Una città che non esiste più

Fra gli ultimi di maggio e i primi di giugno i volterrani – a quei tempi, ma forse anche oggi – erano chiamati a celebrazioni civili e religiose, che potevano considerarsi come l’esplosione gioiosa per il lungo silenzio invernale e la timida e contenuta, fuoriuscita dei giorni di Pasqua, con la processione del Venerdì Santo e la merenda in aperta campagna, il lunedì successivo.

Il carnevale, con quattro ragazzi in maschera, qualche pomeriggio danzante al teatrino dei Concordi e il grande veglione al Persio Flacco, serviva a stabilire che anche a Volterra ci si divertiva. Un supplemento del «divertirsi dignitosamente» era fornito qualche anno da spettacoli al teatrino degli scolopi di S. Michele.

Si arrivava, insomma, alle sagre estive (o quasi) non certamente esauriti.

Il 29 maggio, rito al famedio al cimitero in ricordo dei caduti toscani a Curtatone e Montanara. Le scolaresche, inquadrate con i loro insegnanti, ascoltavano i discorsi commemorativi delle gesta eroiche degli studenti volontari nella prima guerra dell’indipendenza. Un po’ di retorica non mancava mai in queste orazioni, ma era una retorica che non faceva male, una retorica che sollecitava a «voce bassa» – si potrebbe dire – gli impulsi generosi latenti in ogni ragazzo, e che si affiancava al linguaggio chiaro e semplicistico dei quadri a colori appesi alle pareti delle aule scolastiche: Muzio Scevola che sfida Porsenna, Orazio Coclite al Tevere, Coriolano alle prese con i rimproveri materni, Cornelia e i Gracchi.

Oratore designato per questa cerimonia commemorativa era spesso l’avv. Cailli, temperamento vulcanico, emotivo, dall’eloquio di tono alto e di contenuto elevato. Quando parlava dinanzi ai giudici evocava il suo «grande» maestro Carrara «parlo di Carrara, parlo di Carrara», e la stessa evocazione ammirativa per il grande giurista era tirata in ballo nei suoi monologhi serotini, magari con amici improvvisati, digiuni di vino (loro) e di studi di giurisprudenza, imbarazzati, non potendosi rendere conto del perché parlasse tanto spesso di Carrara, nota a loro solo per le cave di marmo…

E in imbarazzo mise anche qualcuno, che a quell’epoca covava già in sé velleità di forme raffinate di scrittura, con la chiusura inaspettata dell’orazione tenuta, appunto, un 29 maggio. Era stato un discorso sostenuto da «numi tutelari», «grandi ombre», «eroi giovinetti», «patria immortale», frasi lanciate dalla sua voce robusta, con ampio gestire delle braccia e il gioco ritmico dei baffi lunghi e appuntiti (alla Napoleone III, senza baffi), quando a chiusura lanciò due versi e rima baciata, sintetici e allusivi: «Il bianco, il rosso e il verde: è un terno che si gioca e non si perde».

Quel “qualcuno” restò imbarazzato e disgustato; gli sembrò una chiusura banale, anche perché ricordava troppo quella immancabile dei «pianeti della fortuna»; gli sembrò banale anche se poteva essere presa a prestito da qualche grande scrittore e non si unì all’applauso generale degli ascoltatori. (A pensarci meglio, oggi, si può concludere che avessero ragione i plaudenti, cauto popolo con visioni di vita serena, di lavoro ordinato; un pubblico di giocatori di Lotto con puntata minima di dodici centesimi).

Con lo stesso cerimoniale veniva ricordata la morte di Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno: popolo e scolaresche, in corteo, andavano alla guglia che ricorda il passaggio da Volterra del «biondo eroe» (diceva l’oratore ufficiale), «serbato vindice dei popoli ai destini d’Italia» (ricorda l’epigrafe, a lettere di bronzo sul basamento della guglia).

Il Corpo bandistico, con alta uniforme o no, accompagnava i cortei: marcie militari e rullo di tamburo.

Queste sagre estive avevano tutte e tre (giugno, agosto, settembre) in comune processioni religiose, fìere in piazza dei Priori e corse di cavalli in Vallebona. Quella di settembre era la più ambiziosa, poiché comprendeva anche spettacoli lirici al teatro Persio Flacco e fuochi artifìciali.

La processione più caratteristica era quella «Dei muli e degli angeli biondi», come era chiamata da un certo Amadio di Roncolla, contadino complicato, medicone e segnatore di resipole.

