Bruno Niccolini

Il Tesoro nascosto di Monte Voltraio

Affascinante, misterioso, intrigante Monte Voltraio.

“Quel colle a forma di tronco di piramide su cui si posava maestoso e lugubre l’avvoltoio, era un luogo sacro, uno scrigno naturale, discreto e impenetrabile, nel quale potevano celare le tombe dei propri cari e gli oggetti più significativi della loro origine e della loro religione, come la chioccia con i dodici pulcini d’oro.” – [Franco Porretti].

Quanti bambini si sono addormentati al canto della dolce nenia:

Tre cavalieri vanno
e pensano tra loro
se la troveranno
La bella chioccia dai pulcini d’oro

Uno scritto del 1650, pubblicato nel 1887 a cura d’Annibale Cinci, l’introduce così: “Due miglia vicino alla città di Volterra verso Levante, sorge da una valle assai profonda un monte a guisa di piramide, il quale signoreggiando tutto il contorno, molto di lontano si scorge. Il suo giro alla radice è di un miglio e mezzo circa e restringendosi a poco a poco verso la sommità, costituisce in essa una piccola pianura, sopra della quale stava fondata la fortissima rocca e quasi inespugnabile, poiché da tre bande essendo quasi inaccessibile il monte, solo dalla parte che volge ad oriente ha l’accesso un poco più facile; ma non di meno molto aspro e che per vie tortuose e difficili conduce alla sommità”.

Tra i contemporanei lo studioso Elio Pertici è quello che si è maggiormente speso per indagare e divulgare la storia di Montevoltraio: “L’arce, sulla parte più alta e inaccessibile del monte, sopra il masso dirupato e scosceso, racchiudeva il cassero, ultimo baluardo di difesa, il palazzo del vescovo, la chiesetta del Casato, la torre maggiore, detta dei Griffolini, la torricella, la torricina e numerose altre costruzioni. La Rocca del Balco, o Rocca di Sotto, costruita ai piedi dell’arce, in una zona che altrimenti sarebbe stata di facile espugnazione, era la costruzione più importante del fortilizio, posseduta dalla nobile casata dei Balco, della quale troviamo la prima notizia intorno al 1190 con un certo Arrigo di Balco, che fù uno dei signori più potenti di detta terra.”

Il luogo maestoso e selvaggio, il balco a strapiombo sul ripido pendio, i resti della turrita città medievale nascosti nella fitta macchia di verde che si staglia nitida sugli argillosi e spogli colli, hanno sempre intrigato la mia fantasia.

Questi sono i luoghi dove l’imperatore Ottone I di Sassonia nel 967, seguito da un codazzo di vescovi e dignitari, tenne corte per dirimere un’importante controversia e dove ancora negli anni 1172, 1181 e 1196 si tennero incontri e convegni d’alto livello.

C’è davvero un tesoro nascosto, sotto la fitta vegetazione che ricopre le dolci pendici e l’erto colle dove sorgevano il popoloso borgo ed il munito castello? Lo credono fermamente coloro che vedono nella riscoperta e valorizzazione del suo patrimonio, molto del futuro di Volterra. Enrico Fiumi, il più grande storico volterrano dei tempi moderni, ne traccia questo profilo: “Il castello di Montevoltraio, ad economia esclusivamente rurale, dovette alla sua posizione, dominante l’alta vallata dell’Era, le ragioni della sua ascesa. Il marchese Ugo ebbe in quella corte possessi e giurisdizioni, che in parte donò alla chiesa di Volterra. Nel 1111 sono ricordati gli “homines de Monte Wultraio”, segno evidente di un’organizzazione sociale che preludeva al regime consolare.

Territorialmente ristretto, in origine, ai confini della pieve, estese in seguito il suo dominio su alcuni popoli del plebanato della Nera e della popolazione del sesto della cattedrale. Ai tempi del suo massimo splendore, quando Firenze faceva circa cinquantamila abitanti, Montevoltraio ne contava più di mille, forse oltre duemila e teneva sotto la sua giurisdizione numerose ville e castelli rette da balitori eletti dal consiglio comunale: Ulignano, Fibbiano, Castagneto, Sensano, Pignano, Sorelle, Spicchiaiola, Settimena, Cellore, S. Paolo, Luppiano e Scheto.”

Possente ed ingombrante vicino sulla via di S. Gimignano, il castello fu protagonista e teatro di guerre tra Volterra, il vescovo, S. Gimignano e Colle, con intromissioni non certo disinteressate di Firenze, Pisa e Siena.

