Cecilia Guelfi

San Girolamo

Il culto francescano a Volterra sorse molto presto: non nel 1202, quando Francesco è ancora il giovane nobile, vestito di ricchi abiti, e neppure nel 1208, perché i primi proseliti, che non siano di Assisi, non risalgono oltre il 12101211. Il convento di S. Girolamo o di Velloso è stato, da sempre, sede dei francescani. Nel 1441 il Comune vi aveva chiamato i Minori Osservanti che si distinsero per la loro pietà e per lo studio. Tutta trasformata, col suo snello portico del Rinascimento, la chiesa dopo la Cattedrale e gli altri due edifici sacri di S. Francesco e di S. Agostino, è la più importante di Volterra. Tanto preziosa perché, nelle cappelle laterali, troviamo le terrecotte smaltate di Giovanni della Robbia e perché, ancora una volta, parte delle casate illustri volterrane elessero la chiesa di S. Girolamo per eternare i propri componenti.

La costruzione del convento e della chiesa di S. Girolamo è legata alla predicazione di S. Bernardino da Siena nel 1424. L’entusiasmo dei cittadini fu tale che, mentre in onore del santo sorse, vicino a S. Francesco, un oratorio, i magistrati cittadini decisero la costruzione di un nuovo monastero francescano, assegnando ai frati francescani un luogo dettoa Velosori“. La morte del Beato Bernardino nel 1444 riaccese nei volterrani la voglia e il desiderio di affrettare la edificazione di un luogo che consentisse, nel minor tempo possibile, di glorificarlo ed onorarlo,

Il Comune l’11 maggio deliberò la costruzione del convento e il 21 ottobre incaricava Benedetto di Antonio Broccardi, Benedetto Sergiudi e ser Giovanni di ser Ranieri, sostituito poi da Niccolò di Piero, di scegliere il sito adatto. In un primo momento, d’intesa col Capitolo della Cattedrale, fu stabilito che il complesso dovesse sorgere vicino la chiesa di San Lorenzo. Abbandonata I’idea quasi immediatamente, fu proposto e scelto il luogoa Velosori“, locus et gratior frairibus et civitati commodior et bonus. (M. Battistini, p. 1). Così, nel febbraio del 1445, il Comune acquistò dalla cattedrale, in località Vellosori, alcuni terreni che poi furono consegnati ai frati. La prima pietra fu posta dal vescovo Cavalcanti in occasione di una solenne cerimonia.

I lavori iniziarono subito e nell’agosto dello stesso anno il Comune deliberò che fosse costruito anche il dormitorio “con letti e schiavine”.

Ma le condizioni finanziarie stavano pregiudicando la continuazione dei lavori se Cosimo de’ Medici non fosse venuto in soccorso del Comune, concorrendo alle spese della fabbrica. Il gesto è ricordato, sia in una deliberazione dei Priori della città, recante la data del 5 ottobre 1450, dove emerge chiaramente il concorso di Cosimo alla costruzione di S. Girolamo a Velosori, sia nella iscrizione ritrovata nel 1769 sotto l’altare maggiore e che così recita: Coeperat haec Cosmus, qui tot monumentia per orbem exegit Latii gloria quanta soli. Sed visum est superis sibi proemia ferre merenti. Absolvit patrio Petrus ab ingenio. An. D. 1465 die X Nov.

L’arme dei Medici, posto sulla facciata della chiesa, conferma lo stretto legame.

Si racconta che Cosimo affidasse la direzione dei lavori al suo architetto prediletto Michelozzo. L’attribuzione a Michelozzo non è comprovata da nessun documento certo, ma lo sguardo attento della chiesa, con le sue volte costolonate, i cornicioni a spina di pesce e il confronto con altre realizzazioni dell’artista mediceo, ha fatto ritenere plausibile dagli storici dell’arte che la chiesa ili S. Girolamo sia di ispirazione michelozziana.

Dopo l’interessamento provvidenziale di Cosimo, il Comune dette il suo contributo perché fossero portati a termine i lavori di costruzione del convento e della chiesa che fu consacrata da Mons. Serguidi, nel 1585. Ed infatti, assieme allo stemma mediceo, è scolpita anche la croce bianca, antico simbolo del popolo volterrano e il grifone, simbolo del Comune di Volterra. (L. Delle Piane, pp. 67).