LA PROCESSIONE DEGLI ANGELI

Ogni «cura» (o parrocchia), insieme ai quaranta-cinquanta fedeli con cappa e cero, inquadrati da uno o due «mazzieri», convogliava due o tre muli vistosamente bendati e recanti sul dorso una specie di portantina fatta da quattro grossi ceri uniti a solidi bastoni. Su questo dondolante tronetto sorrideva beato un bambino (o bambina) di tre-quattro anni, avvolto in una tunica bianca, candida e abbondante; la testa bionda, ricciuta, sosteneva una ghirlandina di fiori artifìciali; un paio di lunghe ali di cartone colorato erano fìssate sul dorso dell’angioletto.

L’incesso del mulo, trattenuto per la cavezza, era alquanto solenne e ricordava – in misura alquanto ridotta – quello degli elefanti recanti a bordo un ragià indiano con grandi tesori. Anche il mulo della processione volterrana portava un piccolo tesoro: due grossi sacchi di grano che, con i ceri del baldacchino, venvano offerti alla parrocchia.

Nelle annate di pingui raccolti, i muli erano più numerosi; la «cura» di S. Cipriano teneva il primato.

La processione si svolgeva, generalmente, alla mattina; nel pomeriggio c’erano le corse di cavalli in Vallebona.

Vecchio, dolce prato erboso – questo di Vallebona – che, con quello meno accessibile di S. Andrea, fornì tante ore di svago all’infanzia di numerose generazioni, per niente sospettose di correre sopra verdi zolle che nascondevano così importanti cimeli romani. Erano tempi in cui ai Marmini o in quel di Mandringa si rinvenvano ancora urne etrusche, messe, senza preoccupazioni, in commercio, dato che al Museo ve n’erano in abbondanza, ed era più facile restare impressionati, visitandolo, dalla enorme bianca statua di gesso di monsignor Guarnacci, che dalle urne con bassorilievi e coperchi allegorici.

Sul prato di Vallebona si correva il Palio: protagonisti per un lungo periodo i fantini Tabarre, Checche, il «Gobbo» (non meglio identificato) e certo Genesio, destinato a rimpiazzare qualche assente, malato, infortunato o diversamente occupato in servizi di trasporto con calesse, meno brillanti, ma forse più redditizi.

I cavalli non erano tutti purosangue, ma nemmeno le «brenne» che certi ipercritici dicevano, spargendo, in malafede, la voce che fossero quelli che il giorno prima avevano trasportato, quintali di cocomeri alla fìera. Tabarre e Checche erano professionisti; il Gobbo, un po’ meno, e meno ancora Genesio ed altri ignoti che qualche volta si presentavano alle «mosse», date sempre da un intenditore di cavalli, quale il Simoneschi o il giovane Cornacchini, gestori delle diligenze Volterra-Saline e Volterra-Colle Val d’Elsa.

ECCO IL PALIO

L’ingresso alle corse era a pagamento, da tre porte ricavate nei tendoni che, per l’occasione, circondavano il prato. Altri tendoni venivano stesi, inoltre, lungo le mura della Pescheria, a difesa dei «portoghesi». Prima delle corse e durante gli intervalli, sulle gradinate e nel prato, c’era gran consumo di semi salati di zucca, di gazzosini e birra; la banda suonava qualche marcia.

Tifo non se ne faceva; il vincitore portava a casa qualche centinaio di lire e un piccolo stendardo; Tabarre ne deve avere fatto una collezione di questi stendardi, ma il suo conto in banca (se ce l’aveva) rimaneva striminzito.

Per le feste di mezz’agosto (l’Assunta) e quella di settembre (la Madonna di S. Sebastiano, protettrice di Volterra), altra processione, altra fìera, altre corse in Vallebona. Quelle di settembre erano feste più solenni delle altre e quindi si presentavano con un programma più vasto (riportiamoci, per il valore di quest’aggettivo, a quei tempi) che comprendeva anche l’apertura del teatro Persio Flacco per la stagione lirica e spettacoli di fuochi d’artifìcio.

UN “CANIO” SENZA BRACCIO

La stagione lirica si svolgeva con artisti di rinomanza locale e orchestra e cori messi insieme sul posto. Spettacoli decorosi, da soddisfare spesso anche i palati musicali più esigenti. Per un paio di volte Lelio Casini, un baritono pisano allievo non indegno di Titta Ruffo, fu Rigoletto; un certo Parola, Fernando nella «Favorita», fu un protagonista di molto valore. L’elencazione, a poterla ricostruire, porterebbe a galla qualche altro nome interessante, ma sarebbe una fatica poco utile: motivo di curiosità – soltanto curiosità, più allora che ora – è ricordare un modesto Canio, nei «Pagliacci», di cognome Volterra, e mancante del braccio destro, cosicché la sua mimica era ridotta del cinquanta per cento.