I volterrani, che vedevano con gran gelosia Montevoltraio il cui commercio recava intralcio a quello del loro comune, coltivarono sempre l’idea di sottometterlo, magari attirando dalla sua parte, attraverso lusinghe e favori le nobili famiglie che lo governavano.

La storia narra di saccheggi e distruzioni, guerre guerreggiate, confische e accaparramento di beni, scomuniche, interventi del papa e dell’imperatore, accordi solenni tra le parti immediatamente disdetti.

Agli inizi del 1218, il vescovo Pagano, per giustificare la scomunica che aveva lanciato contro il comune e la città di Volterra, mandò al papa una lunga scrittura nella quale elencava i motivi del grave provvedimento: “I volterrani, nella vigilia della festa della Madonna, assalirono ostilmente il castello di Montevoltraio, bruciarono il borgo, dove uccisero molti uomini e donne, mentre altri ne ferirono e diversi ne fecero prigionieri; I fanciulli rifugiatisi nella chiesa furono anch’essi fatti prigionieri; fu assalita la fortezza di detto castello dove si era ritirato il vescovo con la sua famiglia, dandogli più assalti con saette, balestre e arieti per tre giorni consecutivi; un’altra volta assalirono di nuovo tale castello, bruciando tutte le case e le capanne che vi erano intorno; in altra invasione saccheggiarono di nuovo tutto il territorio di Montevoltraio, bruciando le ville di Settimena, Cellori; Spicchiaiola e Pignano, spogliarono le chiese delle predette ville, bruciarono quella di Pignano, dalla quale portarono via le campane; invasero di nuovo detto territorio bruciando le ville di Ulignano, Fibbiano, Cusignano e Castagneto, dando guasto a tutte le vigne e agli alberi fruttiferi e spogliando le chiese di tutti paramenti e delle campane. “

Non saranno, comunque, le armi a dirimere i forti contrasti tra i due comuni, ma una più accorta politica dei volterrani che nel 1252 portò i montevoltraiesi, forse attratti dalle favorevoli proposte ricevute, ad assoggettarsi liberamente al Comune di Volterra. Una lapide a ricordo dell’accordo, ora collocata a destra del portale sul muro del battistero, fu apposta presso la Rocca del Balco.

La pace non doveva durare però a lungo in quei tempi di perenni conflitti tra le città-stato che si contendevano il territorio e Montevoltraio fu occupato dai senesi nel 1336.

Assoldato a sue spese un esercito di duecento uomini e con l’aiuto dei montevoltraiesi scontenti degli occupanti, il nobile volterrano Pietro Belforti assalì la fortezza, uccidendo 58 senesi e facendo molti prigionieri.

Divenuto costui padrone della rocca, non ebbe la gratitudine della città, anche perché nel frattempo era stato nominato podestà Gualtieri Allegretti, fratello del vescovo Rainuccio, manifesto nemico dei Belforti. Nel 1375 gli eredi di Pietro vendettero Monte Voltraio a Firenze ed i volterrani n’ebbero la restituzione a patto che smantellassero completamente le mura.

Pare che il castello sia stato definitivamente abbandonato nel 1433, dopo le scorrerie delle bande del Piccinino, ma ancora nel 1551 risultava abitato da 9 famiglie.

Significativi sono i resti delle antiche costruzioni, della rocca e del borgo, che emergono dal terreno e molto di più si potrebbe leggere ed ammirare dopo un’attenta campagna di scavi.

Ancora quasi intatto è il balco, un muro spesso circa 4 metri e lungo 56, costruito sopra un ampio pendio dal quale si domina un vasto panorama. Sotto le pendici della ripa, dove si trova la fonte, c’era il borgo denominato “Il Querceto”, protetto da mura castellane, mentre l’altra parte dell’abitato comprendeva l’intera terrazzata costa di levante, con la Pieve di S. Giovanni, e la zona dove poi sarà costruita la splendida residenza dei Minucci, nobile famiglia Volterrana assai potente al tempo dei Medici. L’abitato era servito da due fonti, denominate Donica e Nova. È probabile che vi fosse anche un sobborgo, lungo la via che porta a Pignano, dove si trovano le chiesette della Nunziata e del Palazzino.

Della pieve di S. Giovanni, edificata intorno al X-XI secolo e ricostruita su progetto di Giroldo da Lugano nel 1252, sono rimasti gli splendidi capitelli del basamento, che identificano tre navate divise da sei colonne. I volterrani la distrussero come atto di ritorsione ai tempi del conflitto col vescovo Alberto degli Scolari (1261-1269) perché in Montevoltraio trovavano asilo ribelli e fuorusciti del comune. Il titolo di Pieve passò allora alla chiesa di S. Bartolomeo a Pignano, nel borgo omonimo.

