Piazza XX Settembre

Lo spazio, che divide Via Don Minzoni da Via Nuova, è Piazza XX Settembre. Classica piazzetta ottocentesca, solo dopo il 1870, dopo cioè la breccia di Porta Pia, fu intitolata alla storica data. Stranamente, ma così è la storia, il “Giardinetto”, come comunemente i volterrani chiamano il luogo alberato che si allarga alla fine di Via Gramsci, rappresenta contemporaneamente la celebrazione e la caduta del potere papale.

Nel 1857 Pio IX venne a Volterra per visitare il collegio degli Scolopi, dove aveva effettuato i suoi studi, e il Duomo dove aveva ricevuto gli ordini minori. In quell’occasione grandi festeggiamenti accolsero e seguirono l’evento, come dimostrano le lapidi collocate all’interno dell’ex collegio e nell’atrio del Conservatorio di S. Pietro, e fu progettato un monumento a Pio IX, da collocare proprio nella piazza. Dopo un modello in gesso, grande quanto l’originale, le vicende di Roma, sfavorevoli per il potere papale, cambiarono il corso della storia: il 20 settembre ci fu la liberazione di Roma, ma la piazza volterrana che, con il suo nome, voleva ricordare l’evento, al posto del monumento a Pio IX fece posto, in seguito, a quello dei Caduti della prima guerra mondiale, opera dello scultore volterrano Giulio Caluri.

La piazza anticamente si chiamava Piazza di S. Agostino e prendeva il nome dalla bella chiesa omonima che le sorge sull’estremo fianco. “E di storica celebrità perché il Ferrucci qui decantò le sue imprese e vi passò la notte dopo l’ostinata battaglia del 26 aprile 1530. Ma questa località è più gloriosa ai volterrani perché ricorda la tenace e coraggiosa resistenza/opposta alle truppe degli assalitori”. (A. Cinci, p. 95). La piazza, come la già menzionata Via Don Minzoni, ma in un ambito estensivo più ridotto, raccoglie significativi e importanti edifici, ricchi di documenti e testimonianze storiche, religiose ed artistiche. Palazzo Ormanni, Palazzo Leonori, Oratorio di S. Antonio, Chiesa e ex-convento di S. Agostino, ex-Oratorio di S. Barbara, da secoli stanno là a significare la potenza ora di una famiglia, ora della Chiesa. L’attiguo giardinetto detto, fin dai tempi antichi, La Ripa faceva parte del convento. Dopo la soppressione leopoldina, il Comune ne reclamò il possesso. Il convento era ovviamente contrario a questa ipotesi, ma uno dei frati “sparlando pubblicamente con poca prudenza” , si pose in lotta contro il Comune che, nel 1883, ebbe la meglio e lo trasformò in pubblico giardinetto.

Nella configurazione urbana della città, il fronte della chiesa di S. Agostino e il corpo laterale, che ne costituiva un tempo il convento, introducono nell’arca a se stante rispetto all’asse di congiuntura di Via Don Minzoni con Via Gramsci. (M. Canestrarì. pp. 246-249). Collocata, per due lati, tra le mura e il balzo verso Docciola e, per gli altri due lati, tra la Porta Marcoli e Via Don Minzoni, l’area, che comprende anche la zona denominata Orti di S. Agostino, si configura come un piccolo borgo all’interno della città, aggregando al nucleo conventuale antico e alla chiesa, entrambi di origine medievale, la parte più cospicua di edilizia recente nel Centro Storico. Perno centrale del sistema è il bel chiostro con volte a crociera che si nasconde dietro le arcate chiuse dell’ex-convento, attorno al cortile centrale. Attraverso il sottopasso, collocato all’estremità del fronte sulla piazza, poco prima del balzo verso Docciola, si apre la Via degli Orti di S. Agostino che costeggia il fianco ovest del sistema conventuale. “Particolare di rilievo è il grande arco sovrastante il balcone antico, là dove il fronte è segnato dall’altissimo muro a scarpa, che doveva affacciarsi sulle fonti di Docciola”. (M. Canestrari, pp. 246-249).

VIA DEGLI ORTI DI SANT’AGOSTINO

La Via degli Orti di S. Agostino conduce da piazza XX Settembre il Via della Porta Marcoli. Lunga 200 metri e asfaltata, la strada si snoda dietro la chiesa agostiniana, là dove, un tempo. c’era l’orto del convento, annesso al tempio. Anche se il toponimo è vecchissimo, l’intitolazione è piuttosto recente e risale al 1959.

Proseguendo e girando su Via di Porta Marcoli, caratteristiche e elementi distintivi dell’area urbana in esame diventano le tipiche piccole botteghe artigianali di alabastro. La via, caratterizzata dalla Porta Marcoli, che si apre nella cinta muraria medievale, fiancheggia il Museo Guarnacci e ritorna, con Via Don Minzoni, sul fronte principale dominato dalla bella facciata della Chiesa di S. Agostino con, a fianco, la ex Chiesa di S. Barbara, oggi occupata da un forno.

VIA PARIDE BAGNOLESI

È la strada che da Via degli Orti di S. Agostino conduce al Vicolo di Porta Marcoli. La via asfaltata prende il nome da uno dei tanti artisti e maestri volterrani che, come molte volte accade, sono stati prima dimenticati o trascurati, poi riportati agli onori.

In ricordo immediato di Paride Bagnolesi richiama il Museo Guarnacci, dove è possibile ammirare la bella statua di Mons. Mario Guarnacci, scolpita dall’artista e attualmente collocata al piano terra, al principio delle scale che conducono ai piani superiori.

Di lui rimane anche la statua di Vittorio Emanuele I che costruì insieme agli scolari dell’Istituto d’Arte, dove insegnava. Nato nel 1841 a Pomarance da Niccolò del fu Giuseppe e da Annunziata Bandini, Paride Bagnolesi, dopo la morte del padre, si trasferì con la famiglia a Volterra, prima in Via Chinzica, poi in Via Ricciarelli e Via Sarti. Dopo essere stato qualificato e accusato come anarchico e anticlericale, si trasferì in Argentina dove, probabilmente morì, anche se non sappiamo né il luogo, né la data precisi.