La sera del 20 settembre si aveva il teatro «illuminato a giorno»; la grande lumiera centrale era coadiuvata da viticci ad ogni palco: grande spreco di candele steariche, cotesta sera, e orchestra impegnata in inni patriottici: marcia reale e inno di Garibaldi. Ascoltato il primo in piedi dagli spettatori della platea e dei palchi, il secondo, richiesto da alcuni con una sfumatura polemica ed eseguito puntualmente dall’orchestra come la marcia reale, non trovava unanimi consensi di doverlo ascoltare in piedi: qualche occhiataccia, qualche parola dura contro i resistenti, e poi: applausi unanimi non appena il direttore d’orchestra dava il segnale d’attacco per l’inizio dell’opera.

I fuochi artificiali – spettacolo riservato per la terza domenica di settembre – erano inframezzati dal lancio di palloni aerostatici, effettuato da un singolare personaggio, già di per sé «numero» d’attrazione. Si chiamava «Ferruccino»; di cognome non se ne parlò mai, almeno fra i non iniziati. Pista di lancio per i fuochi e palloni, un ampio terrazzo annesso ai bagni pubblici, nella zona fra il vicolo di S. Felice e quello di S. Dalmazio.

Ferruccino era un uomo alto poco più di un metro; un nano cordiale, con una bella testa e una faccia simpatica, ornata di baffi neri, folti, aggressivi (qualcosa come quelli di Giovanni Guereschi). Non era volterrano, ma «veniva di fuori» il che gli conferiva una vaga suggestione, un che di misterioso come si addice a chi svolga un’attività fuori del normale. I fratelli Mongolfìer avevano sbalordito il mondo e acceso l’estro a un poeta; Ferruccino, mago in proporzioni ridotte e di rinomanza provinciale, mandava in visibilio i volterrani con i suoi palloni di carta, gonfiati col fumo di paglia umida e una candelina accesa dentro, che spesso, per un colpetto di vento, incendiava tutto l’involucro.

La stampa locale – «Il corazziere» – non registrava gli eventuali insuccessi di Ferruccino, il quale, dopo lo spettacolo pirotecnico di quella domenica settembrina, scompariva come un mago che rispetta le regole del gioco, per riapparire l’anno successivo, ancora con il suo metro e tanti di statura, ma con baffi più folti e prepotenti, in cui si poteva leggere l’ostinato proposito di rompere il sonno a tutti i pipistrelli volterrani con i mortaretti e sfìdare lo spazio con i palloni di carta e la candelina nel mezzo.

Le feste di giugno, agosto e settembre portavano anche la carovana dei merciai ambulanti che costituivano la «Fiera». Piazza dei Priori era invasa di bancarelle affollate dal contado, riversatosi in città per fare acquisti più a buon mercato. Ragazze di tutta la fascia periferica volterrana, per una decina di chilometri, aspettavano queste «fìere» per cambiare il fascio di penne azzurro-lucenti di cappone al cappello di feltro cinerino alla bersagliera e venire ad acquistare quanto mancava al loro corredo. Non sempre tali acquisti si risolvevano in ottimi affari; la stessa tela o la stessa stoffa erano in vendita a più buon mercato dal Chiesa in piazza, dalla «Gazzarra» in via Guidi, e dal «ciechino» a S. Francesco, ma la frase «questo l’ho comprato alla Fiera» aveva il suo valore.

LA DONDUCCIA DELLE FIERE

Le nonne compravano una «donduccia» (la parola «bambola» era prerogativa di chi parlava «in punta di forchetta») all’ultima nipote e i ragazzi assediavano il banchetto di «Pepe», dolciumi e affini.

«Pepe» era un’istituzione fìeristica, come la neve a Natale e la panzanella e vinello ai mietitori di grano, accaldati, ma non tormentati da nessuna maliarda come quelli di Norca. «Pepe» – nonostante il nome piccante – era tutto zucchero; niente trucco o sofìsticature nei suoi prodotti. I chicchi, al limone, all’arancio, al ribes, li confezionava sotto gli occhi curiosi della clientela e nei «mangia-e-bei» («questi l’ha fatti la mi’ zia monaca» – gridava) ci metteva l’alchemense «di marca».

