Nel ricordo di una bimbetta

Ora si fa un gran rievocare il passato: libri, cinema, televisione è tutto una rimembranza; dall’avvento del fascismo al dopoguerra, ma sopratutto il periodo della guerra, è ricordato da parte di persone più o meno note (Enzo Biagi in «Disonora il padre»; Luigi Preti in «Giovinezza giovinezza» e tanti altri; ognuno ha una “sua” guerra da raccontare).

Anch’io avrei qualcosa da rievocare, anche se a quel tempo ero una ragazzina con le treccine e le ginocchia magre, ma il ricordo di quel periodo è rimasto ìndelebile e chiaro nella memoria come fosse accaduto ieri.

Volendo cominciare proprio dall’inizio, il primo ricordo di quel periodo è di me sotto a un ombrello, di sera, in piazza dei Priori, gremita di gente silenziosa sotto una pioggerellina fine e di una voce che usciva da un altoparlante, a momenti pacata e dopo lunghe pause, tonante e aggressiva e al termine del discorso la gente che sfollava, molti in silenzio a testa bassa.

Non ne sapevo niente e non potevo rendermi conto di aver assistito a un avvenimento che sconvolse il nostro mondo; l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nel giugno del 1940. Poi dal 1940 al 1944, le lunghe code per avere un po’ di carbone, di zucchero, di quell’intruglio di patate o cos’altro fosse che chiamavano pane, ma soprattutto il suono della sirena d’allarme e il ronzio che avvertivo subito; dapprima appena percettibile, poi sempre più forte, greve, pesante sulle nostre teste, carico di bombe delle formazioni che apparivano dalla Corsica e andavano a sganciare chissà dove.

I boschi sotto S. Andrea si riempivano di gente scappata di casa e alcuni dicevano – 0ggi tocca a Livorno o a Civitavecchia e io pensavo a quelle città dove sganciavano. Ci si ritrovava tutti insieme accomunati dalla paura delle bombe e gli ultimi tempi praticamente si viveva nei boschi.

Poi una sera di giugno del 1944 (il 30 precisamente), non c’era più nulla da mangiare, e mamma con un’amica decisero di andare dai contadini in campagna e chiedere se potevano darci qualcosa, soprattutto per noi bambine.

Si partì verso un podere dalle parti di Scornello, un pomeriggio splendente di sole: noi ragazzette mentre si spigolava si raccontavano barzellette e si scherzava. A un tratto comparve in cielo un aereo che si abbassò sempre più e da un covone accanto a noi partirono i proiettili della contraerea, mentre un cannone tuonava dalle parti di Pomarance. Ben presto ci trovammo in un vero inferno: le cannonate arrivavano vicino a noi e aprivano buche nel terreno, con zampillo di terra; l’areo mitragliava bassissimo e ogni volta che si abbassava l’amica di mamma ci sbatteva a testa in giù con la faccia spiaccicata nelle zolle cretose, mentre mormorava preghiere all’anime sante del Purgatorio – Anime sante, benediteci tutte quante; pregate per noi che ricorriamo a voi – il che era quasi comico, se non fosse stato tragico. Approfittando di brevi pause, un po’ schiacciate in terra, un po’ correndo, rientrammo come Dio volle, in città.

C’era molta gente al parapetto delle mura dell’Ortotondo e solo allora sapemmo d’esserci andate a cacciare quasi in bocca alla V Armata americana, schierata a Pomarance. Il fronte era dunque vicinissimo, così vicino che la notte stessa, le prime cannonate arrivarono sulla città, distruggendo quasi per intero alcune famiglie.

Da allora in poi ho il ricordo di una cantina buia, sottoterra nella trattoria in Via Sarti, dove la padrona ci aveva ospitati e per dieci giorni vivemmo là sotto in attesa che un’ intera armata americana ferma a pochi chilometri dalIa città, si decidesse a avanzare e a liberarci da due sgangherati carri armati tedeschi, che da soli, correndo un po in qua un po’ in là per la città, tennero occupata Volterra per ben due settimane, dando l’impressione che fossero un’intera divisione corazzata.

