Pieve di Mensano

Le pievi romaniche del nostro territorio: ce ne sono tante, grandi o piccole, ancor salde o dirute, ben conservate nella loro struttura originale o irrimediabilmente danneggiate da pesanti ornamenti barocchi. Ci sarebbe, a volerle indicare tutte, da parlarne per mesi. Per ora, vogliamo attirare l’attenzione dei nostri lettori su questa pieve, appartenuta all’antica diocesi di Volterra ma successivamente passata sotto quella di Colle: la pieve di Mensano. Anch’essa fra le poche che sono giunte a noi mantenendo indenne e immutata la struttura architettonica originale.

Mensano è – come dice il Repetti – un castello con sovrastante rocca e antica prepositura (S. Giovanni Battista) nella comunal giurisdizione e circa 3 miglia a ostro di Casole. Trovasi a mezza strada fra Radicondoli e Casole, sulla cima di un poggio, a piè del quale scorre nella direzione da levante a settentrione il torrente Senna tributario dell’Elsa, mentre sull’opposto fianco da ostro a ponente lambisce le sue radici il torrente Vetrialla, il quale si vuota nel Cecina. Mensano è dunque uno dei piccoli centri arroccati sui cocuzzoli delle colline che si stendono quasi in fila, alle spalle della foresta di Berignone, da Colle e Casole a Rodicondoli, Belforte, Travale e Montieri. Uno di quei gruppetti di case dove il tempo pare si sia fermato e dove non è raro imbattersi (è capitato anche a noi) in qualche vecchietta intenta a filare la lana col fuso e la conocchia, e dove la posta viene ancora affidata al «procaccia». Le strade da cui vi si accede (una da Monteguidi, una seconda, da Casole d’Elsa, una terza, sterrata, che si congiunge dopo un paio di chilometri nella Radicondoli-Colle, quest’ultima asfaltata ed ottima) si uniscono in un braccio unico poco sotto l’ingresso dell’abitato e si concludono entro le prime case di fronte alla pieve.

Alla vista delle dimensioni della chiesa vien fatto di chiedersi come mai essa sia stata edificata in un centro così piccolo e sperduto: è bene ricordare che le pievi, plebes in latino o chiese per la plebe sorgevano di solito nei pressi di nodi stradali e in località che per la loro posizione ben si adattavano a raccogliere i fedeli provenienti da varie parti delle campagne. Il centro di Mensano (probabilmente di origine romana) era infatti presso l’incrocio delle strade che provenivano da Casole, Radicondoli e Monteguidi, in posizione prominente e ben difendibile. Il documento più antico che lo riguarda è del 972 (un atto di vendita di Ugo, marchese di Toscana, ivi rogato); si sa poi che nel 1186 esso era almeno in parte in benefizio al vescovo di Volterra, Ildebrando dei Pannocchieschi. Nel 1205 i suoi abitanti giuravano fedeltà al Comune di Volterra ma già nel 1227 essi ripetevano lo stesso atto nelle mani del potestà di Siena, messer Inghirami da Macerata: l’appartenenza della loro pieve rimaneva però alla diocesi di Volterra.

Nello stesso secolo Mensano faceva le spese delle discordie fra Fiorentini e Lucchesi da una parte e Senesi dall’altra: la primavera del 1260 vedeva la sua caduta per opera dei rivali di Siena, mentre nell’autunno la vittoria di Montaperti portava di nuovo il castello nelle mani dei Senesi. Questi ultimi fra il 1260 e il 1266 vi erigevano una nuova rocca (la vecchia era andata distrutta) e nel 1277 estendevano il privilegio della cittadinanza di Siena ai suoi abitanti.

Da quel tempo al 1554 – anno in cui il nuovo castello venne distrutto dai Fiorentini e gli uomini della comunità sottomessi alla dinastia medicea – Mensano godette da Siena di un’estesa giurisdizine e fu residenza di un vicario.

Anche durante tutto questo periodo Volterra rimase presente a Mensano attraverso l’autorità dei suoi vescovi alla cui diocesi la pieve restò saldamente legata. Ma nel 1592, il 5 giugno, una bolla di papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) a cui non era estranea una certa azione polemica di ordine politico nei riguardi di Volterra, eresse l’arcipretura collegiata di Colle Val d’Elsa a cattedrale; e Mensano entrò a far parte della nuova diocesi: fu questo l’ultimo, definitivo colpo che distaccò il castello dalla nostra città.

Ma ritorniamo alla pieve.

Si tratta di una costruzione a tre navate di puro stile romanico. L’interno è in pietra e due file di colonne monolitiche sostengono gli archi a tutto sesto delle navate laterali. Esse hanno la forma di un fuso, con la parte centrale più grossa di quella superiore e di quella inferiore. I capitelli sono particolarmente bizzarri e caratteristici: in pietra scolpita rozzamente con figure fantastiche e allegoriche: animali mitologici, sfingi, teste di angeli o di demoni o semplici fregi o arabeschi senza apparente significato. L’abside semicircolare in cui si apre una stretta monofora corona l’estremità ovest della costruzione. Sui muri di pietra c’è ancora qualche traccia d’affresco. Nella facciata severa rimane l’apertura di un rosone.

Ma un’altra cosa interessante – o meglio dire una curiosità – si trova in questa vecchia chiesa: una coppia di lapidi. In una, un’iscrizione afferma che l’autore «di ciò che si vede» (tutta la chiesa? solo le sculture?) è il maestro Buonamico; l’altra porta semplicemente una parola: Agla. Questa seconda lapide, e la strana foggia del capitelli, a cui abbiamo sopra accennato, ci hanno fatto risalire con il pensiero a un’interessantissima conferenza sull’Alchimia tenuta dal Dr. David Lenzi al Rotary volterrano.