La sera Ricciolo, il lampionaio, accendeva i lampioni cantando, e Panciottone, un sereno fìlosofo peripatetico, ripeteva con più insistenza la sua massima, fra scettica e ironica: «Ti vedo e non ti vedo!». Secondo Prezzemolo – che comprava per pochi soldi cavalli pieni di guidaleschi e appena rimessi in ordine li rivendeva – nella frase di Panciottone non c’era alcun signifìcato profondo; si riferiva solo al vino dell’osteria di Balosce, che mesciuto nel bicchiere lo vedeva, e appena bevuto non lo vedeva più.

Un campionario di volterrani non tormentati da complicazioni; gente semplice, pronta a circondare di buonsenso ogni giornata di vita attiva e a colorire di candida ironia ogni atteggiamento non completamente ortodosso o conformista.

Era un divertimento che non si esauriva con lo spegnersi dell’ultima candela delle sagre estive; ma occasioni di altri sollazzi ce n’erano sempre.

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L’ultima candela delle sagre estive volterrane si spegneva nei vapori del mosto dei cellieri, dove i contadini facevano fermentare il vino per uso domestico.

Un trapasso armonioso, privo di travaglio, come si addice alla quieta vita di provincia, tetragona agli sbalzi rapidi, indifferente agli alti e bassi del calendario civile e propensa a prendere con accortezza quello che capita sotto mano, quello che dà la piazza.

La stagione lirica lasciava dietro di sé, al pari delle donne dai profumi forti, una scia canora per mesi e mesi, durante i quali ognuno, a seconda delle possibilità vocali, si cimentava. Le romanze più orecchiabili delle opere ascoltate erano ripetute a voce spiegata in tutte le botteghe di alabastrai, quasi controcanto alla sonorità del lavoro. La sera, lungo la passeggiata dei Ponti, si udivano i cori.

Non di rado il Persio Flacco si apriva anche per accogliere compagnie di operette; compagnie senza pretese con un tenorino agli inizi di carriera e una «soubrette» vicina al tramonto. La stagione, in genere, era di breve durata e qualche volta doveva concludersi con anticipo sul previsto.

Un anno – che potrebbe essere precisato con qualche ricerca negli archivi teatrali – le sorti pericolanti di una compagnia furono sollevate da un intervento straordinario locale. Non la solita colletta per pagare i creditori, o la serata benefìca ad opera dei palchettisti, ma una immissione di tre giovani buontemponi volterrani improvvisati attori, cantori e ballerini in sostituzione dei tre «ladroni» nella «zazzuela» spagnola «La gran via».

Luchino Luchini, Enrico Fantozzi e uno studente di farmacia chiamato «Ciocchetti», ottennero un successo strepitoso di critica e di cassetta, che permise alla compagnia di rimpannucciarsi e poter partire in pieno giorno fra gli applausi dei volterreni, avvezzi a sapere in ritardo la partenza semiclandestina di questi raggruppamenti di poveri guitti.

LA PROSA AL PERSIO FLACCO

Anche la prosa faceva la sua comparsa al teatro di via Sarti, con il repertorio romantico ottocentesco. Gli attori non avevano grandi nomi, ma le recite di «Il romanzo d’un giovane povero», de «L’onore», di «Romanticismo» e di altri lavori italiani e stranieri, erano date con molta dignità. Vi fu una stagione nella quale la recitazione al Persio Flacco si elevò a un tono più che dignitoso per merito di Ferruccio Garavaglia, il grande attore tragico, stravagante, dal corpo atletico, dalla faccia scavata e lo sguardo eternamente triste, come se fosse assalito da eterni dubbi e in preda a incubi laceranti.

Garavaglia in quell’epoca attraversava un periodo di depressione psichica che lo portava a trovare nell’alcool un rimedio, non si accorgeva che le sue condizioni si aggravavano. Qualche recita dovette essere rimandata, ma il pubblico volterrano era disposto a scusarlo per la sua grande arte, che, qualche tempo dopo, lo portò a essere primo attore nella compagnia del teatro «Argentina» di Roma e a impersonare per primo la fìgura di Marco Gratico nella «Nave» di D’Annunzio.