Al principio le dimensioni del sacro edificio non furono molto grandi, ma lo diventarono nel tempo, quando fu iniziata la ristrutturazione della chiesa e del convento. Nel 1484 fu ampliato il chiostro, per le elargizioni di Maria Nicoletta di Francesco Macciorini, che volle che fosse costruitala prima parte del chiostro verso S. Caterina“. Nel XVII secolo, ma soprattutto nel XVIII secolo furono fatti importanti lavori, come la costruzione di due confessionali, del cornicione della chiesa, dell’abbellimento della sacrestia, degli scalini presso l’altare maggiore e di vari arredi, fra cui l’urna per il Santo Sepolcro. Tra la metà del Seicento e gli inizi del Settecento le vetrate quattrocentesche furono distrutte per la costruzione dei quattro altari barocchi, dell’altare maggiore e della cantoria, con la sparizione anche del rosone centrale. Solo nel 1949, con lavori di restauro, sono stati riportati alla luce sia il rosone centrale sia le sei finestre laterali in vetro colorato e figure di santi.

Nel 1736 padre Francesco Antonio da Cutigliano ampliò il convento, trasformando le stanze del granaio in comode sale che guardavano il prato e che dovevano servire ai novizi. In seguito, prima le revisioni leopoldine in materia monasticoreligiosa, poi l’ondata ancora più repressi va della politica francese, rappresentarono, per il monastero, l’inizio della fine. Conclusa la sua parentesi claustrale, il monastero di S. Girolamo tentò di sopravvivere agli eventi, tutti contrari, della storia ma senza esito.

Come il convento anche la chiesa ha subito radicali cambiamenti, evidenti soprattutto nella perdita di quella severa semplicità francescana a vantaggio di decorazioni un po’ ampollose, tipiche del XVIII secolo. Fu ancora la ristrutturazione, nel 1622, della cattedrale in senso barocco, che determinò anche per la austera chiesa francescana rimaneggiamenti, visibili soprattutto all’ interno, con caratteri figurativostilistici tipici della corrente artistica SeiSettecentesca. el 1756 fu ridotto il coro: la volta fu realizzata da Pietro Forzoni che dipinse le figure, mentre Luigi Lorenzi si occupò dell’architettura. il lavoro rappresenta la SS. Crocifissione con i Santi Francesco, Buonaventura, Lodovico vescovo di Tolosa, Giacomo della Marca, Francesco Solano, Diego e Margherita da Cortona. Il crocifisso ligneo che campeggia sull’altare è opera di autore ignoto. Sempre nel 1757 il vecchio altare in legno, costruito nel XVII secolo, lasciò il posto ad uno nuovo in stucco. Le spese furono, per la quasi totalità, sopportate grazie al denaro ricavato dalla vendita di una lampada d’argento, donata ai frati nel 1684 dal cav. Luigi Gherardi di Borgo S. Sepolcro che, dopo diciassette anni di prigionia nel Mastio, offrì la lampada all’altare di S. Antonio per ricevere la liberazione che, infatti, ottenne l’anno successivo. A ricordo dell’opera fu posta, in cantu epistolae, l’iscrizione:

RECTUM AN. DNI M.D.CCLVII
ED
IN CORNU EVANGELIl: “EX LAMPADA ARGENTEA C.L.G

Questa iscrizione fu tolta, perché attualmente si legge il ricordo della consacrazione della chiesa:

GUIDUS SERVIDIUS EPUS.
VOLATERRANUS TEMPLUM HOC
ET ARAM D. HIERONIMl
CONSECRAVIT XVII KAL. OCT.
M.D.LXXXV QUO DIE
ANNIVERSARIO EX FAMA ROM.
ECC. XL DIES INDULGENTIAE
CONCEDIT

Valentino Giovannoni eseguì le opere murarie e Tommaso Cappelletti fece il ciborio di alabastroalto braccia 3 e largo braccia 1 e 1/2 che costò 25 scudi“. Le due statue poste, ancor oggi, ai lati dell’ altare maggiore e raffiguranti S. Girolamo e S. Francesco, attribuite al Cieco di Gambassi, erano anticamente collocate sopra due porticine in legno, davanti l’arme dei Buonamici, entrambe in terracotta policroma.

Ai lati del presbiterio erano presenti due pregevoli dipinti rinascimentali, ora nel Museo di Arte Sacra. Si tratta diMadonna in trono e santi“, una tempera su tavola, centinata di oro, attribuita a Giovanni di Michelino, e di unaAnnunciazione“, altra tempera su tavola con sfondo i n oro. La tradizione locale ha attribuito la Madonna in trono al Ghirlandaio, oppure ad allievi di Gozzoli. Non completamente certi della mano dell’artista, l’opera appartiene comunque alla scuola fiorentina del XV secolo. LaMadonna con Bambino e i Santi Lorenzo, Antonio da Padova, Girolamo, Francesco, Cosmo e Damiano“, fu un quadro commissionato da Cosimo dei Medici e i santi Cosmo e Damiano, in qualità di protettori dei Medici, denunciano chiaramente la provenienza del dipinto, alludendo alla celebrazione dinastica. Diversamente il quadro dell’Annunciazione non lascia dubbi di paternità e di epoca: l’autore è il senese Benvenuto di Giovanni, come si legge nella iscrizione in basso: opus Benvenuti Ioannis de Senis MCCCCLXVI. (M. Battistini, p. 7).