“Se tutta l’area descritta fa da contorno alla piazza, costituendosi come proscenio edilizio di relativa importanza”, è sulla Piazza XX Settembre che si raccolgono e si affacciano i monumenti più significativi e rappresentativi della Volterra dal Medioevo al Novecento. Difficile, anche per Sant’Agostino, ricostruire la storia del convento e della chiesa dei padri agostiniani di Volterra: un incendio del 1690, nella sagrestia della chiesa, accanto alla quale si trovava l’archivio, ha completamente cancellato tutte le notizie racchiuse nei preziosissimi documenti inerenti il complesso. Oltre a ciò, varie inesattezze storiografiche hanno falsato l’anno in cui i padri Eremitani sarebbero giunti a Volterra. Secondo la Cronistoria della città di Volterra, scritta da padre Giovannelli ed edita nel 1613, fu nel 1265 che gli Agostiniani stabilirono la loro sede conventuale e religiosa al posto dell’antico ospedale intitolato ai Santi Iacopo e Filippo. Questa notizia, per altro avvalorata da una iscrizione posta dallo stesso Giovannelli nella parte sinistra, entrando, dell’ingresso della chiesa, sotto l’affresco giottesco e che per molto tempo ha fatto credere che là fosse esistito uno spedale, così recita:

D.O.M.
QUOD CERNIS OLIM
XENODOCHIUM PIETATE CIVIUM
MEDENDIS CORPORIBUS
DESTINATUM NUNC TEMPLUM EXCOLENDIS ANIMIS AB
AGOSTINIANA GENTE PARENTI
SUO DICATUM SOLEMNI RITU
CONSECRAVIT CONSUATAQUE
XXX DOMINI INDULGENTIAM
DICAVIT ILLUSTRISSIMUS ET
REVERENDISSIMUS D. GIUDO
SERVIDIUS EP. VOLAT D. Xl
NOVEMBRES MDLXXX.
MIRARE IGITUR PIE LECOT IN HAC SACRA
MEDALAE CORPORALIS IN
SPIRITUALEM VERSAE APOTHEOSI
GRANDE CIVITATIS ELOGIUM
SALUBREQUE. TUI MONITUM
UNDE LAUDES INGENIUM CIVICAE
CHARITATIS DISCAS EXEMPLUM
PIETATIS SOLlDAE ACCIPIA
OMNEM FELICITATlS CERTAE UT
PARI CONSILIO TEMPORALIBUS
BONIS TIBI PARES SPIRITUALIA.

Il Giachi, al contrario, nelle sue Ricerche Storiche Volterrane del 1887, sposta la data al 1279, quando i frati, vivendo di elemosine nei boschi vicino Montecatini Val di Cecina, chiesero il permesso di trasferirsi in città. Assai stimati dal popolo ed essendo la loro fama spirituale così grande, il Comune di Volterra deliberò che si trasferissero dal Romitorio di S. Lucia del Bosco in un terreno, a Volterra, donato dallo stesso Comune, affidando loro la chiesa dedicata ai santi Jacopo e Giovanni e non già Filippo come vuole il Giovannelli. A tale scopo Iacopo di Pedone e Michele di Buonaccorso, addetti alla dogana del sale, nell’ottobre del 1279 comprarono, al prezzo di scudi 225, da Domimigia e Bionda, figlie di Galgano di Tancredi Saladini, una casa con orto, donando poi tutto in usufrutto ai frati, affinché vi stabilissero la loro dimora conventuale. Inoltre “il primo ottobre 1279 il Podestà di Volterra Paganello, gli Anziani, il Consiglio generale della città e del Comune e cento buoni uomini riuniti a suon di campana e per voce di banditore nel palazzo di detto Comune elessero Iacopo Pedone e Michele di Bonaccorso, doganieri della Dogana del sale della Città, per procedere alla costruzione del Convento e Chiesa dei Frati dell’Ordine del Beato Agostino”. (V. Dell’Omo, pp. 17-18). Quindi 1279 e non 1265.

CHIESA DI SANT’AGOSTINO

Si iniziò così la costruzione della chiesa di S. Agostino e del convento degli agostiniani che arrivarono in città processionalmente, portando le sacre reliquie delle SS. Spine, oggi racchiuse nella Cappella a sinistra dell’altare maggiore della chiesa. Così sembra che tanto la chiesa che il convento con l’annesso orto esistessero prima del 1349, quando cioè Filippo Belforti, eseguendo le disposizioni testamentarie di Ottaviano Strenna, eresse l’ospedale dei Santi Giacomo e Giovanni.

Molte furono in seguito le elargizioni che contribuirono alla crescita e abbellimento del convento e della chiesa e tanti furono i personaggi illustri volterrani che vollero essere sepolti in S. Agostino. Fra questi sono da ricordare i Falconcini, i Riccobaldi del Bava, i Lisci, i Della Gherardesca e i Turazza. Un particolare personaggio, sepolto all’altare dei Turazza, fu Francesco Bibboni che, il 26 febbraio 1548, insieme a Gabriello Ricci e in pieno giorno in Piazza, S. Paolo a Venezia, uccise Lorenzino de Medici e Alessandro Soderini, riuscendo poi a mettersi in salvo. Il Bibboni, dopo il delitto, si rifugiò a Volterra, dove visse per tutta la vita e, nell’agosto del 1551, sposò Elisabetta, figlia del pittore Giovan Paolo Rossetti, già vedova di Bartolomeo di Giusto Turazza.

Gli agostiniani lasciarono Volterra nel 1785 in conseguenza della legge emanata dal Granduca Pietro Leopoldo, ma sembra che una piccola rappresentanza fosse rimasta perché l’ultimo priore del convento, un certo Guglielmo Casperetti, tenne l’incarico dal 1804 al 1807. Costruita, dunque, nel XIII secolo, la chiesa di S. Agostino presentava una sola navata con copertura a capriate. Tra il Seicento e il Settecento a Volterra, dopo la ristrutturazione del Duomo, si assiste ad una revisione più o meno marcata delle altre chiese della città. Se alcune limitano gli interventi al solo aspetto decorativo-figurativo, altre ripensano sia l’interno che l’esterno, determinando una nuova struttura dell’edificio religioso. In S. Agostino l’intervento è andato ad interessare la ridefinizione non solo decorativa, ma l’intera volumetria interna. Così la chiesa duecentesca “a capanna” si è trasformata in uno spazio a tre navate coperte con volte ribassate. L’impianto comunque, diversamente dalle decorazioni, di tendenze più tardo-barocche, rimane impiantato ad una linea neo cinquecentesca.

Nel 1728, per iniziativa del frate Domenico Giuliani, la chiesa subì una trasformazione: l’unica navata lasciò il posto a tre navate, coperte con volta. Tracce della costruzione primitiva si possono notare solo sul basamento della facciata che, eseguita a conci di marmo bianco con quadriboli intarsiati di marmo verde, presenta tracce romaniche. Cosi la facciata, per metà romanica e per l’altra metà settecentesca, è sormontata da quattro busti in pietra raffiguranti i Santi Agostino, Tommaso da Villanova, Nicola e Monica. Lungo le navate laterali ci sono cinque altari, mentre due cappelle si aprono nella navata destra e due ai lati del coro. Attualmente misura 59 metri dì lunghezza e l’interno dal secolo scorso, ha subìto decisamente una trasformazione in stile neoclassico con una pavimentazione in marmo.