Spesso, nella stagione estiva apriva i battenti anche l’Arena Viti per una serie di recite di compagnie con la maschera fìorentina dello «Stenterello». Era il tipico spettacolo popolare, allegro senza problemi centrali da risolvere, e soprattutto a prezzi minimi. Musica negli intervalli e, come alle corse un «Vallebona», gran consumo di semi salati di zucca e gazzosini.

In ogni spettacolo, Stenterello, dopo essere stato il deus ex machina per la soluzione di tutte le situazioni intricate, chiudeva la recita con l’ottava a commento satirico del fatto del giorno: otto versi che avrebbero dovuto essere estemporanei, ma che venivano accuratamente prefabbricati con l’aiuto di qualche volterrano interessato a mettere in evidenza e a criticare con garbata arguzia qualcuno o qualcosa.

Abbiamo già detto che gli spettacoli all’Arena Viti erano dati a prezzi minimi (10 e 20 centesimi; «militari di bassa forza e ragazzi metà prezzo»), ma in certi giovedì si poteva entrare anche con meno di 10 centesimi. Erano gli spettacoli « a generosità», ossia a discrezione di chi entrava. La vendita dei biglietti era abolita e sostituita da un vassoio su un tavolo alla porta d’ingresso. Ognuno poteva mettervi quello che voleva, 10 o 20 centesimi. Gli incassi non risultavano molto alti, ma in compenso si permetteva anche all’ultimo diseredato di divertirsi un paio d’ore con la minima spesa.

Altri spettecoli a buon mercato venivano spesso dati addirittura in Piazza dei Priori, allorché vi impiantavano gli attrezzi i saltimbanchi. Sì, proprio i saltimbanchi, i paria dello spettacolo popolaresco, cui veniva concesso l’uso della piazza senza reverenziali timori di profanare la maestosa solennità dei palazzi medievali, dato che tutti i giorni, tranne la domenica, vi si svolgeva, dalle 8 alle 10 del mattino, il mercato di frutta e verdura (con 5 centesimi si portava a casa una mezza rasinella di fìchi dottati).

ASA, L’UOMO FORZUTO

Fra i saltimbanchi non mancava mai l’uomo forzuto, pronto a sfidare tutti. Un anno si presentò un volterrano d’importazione, certo Asa, alto circa due metri e un corpo in cui le ossa erano più visibili dei muscoli; ne uscì malconcio; l’uomo forzuto del circo, Nino Lagos, lo sbatté diverse volte al tappeto, ma gli procurò una popolarità mai sperata, provocando inoltre una meno scarsa copia di piccole offerte raccolte, a fine dello spettacolo, nel cappello del pagliaccio del circo.

In piazza dei Priori, nei giorni di sabato, si esibivano anche i cantastorie con repertorio vecchio e nuovo, di attualità. Così accanto alle quartine, che, accompagnate dalla chitarra, narravano la «pietosa istoria» di Pia dei Tolomei, c’era il lamento di Caserio, condannato alla ghigliottina in Francia per aver ucciso il Presidente della Repubblica; oppure i consigli al generale Baldissera (c’era la guerra con l’Abissinia) a non si fìdar «di quella gente nera», e gli avvertimenti a Menelicche (scritto così per la rima ), giacché i fucili dei soldati italiani sparavano «palle di piombo e non pasticche».

Il Tinchi, soprannominato Petuzzo, ubriaco fìsso dalla mattina alla sera e viceversa, difendeva Caserio e ce l’aveva con Barattieri e Baldissera. Secondo lui l’unico che in Africa s’era comportato da eroe era il fìglio del bidello delle scuole elementari, il Failli, rimasto laggiù «stecchito per colpa di Barattieri». Erano concioni sconclusionate alle quali qualche volta doveva metter fìne «Mestolino», una guardia municipale, rigidamente attaccata ai suoi doveri, ma umana e comprensiva con gli ubriachi clamorosi e chiacchieroni.

Per i più raffinati si davano concerti di musica classica e da camera in una sala al pian terreno di palazzo Marchi, in via Nuova. Abbiamo già accennato al maestro Sestini, ma non si può fare a meno di ricordare, parlando di musica, i fratelli Cagnacci, il maestro Consortini, il Vannuccini.

I più fortunati, e più precisamente i più forniti di banconote, facevano puntate a Pisa, Livorno, Siena e Firenze per sentire buona musica e poter poi riferire, ai rimasti a casa e agli amici delle «Stanze». Perché è sempre esistito nella vita provinciale il bisogno di evadere dal chiuso ambito quotidiano, non tanto per la gioia della novità, quanto per poterne poi gioire di riverbero nel raccontare agli altri quello che si è visto.