Non so se avevo paura; so solo che la vista di un piccone che qualcuno aveva portato giù nel caso rimanessimo sepolti dalle macerie, mi rassicurava un po’; per il resto eravamo tutti molto silenziosi; certo non eravamo un rifugio «allegro» come quello di una mia amica dove, come dopo essa mi raccontò, «si erano divertiti tanto e avevano anche ballato».

Per la verità ci trovai poco di divertente e non sapevamo ancora niente dei campi di sterminio, delle camere a gas, dei forni crematori e altre bestiali raffinatezze che l’uomo «creatura intelllgente», escogita per sterminare il suo simile.

No, non era davvero divertente, specie verso il mezzogiorno, quando gli americani si svegliavano e cominciavano a piovere sulla città i proiettili, che sibilavano e schiantavano vicini. Uno sfondò il tetto di casa nostra, entrò in camera, lasciando un gran buco nel soffitto, uccidendo il coniglio che mamma aveva dimenticato su e ammutolendoci con un gran sgretolio di sassi sopra la testa. Un altro sibilò vicinissimo, rimbalzò sul cornicione di palazzo Viti e venne a cadere inesploso con gran fracasso metallico, proprio davanti alla buchetta della nostra cantina, da dove si prendeva quel poco d’aria per respirare e lì ci rimase, minaccioso a guardia per tutti e dieci i giorni.

Un giorno, mi pare fosse di pomeriggio, una cupa esplosione squassò il cielo e un nuvolone nero si alzò sopra i tetti, oscurò il sole, mentre dei fogli volavano per l’aria tra il polverone. Si seppe poi che era saltata la caserma, piena di munizioni.

La mattina dopo, approfittando di una pausa, mi mandarono a prendere il pane in fondo via Guidi, se si poteva chiamare pane una poltiglia di patate marce. Appena uscita dalla bottega, un proiettìle esplose su alto nel palazzo che fa angolo con via Nuova e neanche mi accorsi che avevo buttato il pane per terra. Raccattai il pane e combattuta tra la paura e la curiosità proseguii per via Guidi deserta, finché arrivai all’imbocco dei Ponti. C’era un cartello per terra con su scritto «Danger» e delle persone che non mi fecero passare. Andai allora allo spacco del S. Giovanni e di lì vidi un gran vuoto al posto della caserma; c’era solo una grossa trave che fumava ancora.

Stavo lì a guardare e chissà quali pensieri mi passavano per la testa, quando me ne resi conto quasi «sentii» il pericolo che correvo; infatti un attimo dopo che ero venuta via, un proiettile esplose contro il Battistero, seminando una raggera di schegge, sfondando il muro e la tela di una pittura antica.

Per terra c’era uno strato alto, quasi una seconda pavimentazione, di sassi e vetri frantumati e in via Sarti incontrai due ragazzi scalzi, su quei vetri, piangenti, che avevano perduto la mamma sotto delle cannonate nei Borghi.

Una mattina e mi ricordo bene di aver avuto paura, passarono gli aerei sopra le nostre teste buttando manìfestini che invitavano la popolazione a sgombrare in fretta la città, poiché vista la «resistenza tedesca» avrebbero bombardato a tappeto.

Mi aggiravo per le stanze, guardando i mobili che sì dovevano abbandonare, mentre mamma anch’essa perplessa, chiudeva il baule, una valigia, una borsa; chissà dove saremmo andati a finire e se saremmo mai ritornati. Poi l’ordine fu revocato e rientrammo in cantina.

No, non fu divertente neanche quella mattina che, in un silenzio assoluto, le SS con delle spranghe di ferro, sfasciavano sistematicamente negozio per negozio tra un rovinio di vetri infranti. Dalla Cosi era tutto un turbinio di fogli per strada.

Eravamo saliti un po’ su nella trattoria a respirare un po’ d’aria e si sentìvano i passi pesantì degli stivaloni che si avvìcinavano. L’ostessa provvide a far sparire quei pochi fiaschi di vino rimasti, perché ci mancavano le SS ubriache pure e allora addio, e lasciò solo una bottiglia di vermut debitamente annacquato. Entrarono, con le pesantì spranghe in mano, piantati a gambe larghe in mezzo alla stanza e ci scrutavano fissi. Erano due, uno giovanissimo, forse nanche diciottanni, bello con gli occhi azzurri freddi e duri come l’acciaio; l’altro più grande, tarchiato.