La chiesa che, insieme a quella di S. Francesco, ha rappresentato l’edificio deputato a raccogliere le sepolture delle famiglie nobili volterrane più insigni, presenta dieci altari. L’altare maggiore, eretto nel 1751, e quello del Santissimo Crocifisso, già nella chiesa di S. Filippo, sono in marmo, mentre gli altri sei sono in pietra e due in stucco. La chiesa è fornita anche di due organi: uno del 1600 di scuola cortonese e uno, più piccolo, del 1834.

L’attiguo convento con chiostro è ascrivibile al XIV-XV secolo, anche se ha subito numerose e profonde ristrutturazioni nel corso dei secoli. L’ex-convento è un imponente complesso, con forma assimilabile ad un rettangolo, di notevole pregio, sia da un punto di vista urbanistico, che architettonico. La struttura, su Piazza XX Settembre, ha un fronte di oltre 30 metri che, però, si raddoppia sul fronte affacciato sugli Orti di S. Agostino. È proprio su questo lato che maggiormente si notano le peculiarità dell’edificio, con la pregevole struttura muraria – in prevalenza in pietra –  la splendida loggia, l’imponente “barbacane”, alto circa 7 metri e largo 4, e i bei archi di scarico in cotto a tutto sesto.

All’interno della chiesa, a destra entrando, subito accanto alla porta, un sepolcro di marmo di fine fattura colpisce il visitatore. I sepolcri, diversi dagli altri monumenti funebri a parete in forma di letto, adattati e voluti dai per omaggi più illustri del Medioevo, sono caratterizzati da lastre rettangolari dalle misure ristrette, ornate da brevi iscrizioni con le informazioni essenziali del defunto e dallo stemma scolpito a bassorilievo. E questo ne è un esempio. L’urna, posta sopra un piedistallo ai lati del quale campeggia lo stemma del defunto, è incastrata in una nicchia, il cui arco è decorato da sette teschi, alternati da tibie incrociate. In alto, sopra l’arco, sono scolpiti Cristo sorgente dal sepolcro e vari emblemi della passione. Il monumento, un po’ macabro per chi lo vede, volle essere così progettato dall’artista per esprimere la tristezza e l’idea cattolica della morte.

L’iscrizione ci informa a chi appartiene il sepolcro:

ALEXANDER RICCODALDUS I. V
DOCTOR CAN. VOLATER DIVINO
AUSTINI ELOQUIO AC BEATAE
BARBARAE, QUAE GENTILIBUS
CONTINUO PRAESIDET
PATROCINIO ALLECTUS. HIC SlBl
MONUMENTUM FIERI MONDAVIT.
VIX. AN. LXVII. MEN V. DIEB II
ALBERTUS RICCOBALDUS FRATI
DE SE B.M. FACIUNDUM CURAVIT.
A.D. MDXXIII

È il sepolcro di Alessandro Riccobaldi del Bava, canonico della cattedrale e vicario generale del vescovo Francesco della Rovere, morto nel 1523. La famiglia Riccobaldi, che abitava di fronte alla chiesa di S. Agostino, aveva una particolare venerazione per Santa Barbara, tanto che l’oratorio ad essa dedicato, accoglieva una scultura lignea del XlV secolo di scuola pisana, rappresentante la santa. La scultura, dal 1911, si trova nel Museo Nazionale di Firenze, il sepolcro che, per precisa volontà del Riccobaldi, doveva essere innalzato nell’oratorio di S. Barbara, ha tutti i caratteri dell’arte fiorentina. (M. Battistini, Il sepolcro del canonico Riccobaldi, pp. 33-48).

Spesso gli storici volterrani hanno confuso l’oratorio di S. Barbara con quello di S. Barnaba Apostolo. La compagnia laicale di S. Barnaba, particolarmente rivolta al culto per il santissimo sacramento, si crede sia stata fondata dalla famiglia Tavianozzi della contrada di Porta a Selci. Secondo la tradizione la compagnia era distinta in compagnia di giorno, i cui confratelli si riunivano nella cappella di S. Barbara, e compagnia di notte, i cui adepti si adunavano nella cappella annessa alla chiesa di S. Agostino, detta della Madonna delle Grazie. Non è possibile sapere con esattezza quando la compagnia sia stata istituita: la prima notizia risale al 1627. Da allora sappiamo che i confratelli portavano la comunione agli infermi e, la prima Domenica di ogni mese, partecipavano alla messa cantata e alla processione del SS. Sacramento. Come ogni altra associazione laicale, anche quella di S. Barnaba fu soppressa dalle leggi leopoldine del 1785.

Come i Riccobaldi, altre illustri casate volterrane scelsero la chiesa di S. Agostino come luogo di sepoltura. È, infatti, all’interno delle chiese più importanti della città, fra cui quella di S. Agostino, che la presenza dei nobili, con gli altari, le cappelle, i monumenti sepolcrali, le iscrizioni, si appropria dello spazio religioso manifestando “il privilegio immutabile di un ceto dominante la cui supremazia si estendeva anche al terreno della spiritualità”. (C. Pazzagli, pp. 129-130).

Particolare menzione merita il sepolcro della famiglia Falconcini, la cui cappella è la seconda della navata di destra. Il pavimento in marmo con, al centro, il grande stemma della casata – per altro presente, in dimensioni più ridotte, anche alle pareti e sul soffitto – presenta sull’altare il Crocifisso detto di S. Pierino, dipinto su tavola sagomata a forma di croce, che si crede opera del XIII secolo di scuola greco-bizantina. Sulle pareti laterali si potevano vedere due quadri: una “Visitazione”, con mezze figure, e una “Assunzione” con vari santi. I due dipinti, ora in sacrestia, hanno lasciato vuote le pareti su cui erano collocati. Sotto il pavimento marmoreo si erge il sepolcro gentilizio dei patroni Falconcini. Prima del 1842 nell’altare si poteva ammirare una tavola raffigurante il “Crocifisso e i Santi: Antonio Abate, Giovanni, Francesco, la Madonna e il Committente nelle sembianze di S. Agostino”. La tavola fu commissionata da Francesco Falconcini nel 1611 a Francesco Curradi per collocarla nella cappella familiare. Trasferito sulla parete del coro della chiesa, a seguito della pioggia che, infiltrandosi dalla finestra, sembrava compromettere la pittura, il quadro fu trasferito, nel 1842, in Cattedrale e collocato a destra prima di entrare nella cappella di S. Carlo. Al suo posto è stato collocato il Crocifisso di S. Pierino.

La presenza della casata non si limita al solo sepolcro: in vari luoghi si trova l’arme della famiglia, come presso l’altare maggiore, dove si nota anche un’iscrizione in memoria di Francesco Falconcini, protonotario apostolico e priore della Chiesa di S. Remigio di Firenze che, nella chiesa di S. Agostino, compì numerosi e importanti lavori.

