Piazza Inghirami

È, dopo Piazza XX Settembre, l’altro spazio urbano alberato che si costruisce intorno ad una chiesa. Vi si accede da Via S. Lino. La piazzetta è intitolata a Marcello Inghirami a cui si deve la prima razionale organizzazione dell’artigianato alabastrino.

L’attuale denominazione è abbastanza recente e comprende anche quelle case che si trovano sul retro, in quello che, un tempo, era detto il “Chiostro di S. Francesco”. La presenza della chiesa e di altri edifici religiosi, oggi non più esistenti, l’avevano fatta designare come “Piazza S. Francesco”, ancora più popolarmente, “Prato dei Frati”. (P. Ferrini, Perché si chiamano così, p. 16).

Marcello Inghirami, alla fine del XVIII secolo, fece risorgere e dette nuova luce alla lavorazione dell’alabastro, organizzando quella scuola industriale diretta da provetti artisti. Ma l’esponente della famiglia Inghirami fu al centro di uno degli episodi storicamente e politicamente più rappresentativi di Volterra. Quando le truppe francesi invasero il Granducato e tutta la Toscana subì le leggi e i costumi dei transalpini, accanto ad una minoranza filo giacobina, si sviluppò una più numerosa e motivata maggioranza di toscani che, al motto di “Viva Maria, viva Ferdinando III, viva l’Imperatore, giù l’arbore della libertà”, ostacolarono l’avanzata dei nemici d’oltralpe nel proprio territorio. E Marcello Inghirami, come tanti altri esponenti del patriziato e della nobiltà toscana, ostinatamente antifrancese, fu il capo prestigioso della rivolta anti giacobina del 1799. Ma furono proprio queste vicende politiche e le ire di parte che, in seguito, determinarono la rovina dell’Inghirami. Dopo gravi danni patrimoniali, fu costretto ad abbandonare la propria città natale e a morire lontano da Volterra. (M. Battistini, Volterra, p. 30).

L’insegnamento di uno degli antifrancesi per eccellenza, anche dopo la sua partenza, continuò e nel 1822 la scuola ottenne un proprio ordinamento. Con la riforma del 1853 e con l’ampliarsi e il diffondersi dello studio della figura e dell’ornato, del disegno lineare, della prospettiva, dell’architettura e della plastica, si pensò ad edificare un apposito locale, diverso e più grande del precedente.

UNIVERSITA’ DI DETROIT

Nel 1850, su disegno dell’architetto Paolo Guarnacci, sorse il maestoso edificio, a fianco della chiesa di S. Francesco. La scuola, oltre a vedere le normali lezioni ed esercitazioni scolastiche, prevedeva ogni anno gli esami, con l’esposizione dei lavori, i migliori dei quali venivano premiati, insieme all’autore con un Diploma speciale e con la medaglia.

Oggi la originaria Officina Inghirami ha il suo più illustre epigono nell’Istituto Statale d’Arte, fiore all’occhiello di Volterra, proprio in virtù della preziosa artigianalità dei suoi artisti e per la qualità della materia lavorata. L’edificio in Piazza Inghirami che, alla metà dell’Ottocento, accolse la scuola di disegno e scultura, ha ospitato, nel corso degli anni, numerosi e diversi istituti scolastici, dal Tecnico Commerciale, al Liceo, alle Magistrali, ai Geometri. (A. Cinci, Storia, pp. 23-26).

CHIESA E CONVENTO DI SAN FRANCESCO

Ma è certamente il complesso della chiesa e dell’ex convento di S. Francesco che spicca nel contesto dell’intera Piazza. La chiesa di S. Francesco è una fra le chiese volterrane di epoca remotissima, della cui costruzione, però, non è rimasta memoria. Infatti, dopo che, nel 1784, il convento fu soppresso e il patrimonio dei conventuali fu unito a quello dello Spedale di S. Maria Maddalena, andarono persi tutti i libri e registri contabili del convento, con tutte le notizie inerenti l’ordine e la chiesa. Inoltre, dipendendo direttamente dall’ordine di appartenenza, tutte le relazioni, le corrispondenze e i documenti concernenti la nostra chiesa, soprattutto dopo il periodo leopoldino, furono dispersi o distrutti. Come è stato più volte ricordato, l’insediamento francescano a Volterra risale almeno al 1278 e la chiesa di S. Francesco, un bell’esempio di aula a fienile con terminazione a tre cappelle corali, può ben risalire agli ultimi decenni del XIII secolo se è vero, come sembra, che ricalchi la pianta delle altre chiese francescane toscane di Cortona e di Pisa. D’altra parte, nella prima metà del XIV secolo, quando la struttura urbana subisce un’ulteriore espansione, questa volta per iniziativa di committenti privati, sono gli edifici ecclesiastici che raccolgono le maggiori attenzioni.

Grazie alla fama e, quindi, all’ingresso in città degli ordini mendicanti, molte chiese si innalzano ad abbellire ed arricchire il centro. Una fra queste è proprio la chiesa di S. Francesco che però come abbiamo visto sembra risalire alla prima metà del XIII secolo. (E. Fiumi, Volterra e S. Gimignano, p.41; S. Pjleger, p. 173). Mancando una documentazione certa che permettesse, senza ombra di dubbio, di chiarire i lati oscuri, ancora una volta studiosi locali hanno ipotizzato varie soluzioni per datare la edificazione della chiesa. Così notizie inerenti l’edificio si hanno comunque, grazie a documenti che raccontano come nel 1202 la chiesa fosse data in custodia ai frati minori, chiamati a Volterra per stabilire, proprio nella chiesa di S. Francesco, la loro dimora.