Ancora in piedi è la tipica fonte medievale. Poco più in là, c’è una costruzione simile, ma molto più grande, ora interrata dalle frane del terreno e ricoperta dai rovi, che dopo una breve scalinata in pietra, termina con un vano a volta. Durante il passaggio della guerra servì come rifugio per gli abitanti e gli sfollati della zona, mentre in anni più recenti fu tristemente usata come prigione dai carcerieri del piccolo Augusto de Megni, sequestrato per ottenere un riscatto. Già nel lontano 1984 il Pertici lamentava lo stato d’abbandono del luogo, che si è ancor più accentuato. Durante le riprese del film Cammina, cammina, fu distrutta completamente la strada d’accesso al castello dalla parte di Villa Palagione.

Il tempo lavora implacabile per cancellare i resti dell’antica città. A poche centinaia di metri a nord del colle di Montevoltraio, nell’area compresa fra il congiungimento dell’Era viva con l’Era morta, denominata la Battaglina perché vi si svolsero la maggior parte degli scontri con i volterrani, si trova l’imponente Casale Rocca. Di forma quadrangolare, in origine era quasi sicuramente un castello, come dimostrerebbe anche l’esistenza di vasti sotterranei, è formato dall’unione di diversi corpi di fabbrica. Spiccano il grande porticato, oggi chiuso, costituito da colonne in stile gotico, l’eccezionale portale e le ampie mostreggiature che contornano le finestre e nonostante sia fortemente deturpato è uno dei più importanti e caratteristici fabbricati rurali del territorio volterrano. Secondo Pertici il castello fu trasformato in villa per opera del Sangallo, su commissione della famiglia Minucci, alla quale i Medici assegnarono l’intero territorio di Montevoltraio come compenso per la fedeltà a loro dimostrata durante la crisi e la guerra delle allumiere del 1472. Pertici avanzava l’ipotesi, da lui stesso però definita azzardata, che fosse questo il famoso castello del marchese Oberto, che vide la presenza dell’imperatore Ottone I. Altri studiosi propendono per la tesi che il famoso placito con la presenza dell’imperatore si sia tenuto nella pieve di S. Giovanni.

Fino a poco tempo fa ricovero per attrezzi agricoli e stalla per le pecore, appare oggi pericoloso per com’è ridotto.

Soltanto a partire dal 1500/1600 gli storici hanno riscoperto il mito d’Ottone il Grande ed i suoi legami con la città. Una storia che il Centro Interculturale Villa Palagione, con l’ausilio di un comitato scientifico composto da Andrea Augenti, Maria Luisa Ceccarelli Lemut, Maria Giulia Burresi, e la preziosa collaborazione di numerosi enti, istituti e studiosi di chiara fama, ha tentato di ricostruire con un’appassionata ricerca, i cui primi esiti furono mostrati in un’esposizione a Palazzo Solaini, ideata come itinerante. Contemporaneamente è stato pubblicato un volume ricco di numerosi altri contributi che ci fanno riscoprire Ottone e Montevoltraio. Le numerose testimonianze di quanto furono profondi questi legami sono state raccolte in Italia e in Baviera. In una chiesa della Baviera sono seppelliti nove membri della famiglia Minucci, mentre a Ingolstadt c’è una strada a loro intitolata. Intorno all’anno mille Volterra era ridotta ad un agglomerato di piccoli villaggi all’interno della grande cerchia di mura etrusche. Con Ottone, fondatore di un impero che doveva durare quasi 300 anni, il più importante dopo quello Romano, la storia passa anche per Monte Voltraio. Di quel periodo non si trova quasi niente a Roma, Firenze, Siena, Pisa, mentre le testimonianze più importanti sono a Lucca, Pavia, Ravenna. Alla sua seconda discesa in Italia, Ottone si fermò nel castello di Vada, da dove emanò una concessione imperiale a favore del vescovo, evidente segno che il clero volterrano era un punto di riferimento non indifferente per la difficile azione politica che stava per intraprendere in Italia. Secondo i promotori della ricerca su Ottone e Volterra (Antonella Stillitano, Gerhard Wahl e Christa Kirchberger) i capostipiti delle famiglie volterrane che d’allora in poi, quasi ininterrottamente fino ai giorni nostri, domineranno la vita della città – Ardinghelli, trasferitosi poi a S. Gimignano, Buonparenti, Bonaguidi, Bonvicini, Belforti, Inghirami – erano cortigiani dell’imperatore. La famiglia Inghirami, di certa origine germanica, pare attestata in Volterra già intorno al 1000.