Purtroppo ben poco sappiamo circa i lavori e le opere d’arte realizzate nella chiesa e nell’adiacente monastero. Nel 1486 varie furono le riparazioni compiute. Secondo il Vasari l’artista volterrano Zaccaria Zacchi esegui dei lavori per la cappella di S. Barbara e forse operò anche nella chiesa. Nel XVI secolo S. Agostino subì nuove migliorie, tanto che sappiamo di un tabernacolo in alabastro di “grandissima altezza e grossezza, reggendosi sopra una palla adorna di belle figurine attorno e pietre di vari colori naturali”. (M. Battistini, La chiesa di S. Agostino in Volterra, pp. 3-28). L’opera commissionata da Andrea Ghetti di Volterra, predicatore della parola di Dio, teologo del Concilio di Trento e a cui era stato intitolato l’ormai scomparso Istituto Magistrale di Volterra, reca ai piedi del tabernacolo, opera del volterrana Camillo Spenditori, che lavorò anche per la chiesa di S. Andrea degli Olivetani, la seguente iscrizione:

EX INCREMENTO VERBI DEI
FR. ANDREAS VOLTERRANUM
FIERI CURAVIT ANNO 1575

Dopo quello del Falconcini, l’altare che incontriamo procedendo verso l’altare maggiore, presenta un tabernacolo che si apre in mezzo a figure di santi in altorilievo di stucco bianco e che contiene la “Madonna della consolazione”, un affresco del secolo. È il terzo altare che si trova a destra entrando e le figure dell’altorilievo rappresentano S. Agostino, S. Monica e S. Nicola da Tolentino. Per don Vezio dell’Omo iI dipinto sarebbe di scuola senese del XIV secolo, chiamato “Madonna del Conforto”, mentre gli stucchi sarebbero del XVIII e raffiguranti S. Nicola da Tolentino. L’altare, con l’affresco rappresentante la “Madonna della Consolazione”, restaurato nel 1996, reca, al di sotto, la seguente epigrafe:

Il balì colonnello Michelangelo
Ruggieri Buzzaglia
eresse sto altare nel 1706
Nel 1887 posero questa memoria i
discendenti

Un affresco simile a quello citato del secolo XV si venera nella Cappella della Vergine delle Grazie, sull’altare fatto erigere dal Conte Mario Francesco Felicini. Sotto la mensa dell’altare si nascondono delle figure in terracotta colorata rappresentante la Pietà con Cristo e due angeli. La cappella più grande è detta della Madonna delle Grazie. L’altare fu voluto dal Conte Giuseppe Maria Felicini nel 1703, il quale, detenuto a vita nel Mastio, dopo oltre quarant’anni, vi morì nel novembre del 1715. L’opera fu eseguita da Filippo Sanfinocchi segando l’immagine della Madonna da un grosso muro che si trovava presso un’edicola nella zona di San Girolamo. Quando Maria Felicini fece erigere l’altare della Madonna delle Grazie nella antica Compagnia di S. Barnaba di Giorno, volle che li fosse collocato l’affresco, che già si trovava nell’interno della compagnia. Autore della rimozione fu Filippo Sanfinocchi che lasciò scritto dietro la seguente memoria: “Ai tempi dell’Ill.mo Sig. Cav. Pietro Minucci Priore segato da Filippo Sanfinocchi 1703”.

La lampada votiva, ardente dinanzi alla Madonna, fu voluta dall’umanista Battani. La cappella è tutta dipinta a tempera. Vi sono riprodotti particolari di immagini riprese da grandi autori dell’arte moderna, come lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello e la “Visitazione” di Mariotto Albertinelli. Le figure furono riprodotte da Mario Caluri su ordinazione del Cav. Giuliano Cailli.

Prima dell’entrata della Cappella, sulla parete si trova una iscrizione su marmo che dice:

DOMUS DE SECHARDINIS FUMUS
ET UMBRA SUMUS

E sul pavimento un’ altra iscrizione:

“per onorare la gran memoria di Dio Regno di Grazia il Cav. Giuliano Cailli. 1912”.

Varcata la porta d’ingresso, sulla parete sinistra entrando in alto, si vede uno stemma. Sopra la porta, in cantoria, infine, l’organo del 1840.

Davanti ad uno spazioso coro, con antichi stalli e inginocchiatoi, sorge l’altare maggiore, con un crocifisso di legno e, ai lati, due candelabri di alabastro, opera del 1600. Di seguito, sul presbiterio della cappella attigua, si conservano, sopra l’altare, in un urna di legno dorata, le reliquie dei S. Innocenti, di S. Pietro e S. Paolo ed altri santi, prezioso dono fatto ai volterrani dal Pontefice Callisto II, in occasione della consacrazione della vecchia chiesa di S. Pietro. Lì erano conservate le reliquie che, nella ricognizione fatta da Mons. Sacchetti, vescovo di Volterra, sono così descritte: “Multa ossa innocentismo numpe, tibia cruris, novem costulae, octo fucilea, brachii majioris, quator coxae, seu femoris ossa, os sciaticum, duo plateae luminis, moxilla inferior integra, quator ossa manus, pars spatulae, et quam plurime aliorum ossium SS. lnnocentium.” Sopra il reliquario è visibile il “Cristo del Sacro cuore”, rappresentazione plastica del Novecento. Prima del 1808, quando ci fu il trasferimento della parrocchia di S. Pietro in S. Agostino, la cappella si chiamava di “S. Caterina”.

Merita particolare menzione la Cappella di S. Caterina d’Alessandria, oggi dei SS. Innocenti, perché, in essa, annualmente veniva celebrata una festa. La santa era particolarmente venerata dagli scolari volterrani delle scuole superiori che, nel giorno dedicato ad essa, il 25 novembre, si riunivano nella chiesa di S. Agostino. Il Comune stanziava una somma di denaro per la festa che diventò solenne per tutta la città. Gli scolari, condotti dai loro maestri, vestiti di cappe bianche e ornati di stole e pizzi, si recavano in processione, cantando. Seguiti da tutti i magistrati e giunti nella chiesa, si cantavano speciali inni in onore della santa e si assisteva ad una solenne messa in musica. Oltre a ciò uno scolaro recitava un’ orazione in onore di S. Caterina a cui seguiva una sacra rappresentazione del martirio.

L’usanza si mantenne fino a che, giunti a Volterra nel 1710, i padri delle scuole pie, nel 1711 imposero agli scolari di non recarsi più nella chiesa. 1 frati, però, ricorrendo al Comune riuscirono a mantenere l’antica celebrazione.

Nella cappella a sinistra dell’altare maggiore è collocato un quadro di Balda arre Franceschini del 1669, “S. Tommaso da Villanova e S. Chiara da Montefalco”, anch’esso con l’iscrizione che attesta autore e data. È questo l’altare delle Spine. il quadro presenta, in alto, due puttini che sostengono le cortine di un tabernacolo dove, in un ricco reliquario d’argento, donato dalla Granduchessa Cristina di Lorena a Volterra, sono collocate le tre spine della corona di Gesù Cristo. Nel pilastro dell’arco del Coro, al lato dell’Epistola, è incassato un antico ciborio di marmo bianco con pilastri lavorati scannellati e un fregio superiore senza frontone: ai lati della piccola porta, due per ogni lato, stanno quattro figure di angeli adoranti e, al di sopra, Cristo in Pietà. Oggi serve da tabernacolo per l’olio santo. E nel coro i trova, come in S. Francesco, l’altro esempio di organo del Seicento di scuola cortonese. Opera del XVII secolo 175.

