di Pietro Gazzarri

Socrate Becorpi



Il Socrate di cui intendo rievocare succintamente le gesta non ha naturalmente niente a che fare col famoso filosofo greco. Tuttavia presso la laboriosa popolazione di Saline il mio Socrate e cioè il Becorpi era assai più conosciuto dell’altro e non certo per i suoi studi sul genere umano e per la potenza del suo cervello ma semplicemente per la enorme potenza dei suoi muscoli di acciaio.

Se Victor Hugo l’avesse conosciuto I’avrebbe sicuramente preso a modello del suo Quasimodo, a parte la gobba perché il nostro Socrate era ben diritto ed anche troppo ben piantato.

Non molto alto ma provvisto di un ampio torace e di grossissimi e mobili bicipiti che sembravano volergli uscire dalla pelle ad ogni movimento delle sue lunghe braccia aveva lineamenti regolari, occhi mobilissimi e scrutatori e un collo taurino rugoso e nervoso come il tronco di una grossa quercia. Di temperamento generoso ma più spesso collerico ed aggressivo, il nostro Socrate era insieme benvoluto e temuto da tutta la popolazione di Saline e dei dintorni.

Infatti quando il vino di cui era un appassionato amatore non gli offuscava la mente, egli era amico di molti e guai a chi avesse osato offendere qualcuno dei suoi beniamini! L’imprudente si sarebbe trovato in un attimo steso a terra con un occhio nero o con un bernoccolo sulla fronte. Quando invece aveva bevuto, e purtroppo gli succedeva spesso, egli non distingueva più tra amici e nemici e attaccava rissa con tutti, perfino coi carabinieri i quali in più di una occasione si videro costretti a metterlo al fresco. Ma sempre per rissa o per ubriachezza perché Socrate era assolutamente incapace di commettere altri reati.

Durante la grande guerra alla quale partecipò disciplinatamente, il nostro Becorpi fu protagonista di numerose gesta spericolate che gli fruttarono due medaglie di bronzo ed una d’argento ma di queste medaglie non si vantò mai con nessuno.

La medaglia d’argento la guadagnò durante un’azione, caricandosi sulle larghe spalle il suo Maggiore ferito e riportandolo in trincea tra un uragano di proiettili e di granate.

Capirete – disse un giorno ad un gruppo di amici come per giustificare il suo comportamento – era stata ordinata la ritirata e io pensai che lui, il maggiore, poteva essere un ottimo riparo per la mia schiena, visto che dovevo percorrere alcune centinaia di metri allo scoperto prima di rientrare nelle nostre linee. Così me lo presi a spalla pensando che le pallottole prima di raggiungermi avrebbero colpito lui e che mi sarebbero arrivate addosso molto attutite. Rimasi dunque molto meravigliato quando, per questo fatto, mi venne concessa la medaglia d’argento al valor militare. Ma non è vero: l’innata modestia imponeva al nostro Socrate di mascherare come un atto di egoismo quello che invece era stato un autentico atto di eroismo pienamente riconosciuto dai suoi superiori.

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Nel suo lavoro di facchino presso il locale deposito della allora Società Boracifera di Larderello lo si vedeva ogni giorno maneggiare sacchi da un quintale come fossero fuscelli e scaraventarli a centinaia sul carro ferroviario. Una volta, per scommessa, si fece caricare sulle possenti spalle tre di questi sacchi e con i tre quintali addosso attraversò tutto il magazzino e gettò poi sul vagone l’immane carico con suprema noncuranza.

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Ma il nostro Socrate, fatto varamente prendente per un individuo che sembrava aver fatto della forza bruta il suo unico ideale, si occupava anche di poesia e componeva talvolta dei versi e specialmente ottave in cui, per la verità, le assonanze erano spesso più numerose delle rime.

Occorre però considerare che le ottave venivano composte in maniera estemporanea, vale a dire che venivano manipolate lì per lì a seconda del soggetto che al «poeta» principale veniva imposto dal secondo «poeta» che fungeva da avversario e da contraddittore. E’ inoltre da tener presente che ognuno dei due «cantautori» doveva iniziare ogni ottava con la rima «baciata» degli ultimi versi dell’ottava precedente cantata dall’altro. Quindi ognuno dei due aveva tutto l’interesse di lasciare all’altro in eredità la rima più ostica possibile per metterlo nella peste.

Una sera avvenne che il nostro uomo, dopo abbondanti libagioni, venisse in «poetica contesa» con un antagonista la cui moglie, almeno così si diceva in paese, non disdegnava la spietata corte di Socrate e nemmeno la sua prestanza fisica.