C’era uno strano silenzio carico di qualcosa che non riuscivo a spiegare, perché allora non avevo ancora imparato la parola «tensione». Qualcuno allora si affrettò a dire «Mio zio è stato in Germania camarade, ha lavorato con tedeschi in Baviera», ma i due continuavano a fissarci impassibili. L’ostessa versò ancora del vermut, bevvero, poi all’improvviso, quello grosso, tirò fuori un paio di stivali, nuovi dl zecca di vero cuoio e li mise in mano alla padrona che si schermiva, non li voleva, poi capì che era più prudente accettare. Finalmente uscirono e ripresero a sfasciare botteghe.

Si seppe più tardi che gli stivali apparteneveno a un calzolaio di via Sarti e gli furono restituiti.

Così passarono altri giorni e notti nel buio della cantina; ogni tanto mi venivano in mente, così improvvisate le prime poesie che divertivano la figlia dell’ostessa, mia coetanea.

Un mattino, senza che nessuno avvertisse niente, «sentii» che qualcosa stava cambiando e più tardi a un tratto irruppe nella trattoria mio zio, esultante con un pane bianco in mano, di pura, vera farina di grano, a dirci che finalmente era finita.

Nel pomeriggio infatti scappammo fuori dalle cantine e seguendo la fiumana della gente ci dirigemmo verso via Nuova dove la V Armata americana, ampiamente rassicurata che non c’era più neppure l’ombra d’un tedesco, finalmente si era decisa a entrare trionfalmente in città. Sfilavano gli americani, coi mitra sottobraccio, ben nutriti, ipernutriti anzi, ìmbottiti di vitamine, zollette dì zucchero vero, cioccolata, caffè vero (non quello nostro fatto di ghiande tostate), ben vestiti (non con le scarpe di cartone come le nostre) e tutta una mescolanza di razze, negri, filippini dagli occhi a mandorla che io guardavo per la prima volta a bocca aperta e occhi spalancati. Calpestavano il suolo etrusco la nostra millenaria civiltà.

La mattina dopo, Piazza dei Priori era un accampamento: decine di militari si lavavano, s’insaponavano, si radevano come fossero in albergo e davanti ai miei occhi spalancati, qualcuno mi allungava una carezza e «Hallò baby, do you chocolate?» e mi tiravano cioccolata, caramelle, chewing-gum, che io, forse troppo occupata a osservare tutto, non raccoglievo.

Solo una volta, in una bottega di una fruttivendola, due filippini, di cui studiavo incantata gli occhi a mandorla, mi misero in mano tre pere con una carezza sul capo e un sorriso gentile, scappai subito a casa a farle vedere come una rarità.

E una seconda volta, eravamo nell’orto dell’ospedale, io, la figlia del professor Carossini mia compagna di scuola a parlare del più e del meno, quando a un tratto apparvero due negri che sfoderando un sorriso smagliante a 32 denti, ci misero in mano due grossi barattoli di salmone vero, che mandava un profumo mai sentito.

Restammo lì coì barattoli in mano, perplesse, incredule, senza deciderci a assaggiarlo, finché io per prima scappai su per le scale di corsa a far vedere a mamma cotanta delizia.

E poi ancora ricordi e episodi; sarebbero da farcì un romanzo. Ma quel che in fondo a tutto questo vorrei dire, è che oggi alle ragazze (che non portano più le treccine), si chiede: vuoi questo, vuoi quello; ti piacecerebbe questa cosa o quell’altra? e si mobilltano pediatri, psicologi, pedagoghi, psicanalisti, psichiatri e chi più ne ha più ne metta, e «Dottore, la mia bambina ha paura a salire le scale da sola: è grave?»

E noi allora? Quando le cannonate squassavano la casa, e le pareti tremavano che si aspettava di vedersele crollare addosso da un momento all’altro, nessuno ci prendeva la mano a tranquillizzarci, nessuno diceva una parola rassicurante, nessuno pensava alla nostra infanzia da cui uscivamo così arduamente;

I grandi erano silenziosi e muti, preoccupati nei loro pensieri; forse avevano più paura di noi.

© Pro Volterra, FABIOLA GUIDI
Volterra, 30 giugno-10 luglio nel ricordo di una bimbetta, in “Volterra”