Torraccia di Cornia

Abbiamo parlato della «Bestia di S. Dalmazio», di resti dell’antica strada della Valle del Secolo, della Tomba Etrusca di Montecastelli. Proseguendo il nostro giro d’orizzonte sulle antichità meno note del Volterrano vogliamo ricordare oggi la «Torraccia di Cornia» nota anche come la «Torre del Castelluccio».

Essa sorge su un poggetto isolato: un’alta e stretta lingua di terra che si spinge fra il torrente Turbone e il fiume Cornia proprio fino al punto in cui i due corsi d’acqua confluiscono l’uno nell’altro. E’ una torre quadra, di pietra scura: la classica torre medioevale sul tipo di quella dei Belforti a Montecatini dei Pannocchieschi a Montecastelli, o del Gherardesca a Donoratico. Soltanto che qui manca il nome della nobile famiglia che la edificò. E si ignora anche l’epoca in cui essa fu costruita; il nome «Castelluccio» (come quelli analoghi « castellare», «pievaccia», «torraccia» ecc.) stava, nei tempi passati, a indicare edifici abbandonati o in via di rovina e non può quindi fornire: nessuna traccia o indicazione. Quanto alla storia della zona essa ci è avara di notizie. Si sa infatti che quei territori furono, nel medioevo, sotto l’influenza più o meno diretta dei monaci della Badia di San Pietro a Palazzuolo di Monteverdi e nobili Pannocchieschi di Maremma che avevano le loro roccaforti più avanzate alla Leccia e a Castiglion Bernardi (sopra al Lago dell’Edifizio).

Atti del 1208 ci parlano di un potente Castel di Cornia, feudo dei Conti Alberti di Prato e, in una determinazione di confini del 1233, esso sembra avere la stessa entità territoriale del castello di Lustignano, che allora si ergeva con probabilità sul poggio di Renzano. I conti Alberti vendettero questo primitivo castello di Cernia al Comune di Volterra il 29 marzo 1246; ciò dette luogo a dispute fra vescovo e comune che si conclusero solo nel 1263 quando gli scherani dei conti Pannocchieschi di Castiglion Bernardi assalirono il castello e lo distrussero completamente. L’anno dopo il comune di Volterra, accogliendo un’istanza delle famiglie scampate che chiedevano aiuto e protezione, si assumeva le spese vive di ripristino del castello e inviava sul posto per quello scopo Rolando e poi Ranieri degli Affricanti. Il paese veniva così riedificato; ma non dove sorgeva prima, bensì su una collina più prominente (e quindi meglio difendibile) e più vicina al Cornia.

Un atto del 1296 parla di una disputa per determinare i confini territoriali del distrutto castello di Cornia; segno che a quell’epoca questo nome non veniva già più usato per indicare Lustignano. Nello stesso atto risulta che il territorio è ormai dominato da tre forze: vescovili (pievano di Lustignano), comunali (abitanti di Lustignano) e signorili (Lambardi di Cornia). Ma se il vecchio castello di Cornia era distrutto di che cosa faceva parte la torre che è giunta indenne (almeno all’apparenza) fino a noi?

Da alcune notizie raccolte da don Socrate Isolani1 si trova che un Castelluccio di Cornia apparteneva ai nobili della Leccia e «quindi con la sua corte passava a Ghino di Ruggerino detto lo Sciancato del Sasso»; in realtà Ghino di Ruggerino dei nobili di Querceto era già parte in causa come signore del Castello di Cornia nel processo del 4 aprile 1296 di cui si è parlato. Questi, sempre secondo lo stesso autore, nel 1299 vende la terza parte del castello con corte, signoria, pascoli e miniere di argento (?), zolfi e allumi, al Comune di Volterra; e il rimanente passava nel 1329 a lacopo di Barone Allegretti (fratello del vescovo volterrano Rainuccio) a saldo di debiti. Nel 1350 tutto il casteIlo veniva in possesso della nobile famiglia de’ Rossi di Firenze che fino dal 1236 era divenuta livellare del Castello di Montignoso in Val d’Era,

Del 1404 troviamo nell’Archivio Storico Comunale di Volterra (S. I. c. 347 t) una notizia assai importante per la nostra indagine: in una vertenza fra il Comune di Volterra e la famiglia de’ Rossi il Castello da questo posseduto è indicato “in curia di Lustignano tra il fiume Cornia e il Turbone”, Non c’è dubbio quindi che le notizie che abbiamo riportato dal 1296 in poi si riferiscano alla torre che ci interessa e non ad altri castelli scomparsi.