Scendendo dal presbiterio e dirimpetto alla Cappella della Madonna delle Grazie si apre la sacrestia. Ricca di preziosi indumenti sacerdotali, di bellissimi banchi seicenteschi e di quadri del Seicento, la sacrestia presentava un trittico con la “Vergine sedente in trono con il Bambino e sopra lo Spirito Santo” in forma di colomba e due angioletti che pongono la corona sul capo di Maria, in Pinacoteca dal 1905.

Scendendo dall’altare maggiore incontriamo l’altare eretto nel 1614 da Padre Mario Giovannelli, autore della Cronistoria di Volterra; altare in cui è collocata la tela di Ulisse Gnocchi che raffigura la “Madonna del Soccorso, S. Carlo, Santa Lucia, S. Agatae S. Damiano e S. Rocco”. La tela fu creduta dal Giachi opera di Giuseppe Arrighi, non considerando il fatto che l’altare fu eretto nel 1614, come attesta l’iscrizione ancora leggibile, quando I’Arrìghi, morto nel 1706 a 64 anni, non era ancora nato.

Nella stessa navata, nell’altare di mezzo, c’è un quadro di Baldassarre Franceschìni, rappresentante la “Purificazione di Maria”, dipinto nel 1630 circa. Di seguilo troviamo una interessante lapide con arme in mezzo, che sembra appartenere alla famiglia Docci e con intorno una scritta a caratteri gotici molto consumati. Dopo l’altare con il quadro del Franceschini, vi è un’altra epigrafe a forma di stemma con la scritta illeggibile e una figura per metà animale.

E all’ultimo altare troviamo un altro quadro rappresentante il “Transito di S. Nicola da Tolentino”, opera di Giuseppe Fabbrini. il quadro, dipinto nel 1790, raffigura il santo gravemente ammalato, assistito da due confratelli e confortato dalla visione di Gesù, Maria e S. Agostino. Sotto la predella di questo altare c’è la sepoltura di Giusto Turazza. Nella chiesa di S. Agostino scelse di essere sepolto, infatti, anche Giusto Turazza, a cui la città, nel 1880, decise di dedicare quella via che da Via Marchesi conduce a Piazza S. Giovanni. Giusto Turazza, benemerito cittadino volterrano, morto nel 1553 e fondatore del Pio Istituto dei Buonomini, apparteneva alla famiglia originaria del territorio di Pomarance. Venuti a Volterra, nei primi anni del secolo XV, i Turazza, già in condizioni economiche fiorenti, si arricchirono ancor di più con il commercio. E la iscrizione posta il 26 settembre 1820 dai “reggenti dell’istituto da lui fondato” così recita:

Giusto Turazza
popolano di nascita di costumi
artiere negoziante
delle sostanze ritratte dall’industria
crescente dai commerci
sovvenne al culto di religione.
Al 26 settembre 1553 due giorni avanti
di morire
creò per testamento l’ufficio
degli otto buonomini di S. Michele
corredi e dispensieri del suo
patrimonio
legato ai miseri e poverelli di Dio.

Uomo di misericordia
egregio nell’opera provvido con
l’esempio degno è che il nome si
ricordi ad onore
e l’emula pietà
perenni moltiplicati gli effetti
di cittadina beneficenza

In fondo alla navata un frammento di affresco, raffigurante Gesù morente sulla Croce con ai piedi la Maddalena; a destra del crocifisso la Vergine e S. Romualdo. Portato in S. Agostino nel 1885 l’affresco fu staccato dal refettorio della Badia Camaldolese. Sotto troviamo l’altra lapide, collocata dal Giovannelli che così recita:

DOM
templurn hoc quod pia quondam
volaterranorum civium munificentia
augustissimae religioni domo
concessit augustiniana nunch famiglia.
Tanti benefici cultrix ad ornatum
civitatis beneficentissimiorumque
cìvìum commodum, in hanc
augustiorem venustioremque formam
superposìto fornice additis coronis celeturis hacque demum musicali
podio evexìt et grati animi, hacce
monumentum ponendum curavit
impensa industria labore.
R.S. BACF. Daninici Giuliani huius
contus filii die XXV Maji A.D.
MDCCXXVIII

Fra gli agostiniani è da ricordare Andrea Ghetti, nativo di Montecatini Val di Cecina, fu priore del convento dal 1575 al 1578, nonché fa mosissimo predicatore e autore dell’interessante opera, pedagogica sull’educazione dei figli. E pure da menzionare il frate Andrea Securani da Fivizzano (1520-1600) che fu generale dell’ordine nel 1592 e autore de L’antichità della nobilissima città di Volterra redatto nel 1580 per incarico dei priori della città di Volterra. Fra Guglielmo Riccobaldi del Bava, figlio di Giuliano e di Fulvia di Ferrante Iacopo d’Appiano dei Signori di Piombino, fu generale dell’ordine e nel 1598 incoraggiò la fondazione dell’Accademia dei Sepolti, ne fu il primo console e mise a disposizione dell’Accademia alcune stanze del convento. Fra Mario Giovannelli volterrano fu noto per la sua Cronistoria dell’antichità e nobiltà di Volterra, opera assai importante e fonte di preziose notizie storiche. Anche in questa piazza che, in epoche passate, faceva tutt’uno con la vecchia Via Nuova, esistono bei palazzi appartenuti ad antiche e nobili famiglie volterrane.

Proprio davanti alla chiesa di S. Agostino, si trova Casa Leonori. Contrassegnato con i nn. 9-10 è un palazzo seicentesco, dal bel portale centrale, con sopra il monogramma barocco di Gesù e Maria. Palazzo gentilizio, caratterizzato dalla fusione di più unità preesistenti, è da ascrivere al XVI-XVII secolo. Si tratta di un imponente complesso con, al piano terra, un ampio portale centrale e, ai lati, due simmetriche finestre rettangolari con riquadrature in pietra lavorata e, ai piani superiori, due ordini di sei aperture pure con mostre in pietra. Questa nobile famiglia volterrana, tra le agnazioni volterrane più longeve, scaturì dalla famiglia Guglielmi e risiedeva nel palazzo sito in Piazza XX Settembre.

I Guglielmi furono ascritti con il cognome dei Leonori nell’albo del patriziato volterrano per effetto della legge del 1750 e figurarono, spesso con cifre consistenti, nei registri finanziari degli anni 1428-1430. Casata di antico patriziato, i Leonori, per trecento anni, fornirono una generazione dopo l’altra – dal 1567 al 1800 – dieci cavalieri di S. Stefano e fu anche grazie a loro che la Compagnia della Misericordia, sciolta da Pietro Leopoldo nel 1791, poté essere ricostruita.