La religione dei Minori conventuali di S. Francesco fu ammessa a Volterra poco dopo l’istituzione dell’ordine, quindi intorno al 1208. Ma né l’una ne l’altra data sono veritiere: nel 1202 Francesco viveva ancora spensierato, dilettandosi fra giochi e festini; nel 1208 non esistevano ancora i primi proseliti di San Francesco, apparsi non prima del 1210-1211. Al contrario, in località “La Pettina” esisteva, prima del convento, un luogo consacrato al Santo. La denominazione “sancto Francisco vecchio” attesta l’esistenza della chiesetta, con ospizio e convento per i frati, richiamandoci ad un San Francesco anteriore a quello edificato dentro le mura. L’ordine fu confermato da Innocenzo III e dal Concilio Laterano IV nel 1215 e da Onorio III nel 1224. La chiesa fu consacrata nel 1580 da Mons, Serguidi e nel 1728 fu restaurata a spese del baccelliere fra Domenico Giuliani, come si vede in una iscrizione all’ingresso della chiesa. (A.F. Giachi, p. 304 e sgg). L’arme del Comune, nel chiostro del convento, e l’arme del popolo, scolpito con croce bianca in marmo nella facciata della chiesa, sopra il rosone, ci dicono chiaramente che Comune e popolo concorsero alla spesa per l’innalzamento della fabbrica. (Cinci, Storia, pp. S-3O).

E tutto il popolo volle con forza che S. Francesco fosse sublimato in una chiesa a lui dedicata e nel 1298, un atto riguardante l’eredità di un tal Puccio fu Ildino ci informa che almeno sei erano i frati francescani che componevano la famiglia conventuale volterrana. Nobili e plebei ebbero particolarmente a cuore le sorti di questo ritrovo cristiano e famiglie come i Bonaguidi, i Gabbetrani, gli Alducci, i Cecina e i Guidi scelsero proprio questa chiesa come sepoltura per i loro congiunti. Il Quattrocento rappresentò per S. Francesco un secolo, da più punti di vista, straordinario. Furono rinnovati in pietra serena gli altari; fu completata la costruzione del chiostro; nel 1410 la Compagnia della Croce commissionò a Cennino di Francesco di Ser Cenni di dipingere le pareti e le volte della cappella.

A seguito della predicazione di S. Bernardino a Volterra, venne eretta, sul lato destro della chiesa di S. Francesco, un’altra chiesa. Nel 1424, per pubblico decreto, si volle che in quella chiesa fossero collocate le venerate cifre del Nome di Gesù, lasciate da Bernardino al popolo volterrano. Qui vi era un quadro di Luca Signorelli, rappresentante la Circoncisione. Nel 1425 nel chiostro fu iniziata la costruzione dell’Oratorio del SS. Nome di Gesù e nel 1444, con il concorso del Comune, venne completata la amplissima Biblioteca. Un Putto in atto di sollevare la cortina di un baldacchino caratterizzava parte dell’affresco che, un tempo, inquadrava la reliquia bernardiniana nella confraternita del Santissimo Nome di Gesù. Nel 1850 di tutta la grande composizione erano rimasti pochi resti (G. Serguidi, p. 78) fra cui due angeli. La paternità dei due angeli, da alcuni attribuiti al Ricciarelli, viene da Ciardi assegnata ad un pittore toscano della prima metà del XVII secolo, ma non a Ricciarelli (Dopo il Rosso, p. 47).

Nel Quattrocento però inflisse alla chiesa, come a Volterra tutta, un doloroso e indimenticabile avvenimento. Atti vandalici e saccheggi andarono a colpire anche la tranquillità della comunità francescana ma, soprattutto, andarono a derubare dalla ricca biblioteca numerosi e preziosi codici. Fu una perdita notevole, considerando anche il fatto che, con deliberazione del 1444, i priori l’avevano chiamata pulchram et amplissimam Biblitecam, a significare l’importanza quantitativa e qualitativa della raccolta documentaria e libraria. Ma avvenne anche il miracolo: si narra che un soldato, entrato nel santuario per rubare e devastare, asportò dal tabernacolo la pisside d’argento dove si conservava l’Eucaristia. Subito la terra iniziò a tremare e il soldato, rimasto all’istante cieco, riconsegnò la pisside. (L. Falconcìni, p. 398 e sgg.).