Una fuga in massa verso Livorno fu compiuta dai volterrani ai tempi in cui Buffalo Bill piantò il suo villaggio spettacoloso in quella città. Per qualche settimana ai tavoli del caffè Bardola o intorno ai bigliardo del Brachini non si sentì parlare che delle prodezze dei «cowboy» a cavallo in corse sfrenate e bizzarri esercizi equestri da consigliare a nascondersi al più spericolato bùttero maremmano. «Berignone» – il cacciatore numero uno di tutto il Volterrano, l’uomo che vantava di non aver mai fatto una «padella» in vita sua, e che quando gli scoppiò una canna di fucile, amputandogli due dita, si fece costruire uno schioppo speciale per poter ancora cacciare e mostrare la bravura – «Berignone», dico, ebbe vari attacchi di fegato a sentire che gli indiani di Buffalo Bill erano dei tiratori infallibili, insuperabili.

«Berignone» meriterebbe un capitolo a parte. Più che un personaggio, lo si poteva considerare un simbolo, una figura rappresentativa di tutta la collettività dei cacciatori di Volterra e dintorni. Nessuno sapeva il suo vero nome, e quel nomignolo condiviso col bosco famoso, sacro alle carbonaie e alle cacce grosse, lo qualifìcava e lo inquadrava. Ogni cacciatore volterrano – e Dio sa quanti ce n’erano – ne parlava con ammirazione e riverenza. Nessuno con invidia. Era un fuoriclasse e faceva razza per conto suo. Sdegnava i paretai; per lui quella non era caccia onesta, e lo affermava anche di fronte al padre Bicchi, lo scolopio, direttore delle elementari, e gran cacciatore, ma anche accanito sterminatore di uccelli al paretaio, e di passerotti sorpresi la sera al buio con la rete sui cipressi di S. Margherita.

La caccia a quell’epoca, forse più di quel che è oggi, era molto diffusa a Volterra, e ognuno che aveva potuto procurarsi un fucile, magari di seconda mano, magari in prestito, magari ancora di quelli a bacchetta da caricare di volta in volta col misurino per la polvere e i pallini e lo stoppaccio, ognuno, anche sprovvisto di licenza, si sentiva Nembrotte, e la domenica, cane sì, cane no, si avventurava alla ricerca di selvaggina. Lepri, starne, pernici e anche fagiani erano preda non difficile per i più accorti; e la parola accorti, qui, deve intendersi come attributo di tiratori dalla mira sicura, ma anche di facili sconfìnatori di bandite.

PAPPARDELLE E IL VINO

Non di rado le lepri ammazzate con facilità o destrezza (eufemismi di frodo e bandita) venivano cucinate in trattorie periferiche o alla Locanda della Stella e mangiate fra amici e complici, pappardelle e vino, commenti allegri e propositi di insistere ulteriormente in quegli sconfìnamenti di sicuro rendimento. Tanto, le bandite erano molte e vaste e i padroni per lo più disposti a chiudere un occhio.

Loro, i proprietari di bandite, erano più propensi a organizzare cacce grosse, in Maremma, al cinghiale e al capriolo: una caccia più difficile e più impegnativa, ma anche un avvenimento che qualche volta riserbava un brivido.

Per i sedentari c’era il Tiro a segno, nei Borghi, e per i raffinati c’era il Tiro a piattello, vicino al famoso leccione degli Inghirami.

Abbiamo accennato a due categorie – sedentari e raffinati – ma forse è eccessivo, almeno nel signifìcato assoluto dei due aggettivi. A Volterra, allora, c’erano sedentari fìno a un certo punto e raffinati sì, ma senza atteggiamenti sdegnosi o smancerie snobistiche.

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Siamo rimasti a tu per tu con due gruppi di una categoria di volterrani di quel tempo: sedentari – abbiamo detto – e raffìnati, aggettivi qualifìcativi che non hanno fra di loro elementi contrastanti. Un sedentario può essere allo stesso tempo raffinato e viceversa. Se limitiamo esame ai cacciatori, il contrasto c’è, eccome!

I cacciatori sedentari di Volterra erano coloro che disdegnavano le levatacce e scartavano l’idea di fare lunghe trottate sulla traccia della lepre, scovata dal segugio, o a faticose scarpinate su e giù per le brulle biancane dietro a qualche starna disorientata, o a un gruppetto di quaglie mobili come foglie secche sospinte dal vento.