La predella a quattro scompartimenti, che completava il quadro si trova in Pinacoteca, separata dal quadro. Attualmente al posto dei due quadri originali, si trovano delle copie. La sacrestia si caratterizza per la ricchezza della sua mobilia in stile impero.

La chiesa, ad una sola navata, è corredata da quattro altari decorati a stucco dipinto del XVIII secolo, tutti di mano di Giovanni Mazzuoli di Siena (16441706). Al primo altare a destra, per chi entra in chiesa, c’è un S. Bernardo da Siena con S. Giovanni da Capistrano e S. Elisabetta d’Ungheria. Un’iscrizione, sotto l’arme gentilizia dei Bava, ricorda il benefattore. Infatti Carlo di Benedetto Del Bava, con testamento del 1578, istituì a questo altare una cappella con l’obbligo che vi fosse celebrata la festa in onore di S. Niccolò da Tolentino, S. Barbara e della SS. Concezione. Il secondo altare presentaSant’Antonio e il Bambino Gesù“. Il primo altare a sinistra, già di patronato di Tommaso Menghetti, poi dei Buonamici che nel 1686 lo vollero come è attualmente, presenta un dipinto raffiguranteCristo crocifisso e S. Pietro d’Alcantara“. AI secondo altare troviamo un S. Francesco che riceve le stimmate e sopra l’arco è la Vergine. Sulla parete sinistra, per chi entra nella chiesa, c’è un pulpito in pietra arenaria lungo 20 cm. Attribuito ad un artigiano toscano del XVI secolo, forse 1539, il pulpito presenta un corpo semi cilindrico, spartito in rettangoli modanati, il fondo a semi cono con baccellature e il terminale ad arco con conchiglia nella parte superiore. Nel rettangolo centrale del corpo c’è uno stemma con un leone rampante con un drago fra gli artigli. E sotto si legge:

UBERTlNO NIC DESTROZZIS
PRAESlDE VOLAT POSITUS EST
A. MDXXXIX

La cappella annessa alla chiesa, ampliata nel 1829 da fra Benedetto Masnadi, abbellita e decorata nel 1885 da padre Ilario Maggi, presenta un altare centrale in marmo bianco e uno piccolo alla parete esterna, eretto nel 1727 dai coniugi Carlo Del Bava e Leonida Falconcini. A quest’altare si trovaLa Concezione“, opera di Santi di Tito. Commissionata dal Del Bava, la tavola presentava la Vergine che schiacciava con i piedi un drago o serpente, mentre in basso assistevano S. Nicola da Tolentino e S. Barbara. È databile intorno al 1578. (M. Battistini, pp. 110). Attualmente l’opera si trova in una cappella interna della chiesa, a destra entrando nell’edificio religioso.

Senza nulla togliere alle pregevoli opere all’interno della chiesa, senza dubbio, sono le due cappelle alle due estremità del loggiato che raccolgono l’attenzione e l’ammirazione di critici esperti e semplici visitatori. La cappella a destra per chi si accinge ad entrare in chiesa appartenne, in origine, alla Confraternita del Terzo Ordine, per poi passare alla Arciconfraternita della Misericordia di Volterra che lì vi seppelliva i propri ufficiali. Proprio perché appartenente agli Ordini mendicanti riformati, la cappella doveva seguire, nelle sue linee stilisti che e architettoniche, quella semplicità e austerità, proprie del messaggio dell’ordine. Così la cappella e il suo interno avrebbero dovuto educare religiosamente il popolo, trasformando l’arte scultorea e pittorica in arte comunicativa. “Ma Giovanni, in entrambe le pale, riesce a coniugare la vena devoto-didascalica con un esuberante decorativismo all’antica”. (Dopo il Rosso, p. 28). L’altare è decorato da un bassorilievo a forma di tavola in terracotta invetriata di Giovanni Della Robbia, con le paraste con i tipici ornamenti di festoni di foglie e frutta che, per altro, lo avvicinano alla pittura di Filippino Lippi. Su fondo turchino sono rappresentati San Francesco che consegna i capitoli del Terzo ordine a San Lodovico re di Francia, come dimostra la corona reale ai piedi del santo, e a Santa Elisabetta, regina d’Ungheria, come dimostrano le rose ai suoi piedi. Nella predella è Cristo risorto con la Madonna e i Santi.