L’antagonista quella sera si divertiva, a chiusura di di ogni sua ottava, a lasciare le ultime due rime particolarmente strambe e difficili per cui al nostro Socrate riusciva assai laboriosa la ricerca mentale della prima rima dell’ottava seguente. Successe dunque che, persa la pazienza, dopo una specie di sproloquio iniziale, egli terminò la sua ottava con queste «celebri» rime:

Scusate o gente se la rima un torna
scusa o poeta se sei pien di corna!

A questa uscita tutti si aspettavano che l’altro dovesse avere una reazione violenta o comunque sdegnosa ma si vede che la forza della poesia (e del vino) superava in lui ogni sentimento dell’onore perché, guardando bene in faccia il suo avversario, attaccò subito tra un formidabile scroscio di rlsa degli astantì, con la sua altrettanto celebre risposta:

Io lo so che tu m’hai la testa adorna,

Le persone presenti, entusiasmate dalIa bellezza dei versi e da tanta disinvolta sincerità non lo lasciarono finire, lo applaudirono a lungo e poi portarono duellanti in trionfo per tutto il paese.

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In uno di quei lontani giorni capitò in paese, attorniato da una forte scorta armata, uno dei primi conferenzieri fascisti in giro di propaganda e la stessa sera tenne una specie di comizio in Borgo Lisci, nel caffè di Enrico.

Socrate, pur essendo tutt’altro che fascista, si trovava tra i presenti unicamente nella sua qualità di assiduo frequentatore del locale e certo per mera curiosità, seguiva attentamente tutte le fasi del discorso. Tutti pensavano che lui, date le sue ben conosciute convinzioni, non si sarebbe certamente fatto convincere dalle argomentazioni del conferenziere. Ma quale fu la meraviglia di tutti i presenti quando, non appena terminato il discorso, il nostro Socrate si produsse in grida di ammirazione e in scroscianti applausi all’indirizzo del comiziante!

In trionfo, in trionfo! – gridava il nostro amico a squarciagola e, subito, facendo seguire al pensiero l’azione, si issò sulle spalle lo zazzeruto parlatore e si avviò verso l’uscita, subito seguito da un codazzo di persone Ie quali stentavano a capire le ragioni di un così improvviso voltafaccia. Ma tutti ebbero a ricredersi quando, arrivato il gruppo all’uscita, si vide Socrate alzare improvvisamente le possenti spalle come per accomodare meglio il fardello che le sovrastava e si udì contemporaneamente il colpo secco del cranio del conferenziere sbattere con violenza contro il sommo della porta.

Solo allora gli astanti capirono il diabolico tranello di Socrate e, fortunatamente per lui, non lo capì il malcapitato parlatore il quale, pur tastandosi e grattandosi continuamente la grande protuberanza scaturita prontamente dalla profondità metafisica, attribuì il fatto unicamente all’entusiasmo di un onesto operaio per la sua magistrale profusione.

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Una sera di tanti anni fa il nostro Becorpi capitò a Pomarance e, dopo aver girovagato da una mescita all’altra, capitò al cosidetto «circolo dei nobili» che era una associazione tra i notabili del paese, amministrata e condotta con un certo tono di signorilità e che aveva come sua principale regola quella di non permettere l’ingresso nei suoi locali agli estranei, e comunque a persone che non presentassero i segni di una certa distinzione.

Il nostro Socrate che era un estraneo ed era tutt’altro che distinto, specialmente quella sera in cui aveva quasi terminato «il pieno», pur conoscendo perfettamente la ferrea regola del circolo, fece, come in atto di sfida, il suo trionfale ingresso e si recò subito al bar dove ordinò un ponce doppio.

Il ponce gli fu subito servito ma uno dei presenti, forse il presidente in persona, con tutti i riguardi che la ben nota massiccia figura dell’intruso imponeva, gli fece rispettosamente osservare che, non essendo egli socio del circolo, non poteva trattenersi ancora e che quindi era pregato di uscire.

Socrate fu lì lì per cedere al suo temperamento irruento e fece l’atto di prendere per il petto il personaggio ma riuscì a contenersi, bevve di un fiato il suo ponce e si avviò calmo all’uscita seguito da un sospiro di sollievo di tutti i presenti.

Prima però di varcare la soglia si girò di scatto e disse: – Va bene, io me ne vado perché non voglio dare scandalo in un locale tanto rispettabile ma mi metto qui fuori, all’angolo della strada, e il primo di voi che si azzarda ad uscire lo concio per le feste.

E se ne andò tranquillo.

La mezzanotte era passata da un pezzo e nessuno si attentava ad uscire tanto più che il primo che ci si era provato aveva scorto distintamente il nostro eroe appostato all’angolo in un atteggiamento che non prometteva nulla di buono. AI campanile del paese suonò così il tocco, poi le due, poi le tre e le quattro e finalmente Socrate, soddisfatto della sua prodezza, tolse l’assedio avviandosi a piedi e barcollante verso Saline mentre gli assediati, dopo essersi scrupolosamente accertati che il nemico se ne era andato davvero, si diressero, stanchi e assonnati, alle rispettive abitazioni.