Nel 1503 e nel 1525 molte furono le elargizioni stanziate dal Comune per ampliare e rendere più decorosa la chiesa e il convento. Ma oltre e di più del Comune la chiesa ricevé lustro dagli stessi cittadini, primi fra tutti i conti Guidi che, fin dal XV secolo, avevano preso sotto la propria protezione la chiesa. Varie sono le cappelle e gli altari innalzati da alcuni degli esponenti più rappresentativi della cittadinanza volterrana, come innumerevoli sono le sepolture di componenti di casate patrizie o lapidi marmoree di privati cittadini. E S. Francesco, insieme a S. Agostino, raccogliendo al suo interno le sepolture delle più importanti famiglie nobili e patrizie volterrane, testimonia lo stretto legame tra potere religioso, nobiliare e politico-sociale. Quando, intorno al Sei-Settecento, in conseguenza della revisione stilistica della Cattedrale, le altre chiese volterrane furono rimodellate con modificazioni e adattamenti alla nuova corrente artistico-figurativa, anche la chiesa di S. Francesco subì la medesima sorte. Diversamente però da altri edifici religiosi volterrani, in quello francescano i cambiamenti furono meno vistosi che in altre chiese volterrane. Non si andò ad incidere sulla volumetria della chiesa duecentesca, ma ci fu una riqualificazione in senso decorativo, operato, da Giulio Parigi, limitatamente alla cappella maggiore e al presbiterio e con l’introduzione di altari e monumenti funebri. Primo fra tutti il complesso dei monumenti Guidi. L’idea di collocare nel coro della chiesa di S. Francesco i sepolcri della famiglia venne a Cammillo che, nel 1618, aveva ottenuto il patronato della cappella maggiore dal cavaliere Paolo Viti. Le tombe di Cammillo e di Iacopo Guidi, sormontate da due busti marmorei, opera dello scultore massese Felice Palma, dovevano essere eseguite, come in realtà sono, sul progetto del Parigi ad imitazione di quelli fatti per la famiglia Usimbrando nella Chiesa di Santa Trinità a Firenze. (F. Palagia, pp. 21-29).

Sul lato sinistro della chiesa vi è la Cappella o chiesa detta della S. Croce di Giorno, edificata fin dal 1315 e mirabile per la sua architettura gotica, per i dipinti a fresco e per la tela della Crocifissione, variamente attribuita ora al Sodoma ora ad Antonio Razzi. Poi la cappella della Croce di Notte, che era confinante con la parete in cornu epistolae della medesima, pitturata a fresco, con storie della passione del Cristo. Contigua a le due cappelle della Croce e dedicata alla Madonna ne esisteva un’altra che si apriva sulla piazza, confinante con il muro sinistro del vestibolo della chiesa di Giorno. A destra, infine, della chiesa di S. Francesco era l’altra chiesa eretta a seguito della predicazione di S. Bernardino nel 1424, dove era un lavoro di Luca Signorelli e il putto del Ricciarelli. Inoltre un’altra cappella si apriva sul prato della chiesa di S. Francesco: era la chiesa della Compagnia detta dei Nobili e dedicata a S. Maria Maddalena, con un quadro rappresentante la santa, attribuito al Reni, oggi in S. Carlo, dove è stata l’ultima sede della Compagnia dei Nobili. Intorno al 1850 i camaldolesi, già con la loro sede nella Badia, decisero di abbandonarla e di trasferire il convento in S. Francesco. Nuovi arredi e pitture, come quella del Ghirlandaio, del Rossetti e del Mascagnì, trasferite dalla Badia nella nuova sede, andarono ad arricchire la chiesa francescana.

La facciata della chiesa di S. Francesco, semplice e severa, è costruita a conci con filaretti di panchina. “Una cornice taglia orizzontalmente la superficie, mentre due paraste si innalzano sui Iati esterni. Un occhio centrale con due finestre aperte sul fianco destro, danno all’interno una buona luminosità”. (U, Bavoni, p. 22). La chiesa è ad una sola navata coperta a capriata che, dopo la ristrutturazione, è stata sostituita da una di cemento armato. Il chiostro presenta un pregevole ed imponente loggiato, attualmente tamponato per la costruzione di edifici. E ancora possibile notare, comunque, l’originaria struttura nelle murature con colonne e capitelli in pietra arenaria, mentre nella facciata sono visibili archi in cotto. Entrati in chiesa, subito a destra si può vedere l’acquasantiera in marmo con inciso, sul piede, la data AD. MDXXXVIII. Le spese per l’esecuzione furono pagate da un bestemmiatore detenuto nelle carceri di Volterra per imposizioni fattagli dal Comune – come risulta da una deliberazione conciliare del 13 marzo 1537. La prima cappella che incontriamo, in pietra serena e di architettura tipicamente rinascimentale, è intitolata a S. Elisabetta. Il patronato di questo altare è della famiglia Gabbretani-Gotti e fu eretta da Bartolomeo Gabbretani e sua figlia Ludovica, moglie di Giovanni Gotti. La tavola, datata 1585 e firmata dal pittore fiorentino Giovan Battista Naldini, rappresenta la “Immacolata Concezione con i Santi Giusto, Giovan Battista, Lodovico re di Francia e Bartolomeo”.

Sopra il secondo confessionale è stata collocata una tela della prima metà del XVII secolo, rappresentante l’Ultima cena. Subito dopo, la cappella in pietra serena delle famiglie Zancheri-Gabbretani, come testimonia il blasone gentilizio scolpito sul timpano. Sotto alla mensa dell’altare si vede l’arme della famiglia Maffei. E nell’altare c’era una “Madonna con santi” di Luca Signorelli, dove era scritto:

MARIAE VIRGINIS PETRUS
BELLADONNA RELIGIONIS
PROFESSOR LUCUS CORTONEM
P1NXIT MCCCCLXXXXI

Prima questo quadro era nel Capitolo dei Frati, ma nel 1738 trovò qui la sua collocazione, andando a sostituire un altro dipinto di Mariotto di Andrea da Volterra, datato 1474. Attualmente sull’altare c’è una tela, assai bella, di autore ignoto, raffigurante la “Predica di S. Romualdo”, copia di quella del Sacchi, nella Galleria Vaticana a Roma. Poco più in là un affresco con la Pietà, opera di Niccolò Cercignani di Pomarance del XVI secolo. Poco sopra è collocata una lapide con stemma della famiglia Giovannini che ricorda essere qui sepolto Monsignor Luca Giovannini, vescovo di Anagni, morto nel 1541. Sopra il confessionale vi è dipinta una tela esprimente S. Luigi Gonzaga, eseguita da Gaetano Piattoli, pittore fiorentino del XVIII secolo.