I Leonori ebbero anche una certa discendenza dalla famiglia Cecini che poi, senza collegarli con la nobile casata etrusco romana, furono detti anche Cecina. I Cecini si estinsero poi nei Leonori, dalla cui unione scaturì il cognome Leonori Cecina. Sembra che la casata Leonori abbia avuto origine da Guglielmo Guglielmi, nato nel 1499, che nel 1542 fu spedaliere di S. Maria Maddalena e che cominciò a firmarsi con il predetto cognome.

Numerosi sono i personaggi illustri di questa casata, fra cui Maria, ultima discendente vivente a Volterra, che andò sposa a Luigi Campani. l Leonori-Cecina, dopo la famiglia Riccobaldi del Bava, furono i proprietari dell’oratorio di S. Barbara ed anche nel loro palazzo esisteva una cappella privata.

Altro palazzo della Piazza XX Settembre è Palazzo Sermolli, con la pesante incorniciatura di pietra a diamante delle porte e delle finestre. L’edificio che occupa i nn.12-15, e che si affaccia anche su Vicolo Ormanni e Vicolo Leonori, presenta una struttura attuale risalente al XVIII secolo, anche se la base è più antica. Con il suo bel portale d’ingresso centrale, le due aperture laterali simmetriche e, ai piani superiori, tre ordini di sei finestre di varie dimensioni, Palazzo Sermolli costituisce anche un altro raro esempio, a Volterra, di Palazzo con balcone sopra l’entrata principale.

La famiglia Sermolli aveva goduto del priorato all’inizio del Seicento e fu poi ammessa alla nobiltà nel 1751, data in cui risultava divisa in due rami, uno dei quali, da tempo, trasferito nella Capitale. Questa antica casata abitava in un palazzo, sito in Piazza XX Settembre. Nella scala di detto palazzo esiste ancora lo stemma dei Sermolli. Questa famiglia, sebbene in origine di modesta condizione, divenne ricca e, intorno al 1750, risultava proprietaria della villa del Palagione. Ma si ha notizia anche che i Sermolli possedevano beni al Brolio di Vallebuona, il podere detto” Concino”, che concesse il livello perpetuo a Giusto di Giovanni Turazza per contratto rogato da ser Martino Falconcini nell’ agosto del 1553.

Nel 1556 i Sermolli risultano proprietari di altri beni immobili nelle pendici di Volterra, acquistati da Iacopo di Maffio Campana per contratto rogato da ser Francesco de’ Nobili. Capostipite della famiglia fu Cristofano, al quale seguì il figlio Giovanni, vivente nel 1497, che esercitava il maestro di sarto. A Giovanni successe Antonio, anch’esso sarto, vivente nel 1556. Maestro Antonio ebbe quattro figli, fra cui Iacopo e Piero, dai quali proseguì la lunga discendenza della casata che si estinse intorno al 1890. Sembra che questa casata abbia rinvigorito le file dei conventi maschili e femminili. Molti sono, infatti, gli esponenti di entrambi i sessi che decisero di dedicarsi alla vita claustrale, andando ad abitare in S. Dalmazio, San Lino, S. Martino di Firenze e in altri monasteri toscani. E infine il Cav. Pietro, nato nel 1824 e ancora vivente nel 1851, si sposò con Maddalena del Cav. Filippo Matteoni, nobile di Firenze, con cui si estinse la casata Sermolli in Volterra, lasciando suo erede un Pichi di Borgo S. Sepolcro, nipote di sua moglie.

VICOLO LEONORI CECINA

Sul lato sinistro del Vicolo Ormanni, per chi si dirige verso Castello, si trova il Vicolo Leonori Cecina. È il caratteristico vicolo senza uscita a cui si accede da Vicolo Ormanni. Il toponimo risale alla nobile famiglia volterrana che proprio lì accanto aveva il suo bellissimo palazzo, affacciato su Piazza XX Settembre, ma la cui struttura gravita anche sul piccolo vicolo omonimo. Introdotto da un arco a volta, il vicolo, lungo 34 metri, un tempo forse si congiungeva con un altro, ora scomparso, posto tra Palazzo Leonori e Palazzo Sermolli.

PALAZZO ORMANNI

Superato il Vicolo Ormanni segue Palazzo Ormanni, ampio ed elegante a tre piani con sei finestre, il leggero balcone in ferro battuto e le cornici elaborate. Completamente proiettato su Piazza XX Settembre, il palazzo è un altro esempio di palazzo con balconi.

A causa della particolare tipologia urbanistica ed architettonica della città serrata, Volterra offre difficilmente palazzi con balconi sporgenti sulla via. Quello Sei-Settecentesco di Palazzo Ormanni, che con Palazzo Sermolli indica un’apertura spaziale della strada notevole, è autonomo e sovrastante il portale bugnato.

PALAZZO SERMOLLI

Palazzo Sermolli residenza gentilizia, originato dalla fusione di più unità edilizie preesistenti, avvenuta nel XVIII secolo, ricopre una profondità di circa 20 metri ed è caratterizzato da due ordini di finestre ai piani superiori con mostre in pietra dalle forme e fregi di diverso disegno e con riquadrature in pietra finemente lavorate.

La famiglia, di origine tedesca, si stabili a Volterra nel 1426 in contrada S. Agnolo. Il suo capostipite Enrico o Arrigo, con atto del 28 ottobre 1426, chiese di poter abitare in Volterra, godendo delle esenzioni sancite dagli Statuti. Con il suo lavoro, con il commercio e coi traffici, si formò uno stato economico cospicuo e ben presto i suoi discendenti furono chiamati ai pubblici uffici. Fra i personaggi più importanti di questa casato troviamo Enrico, nato a Volterra nel mese di giugno 1485 da Ormanno d’Arrigo e da una tal Francesca, non meglio identificata: si laureò il 1° marzo 1516 in diritto canonico e civile, presso l’Università di Pisa. Prima di tale epoca fu parroco della chiesa plebana della Nera e, per le sue virtù e per il suo sapere, fu nominato canonico soprannumerario della Cattedrale di Volterra. Dal 27 febbraio 1527 al 7 ottobre 1546 fu vicario generale del vescovo di Arezzo, nel 1533 entrò nel numero dei canonici effettivi e nel 1539 fu chiamato ad insegnare diritto civile nelle scuole volterrane. Nel 1543 fu nominato dal Granduca Cosimo I alla cattedra di diritto canonico presso l’Università di Pisa; morì nel maggio 1547 a sessantadue anni di età. Di questa famiglia è da ricordare Francesca di Ormanno di Arrigo che il 13 luglio 1512, nella chiesa di S. Michele, sposò Giusto Turazza, fondatore dell’Istituto dei Buonomini, e Antonio, che fu direttore del Museo Guarnacci dal 1786 al 1817. (E. Pertici, pp. 109-116).