Nel 1447, al tempo del passaggio delle truppe di Alfonso d’Aragona re di Napoli per il Volterrano troviamo che «gli abitanti del Castello di Cornia», anche a quei tempi posseduto dalla famiglia de’ Rossi, si arrendono all’invasore; un atto del 1° febbraio 1452 conservato nell’Archivio Storico del Comune di Volterra, infine, sancisce la vendita per 600 fiorini d’oro del Castelluccio e sue pertinenze da Giovanni, Gigi, Carlo e Giovanni de’ Rossi al Vescovo di Volterra Giovanni Neroni; (secondo l’Isolani – che non sappiamo su quali fonti si sia basato – la vendita sarebbe avvenuta più tardi, nel 1465, al Vescovo Ugolino dei Giugni che acquistava per conto della Chiesa Volterrana).

Da questo momento non abbiamo più trovato notizie riguardanti un Castello o Castelluccio di Cornia. Si è invece trovato che un altro Castello di Cornia, oltre a quello che appartenne ai conti Alberti di cui si è parlato sopra, esisteva sul monte più sopra a Campiglia ed era di proprietà dei Conti della Rocca. Le notizie relative a Castelli di Cornia precedenti al 1196 sono quindi di difficile attribuzione. C’è poi quell’accenno del 1299, riportate, anche a carte 37 dell’Archivio Storico del Comune di Volterra, S. l. relativo alle «miniere d’argento» site nei domini della torre. Questo contribuisce a creare altre incertezze a meno che – come afferma il Fiumi – Più che la prova di un’attiva escavatrice in atto, gli strumenti registrati nelle carte di comunità alludessero a stabilire un diritto di potenza.2

Per concludere non tralasceremo di ricordare che la Torraccia di Cornia è stata indicata da qualcuno come un punto fortificato di epoca romana; e forse come qualcosa sorto su resti addirittura etruschi: uno dei posti di segnalazione o di difesa fra Populonia e Volterra. Si è voluto infatti identificare quel luogo con Gordenna, località dal nome di origine etrusca di cui si è persa ogni traccia dopo la donazione fattane nel gennaio 1105 da Gisla contessa della Leccia alla Badia di Monteverdi. Ma anche se la possibilità materiale di una rete per le segnalazioni fra le due città etrusche (con stazioni a Sillano, S. Apollinare e, appunto, alla Torre di Castelluccio) esiste, ci sembra molto azzardato soltanto il proporne I’eventualità.

Costruzione antichissima, dunque? O semplice fortificazione avanzata del primitivo Castello di Lustignano e Cornia che – dopo la distruzione di questo – assunse la funzione di castello per proprio conto? Ci rivolgiamo ancora una volta ai nostri lettori: e chissà che qualcuno di essi, in vena di farsi una passeggiata attraverso la macchia, non possa raggiungere la torre e scoprire qualcosa che possa chiarirne il mistero?

© Pro Volterra, PIER LUIGI PELLEGRINI
La Torraccia di Cornia, Castello o Fortificazione?, in “Volterra”
1 Don Socrate Isolani di Montignoso – L’Abbazìa di Monteverdi e la Madonna del Frassine in Val di Cornìa – Tip. A. Giovannelli, Castelfiorentino 1937; altre notizie sul Castelluccio sono state tratte dal volume di cui alla nota seguente.
2 Enrico Fiumi – L’utilizzazione del lagoni boraciferl della Toscana nell’industria medioevale – Ed. C. Cya, Firenze, 1943.