L’altare successivo è dedicato a S. Bonaventura e, come dimostra 1’arme scolpito nei piedistalli, è della famiglia Sermolli. Eretto nel 1740 per volontà dell’arcidiacono della Cattedrale, Dionisio Sermolli, l’altare presenta un dipinto rappresentante “S. Bonaventura e S. Bernardino”, opera di Giuseppe Arrighi.

Sopra la porta che immette nella Cappella della Croce di Giorno, è collocato il primo monumento dedicato a Cammillo di Jacopo Guidi del 1719 per opera di Lorenzo Benti di Serravezza. La famiglia dei conti Guidi, che fin dai primi anni del Trecento, aveva rivestito a Volterra alti incarichi nella magistratura, e che già da quel secolo aveva assunto il patronato della chiesa della Croce di Giorno, assunse anche il patronato della chiesa di S. Francesco e vi pose il proprio stemma gentilizio sulla sommità dell’arco di mezzo e nella balaustra del presbiterio. Cammillo Guidi, segretario di Stato e gran cancelliere dell’Ordine di S. Stefano, volle ricostruire, nel 1623, il coro. Vicino alla porta per la quale si accede alla Cappella della Croce c’è la sepoltura di Gentile di Giovanni Guidi dove fu sepolto nel 1473. Quattro mausolei insigni per la qualità dei marmi adoperati, si elevano ai lati del presbiterio a ricordare i nomi e le gesta dei principali personaggi di quella casata:
Cammillo Guidi, l’ammiraglio Cammillo, Jacopo e Filippo Guidi.

CAPPELLA DELLA CROCE DI GIORNO

La costruzione della chiesa di S. Francesco, già nel 1315, doveva essere ad un buon punto se, come attesta la iscrizione marmorea posta nella parete a destra dell’altare maggiore, l’aristocratico Mone Tedicingi, in quella data, fece erigere, a destra e a sud della zona presbiterale, una cappella a sviluppo parallelo all’edificio principale e comunicante con esso tramite due porte. E la Cappella della Croce di Giorno, così chiamata per la devozione cui essa era dedicata. (M. Burresi – A. Caleca – F. Lessi, p. 50). Grazie ad un prezioso opuscolo di Raffaello Maffei, intitolato Mone Tedicinghi, fondatore della Cappella della Croce della sua famiglia, e uscito nel 1921, si può ricostruire gran parte della storia della chiesa di S. Francesco.

Mone Tedicinghi, sostenitore dei Guelfi, dalla fine del XIII secolo, molto influente a Volterra, compare nella documentazione volterrana nel 1296. Fa parte dei consiglieri del Comune dal 1298 al 1301 e nel 1299 riveste la carica di sindaco della città. Dopo un periodo di esilio, nel 1309 ricopre nuovamente la carica di consigliere. Poiché possedeva vasti terreni nel castello di Caselle e, vedendosi affittare dal Comune terreni di sua proprietà, spesso ricorreva giuridicamente contro lo stesso. Nel 1312 Mone era confinato a Pomarance per ragioni politiche e nel 1324 era già morto. Nell’agosto, infatti, del 1324 Adarnus, filius olim Monis quondam Tedicinghi di Volterra, nel proprio testamento lasciava scritto disposizioni in merito alla sua sepoltura che doveva essere locata in S. Francesco in abito fratrum minorem. A conferma di ciò l’iscrizione della Cappella che, posta nella parete destra dell’abside della cappella, al di sopra di una fascia con decorazione geometrica, in uno spazio lasciato libero dal riquadro dove è affrescata la Presentazione di Cristo al Tempio, così recita:

ANO DNI MCCCXV MONE TEDlCIGI FA FARE QUESTA CHAPELLA PER L’ANIMO DI MARCUGIO SUO FRATELLO PER SÉ E PER L’ANIMO DI TUTII SUO MORTI CHE SONO POSATI E POSARONO DI QUESTA VITA IN ONORE DELLA VERGINE MARIA E CHE SEMPRE SIA RACHOMANDATA LA LORO ANIMA

Dopo che, nel 1315, aveva fatto costruire la Cappella, la famiglia resterà legata alla creatura dell’avo, come dimostra il testamento del nipote di Mone, Giovanni, che lascia ai francescani mille fiorini per la costruzione di una nuova cappella ubi et quomodo placuerit.

“La Cappella della Croce è formata da due campate a pianta quadrata, di cui quella contenente il santuario si conclude con terminazione poligonale. Le coperture sono a volte a sesto acuto costolonate, rispettivamente l’una a crociera e l’altra ad ombrello. Nella parte ovest la porta di comunicazione con l’esterno è sovrastata da un oculo e un altro oculo si apre anche nelle due pareti laterali del lato est che fiancheggiano quella centrale”. (M. Burresi-A. Caleca- F. Lessi, p. 50). In origine la Cappella doveva ricevere una più intensa illuminazione grazie ad una finestra, oggi chiusa, ogivale dietro l’altare. Degno di nota è l’esistenza del coro poligonale, esempio raro in Toscana in chiese pre-quattrocentesche. (S. Pjleger, p. 180).