PALAZZO BABBI

Di tutt’altro spessore, ma in negativo, è il palazzo accanto a Palazzo Sermolli, che introduce già al contesto di Via Gramsci. Davanti all’Oratorio di S. Antonio, infatti, sul lato sinistro per chi proviene da Piazza XX Settembre, è Palazzo Babbi. L’edificio, ridotto oggi in precarie condizioni, apparteneva alla casata che ebbe origine con Michele, detto Babbo, che teneva in affitto un tiratoio dell’arte della lana. Suoi diretti discendenti furono Bartolomeo e Francesco.

Uno dei discendenti di Francesco, un certo Simone, il 15 marzo 1414, insieme a Mario di Giusto di Bertino, era Sindaco della Società dei Battenti di S. Agostino. Questa società sembra avesse sede nell’Oratorio di S. Barbara e fosse aggregata alla Compagnia di Giorno: era composta da coloro che si battevano o che si facevano battere in penitenza dei loro peccati. Mons. Francesco, anch’esso discendente di Francesco e nato nel 1515, fu cubiculario apostolico – cameriere o aiutante di camera – presso la Santa Sede e ambasciatore del duca Cosimo l e poi di Francesco I. Con suo testamento del 26 novembre 1586 lasciò la somma di cento scudi, divisibile annualmente fra quattro giovani cittadini volterrani, “i quali in qualche pubblico ginnasio o nella città di Pisa o in quella di Siena studiassero nella facoltà di Diritto civile e canonico o teologia, nelle arte o nella medicina”. La casata si estinse verso la fine del Cinquecento.

La chiesa di S. Agostino non è l’unico edificio religioso presente in Piazza XX Settembre. Le fa eco, infatti, l’Oratorio di Sant’ Antonio.

ORATORIO DI SANT’ANTONIO

L’Oratorio di S. Antonio fu costruito anticamente, tra il 1000 e il 1100, anche se non possiamo essere totalmente certi sulla data. Comunque le spoglie del Camerotto, esistenti nella Biblioteca Guarnacci, contengono una notizia che ha fatto ritenere la fine dell’anno Mille come periodo della costruzione dell’edificio religioso. Secondo Torrini, l’Oratorio fu eretto in onore di S. Antonio nel 1172 dal Comune di Volterra che, tramite “Flandolio e Pietro figli di Sanpongio suoi rappresentanti, comprò, da Buonamico ed Albizza di Federigo, il terreno su cui è fabbricato”. (Torrinì, Guida, p. 64).

All’esterno, la cappella ha subito mille modificazioni: infatti un tempo, accanto ad essa, si trovava una casa per il ricovero dei pellegrini e malati di proprietà dell’Oratorio di S. Antonio da Vienne, come ricorda anche la Tau sulla facciata di pietra che corre perpendicolare accanto all’Oratorio. L’edificio è uno dei tanti oratori eretti a Volterra in epoca medievale, con una struttura tipologica simile agli altri: interno ad una sola navata, muratura in pietra a fialaretto squadrata, scarse decorazioni e copertura a capanna. Nel XX secolo è stato sopraelevato con struttura in collo.

Al principio un Rettore presiedeva l’Oratorio, ma nel 1579 il vescovo Guido Serguidi unì il capitolo a quello della Cattedrale. Annibale Cinci, altro storico volterrano, più volte citato, fa risalire al 1086 l’anno in cui il Comune di Volterra comprò da Giovanni di Buonamico una casa con un pezzo di terra confinante con la via pubblica per edificarvi la chiesa in onore di S. Antonio. (A. Cinci, Guida, p. 135).

L’Oratorio faceva parte dell’ordine degli Antoniniani, meglio conosciuti sotto la denominazione dei cavalieri di Sant’Antonio da Vienne, ordine che fu fondato nel secolo Xl nel Delfinato e approvato da Papa Urbano II nel 1095. In realtà, come afferma il Battistini, nel 1093 “un tal Gastone e il figlio di lui Gironda si recarono a pregare presso il corpo di S. Antonio che si venerava nel Delfinato”, e “nel 1208 furono approvati i Capitoli da Innocenza In mentre l’Ordine ebbe privilegi ed esazioni da Onorio IlI, e Alessandro IV, Bonifazio VIlI, nel 1298, li dichiarò direttamente soggetti alla Santa Sede”. (M. Battistini, L’Ordine di S. Antonio di Vienna, pp. 48-58). Al principio i frati si riconoscevano per la semplice veste talare con la Tau azzurra nel petto a sinistra e un bastone e un campanello d’argento. Poi Massimiliano I, nel 1502, volle che l’ordine fosse contraddistinto da “uno scudo con l’aquila imperiale con le ali nere, piegate e rostro smaltato, fregiata dalla fascia imperiale di colore rosso, con tiara imperiale gialla, scudo giallo nel petto ed in mezzo la Tau azzurra”. (M. Battistini, L’ordine di S. Antonio, p. 50). Come per la costruzione dell’edificio, così per l’arrivo degli Antoniniani a Volterra non è possibile stabilire con esattezza la data precisa. Si ritiene, comunque, che siano giunti in tempi remoti. il primo documento che troviamo a tale riguardo è il testamento di Grazia del fu Martinozo che, in data 5 giugno 13-18, fra le altre cose dispose il lascito di 40 soldi ai frati di Sant’ Antonio. (M. Battistini, L’ordine di S. Antonio di Vienne, p. 48).

I frati di S. Antonio si dedicarono alla cura di quei malati colpiti dal cosiddetto “fuoco sacro o fuoco di Sant’ Antonio”, più scientificamente noto come ergotismo cancrenoso che colpisce in modo particolare gli arti inferiori. Allevando un numero elevato di maiali, dal cui grasso si ricavava un rimedio per il male, S. Antonio, vuoi per leggenda, vuoi per tradizione artistica, è sempre stato rappresentato con un suino ai piedi. Molto probabilmente il segno del Tau, con cui si riconosceva l’ordine, ha avuto origine dai simboli paleocristiani in Grecia e anche presso gli Ebrei era in uso. L’ordine degli Antoniniani, come tanti altri, si riconosceva nel segno della T greca che, molti identificano con una cruccia, o un bastone, o una stampella a sostegno di quei malati affetti dal fuoco sacro. (E. Perticì, Nel segno del Tau, pp. 16-18). L’ordine, come tanti altri ordini religiosi, si spense verso la fine del XVIlI secolo, all’epoca dei grandi rivolgimenti illuministico giurisdizionalistici del tempo. Chi si accinge a visitare la piccola, ma deliziosa chiesa, nota immediatamente un’iscrizione sopra il portale, caratterizzata da tre stemmi, oggi non più esistenti, e da una scritta, presumibilmente “CAN. VOLAT.”