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Tra le numerose risse provocate da questo uomo singolare, ricordo benissimo quella con l’uomo «forzuto» il quale faceva parte di un modesto circo equestre che da pochi giorni aveva piantato le tende in paese. A un certo punto dello spettacolo questo uomo «forzuto» spezzava ben tre catene di acciaio con la sola forza del grande petto enfiato. Subito dopo, come avvenne anche quella sera, gli artisti passavano ai soliti salti mortali e fu proprio durante questa parte dello spettacolo che sbucò di corsa dal fondo il nostro Socrate il quale, preso lo slancio e battuto perfettamente il tempo sulla pedana, si esibì in un perfetto salto mortale in mezzo ad un uragano di applausi e a una pioggia di monete che nel corso della piroetta gli erano uscite dalle tasche.

Apriti cielo! L’uomo «forzuto» non gradì affatto questa imprevista e non richiesta esibizione e, ancora col petto nudo fino alla cintola, si avventò sull’intruso il quale, manco a dirlo, raccolse la sfida e con pochi formidabili pugni ben assestati stese a terra il malcapitato giocoliere.

E pensare che poco prima quest’ultimo aveva spezzato ben tre catene d’acciaio con la sola forza dei muscoli del torace!

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Un’altra rissa della quale, allora ragazzo, fui involontario e sgomento spettatore, fu quella che Socrate provocò, verso Borgo Lisci, al passaggio di una coppia di sposi livornesi che si trovavano in visita presso certi loro parenti del paese. Ricordo che lei era una bella donna e Socrate che certo era alticcio (altrimenti non si sarebbe mai permesso una cosa del genere) azzardò al suo indirizzo un complimento quanto mai rozzo e villano, incurante del suo accompagnatore che pure era alto e prestante.

Neanche a dirlo, l’accompagnatore che non solo era prestante ma era anche livornese, reagì con la proverbiale fierezza dei labronici e lasciò andare un formidabile pugno sulla mascella quadrata di Socrate. Questi non si scompose, scosse un po’ la testa come per scrollarsi di dosso la tremenda mazzata e passò subito al contrattacco con mazzate altrettanto rapide e tremende che stesero a terra il suo antagonista tra le grida isteriche della donna la quale, per tutta la durata della breve lotta, non aveva cessato di tempestare di ombrellate la schiena del nostro eroe. E tutto sembrava finito lì ma, purtroppo per Socrate, dietro alla coppia, un po’ distanziati, si trovavano altri tre livornesi, parenti dei primi ed anche loro piuttosto ben piantati e decisi, Essi si gettarono nella mischia come andassero a nozze e incominciarono a menar colpi all’impazzata. Uno di essi però finì nel botro, il maleodorante fossato che costeggia la strada sulla quale si svolse la scena. A tutti saltarono in aria svariati bottoni e rimasero stracciate le tasche delle rispettive giacche ma di nuovo si gettareno all’attacco, tutti insieme, compreso quello del botro che aveva prontamente risalito la ‘China e l’accompagnatore della donna che nel frattempo si era ripreso, senza contare la donna stessa che continuava imperterrita a menare ombrellate a destra e a manca.

Buon per Socrate che numerose persone accorse alle grida e al frastuono riuscirono non senza grandi fatiche a separare i contendenti e a sedare l’aspra lotta.

Quella sera stessa con un occhio pesto e con tutto il viso e tutte le costole ammaccate, Socrate ebbe a confessare, nel solito ristretto gruppo di amici che lui di cazzotti ne aveva dati e ricevuti tanti ma secchi e precisi come quelli dei livornesi non ne aveva mai assaggiati.

Abituato com’ero fin da piccolo a considerare il nostro Socrate come un essere invincibile, una specie ,di Briareo che non poteva essere abbattuto nemmeno da un fulmine, se qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei misurato con lui in un selvaggio duello a pugni nudi, avrebbe suscitato in me la più grande meraviglia ed anche il mio più profondo sdegno.

Eppure la cosa avvenne!

Avvenne nei locali dell’allora dopolavoro aziendale, dopo la mezzanotte quando quasi tutti i frequentatori erano andati a dormire e quando Socrate mi lanciò la sfida che io così leggermente volli raccogliere sopratutto per dimostrare ai pochi presenti che non avevo paura. In realtà di paura ne avevo anche troppa.

A onor del vero devo premettere che Socrate aveva quasi fatto il «pieno» mentre io, assai più modesto bevitore, avevo ingurgitato quel tanto di vino che mi dette il coraggio e l’incoscienza di affrontare un simile avversario. Inoltre lui era un uomo già maturo mentre io ero sulla ventina e curavo molto la ginnastica e gli sports in genere.