Ma non c’è da meravigliarsi più di tanto, perché gli elementi costitutivi dell’architettura e dello stile artistico della Cappella si possono ritrovare in alcune delle più caratteristiche chiese dell’ordine mendicante: prima fra tutti la cappella maggiore di S. Croce a Firenze. La Cappella volterrana aveva avuto una prima decorazione ad affresco, a motivi geometrici e scene figurative. L’intera Cappella è attualmente coperta da un ciclo omogeneo di affreschi. Due iscrizioni ci informano di committenti, autori, epoca di tale decorazione: una ci informa che a commissionare gli affreschi fu la Compagnia della Croce di Giorno e per essa i commissari Giovanni di Giusto Guidi e Giovanni di Ottaviano Corsini; l’altra recita così:

NEL MCCCCX ALOGHERONO QUESTI DELLA CHOMPAGNIA TUTTE QUESTE STORIE A CIENNI DI FRANCESCO DI SER CIENNI DA FIRENZE ECCIETTO QUATTRO VANGIELISTI SONO DI JACOPO DA FIRENZE

L’iscrizione dei fondatori sull’incorniciatura dice:

GIOVANNI DI GIUSTI GHUIDI E GIOVANNI D’ATAVIANO CHORSINO CHOMESARI DELLA CHOMPAGNIA DT SAN FRANCESCO DECIENO DARE QUESTE ISTORIE PERRIMEDIO DI TUTTE
L’ANIME DELLA DETTA CHOMPAGNIA E DI TUTTE QUELLE BUONE PERSONE CH’A QUESTA CHOMPAGNIA AVESSE DATO O DARÀ AIUTO A FAVORE LE CHU ANIME REQUIESCHANO I SANTA REQUIRE E SANTA PACIE AMEN.

Presumibilmente questo Iacopo è Iacopo di Cione, fratello dei pittori Andrea detto Orcagna e Nardo. Egli era presente a Volterra nel 1383 e, in quell’occasione, veniva chiamato nei documenti “Jacobus de Florentia”. L’intervento di Cenni di Francesco ha ben altra estensione e respiro: infatti la data del 1410 è da considerare quella della fine dei lavori. Cenni è a Volterra almeno dal 1408, data del polittico a lui attribuito un tempo in S. Pietro, poi in S. Agostino, oggi in Pinacoteca. L’intervento di Cenni nella cappella riguarda il completamento delle volte e tutte le pareti, “mostrando, goddescamente, una tendenza a ridurre a maniera lo stile del maestro che, per altro, anni prima aveva affrontato il medesimo tema nella Cappella maggiore di Santa Croce a Firenze”. (F. Lessi, La Cappella della Croce di Giorno, pp. 20-21). Le pareti del coro e la parete sud della seconda campata presentano scene della vita di Maria e della giovinezza di Cristo, mentre sulle restanti è dipinto il ciclo della leggenda della Croce. L’intradosso dell’arco, tra le due campate, è decorato da dieci campi poli lobati con busti di Santi e Profeti, ordinati per coppie affini a partire dal centro. Sulle superfici dei pilastri, a metà delle pareti laterali, sono rappresentati Giovan Battista e la stigmatizzazione di S. Francesco. Gli spicchi in cui è divisa la volta della prima campata contengono le immagini dei quattro evangelisti, mentre sugli spicchi della seconda campata, troviamo S. Antonio da Padova, S. Francesco e S. Ludovico da Tolosa. Infine i battenti delle finestre sono ornate da medaglioni con teste di angeli. Nelle pareti si svolgono vari cicli di storie: il primo ad essere affrescato è stato il ciclo con Storie della leggenda della Croce e poi le rimanenti pareti con Storie dell’Infanzia di Cristo e della Morte della Madonna con, ultima ad essere dipinta, la Strage degli Innocenti.

“Le Storie della Croce consistono in 8 quadri: si parte dalla lunetta della parete destra della prima campata, per proseguire, verso destra sempre a livello delle lunette, sulla parete di contro facciata e sulle pareti di sinistra di ambedue le campate; a questo punto si scende nel registro inferiore e si procede a rovescio fino a tornare alla parete di destra della prima campata”. (M. Burresi – A. Caleca – F. Lessi, p. 52).

Le scene raffigurano, nell’ordine: 1) Morte di Adamo; 2) Adorazione del Legno della Croce; 3) Fabbricazione della Croce; 4) Rinvenimento della Croce; 5) Adorazione della Croce; 6) Fuga di Cosroe; 7) Adorazione di Cosroe, Sogno di Eraclio, Battaglia di Eraclio; 8) Trionfo della Croce, Decapitazione di Cosroe.

Le rimanenti pareti rappresentano Storie di Cristo e della Madonna. Completano il ciclo due figure di santi sui pilastri che dividono le due campate: a destra S. Giovanni Battista, a sinistra S. Francesco in atto di ricevere le stimmate. “il cielo è opera di grande impegno, assai curata nell’esecuzione: la vivace policromia, tutta giocata su tinte chiare e luminose, era una volta ravvivata da inserti di foglie d’oro e d’argento ora alterate”. (M. Burresi – A. Caleca – F. Lessi, p.54).

