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Ricordi rionali, ricordi di contrada

Il colore rionale in antico era un simbolo araldico, un distintivo delle persone e del luogo, una consacrazione al servizio e al prestigio d’una piccola o grande famiglia di popolo, che per tutte le fazioni, meno quelle di guerra o di parlamento generale, doveva studiarsi d’essere sufficiente, un piccolo comune nel grande comune.

Il balitore e i suoi consiglieri, l’alfiere e famigli, non erano, nella contrada, soltanto maggiorenti eletti o mercenari assunti, ma esperti impegnati a migliorare la vita di quartiere, a salvaguardare l’ordine e la difesa, la buona economia e i diritti dei meno abbienti.

I lasciti per i poveri e la pubblica assistenza avvenivano nell’ambito della contrada, famiglia umanitaria e piccola chiesa, ma anche drappello coloristico quando al parlamento generale precedeva e distingueva davanti all’arringo i capi famiglia.

Volterra, come tutte le città d’antica data, non solo ebbe i suoi rioni, ma ebbe primitivamente i quartieri, distinti dall’incrociarsi del cardo col decumano, oggi difficilmente delimitabili, dopo la vendita della via vecchia posta sopra Via Nova, avvenuta nel 1335, e la distruzione di grossi nuclei popolari per l’erezione della fortezza e dei palazzi medievali e rinascimentali.

Sembra certo che nomi ed emblemi di questi primitivi nuclei fossero: Contrada del Sole quella orientale, Contrada dell’Arco quella a sud, Contrada della Luna quella di porta fiorentina (l’emblema, crescente quasi alla pienezza, è segnato sui registri fin nel primo cinquecento), Contrada della stella quella del Duomo o Santa Maria (l’emblema è segnato chiaramente in una colonna del portale maggiore, in due archi volti dell’annesso oratorio della Vergine, ed esternamente al Battistero).

Ma non basta la figura dei segni: è il colore che fa distinzione, e purtroppo, salva la stella del Duomo che pur essendo talvolta da cinque da sei da sette, è pur sempre spaccata di rosso e d’azzurro; gli altri colori o non si hanno sicuri o non hanno variato nei tempo.

A titolo di curiosità si rileva dal codice «Estratto delle Scritture che esistono nell’Archivio della Città di Volterra fatto nel 1562» che nel 1236 quando ci furono gli scontri più feroci tra Volterra e Monte Voltraio, il gonfalone di Porta a Selci era bianco, di San’Agnolo giallo e vermiglio, di Sant’Alessandro giallo e verde. E in questo documento si nominano pure due gonfaloni extraurbani: di Pratomarzio, rosso con la croce bianca, e di San Giusto, bianco con un San Giusto dipinto.

E’ certo però che non furono queste sole le contrade di Volterra comunale; ma, almeno dal 1280 in poi, dopochè Ranieri II Ubertini costruì la Curia Vescovile e la sua residenza sull’acropoli, si ebbe la contrada del Castello e del Piano di Castello; in ordine alle quali certamente è da dire che furono pavesate coi colori vescovili e comunali uniti, per le grandi cavalcate che avvenivano ad ogni nuova immissione del presule pro tempore.

Lo stemma dell’Ubertini fu un leone rosso coronato; quello dei successori è facilmente reperibile. E poichè si sa che i «drappelloni» una volta fatti servivano ai successori fino a consumazione, è facile capire come si moltiplicassero.

Un Inventario Generale del Duomo, allegato alla visita di Mons. Soderini (1508) ha questa notevole annotazione di oltre duecento drappelloni così distinti:

«Venti drapelloni con figure de Santi; a capo de quali v’è un Sole drento cum nomine Jesu, frangiati e foderati. Venti drapelloni con calice e bambini del Corpus Domini, frangiati e foderati con Arme del Comune. Ventiquattro drapelloni frangiati con figure di Sancti e con Arme del Cardinale Soderini e del Comune. Ventidue drapelloni a mordente con Arme de Soderini e con mitria episcopale e Arme del Comune. Venti drapelloni coll’Arme del Comune e Delli Agli: de quali dua hanno figure di Nostra Donna e con Arme di Comune. Venti drapelloni con Arme di Giugni e con Arme del Comune e con mitria. Venti drapelloni con Arme de Neroni e Comune con mitria. Venti drapelloni con Arme del Comune, Cavalcanti, con mitria. Dicennove drapelloni con Arme delli Adimari e del Comune. Quarantadue drapelloni a mordente con Arme del Comune e Medici. Uno drapellone rosso frangiato con chiavi. Uno drapellone azurro a suo di banda.»