A un segnale convenuto, Socrate non perse tempo e, mirando al mio viso, fece partire il suo enorme pugno chiuso con la chiara intenzione di stendermi a terra al primo colpo. lo balzai di lato schivando la botta e contemporaneamente lasciai partire sul petto scoperto del mio uomo una coppiola di pugni ben assestati che raggiunsero in pieno il bersaglio.

Socrate, ormai in preda alla più tremenda collera, partì nuovamente all’attacco con più veemenza della prima volta, ma la mia stella fece in modo che io riuscissi a schivare anche il secondo colpo e a piazzare due nuovi diretti sul largo petto del mio avversario che risuonava come un tamburo. Così avvenne per mia grande ventura una terza, una quarta volta ed altre ancora.

Mi ero accorto insomma, durante il combattimento, che Socrate era facilmente vulnerabile nonostante la sua potenza in quanto egli si curava soprattutto di attaccare, trascurando completamente di stare in quardia e cercare così di parare i colpi del suo antagonista. Come David contro Golia, io giocavo dunque di abilità e di astuzia e prevenendo ogni volta la mossa del mio avversario, riuscivo a schivare tutti i suoi formidabili colpi e a piazzare regolarmente i miei.

A un certo punto il combattimento cessò improvvisamente in quanto Socrate, dopo aver dato manifesti segni di stanchezza, si era accasciato esausto sopra una sedia.

Guarda come mi hai conciato – mi disse poi ansimando e, novello Manfredi, «mostrommi una piaga a sommo il petto».

Fortunatamente questa piaga altro non era che un gran Iembo di pelle che, a contatto di una grossa maglia di lana che copriva il petto di Socrate, si era staccata e arrotolata per effetto dei miei ripetuti colpi.

Appena si fu rimesso dallo stupore e dalla fatica della lotta si alzò in piedi, mi si avvicinò e mi disse:

O Pietrino, lascia che ti abbracci perché tu solo solo qui nel paese e nei dintorni sei riuscito a vincermi! – e protese verso di me le poderose braccia. Se non fosse stato per una luce sinistra che scorsi per tempo nei suoi occhi, ben volentieri avrei accolto quell’invito per suggellare una pace che tanto desideravo. Ma quegli occhi mi dissero chiaramente che Socrate non voleva solo abbracciarmi ma addirittura stritolarmi come in un enorme tenaglia perché quella sconfitta gli pesava atrocemente e voleva cancellarla ad ogni costo dal suo animo esacerbato ed umiliato. Mi ritrassi dunque in tempo e corsi a casa come un colpevole. Ma fin dal giorno dopo mi accorsi che ogni sentimento ostile era scomparso dall’animo di Socrate e potei constatare ancora una volta come egli fosse incapace di portare a lungo rancore verso chiunque. Mi accorsi anche che non poteva nascondermi la sua ammirazione e che desiderava sinceramente di approfondire la nostra amicizia.

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Diversi anni passarono da questi avvenimenti. Io avevo lasciato il paese per impiegarmi a Rosignano e quindi persi un po’ di vista Socrate e le sue gesta. Ma un giorno, a Cecina, mi sentii apostrofare da una robusta voce: – O Pietrino! – e giù una robusta manata sulla spalla. Era proprio Socrate ma non quello dei bei tempi.

La statura era ancora quella e incuteva ancora un certo rispetto ma il viso recava i segni inconfondibili di una grande decadenza e di un grande dolore. Mi invitò a bere in un locale vicino e a un tratto mi trasse in un cantuccio e mi disse: – Guarda! – e sollevò un lembo della camicia. Trattenni appena un grido di raccapriccio alla vista di un grosso bubbone che si era formato all’altezza della cintola.

– Caro Pietrino – riprese Socrate – un bravo medico di qui di Cecina, sai non avevo il coraggio di farmi visitare a Saline per non allarmare i miei familiari, mi ha detto poco fa che si tratta di una cosa molto ma di molto seria. Altro che quella piaga che tu mi facesti al dopolavoro ti ricordi? – Poi aggiunse, come in confessione: quella volta se avessi potuto abbracciarti, ti avrei stritolato come una noce, ma son sicuro che mi avrai perdonato. Bevve d’un fiato il suo bicchiere di vino e disse: – Ora devo andare sennò perdo il treno per Saline, ma ricordati che Socrate non ha mai avuto paura di nulla, nemmeno della morte. Abbracciami ora e senza alcun timore.

Ci abbracciammo e ci separammo con gli occhi umidi.

Poche settimane dopo seppi che Socrate, finalmente in pace con tutti e forse anche con Dio, riposava per sempre nel piccolo cimitero del paese.

© Pro Volterra, PIETRO GAZZARRI
Salinesi d’altri tempi, in “Volterra”
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