Dalle Cronache di Giovanni Sercambi troviamo la descrizione del diffondersi della devozione della Croce dei Bianchi, alla base forse, della concezione del ciclo volterrano. Il movimento dei Bianchi, che si diffuse in Toscana nel 1399, costituisce un episodio rilevante di fervore religioso per portare la pace. (M. Burresi – A. Caleca – F. Lessi, pp. 52-54).

Le pareti affrescate nel 1410 dovevano essere il risultato di una ridipintura. Collegata, infatti, alla costruzione della cappella era un primo ciclo di affreschi. A causa della forte umidità nelle pareti, per le infiltrazioni di acqua piovana, ancora oggi la cappella presenta notevoli menomazioni, soprattutto nelle zone superiori e nella volta. Ma l’attuale situazione non è nuova, tanto che i francescani nel 1512, con una petizione al Comune, chiedevano un contributo per riparare il tetto della cappella e gli affreschi, danneggiati dall’umidità. Stesso problema si ripresentò ancora nel 1679. L’unico restauro però di cui si ha notizia è quello del 1895, voluto dal Conte Guidi, come dimostra un’iscrizione sulla parete nord del coro. Durante questi lavori, oltre ad aprire due finestre nella parete sud, furono “rimossi elementi decorativi barocchi che erano fissati alla porta e dietro l’altare”. In quell’occasione fu scoperto, nella zona nord del coro, uno strato più antico, dipinto con motivi ornamentali. Inoltre emerse l’antica incorniciatura che si componeva di numerose righe sottili e di un ornato floreale. Anche se non è possibile stabilire l’entità degli affreschi precedenti è, al contrario, possibile stabilire approssimativamente intorno al 1360 la realizzazione dei lavori per quel tipo di incamiciatura, usata in Toscana nel XIV secolo. (S. Pjleger, pp. 185-186).

Dalle iscrizioni del 1410, facenti riferimento agli affreschi, infatti sappiamo che nella Cappella si riuniva una confraternita, chiamata Compagnia de Bactenti di S. Francesco, fondata presumibilmente tra il 1330 e il 1350. L’appellativo “bactenti”, come l’immagine del fondatore della Cappella, testimonia che i membri della compagnia erano flagellanti. Intorno alla fine del Trecento a tale compagnia fu affidata, dal Priore di Volterra, la conduzione della proprietà terriera impegnata dai Tedicinghi per garantire che uno dei discendenti della famiglia pagasse la somma spettante al convento. Rifiorita, nel 1576 con cinquanta confratelli, la compagnia subì la medesima sorte di tanti altri ordini religiosi nel periodo leopoldino.

Tra la Cappella della Croce e l’altare maggiore, troviamo un altro monumento della famiglia Guidi. Si tratta del sepolcro del cav. Cammillo Guidi, eretto nel 1623 su disegno di Felice Palma ed eseguito da Giovanni Simone Cioli da Settignano. Su un pavimento di splendido marmo sorge l’altare maggiore della famiglia dei Conti Guidi, come dimostra lo scudo collocato sopra l’arco che, insieme al pavimento e alle balaustre, fu eseguito nel 1623 per volontà di Cammillo Guidi.

Nel 1805 fu innalzato il grandioso tabernacolo di marmo dove è conservata l’immagine della Madonna di S. Sebastiano. Anche se l’autore è ignoto, lo stile, il colore e i tratti adoperati, collocano l’opera nel XV secolo.

Venerata dai volterrani come patrona della città e della diocesi, la Madonna di S. Sebastiano, raffigurata su tavola, alta 85 cm e larga 64, rappresenta la Vergine sedente con Bambino sulle ginocchia. La tradizione vuole che la tavola esistesse nell’oratorio di uno ospizio dei francescani vicino Montecatini Val di Cecina in un luogo chiamato “il Conco” e che poi, per la sua soppressione, venne a Volterra, collocata in un tabernacolo, costruito appositamente vicino a Porta S. Felice. La cappella, intitolata a S. Sebastiano dove in seguito fu collocata la Madonna, fu edificata nel 1526, rimanendo sotto la giurisdizione spirituale del convento di S. Francesco.

Dopo un avvenimento miracoloso, narrato da Aurelio Ciceroni, in un opuscolo, l’oratorio di S. Sebastiano e la Madonna soprattutto raccolsero pellegrini da ogni parte della Toscana, con donativi e offerte. Messa insieme una ragguardevole somma di denaro i francescani, proprietari del terreno sul quale era collocato l’oratorio, decisero che vicino il Santuario fosse edificata una nuova chiesa. La prima pietra fu posta nel 1719 e ci vollero dodici anni perché la chiesa, ricca di marmi e d’oro, fosse completata. Intanto l’immagine della Madonna fu portata dalla chiesa di S. Francesco alla nuova solo nel 1732. Varie volte l’immagine fu traslocata da una chiesa all’altra. Finalmente, dopo la soppressione dell’ordine dei francescani, la chiesa passò sotto il dominio spi rituale dell’ordinario e il patrimonio dei frati fu riunito con quello degli spedali volterrani. Su pressione del vescovo di Volterra Luigi Buonamici, Pietro Leopoldo, con rescritto del 31 marzo 1786, approvava che la Madonna fosse collocata definitivamente nella chiesa di S. Francesco. Dopo essere stata prima posta nella sua vecchia sede – altare di S. Giovanni Copertino – la Madonna fu trasferita sull’altare maggiore della chiesa di S. Francesco nel 1805. A ricordare il fatto, un’epigrafe latina, collocata a sinistra in fondo alla chiesa. E ne1 1857 Papa Pio IX, trovandosi a Volterra, la incoronava “nostra augusta Regina”. Grande e profonda fu la devozione dei volterrani e delle popolazioni vicine nei confronti della Madonna, testimoniata da ex-voto, doni all’altare, voti, processioni e feste. (M. Cavallini, pp. 3- II). Inoltre, nel 1936, per sottolineare gli aspetti di propagazione della fede che si intendevano assegnare alla guerra in Abissinia, una costosa riproduzione della Madonna di S. Sebastiano fu inviata in Etiopia a Macallè, dove fu eretta una chiesa cattolica, intitolata alla Madonna di Volterra.