II Dr. Lenzi spiegava infatti come l’alchimia non sia stata, come alcuni potrebbero pensare, solo un’opera di fattucchieri che celavano sotto un simbolismo ermetico o magico un’attività dedita all’imbroglio o all’inganno del prossimo, ma un sistema filosofico elevato, anche se scientificamente errato in talune premesse, che riassumeva in sè l’alto grado di sviluppo raggiunto dalla tecnologia orientale (egiziana, cinese) assieme ai concetti della filosofia e della matematica greci. E aggiungeva che i dotti del medioevo – compresi molti uomini di Chiesa, come il vescovo domenicano S. Alberto Magno (1200-1280), il domenicano Vincenzo Bellovacense (1190-1264), il francescano Ruggero Bacone (1214·1292), l’archiatra pontificio Arnaldo di Villanova (1240-1311), il benedettino Basilio Valentino (Sec. XV), il terziario francescano Raimondo Lullo di Majorca (1233-1315) e molti altri – non poterono ignorarla ma anzi vi si dedicarono con impegno e con un certo fervore mistico. Se l’alchimista si esprimeva in forme oscure e non sempre comprensibili ciò era dovuto, con ogni probabilità, al fatto che egli si era trovato in mano scoperte tali che riteneva pericoloso diffondere ai non iniziati. Si affidava così a una simbologia ermetica perché esse non cadessero in mano a persone imprudenti e impreparate, o comunque non in grado di utilizzarle nel modo migliore. Del resto, mille anni fa un alchimista cinese scriveva: «Commetteresti un terribile peccato se svelassi ai soldati il segreto della tua arte: fa attenzione!»

I lettori ci perdonino questa lunga digressione, dove abbiamo riportato quasi testualmente alcuni concetti del Dr. Lenzi: lo abbiamo fatto per arrivare a una citazione che ci pare sia di particolare importanza per la nostra pieve: uno studioso moderno di alchimia che si cela sotto il nome di Fulcanelli, ha individuato, in certe sculture e rilievi di numerose cattedrali gotiche, simboli e figurazioni di origine alchimistica: e in un volume che pubblicò sul «Mistero delle Cattedrali» verso il 1922, egli afferma che la cattedrale non è soltanto un luogo di culto, ma anche un’enciclopedia. Non è nostra abitudine azzardare deduzioni che possono essere solo fantastiche, tanto più che non siamo dietro a esaminare una cattedrale gotica ma una semplice pieve romanica. Ma c’è quella parola: Agla, essa è formata dalle iniziali delle parole ebraiche Atha Gibbor Leolam Adonai (Tu sei forte eternamente, o Signore): gli alchimisti e gli astrologi arabi e mussulmani le attribuivano poteri cabalistici e virtù di rivelare segreti e misteri.

A questo punto chiudiamo l’interruzione delle visioni e delle allegorie: quel senso di arcaico che avvolge l’ambiente, quel senso di misticismo che si sprigiona dall’interno della pieve con pennellate di magico e di misterioso, hanno fatto sì che da una parola, Agla, ci siamo fatti trascinare a intravedere aspetti che forse niente hanno a che fare con l’alchimia.

Posiamo quindi cautamente e prudentemente i piedi per terra.

Ma il nostro studio non sarebbe completo se non ci domandassimo: chi era, poi, questo Buonamico? Abbiamo trovato solo pochi riferimenti: di lui si sa che visse a Pisa nel XII secolo, esercitò la cultura (firmò un rilievo con la Maiestas Domini ora nel Museo dell’opera del Duomo di Pisa) e che collaborò con lo scultore Biduino all’esecuzione di alcuni dei rilievi del pulpito del Duomo di Volterra. Dalla prima epigrafe che abbiamo citato si può dedurre che anche lo sculture e i rilievi della pieve di Mensano (e quindi quelle originalissime dei capitelli) siano opera sua. D’altra parte ci sembra opportuno informare i nostri lettori che anche Biduino aveva ornato edifici sacri con sculture di esseri fantastici o d’incerta identificazione. Alcune di di queste sculture (lotte di animali e draghi) si possono osservare ancor oggi negli architravi dei due portali laterali della pieve di S. Casciano nel pian di Pisa (sulla riva sinistra dell’Arno, all’altezza di San Frediano a Settimo). Abbiamo notizia di altre figurazioni analoghe – su capitelli e architravi – compiute da uno scultore ignoto del secolo XIII nella chiesa di S. Domenico a Soriu (Spagna). Qui, però, una tradizione avverte che lo sconosciuto artista aveva voluto raffigurarvi i fantastici abitatori degli altri mondi per dimostrare l’universalità della potenza e della grandezza di Dio.

Cari lettori, coraggio dunque! Vi invitiamo a una gita che potrete svolgere – lontano dalle strade congestionate di traffico e con tutta tranquillità – in un sereno pomeriggio. Insistiamo sul pomeriggio perchè il panorama selvaggio dell’Alta Maremma vi apparirà più suggestivo solo con la luce dorata del tramonto. E siamo sicuri che il tempo che impiegherete a visitare questa chiesa e il vicino borgo che or son quasi mille anni furono testimoni della potenza medioevale di Volterra, non sarà da voi speso invano.

© Pro Volterra, PIER LUIGI PELLEGRINI
Pieve di Mensano, in “Volterra”