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Una visita di Rudolf Borchardt

Il Borchardt nacque a Konigsberg il 9 giugno 1877 e morì a Vipiteno nel 1945.

Visse per molti anni in Italia prediligendo antiche provincie come Lucca, Pistoia e Volterra. In origine appartenne al gruppo del poeta Stefan George e rappresentò in quel cenacolo di artisti, insieme con Hofmannsthal, la corrente più sensibile alle forme della poesia romanza. Si staccò poi dagli antichi compagni d’arte con una asprissima polemica, ma molto dello spirito del George rimase in lui, specialmente quell’odio contro gli aspetti più rumorosi del secolo XIX: il meccanicismo, la mania della macchina, la civilizzazione materiale, il processo d’industrializzazione e la tendenza a trasportare sulla scena e nei romanzi i problemi sociali e culturali contemporanei. Anche per lui l’artista deve rimanere al di fuori e al di sopra della massa e deve vivere quasi al di là del suo tempo e sforzarsi di essere il liberatore delle forze occulte che si trovano anche nella nostra età. Il Borchardt scrive in un modo ricco di estrema tensione, ha un senso mistico della potenza della espressione verbale.

Fu visto con viva simpatia da una parte degli espressionisti. Dotato di una estrema sensibilità per la forma, lo stile, il ritmo della poesia italiana del 1300; pubblicò alcuni saggi su Dante (Epilegomena su Dante-1923) ed effettuò delle felici traduzioni dal provenzale, dal latino e dall’inglese. Tradusse infatti, oltre Dante, anche Tacito e Swinburne tentando di conservare il loro stile mediante parole e modi tedeschi di varie epoche; volle, insomma, rendere l’arcaico colore di questi scrittori e poeti ricorrendo a vocaboli e forme del «mittelhocdeutsch». Scrisse varie liriche «Lugengedischte» ed alcuni poemetti epici e drammatici come «Verkindigug», «Die halbgerettete Seele», «Die Daphne», il saggio «Stefan Georges Siebenter Ring».

Ci ha lasciato anche delle finissime osservazioni sulla villa italiana a testimonianze del fascino esercitato su di lui dalla nostra cultura, dal nostro modo di vivere, dal nostro paesaggio le troviamo nel suo volume «Schriften».

VOLTERRA SIMBOLO DI POESIA TRAGICA

E veniamo alle opere che riguardano Volterra. Egli visitò la prima volta la città forse ai primi del secolo, verso il 1904. Ne rimase profondamente impressionato ed esaltato. Gli sembrò di avere fatto una grande scoperta. Gli dedicò un saggio che fu pubblicato con il titolo «Volterra» nella rivista «Corona» del Luglio 1935.

A detta del «Dizionario letterario delle opere di Bompiani (Appendice Vol. II pag. 658) questa prosa è una delle più affascinanti. Si riferisce agli anni della sua giovinezza quando egli scoprì, salendone il tragico paesaggio, il fascino della città etrusca. La visita a Volterra, come avverrà per D’Annunzio, per Daniel Rops, per David Herbert Lawrence, ebbe su di lui notevole importanza. Determinò la sua decisiva iniziazione a Dante le cui descrizioni dell’Inferno egli vide realizzate nelle Balze, nelle biancane voltarrane. Da allora si avvicinò ai grandi panorami storici visti da lui da un punto di vista fuori del tempo. Non ci sembra che abbia capito tutto di Volterra. E’ certo che il senso di isolamento e di un mondo fermato per sempre in una magica immobilità della nostra città lo affascinarono.

Egli, in maniera indubbiamente arbitraria, riduce l’elemento etrusco di Volterra a tedio di vita, lo vede sterile come il suo paesaggio, come le satire accidiose di Persio Fiacco. La storia di Volterra è un poco come quella di Troia. Una acropoli dominante una vasta zona agreste, una maremma baluardo di difesa contro nemici provenienti dal mare (Cartaginesi, Saraceni).

Volterra, per lui, è come la rappresentazione mummificata di un Medioevo invernale che non ha niente da spartire con lo stupendo rigoglio trecentesco pre rinascimento fiorentino, a cui egli si sente costituzionalmente negato come Volterra è negata ad ogni mutamento storico. Del resto anche Lawrence avvertirà più tardi un elemento nordico, gotico nel carattere etrusco di Volterra. Ma proprio per questo suo cristallizzarsi e vivere fuori del tempo Volterra, come Pisa, gli appare come padrona ed animatrice di ogni vicenda nel tempo, punto di incontro fra tempo ed eternità. Sono tesi che ci sconcertano e che anche ci lusingano. Ad ogni modo il valore fondamentale del saggio (importantissimo per capire le idee di Borchardt), consiste nella identificazione di Volterra come nella matrice o in matrice storica di poesia, intesa dal poeta tedesco come espressione tragica e senza tempo.

Nel clima di Volterra nacque, proprio nel 1904, la prima stesura del poemetto «Der Durand» pubblicato a Berlino nel 1920, l’esaltazione dell’eroe crociato che cavalcò passo passo incontro alla sua eternità. Anche un altro poemetto è dedica o a momenti e figure della storia volterrana e precisamente «La confessione di Bocchino Belforti» (Die Beichte Bocchino Belforti) pubblicato a Berlino nel 1923. Anche quest’ultima opera ci interessa molto in quanto facente parte della cultura volterrana.

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Rudolf Borchardt e Volterra, in Volterra