La leggenda vuole che il 24 febbraio del 1718 un contadinello tra i nove e i dieci anni, di nome Vettore Gabellieri, dopo essere stato a messa, tornando a casa, si sentisse chiamare e vedesse “la persona di una bellissima Vergine, ornata con una veste preziosa”. Dopo aver rassicurato il ragazzo ed essersi presentata come la Madonna di S. Sebastiano, la Vergine si lamentò del poco rispetto e poca considerazione che i volterrani avevano per lei. Il movimento devozionale che da subito investi la Madonna parti dal popolo che sempre più numeroso costrinse il capitolo della Cattedrale e, in seguito, anche il Comune a prendere la decisione di costruire una chiesa degna della Madonna.

Nel 1719 fu deliberato, in Consiglio comunale, di erigere la chiesa atta ad ospitare la sacra Immagine e da allora la Madonna di S. Sebastiano diventò la Madonna dei Volterrani. La terza domenica di settembre, festa celebrativa della Madonna, le istituzioni laiche e religiose facevano a gara per organizzare la festa più bella. La Chiesa si preoccupava delle prediche, delle messe cantate e pontificali, delle processioni. Il Comune si impegnava con concerti bandistici, corse di cavalli e la organizzazione della fiera delle merci e del bestiame. E i festeggiamenti diventarono ancora più solenni e grandiosi dopo l’incoronazione di Pio IX. Fu chiamato da Firenze un arredatore di professione perché addobbasse la Cattedrale, furono predisposte solenni processioni, accompagnate dalla Banda Locale e da quella della seconda Brigata di Livorno che percorrevano le strade di Volterra vestite a festa. E poi concerti con musiche sinfoniche e fuochi di artificio.

A destra dell’altare maggiore si trova la Cappella dedicata a S. Antonio, costruita a spese del frate Antonio Valentini. Lo stemma francescano si trova sull’arco e la statua del santo titolare, in legno, è collocata in una nicchia adorna con teste di angeli di stucco. Essendo stato collocato su questo altare il ciborio, prima sull’altare maggiore, la Cappella è oggi chiamata Cappella del Sacramento. E a fianco dell’altare maggiore sorge la Cappella Leonori con lo stemma della casata collocato sopra l’arco. Dedicato a S. Francesco, la cui statua in tufo policromo è venerata dentro la nicchia adorna di angeli in stucco, l’altare, unitamente alla statua, è opera di Gaspero Franceschini, padre del più famoso Baldassarre. A destra una “Sacra Famiglia” di scuola fiorentina del XVI secolo. A sinistra invece c’è un “Ascensione del Cristo con i Santi Nicola da Bari, Antonio Abate e Francesco”, del XVI secolo, di autore ignoto. Sopra il presbiterio, sorge un altro monumento marmoreo della famiglia Guidi. Si tratta del monumento dedicato al vescovo Jacopo Guidi, disegnato da Giulio Parigi e scolpito da Felice Palma. E sopra la porta della sacre stia il monumento di Filippo Guidi, eseguito nel 1709 da Lorenzo Benti e copia di quello di Iacopo. Nella sacrestia, ricca un tempo di reliquie, argentarie parati, è custodita una “Sacra Famiglia”, olio su tela, definita dal Cinci “bellissima per la composizione ma non per la esecuzione”. Il dipinto, per il paesaggio in sottofondo e la composizione tipicamente piramidale, sembrerebbe suggerire la paternità a pittore fiorentino del pieno Rinascimento. Un altro dipinto è la “Madonna con Bambino e S. Giovanni fra i SS. Giuseppe e Caterina d’Alessandria”. Anche per questo olio su tavola se ne ignora la provenienza, ma il Solaini dice che si tratta di “pittura senese del XVI secolo, influenzata dal Sodoma”. La Sacrestia precede l’altare dedicato a S. Nicola (o Niccolò).

Costruita nel 1760 dall’Opera della chiesa, la cappella ricevé la tela settecentesca rappresentante il transito del Beato Giuseppe da Copertino, commissionato dai frati conventuali, come dimostra l’arme ritratta in basso. Attualmente sul l’altare vi è una tela del 1750 che Vincenzo Meucci esegui per la chiesa di S. Filippo di Volterra e rappresentante “Madonna con Bambino e Santi Luigi Gonzaga e Maria Maddalena dei Pazzi”. Fin dal 1505 però l’altare era la sede dell’organo, ora collocato nel coro.

