Quattro incantatori volterrani

Col pretesto di riposarmi un po’ mi ero fermato sulla Via dei Ballèri, dirimpetto a «La Piantata», ma in verità perchè volevo parlare di magia con Minza, il medicastro, che avevo visto sull’aia a traccheggiare.

Di lui si diceva che ammaliava gli uccelli e che dava l’incantesimo; i maligni però lo davano ad intendere per il medico-grillo da quando la Ricciolina l’aveva visto a bollire alcune polverine aromatiche per farne certi brodi medicamentosi. Poi, con quegli infusi, con quegli unguenti, insomma con quegli intrugli curava anche le persone, ma soprattutto curava gli animali domestici; quelli «selvatici» no, perchè quelli li curava con le polverine da sparo.

Del resto anche gli altri, anche oggi accade di sbagliare. E malgrado alcuni sbagli fatti su quelle povere bestie («piccoli sbagli bestiali» diceva lui) i contadini gli davano la fiducia e lo chiamavano lo stesso. E lui con la sua gamba lesta, andava sempre; andava a qualunque ora, con qualunque stagione, con la sporta di vimini a tracolla.

Quel giorno era tornato dalla fiera, indossava ancora i calzoni nuovi di velluto verde e stava a preparare gli arnesi per il taglio del bosco. Quando mi vide mi salutò: – Caro amico siamo a luna dura!

Le lune tenere, le lune dure non l’ho mai capite. Però gli arcani segreti di questa scienza misteriosa mi avevano mosso da sempre l’uzzuolo.

– La magia è una cosa seria, disse sottovoce. Poi di scatto alzò il dito e parlò così a press’a poco: – Prima di tutto incantatori si nasce! Però c’è anche chi è diventato. In quel caso bisogna che il flusso dell’incantesimo s’involi dalla persona che se ne vuole distaccare alla persona preparata a riceverlo. A meno che non si tratti del settimo figliolo nel qual caso il flusso ce l’ha di già da sè. E così il discorso continuava, ma sempre sul generico; d’altra parte non poteva correre diversamente perchè mi rispondeva sempre che gli rompevo l’incantesimo.

Neppure di animali voleva parlare dettagliatamente. Mi consigliò invece alcuni suoi medicamenti specifici che mi aveva consigliato anche altre volte e che ora butto giù a ruzzoloni: Contro il mal di denti: vino bollito con pelle di serpe. – Per rischiarare la vista: carne di vipera arrostita. – Per i giraditi a superamento: pappina di malva, sugna, miele e farina. – Per la tosse: sciroppo di fichi secchi e castagne secche. – Contro il tifo: orina vergina oppure sale. – Contro la malaria: pallottoline di ragnatela con decotto di castagne d’India. – Per le emorroidi: impacchi d’orina. – Contro la rogna: vetri e ossi macinati, solfo e olio. – Contro la febbre quartana: cimici di lattiera in gusci di fave. – Per la pazzia: aceto bollito con foglie di rosa nera. – Per gli ascessi in bocca: fette di patata. – Contro i bachi e contro la pressione: acqua di assenzio.

A volte i bachi li segnava con una medaglia d’argento bagnata in acqua benedetta, però li guariva meglio quando metteva «aglio e oglio» nel rovescio di un coperchio di terra cotta e toccava l’aglio con un ferro arroventato per sprigionare i fumigi.

Anche le resipole segnava, ma generalmente metteva sulla gota infiammata un ranocchio vivo stringendocelo con una pezzola girata intorno al viso legata sul capo del paziente.

Contro il mal di testa spegneva il mal d’occhio che riteneva dato da persona dalle ciglie doppie. Tuffava il mignolo nella coppetta dell’olio di una bugia accesa e faceva cadere tre gocce in un piattino contenente acqua di fonte: se le gocce spandevano, il mal d’occhi era spento, se rimanevano intere, il mal d’occhio non c’era e non ci poteva essere neppure il mal di testa.

Per finire mi volle raccontare del cane arrabbiato che morse una pecorella in fiore. Consapevole che i cani arrabbiati vanno a diritto ed a testa bassa, gli andò incontro e gli lasciò andare una doppietta con quell’altra polverina. Poi andò dalla recchia e per tre giorni le dette cenere di granchio arrostito per farla riprendere la spigliatezza ed il calore.

Delle medicine per gli animali me ne parlò Giacinto, invalido di guerra, chiamandomi alla panchina.

Per le pecore accecate: polvere di osso di seppia. – Contro il respiro secco e sitoso: mignatte della Fonte all’agnello. – Sopra le piaghe: un rospetto legato. – Per lo stranguglione: tagli nella gola e sale. – Per l’annoccatura: stecco di nocca schiantato e infilato nell’orecchio. – Contro il mal del forcone: vetriolo secco. – Per il cimurro delle pecore: fumi di erba Tignamica. – Sopra l’eczema: chiocciola marinella.

C’era anche Albino di Ribatti che faceva l’incantatore, ma cominciò ad avere poche richieste da quando i contadini si sono diradati. E poi lo pagavano poco: e poi era pieno di dolori, presi tutti nel girare sperso la notte, con la guazza, con la pioggia, con la neve, per i campi, per i boschi fino al far del giorno. Altrimenti sarebbe pronto ancora a dare la malia, perchè la scopa, che fece il terzo giorno delle rogazioni, la conserva ancora nel cassetto. Un tempo partiva con un cencio nero in capo, con la scopa, con la mazza e girava tutta la zona non visto nè disturbato per non farsi rompere l’incantesimo.

– Te ci ridi, mi disse un giorno, ma queste sono cose al di sopra della natura e ti potrei giurare che l’incantesimo m’è sempre riuscito. Solo una volta mi si ruppe sulla via del ritorno quando fui investito da un fascio di luci di un automobile mentre attraversavo la strada sulla curva della “Querce al chiodo”. Mi chiesero la strada per Firenze e io gliela mugolai con segni. “Deve essere un matto scappato”, disse uno di dentro all’automobile.

Quelli erano tempi in cui anche Melindo faceva l’incantatore, ma lo faceva svogliato, nonostante che Minza, suo padre, si fosse raccomandato prima di morire. La prima volta dette l’incanto a un branco di passere che mangiavano il becchime, ma il giorno dopo gli piombò la massaia per dirgli che invece aveva incantato le galline. – Se c’è sbaglio, disse Melindo, non s’ammette pagamento. Però stanotte torno sul posto per disincantare le galline perchè facilmente m’è scappato la formula al contrario.

© Pro Volterra, GIOVANNI BATISTINI
Quattro incantatori volterrani, in “Volterra”