Questi cacciatori sedentari erano capaci di portarsi in calessino fìno ai quercioni dell’Ulivello per sostarvi ore e ore placidamente in attesa del passo dei colombacci; quando i colombacci non arrivavano, ci si contentava di sparare a qualche passerotto e magari a un re di macchia. Se a sera il carniere era vuoto, non si prendeva tragicamente; al massimo qualcuno poteva attendere che calassero le ombre della sera per rincasare non visto. All’impaccioso che all’indomani avesse chiesto notizie si poteva raccontare quello che si voleva.

«Pietteneri» – un macellaio di via Ricciarelli – insieme al mallegato di puro sangue di maiale, vendeva anche la selvaggina, e avrebbe potuto narrare quanti lunedì, mattina presto, fosse visitato da qualcuno di questi cacciatori che chiedevano di comprare qualcosa purchessia; meglio se ci fosse stata una starna, ma anche fìlunguelli, beccafìchi e addirittura passerotti. Ognuno di questi acquirenti era, logicamente, al centro di una situazione imbarazzante nell’ambiente dei parenti o degli amici.

A questa categoria appartenevano molti cacciatori «domenicali» e il gonfalone di essa poteva essere affidato a un volterrano «arioso», giunto da Venezia ad amministrare negli uffici della Dogana, ai Ponti, i generi di Monopolio. Si chiamava Dal Nevo; bell’uomo, chiacchierone, clamoroso, con un paio di mustacchi biondi, e sempre pipa in bocca. Parlando di questi suoi colleghi in caccia comoda, diceva che il loro motto era: «Spara e spera».

BERIGNONE, GRAN SACERDOTE

Nel cartiglio ideale del gonfalone dell’altro gruppo, i raffìnati, ci poteva figurare, per contrasto, la dicitura: «Spara solo se ti conviene». Questi non erano molti, ma serrati fra loro come una setta segreta a vasi intercomunicanti; esoterici di dottrina vaga, ma di fede ferrigna, non sopportavano intrusioni in materia di fucile, di polvere e di caccia. Gran sacerdote per consenso unanime e per virtù eroiche, era accettato, vita natural durante, il già nominato «Berignone», e membri autorevoli potevano considerarsi il Chierici (Beppe, quello con la barba), il Mazzinghi e il Vitino, poi altri meno in vista, o meno portati a proclamarsi, una sera sì e una sera sì, campioni del colpo preciso alla preda sicura.

Se poi, dopo esserci intrattenuti sufficientemente della categoria dei cacciatori, volgiamo l’attenzione ad altri sedentari e raffìnati, ci si parano dinanzi gruppi serrati di «abitués» della farmacia De Luigi – poi Quadri – e della Magona, il negozio di ferrarecce in piazza dei Priori.

Questa farmacia e questa ferrareccia erano i punti di convergenza e di raduno di professionisti nelle ore libere, cui si univano i signorotti e un prete di cognome, mi pare, Battani. A quanto si dìceva era un prete liberale, un giobertiano, che aveva manifestato, a suo tempo, la soddisfazione per quanto era avvenuto a Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Era il prete di casa Ricciarelli, e non prendeva parte attiva ai lavori della diocesi. Può darsi che in queste informazioni non tutto sia esatto, ma è esatto che la sua fìgura era simpatica e bene accolta sia nell’ambiente laico, sia fra i cattolici di stretta osservanza.

A una certa ora del pomeriggio – escluso, naturalmente, il periodo invernale – i sedentari/raffinati interrompevano la conversazione sulla soglia della farmacia Quadri e della Magona e si indirizzavano verso la passeggiata dei Ponti: un’ora, e anche più, di riepilogo peripatetico delle discussioni affrontate sulle sedie del Quadri e del Maestrelli (il titolare della ferrareccia) concludeva la giornata dei maggiorenti volterrani: i Paoletti, i Guidi, gli Inghirami, gli Incontri, i Ruggieri, i Viti, i Fabbrini, i Campani, cui si aggregavano i proff. Biagi, Lupetti, Pontrandolfi ed altri.

La conversazione all’aria aperta sembrava prendere un tono più vivace, un soffio più ampio di quella che era stata all’ombra dei barattoli o delle putrelle di ferro. Sui Ponti c’era un panorama meno tetro che in via dei Marchesi o in piazza dei Priori. Lo sguardo era rivolto verso la pianura di Cecina; in certe giornate si vedeva perfìno il mare. A pochi chilometri, in linea d’aria, alle Saline col fumo dello stabilimento si mescolava quello della locomotiva del treno che non si decideva mai a raggiungere il poggio.

