) nel cui pianterreno si apre oggi un ufficio della Cassa di Risparmio di Volterra; fa parte della Casa Brogi-Bartolini, il cui accesso principale è collocato su Via Buomparenti.

L’intero lato Ovest è occupato invece dal palazzo sede della Cassa di Risparmio di Volterra.

Il palazzo fu edificato dalla famiglia Incontri all’inizio del ‘400, utilizzando in parte le case torri che esistevano in quel punto. In seguito fu destinato a Seminario vescovile e attualmente è occupato dalla sede centrale della Cassa di Risparmio di Volterra. Durante il periodo in cui era utilizzato come seminario fu murato lo stemma con le sigle di Gesù e Maria che vediamo campeggiare al di sopra del portone di accesso al palazzo.

Nel lato che dà sullo Sdrucciolo di Piazza questo edificio ingloba alcune case torri medievali che sono state recentemente restaurate. La torre che è all’angolo con Via Buomparenti nel 1241 apparteneva ad Angelario di Tedesco, della consorteria dei Buomparenti; sulla sommità di essa vi è un camminamento in muratura che la collega con la casa lorre dall’altro lato della strada, appartenente alla famiglia dei Buomparenti.

La Cassa di Risparmio di Volterra fu fondata nell’Ottocento. Nel 1834 Inghiramo Inghirami e Carlo Ruggieri Buzzaglia inviarono al Granduca una lettera nella quale chiedevano di poter istituire una Cassa di Risparmio anche in Volterra; di questa cassa si era già redatto il regolamento e si erano raccolti i nomi dei possibili soci. La richiesta non fu accolta e fu solo il 31 ottobre 1893 che venne fondata, su iniziativa di pochi volterrani capeggiati da Ettore Ciapetti e da Ernesto Ruggieri Buzzaglìa, la Cassa di Risparmio di Volterra.

L’antico Monte Pio fornì una dotazione iniziale di 3000 lire ed infatti la prima denominazione della banca fu Cassa di Risparmio di Volterra annessa al Monte Pio, solo con il 1923 poté separarsi dal Monte Pio ed acquistare autonomia e dignità istituzionale. Dal 1945 assunse la gestione del Monte Pio come attività collaterale, che mantenne finché rimase in vita l’ultimo massaro-estimatore del Monte; con la morte dell’ultimo funzionario il Monte Pio venne chiuso.

La Cassa di Risparmio si è notevolmente ingrandita nel Novecento, è passata da tre dipendenti dell’unica sede centrale del 1893 ai 125 del 1970 distribuiti in numerose filiali e ha continuato ad ingrandirsi.

Infine sul lato che in parte è occupato dal Palazzo dei Priori, si affaccia una parete laterale del Palazzo Vescovile. Il pianterreno di questo edificio è costituito da una serie di portici dove si svolgeva la vendita del grano e delle biade del comune, mentre i sotterranei erano usati come magazzini; si può ancora vedere qualche traccia degli antichi siloi per grano nella cantina del palazzo vescovile. Al piano superiore dimoravano un giudice e i doganesi del sale. Questo edificio è ricordato con il nome di Vendita in un documento del 1317.

L’edificio fu destinato a residenza del vescovo nel 1472, dopo che il vecchio palazzo di Piano di Castello fu distrutto per costruire la fortezza medicea, la loggia venne murata ed accorpata alla canonica di Santa Maria andando a costituire l’attuale palazzo vescovile; il vescovo però vi risedette solo a partire dal 1618.

Fra quest’ultimo edificio ed il Palazzo dei Priori vi è una parte del retro del Duomo. Questa parete, nella quale spicca anche una finestra strombata, è decorata con bande di marmo bianco e nero, come altri edifici religiosi volterrani; in essa sono stati murati anche degli elementi architettonici e la parete di un sarcofago che prima si dovevano trovare all’interno del Duomo. Questa decorazione però non è quella del medioevo, ma è stata ricostruita nel 1937 per iniziativa del principe Pietro Ginori Conti, come recita la lapide che vi è stata posta a ricordo dell’opera:

HOC ECCLESIAE LATUS AMPLISSIMA PETRI GINORI CONTI TREVIGNANI PRICIPIS IMPERIALIS ITALIA E SENATORIS MUNIFICENTIA REFECTUM EXORNATUM FUIT A.D. MCMXXXVII A FASCIBUS CONSTITUTIS XV

In questa parete si apre anche un ingresso posteriore del Duomo, contrassegnato dallo stemma dell’Opera del Duomo, le tre lettere OPE dentro uno scudo, scolpito nell’architrave della porta. Al di sopra di esso, durante il restauro del 1937, venne murata la lapide funeraria di Paesino de’ Rossi di Firenze dove al di sotto dello stemma della famiglia De’ Rossi, un leone rampante a sinistra, vi è un’iscrizione che recita:

INFRA lACET PAES

IN(US) FIL(IUS) D(OMINI) IOH(ANNI)S D(E) PINI D(E) RUBEIS D(E) FLOR(ENTIA) MCCCXXXI DI(E) XXVIII ME(N)S(E) AUG(USTO)

Paesino era capitano a Volterra nel 1309 e una sua figlia aveva sposato Paolo, detto Bocchino, Belforti. Un altro suo figlio, Pino, fu invece podestà di Volterra nel 1342.

Sull’angolo a contatto con il Palazzo dei Priori è murato uno stemma che raffigura la Porta all’Arco, che potrebbe essere stato collocato da qualche membro della famiglia Dall’Arco. Sulla parete opposta, che fa oggi parte del palazzo vescovile, si vede una porta murata che doveva, in origine, servire come collegamento fra il Palazzo dei Priori ed i granai del comune. La porta è sormontata da un arco in laterizi il cui estradosso è costituito da laterizi messi per piatto recanti incisa una decorazione a “punta di freccia”, tipica degli edifici del XIV e XV secolo.

Nella piazza sono distribuite sei grandi lampade in ferro battuto, decorate con l’immagine di un drago che si avvolge intorno all’asta che regge la lampada vera e propria. Esse rappresentano un elemento di decorazione urbana molto bello e rappresentativo di un’epoca, gli inizi del Novecento, in cui il gusto per le decorazioni accessorie era molto accentuato e, in città come Volterra, era realizzato imitando l’estetica medievale.

VICOLO DELL’ORO

È un breve vicolo molto stretto che collega Piazza dei Priori con Via Buomparenti; si apre nell’angolo Nord Ovest della piazza, proprio accanto al Palazzo Incontri, attuale sede della Cassa di Risparmio di Volterra. il nome sembra indicare la presenza di una o più botteghe di orafi delle quali però non c’è traccia alcuna nella documentazione. Si trova indicato anche come Vicolo di Piazza.

SDRUCCIOLO DI PIAZZA

Non si può definire bene né vicolo né strada, è una rampa, molto ampia, che si apre fra il palazzo vescovile e quello della Cassa di Risparmio; collega la Piazza con Via Ricciarelli, fino all’Ottocento chiamata Via dello Sdrucciolo, Via Roma e Via Buomparenti. I suoi due lati sono interamente occupati dalle facciate laterali dei due palazzi appena rammentati.

© Pacini Editore S.P.A., ALESSANDRO FURIESI
Piazza dei Priori, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A. AUGENTI – M. MUNZl, Scrivere la città,. Le epigrafi tardoantiche e medievali di Vollterra (Secoli lV-XIV), Firenze, All’Insegna del Giglio, 1997, pp. 65-66,78;
G. BATlSTINI, Dal tribunale alla pretura, in “La Spalletta”, VI, giu. 1959, p. 13;
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