La cappella di sinistra, di patronato della famiglia Inghirami, presenta un’altra composizione robbiana del 1501, raffigurante il Giudizio Universale, “di una grandiosità e di un effetto veramente straordinari”. Cristo è in alto maestoso e severo e domina la folla in mezzo alla quale campeggia l’Arcangelo Michele, dietro il quale, inginocchiati, sono San Girolamo e San Francesco. “Uno dei più straordinari esempi dell’arte robbiana, il quadro che è, al tempo stesso, vitale e tragico” presenta, nella predella, le storie dell’Annunciazione, della Natività e dell’Adorazione. Ai primi del Cinquecento la famiglia dei Ceccherelli, originaria di Spicchiaiola e, una volta venuta in città, facente parte della contrada di S. Pietro in Selci, eresse questa cappella sotto il titolo di S. Michele Arcangelo. Ma poiché non avevano lasciato a segni e l’eredità non era sta ta accolta, i frati chiesero al vescovo che si chiarisse la proprietà della cappella per potervi celebrare le ufficiature. Nel 1612 la cappella fu attribuita ai frati che ne concessero il patronato alla famiglia Inghirami.

La chiesa di S. Girolamo è dotata anche di torre campanaria, di moderna costruzione. Anticamente era posta dall’altro lato della fabbrica, presso la sacrestia, ma era di proporzioni modeste e con una sola campana.

Nel Museo Liturgico, in artistiche teche, è conservato quanto di più prezioso i Frati Minori abbiano mai custodito da oltre cinquecento anni. Il più importante di questi rari documenti è il monogramma che San Bernardino da Siena presentò ai fedeli volterrani durante le sue prediche.

Nel 1876, probabilmente nell’ottica comune a tutti quei luoghi claustrali, un tempo sede di monasteri e conventi, di mantenere viva la propria istituzione dopo le soppressioni del 1786 e del periodo post-unitario, anche il convento di San Girolamo escogitò un modo per evitare la chiusura definitiva, creando la Scuola-podere e convitto di San Girolamo. Istituito dal Comizio agrario il 9 gennaio 1876, la Scuola aveva un proprio ordinamento generale. Si trattava di una Scuola teorico-pratica di Agraria con annesso podere sperimentale “allo scopo di diffondere l’insegnamento dell’agricoltura, specialmente fra le persone destinate a sovraintenderlo e ad esercitarlo”. (Art. 1).

Istituita anche per esigenze particolari della Val di Cecina, zona prevalentemente agricola, la scuola, con annesso il convitto di alunni, era destinata all’abilitazione in “Agenti di campagna” e di “Sorveglianti dei lavori campestri”. Nei locali del soppresso convento di San Girolamo veniva impartita l’istruzione elementare, Agricoltura e Zoo tecnica, esercizi pratici di agricoltura, tramite un maestro elementare, un professore di agricoltura e un maestro operante. Il corso durava due anni: durante il primo anno si impartivano nozioni di fisica e scienze naturali e animali, meteorologia e climatologia, agricoltura in genere. Nel secondo anno le materie di insegnamento erano: elementi di Agrimensura, geometria, computisteria agraria, disegno lineare, zootecnica. L’anno scolastico per l’insegnamento teorico durava dieci mesi: dal 15 novembre al 15 settembre, con vacanza solo la domenica e per le feste civili e religiose. Le occupazioni degli alunni erano rigidamente ripartite: tre ore per lo studio; quattro per la scuola; sei per il lavoro; tre per il vitto e ricreazione; sette per dormire; una per nettezza personale della propria camera.

Come ogni altro Regolamento di scuola convitto, anche quello di S. Girolamo prevedeva e stabiliva le quote che si dovevano pagare per entrare nella scuola, il vestiario da portare in convitto, le sanzioni e le qualità delle punizioni, la dieta – “simile a quella usata dai meno disagiati contadini del nostro circondario e di ottima qualità” – prescritta nei giorni feriali e festivi, più la ripartizione delle ore di insegnamento e di lavoro da svolgersi durante l’arco della settimana. Alla scuola poteva accedere chiunque avesse compiuto 14 anni e non avesse superato i 18 e i giovani allievi convittori pagavano una retta di 360 L in rate mensili anticipate.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Piazzale San Girolamo, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A.F. GIACHI, Saggio di ricerche sopra lo stato antico e moderno di Volterra dalla sua prima origine fino ai nostri giorni, Firenze, 1887; Guida di Volterra, di Giuseppe Contugi Serguidi, Volterra, 1812;
A. CINCI, Guida di Volterra, VoIterra, 1885;
L. DELLE PIANE, La fondazione del convento di S. Girolamo, in “Volterra”, a. XIll, n.12, dicembre 1974, pp. 6-7;
M. BATTISTlNI, La Chiesa e il Convento di S, Girolamo, in “Studi francescani”, a, III, n. 4,1930; Regolamento generale della Scuola-Podere e convitto di S. Girolamo, Volterra, 1876;
G. FATINI, Volterra Francescana, in “Rassegna Volterrana”, a, III, n.l, 1926, pp. 1-9;
S. BERTINI, Una scuola agraria a Volterra cento anni fa, in “Volterra”, a, IX, n.8, marzo 1970, pp, 11-12.