Fra i nominati, il vescovo più antico è l’Adimari (1435-1439): perciò la somma di quell’addobbo, comunale e vescovile insieme, copre settant’anni di folclore cittadino, e dimostra un gran pavese che doveva notevolmente arricchire e agghindare la Piazza e le adiacenze.

Ma c’è di più. Dalla metà del 1200 in poi, per concessione dei pascoli vescovili e per l’allogagione dei possessi canonicali al Cerreto di Cecina, ebbero vigorosa proprietà in Volterra i Cavalieri dell’Altopascio; i quali, scoprendo le Moie Vecchie di S. Giovanni e S.Maria e sfruttandone a conto diretto, crearono una propria Contrada, quella dei Fornelli, arroccata attorno alla loro Mansione o Casa Torre, con popolani distaccati da quelle di Porta all’Arco e del Borgo di Santa Maria.

Dal vescovo ebbero anche le Concerie di S. Felice, intorno alle quali crebbe il Borgo Nuovo. Il raccordo tipico di questa contrada fu la Ripa e la Ripetta «di Santa Fuliggine» oggi Via delle Pietraia.

Dalle Fonti partiva la Via Fonda che fu la prima via delle Saline. I Cavalieri di S. Jacopo d’Altopascio erano «pontonieri» (nel volterrano curavano il ponte di Spedaletto e quello del Cavallaro) ed erano anche detti «frieri del Tau» perchè il loro simbolo era il succhiello per addogare gli assiti dei ponti.

Certamente i loro simboli e i loro colori dominarono le viuzze fortemente popolari di Codarimessa, Chinzica, Belledonne, e l’anfiteatro degli Avelli con S. Felice.

Allorchè nel 1400 l’eredità dei Frati divenne una Commenda della famiglia Capponi, l’Ospizio di San Giovanni a Cecina e la tenuta del Cerreto vennero alle mani della famiglia Riccobaldi fra gli anni 1465-1488. Le moie e le miniere in un primo tempo se le ritennero, ma le vendettero poi nel 1509 al Comune di Volterra.

La Mansione dei frati, spesso impropriamente chiamata Casa di Cicerone o Torre degli Auguri, reca ancora in latino la notizia di fondazione «quest’edificio fu eretto al tempo di Fratel Amando rettore generale di S. Jacopo d’Altopascio nell’anno 1299 e ne fu operaio Fratel Ranuccio da Casanova»

Ancora notevole, nell’antico folcore volterrano, fu l’appellativo delle contrade di campagna, dette le «Ville», e specialmenle quelle computate come suddivisioni della contrada di Monte Bradone.

Esse, nella testa dei Santi Patroni, raccoglievano l’accia di lino o stoppa per la celebre Avvinta del tempio e degli altari: curavano i Ceri monumentali delle Offerte e il Palio dei cavalli nella spianata tra S. Marco e Santo Stefano.

Come si vede, le partizioni contradaiole erano molte: e le occasioni di foggiare i tipici colori, molto più numerose di quelle recensite: perché sappiamo che fin dall’epoca del principato vescovile, anteriore al comune, una solenne adunata religiosa e civile vedeva ogni anno intorno al Duomo tutte le rappresentanze sociali d’arti, famiglie e corti, per l’omaggio di Santa Maria d’Agosto.

Se ne trova l’eco nelle inchieste agli Anziani di Volterra, S. Gimignano e dintorni, per i contrasti comunali del 1236.

Venivano uomini, donne e chierici, con croci e vessilli «di colore bianco e vermiglio» offrendo denari e cera ogni anno pacificamenle.

E ancora un’assemblea di festa e di ringraziamento popolare, dal 27 settembre 1254 in poi, fu solita farsi ogni anno da tutti i ceti del poggio, volterrano come «anniversario della liberazione» da un’incursione fiorentina terribile, scongiurata nel giorno dei Santi Cosimo e Damiano. Finchè questa festa non divenne adunata di partito della fazione dei Medici.

© Pro Volterra, MARIO BOCCI
Entusiamo per la rinascita delle contrade, in “Volterra”