L’arrivo di queste famiglie a Volterra al seguito dell’imperatore è menzionato solo intorno al 1650. Mancano al riguardo ricerche storiche approfondite, anche per le storiche difficoltà d’accesso agli archivi vescovili e per una lunga storia di gelosie, incomprensioni, concorrenza, tra gli studiosi italiani e tedeschi e tra le stesse università. Ognuno è geloso del proprio ruolo e del proprio sapere.

Il conte di Montevoltraio, secondo alcuni storici fu il primo nominato dai longobardi, a cui seguiranno i primi conti nella storia di Volterra, sempre della casata che poi prenderà il nome di Della Gherardesca, destinata a signoreggiare su un vastissimo territorio ed in moltissime località, dalla Toscana alla Sardegna.

Moiatoi di Saline saranno chiamati ad Halle in Sassonia, per insegnare l’arte di fare il sale; nella zona mineraria di Montieri l’etimologia di tante parole ed il nome stesso d’alcune località, sono chiaramente derivate dalla lingua tedesca. Gerfalco (quello che porta il falco) è un nome germanico, guerco, (operaio), deriva da Werk, Arialla da Erzhall, (magazzino) Arzefa da Erzhefen, (scoria) coffaro da Kupfer. La spiegazione di questo connubio linguistico è fatta risalire ad uno scambio di cultura e di tecnologia per l’estrazione dell’argento e degli altri minerali.

Tutta l’area di Montevoltraio meriterebbe d’essere oggetto di metodiche ed accurate ricerche archeologiche. I suoi primi abitanti furono probabilmente etruschi, la cui presenza è testimoniata dai resti di ceramiche risalenti al I secolo a.C. ai quali succedettero i romani. Lo fanno pensare il luogo naturalmente protetto e l’abbondanza d’acqua. La vegetazione ha coperto tutto, ma appena si scopre il manto arboreo appaiono chiari i resti della città medievale, sono ancora evidenti le fondamenta delle mura perimetrali, torri, case, cisterne, della porta d’accesso alla città che guarda verso S. Gimignano, i resti della fornace, del cimitero, dietro la pieve.

Per iniziare il lavoro, prima ancora dei fondi indubbiamente necessari, servono l’acquisizione della consapevolezza di ciò che potrebbe rappresentare per l’intera zona la loro riscoperta e il desiderio di voler procedere al recupero ed alla valorizzazione di quest’enorme patrimonio. Sarebbe forse da prendere in considerazione l’idea di promuovere dei seminari di studio e ricerca con gli studenti delle facoltà d’archeologia italiane e tedesche di Pisa, Weimar, Siegen che hanno già manifestato il loro interesse a Montevoltraio ed alle sue vicende storiche. Per riparare anche al debito contratto con la storia, toccherebbe ai volterrani ed ai fiorentini, in primo luogo al Comune ed alla Regione, prendere e dare seguito alle giuste iniziative per riportare alla luce “il tesoro nascosto” di Monte Voltraio.

Sulla via di Pignano, l’oratorio di S. Lorenzo al Palazzina versa ugualmente in stato di completo abbandono.

La splendida chiesetta della Nunziata, costruita con blocchi di tufo di Pignano, aveva un portale sormontato da un’architrave con una lunetta ad arco a sesto acuto; una porta murata sul lato destro portava al vicino cimitero. Recentemente è stata ristrutturata per farne una abitazione privata; come non è dato conoscere, poiché l’accesso è impedito da una robusta cancellata.

Dirimpetto a Montevoltraio, Villa Palagione, costruita nel 1598 per opera dei Minucci, ai quali successero nella proprietà le famiglie Sermolli, Ricciarelli e Campani, congruamente ristrutturata ed abbellita con interventi appropriati, è divenuta un Centro Internazionale di soggiorno, convegni e studi, che rispolverano l’antica vocazione del luogo.

© Bruno Niccolini, BRUNO NICCOLINI
Il Tesoro nascosto di Monte Voltraio, in “I luoghi di Velathri, Da Velathri a Volterra”, a. 2010, pp. 73-78
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Il Tesoro nascosto di Monte Voltraio
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Affascinante, misterioso, intrigante è il Monte Voltraio: un luogo sacro, uno scrigno naturale, discreto e impenetrabile, ormai in rovina, ma sempre visitabile.
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