Entrali in chiesa a destra troviamo un quadro raffigurante la “Madonna del Rosario e S. Domenico”, proveniente dalla pieve della Nera, opera del XVIII secolo di autore greco. Subito dopo la pregevole opera di Priamo della Querce. Che la paternità del quadro, rappresentante S. Antonio, sia da attribuirsi a Priamo della Quercia, è dimostrato dall’esistenza di un documento del gennaio del 1451 che attesta un pagamento a Magistro Priamo pictori de Senis, pro pictura unius tabulae imagines Maria retinendae super hostium officialim blandi. E una tavola di S. Antonio Abate e Santi del 1442 che il Comune commissionò e fece dipingere come ex voto propiziatorio al santo protettore degli animali. Il trittico, pervenuto dalla Dogana del sale, è una tavola rettangolare a due sportelli: nello spazio di mezzo è raffigurato il santo titolare e in atto di benedire; al di sopra di esso e ai lati della centina trilobata che lo corona si trovano, in mezza figura, i Santi Cosma e Damiano. Ai piedi del santo si possono vedere alcune figurette intente a caricare due somari con sacchi di sale. Nelle facce interne degli sportelli, in due separati scompartimenti, S. Bartolomeo Apostolo e S. Antonio Abate a destra; a sinistra il volto del Santo di Lucca e S. Lorenzo martire e, in ciascuno degli sportelli, tre stemmi: del Comune, della città e del popolo. (A. Cinci, Guida, p. 135).

Di seguito, sul presbiterio, una “Annunciazione” di Cosimo Daddi con la “Madonna” dell’Arrighi, posta in sostituzione della Madonna proveniente dalla cappella di Villa Palagione.

Sopra l’altare è invece depositata la “Madonna Assunta fra i Santi Giovanni Battista e Sebastiano”: bella ed ampia composizione in terracotta robbiana del secolo XVI, con alcune figure splendidamente eseguite. C’è un angelo che richiama i dipinti di Michelozzo. La bellezza e la preziosità di questa terracotta tanto colpirono un critico d’arte americano che scrisse di essa in un articolo made in U.S.A. (S. Bertini, Via Nuova ora Via Gramsci, pp. 14-15).

Lasciato con l’occhio l’altare maggiore, il visitatore potrà notare un’opera di Baldassarre Franceschìnì, la “Madonna Assunta”.

Avvicinandosi all’uscita troviamo l’ultimo dipinto presente nell’Oratorio. Si tratta di un quadro, raffigurante “Cristo e la Veronica” di Cosimo Daddi, dell’inizio del secolo XVII. Al di sotto una lapide di marmo con stemma della famiglia Colaini:

S. JOVENNIS BARTOLOMEI
COLAINI ET SUORUM

Giovanni di Bartolomeo Colaini, con testamento del 1496, volle che fosse costruita una cappella con il titolo di S. Bartolomeo apostolo nell’Oratorio di S. Antonio. Quando nel 1579, l’Oratorio, per decreto vescovile, passò ai canonici, il beneficio del Colaini fu trasferito in Cattedrale all’altare detto del Barbialla. Sul lato sinistro, vicino alla porta d’ingresso, si trova una lunetta in terracotta raffigurante la Madonna con la seguente iscrizione:

HAEC DEIPARAE IMAGO EXTRA
PORTAM SILICIS PROPE
ANTIQUUM ASCETERIUM S.
ANDRAE ET POSTERULA CENTUM
ANNOS SALUTATA NUPER
SACRILEGIS ICTIBUS IMPETITA
NOCTU TANDEM III KAL. FEBR.
MDCCCXXCV UT VIDERI EST
CONFRACTA DEFORMATA A
CAPITULO ECCLESIAE MAIORIS AD
REVERENTIAM HANC SUAM IN
AEDEM RECEPTA EST

Al di sotto una didascalia, dell’Ottocento, che così recita: “Questa immagine della Madonna salutata per 100 anni fuori porta a Selci, presso l’antico Monastero di S. Andrea di Postierla, di recente, nella notte del 29 gennaio 1885, come si vede colpita da sassi sacrileghi, spezzata e deformata, dal Capitolo della Cattedrale fu collocata in questo Oratorio di sua proprietà”.

Un tempo nell’Oratorio era collocata una bella pittura di Domenico Ghirlandaio, rappresentante “Maria santissima con S. Antonio Abate e S. Bartolomeo”, oggi in Pinacoteca. E nella sagrestia esisteva una pittura rappresentante diversi santi, opera di Taddeo di Bartolo Senese con l’epigrafe Tadeus Bartoli de senis hoc opus pinxit, 1418, come vi lesse il Giachi. Questa è una di quelle pitture a tempera che il Vasari rammenta eseguite da Taddeo di Bartolo in Volterra. Ed esisteva una piccola tavola a tempera, di scuola fiorentina, rappresentante il presepe del XVI secolo. (Torrini, pp. 64-65).

Ai passanti più accorti non sfuggirà, poi in Via Gramsci, quel segno scolpito nella fascia di pietra che divide l’Oratorio da un altro edificio attiguo. Come già ricordato quello è il simbolo del Tau, sotto cui si riconoscevano i grandi ordini ospedalieri. La T greca indicava ai pellegrini ed ai bisognosi che presso quel luogo potevano essere alloggiati e curati sia spiritualmente che fisicamente.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Piazza XX Settembre, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
TORRINI, Guida, Volterra, 1885; Il piano di Volterra, a cura di M. Canestrari, Roma, Officina Edizioni, 1991;
VEZIO DELL’OMO, La chiesa di S. Agostino, in “Volterra”, a. XVIII, n. 11, 1979, pp. 17-18;
C. PAZZAGLI, Nobiltà civile e sangue blù. Il patriziato volterra fino alla fine dell’età moderna, Firenze, Olschki, 1996;
M. BATTISTINl, il sepolcro del canonico Riccobaldi, nella Chiesa di S. Agostino, in Miscellanea volterrana, Pescia, Cipriani, 1930, pp. 33- 37;
M. BATTlSTINl, L’Ordine di S. Antonio di Vienna, in Memorie Storiche Volterrane, pp. 48- 58;
M. BATTISTINI, La Chiesa di S. Agostino di Volterra, in “Bollettino Storico Agostiniano”;
A. CINCl, Dall’archivio di Volterra. Memorie e documenti, Volterra, 1885;
E. PERTlCl, Volterra: l’acropoli e il piano di castello, Pisa, Grafica 41, 1992;
E. PERTICl, Nel segno del Tau, in ‘Volterra”, a. XV, n. 12, dicembre 1976, pp. 16-18;
E. FIUMI, Popolazione, società ed economia volterrana nel catasto del 1428-1429, in “Rassegna Volterrana”. a. XXXVI-XXXIX, 1972, pp. 85-161;
M. BOCCI, Sullo scultore volterrano. Arte e vita di Paride Bagnolesi, in “Volterra”, a. II, n. 3, marzo 1963, p. 13.