L’organo è un altro importante tesoro che la chiesa di S. Francesco custodisce al suo interno. Di scuola cortonese dei primi del Seicento, l’organo deve la sua costruzione a Cesare Romani da Cortona. Conosciuto a Volterra fin dal 1584, quando aveva fabbricato l’organo per la Badia di S. Giusto e Clemente, il Romani apparteneva ad una famiglia di artigiani organari cortonesi. Dalla fine del Quattrocento al 1644 a Cortona si sviluppò una vera e propria scuola artigiana, distintiva per alcune caratteristiche peculiari che la fecero conoscere ed apprezzare in tutta la regione. Cesare Romani, ripercorrendo la tradizione artigiana, è ancora a Volterra nel 1602, per eseguire l’organo della cattedrale e nel 1603-1604 per quello di S. Agostino. E quasi sicuramente, in questo stesso periodo, costruisce anche l’organo di S. Francesco. Con il soniere maestro originale e con un sistema a vento, lo strumento ha 45 tasti e 4 ottave, una pedaliera con 14 note, con la prima ottava corta, e con i regoli di testa che portano una numerazione grafica seicentesca.

Ancor oggi buona parte del materiale fonico è di epoca seicentesca: su 356 canne del soniere maestro sono giunte a noi 278 originali e 78 non originali. In epoca settecentesca, l’organo fu abbassato di mezzo tono e tutto lo strumento, dopo essere stato trasferito in cantoria, sopra la porta d’ingresso, fu spostato nel coro, dove tuttora si trova. (F. Baggiani, pp. 15-17).

In una stanza, ricavata da una campata del vecchio chiostro, si può ammirare un “Compianto sul Cristo morto”, opera in terracotta policroma di Zaccaria Zacchi, databile ai primi del 1504 e con chiare influenze filippinesche. (Dopo il Rosso, p. 29). A fianco dell’entrata murata nella parete è stata collocatala stupenda acquasantiera in marmo, del 1522, proveniente dalla Badia camaldolese, dopo che i monaci, nel 1861, si trasferirono nella chiesa di S. Francesco.

L’acquasantiera, commissionata da Giovanni Battista Del Bava, è di autore ignoto e in forma di mezza figura di donna che tiene con le mani un vaglio dove sta scritto:

INNOCENS NIHIL TIMET – MDLII – IO BAP. BAVA

L’acquasantiera, sorretta da una bella figura femminile, si crede che rappresenti l’innocenza e, da sempre, il popolo ha denominato la fanciulla con il soprannome di “Vergine Tuccìa”, forse per il nomignolo con cui qualche ragazza, frequentatrice della chiesa e rassomigliante all’immagine marmorea, veniva appellata. (P. Ferrini, Volterra di strada in strada, p. 54). Indipendentemente dalle possibili somiglianze con una ragazza volterrana, la Vergine Tuccia vuole raffigurare una figura mitologica di una giovane, la cui verginità fu messa in dubbio. Per dimostrare la sua innocenza, la ragazza portò dell’acqua in un recipiente che, benché bucato, tratteneva il liquido al suo interno.

Proseguendo verso la porta d’ingresso, troviamo il monumento funebre eretto a Mario Bardini, cavaliere di S. Stefano, morto nel 1616, opera di Gherardo Silvani dei primi del XVII secolo. Subito dopo incontriamo la cappella, in pietra serena, di tardo stile gotico, appartenente alla famiglia Guarnacci, anche se anticamente era di proprietà di un’altra famiglia volterrana – gli Alducci – come dimostra l’arme scolpito al centro del timpano. La tela, eseguita da Cosimo Daddi nel 1602, rappresenta il “Crocifisso con i Santi Giovanni, Ottaviano, Francesco e la Madonna”. Lo segue il monumento funebre di Monsignor Mario Guarnacci in marmo, opera della fine del XVIII secolo.

E, dopo il monumento del Guarnacci, troviamo l’ultimo altare, per chi proviene dall’altare maggiore, con la cappella dedicata a S. Caterina Vergine. Dall’architettura, in puro stile cinquecentesco, eseguita in pietra serena, si desume che la cappella sia stata costruita nel 1529 per volere di Bartolomea Gabbretani, come testimonia la stessa lapide e l’arme della famiglia, scolpita nei due piedistalli. La tavola è una rappresentazione dell'”Adorazione dei Pastori” di Giovanni Balducci che ha, come era d’uso, ritratto l’intera famiglia del committente. L’acquasantiera dalla vasca in pietra panchina e recante, sul piede, la data dell’esecuzione – AD. MDLXXIX – conclude la chiesa. Prima però, dalla parte destra, notiamo appese al muro parte delle lapidi tombali che prima facevano da ornamento al pavimento e parte di un affresco, avanzo di pittura parietale. (U. Bavoni, pp. 22-26).

E in San Francesco, si trovava un monumento funerario risalente al 1378. Trasferito ora nel Museo di Arte Sacra, il monumento è un esempio unico di lastra terragna con la raffigurazione di un cavaliere armato, forse Michele Bonaguidi. Ciò a testimoniare come anche a Volterra esistesse la consuetudine, tipica in tutta Europa a partire dall’XI secolo, di commemorare i defunti con lastre terragne. (A. Augenti – A. Munzi, Scrivere la città, p. 37).

In occasione di alcuni scavi effettuati intorno al 1862-64, sono rinvenuti pregevoli mosaici di una domus di età imperiale, oggi trasferiti nei locali del Museo Guarnacci dopo i lavori per la ristrutturazione della ditta Bessi.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
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