Lo stimolo a parlare ancora di questa famosa ferrovia Saline-Volterra, sempre promessa, era forte e si può essere sicuri che difficilmente una di quelle passeggiate serotine non si concludesse col parlarne. Il progetto dell’ing. Lanino era pronto; che cosa si aspettava a iniziare i lavori? Durante il periodo elettorale questo tronco di ferrovia era il pezzo forte di tutti i candidati al Parlamento, ma poi, a elezioni avvenute, tutto si richiudeva negli archivi a ricoprirsi di polvere.

Un giorno si vide uno spettacolo nuovo sulle mura che si staccano da porta S. Francesco, a sinistra di chi va verso I Borghi. Qualcuno aveva impiantato una specie di mulino a vento, ampio, solenne. Serviva per azionare un meccanismo che tirava su l’acqua. L’ideatore era stato un volterrano rimpatriato dall’America.

Un altro giorno si udirono boati a ripetizione, come una serie di scoppi di mine. Che cosa succedeva? Era un altro volterrano, rientrato alla base – si direbbe oggi – che aveva impiantato fra Roncolla e Mazzolla un cannone grandinifugo.

Come? – si diceva – Volterra che ha queste novità non deve avere uno straccio di ferrovia? Vuoi dire proprio che siamo caduti nel dimenticatoio, che ci considerano pezze da piedi, roba tutta da Museo.

UN ANTICIPO DI FERROVIA

Un anticipo di ferrovia si ebbe quando, complice il fotografo Vannucchi e su ideazione del farmacista Quadri, comparve una cartolina illustrata in cui si vedeva un trenino arrivato zitto zitto, ma vispo, grazioso, composto di vetture di I, II e III classe, sulla passeggiata dei Ponti. Era un fotomontaggio ben riuscito, accompagnato da un sonetto, in vernacolo volterrano, nel quale si faceva qualche sberleffo ai «rigattieri delle vie ferrate» e concludeva che se a Volterra si voleva la ferrovia bisognava ricorrere alle «cartoline novissime illustrate».

Poi venne la ferrovia vera, con la cremagliera e la velocità da persona con i piedi dolci. Venne portata su un piatto d’argento dal nuovo deputato principe Ginori-Conti, succeduto al Parlamento, per il collegio di Volterra, all’avv. Ruggieri, che in una competizione elettorale si era trovato di fronte un antagonista preoccupante: addirittura Ugolino della Gherardesca, conte anche lui della famiglia di quell’altro cantato da Dante come traditore di Pisa, ma soprattutto come vittima dell’arcivescevo Ruggieri.

Prima che Volterra avesse la ferrovia era collegata con Colle Val d’Elsa e Saline da diligenze, quelle «diligenze» di cui, da ragazzo, mi sono inutilmente scervellato a cercare, da solo, la spiegazione del perché le chiamassero così. Quando lo domandai, un po’ impacciato a Nello – il vetturino del Simoneschi -, si strinse nelle spalle e mi rispose che non lo sapeva. Il mistero fu svelato dal prof. Grappelli che insegnava francese al ginnasio e alle tecniche; derivava dal francese «carrosse de diligence», vettura puntuale nell’espletamento degli orari nei servizi. Ma quando lo seppi, Nello non c’era più a Volterra e non potei comunicarglielo.

Se gliel’avessi potuto dire, forse l’avrebbe interpretata come una presa in giro, perché la puntualità in quei servizi c’era, semmai, soltanto alla partenza da Volterra, non certo nel ritorno, sempre subordinato all’arrivo del treno da Cecina.

Per assicurarsi il posto in una di queste diligenze bisognava prenotarsi il giorno precedente. Da Volterra a Saline si pagava una lira, ma, volendo, ti si concedeva anche la chiamata a domicilio, naturalmente per la sola partenza notturna, ossia quella delle 3 circa dopo mezzanotte, che permetteva di prendere la coincidenza a Cecina con il diretto da Roma. Pagavi la lira, davi il tuo indirizzo e il piano della casa dove abitavi, e mezz’ora prima della partenza eri svegliato dai colpi del mazzapicchio alla porta sulla strada, colpi che si ripetevano inesorabilmente fìno a quando non ti affacciavi e gridavi: «Ho capito!», sicuro delle maledizioni degli altri inquilini svegliati.

Chi, dovendo partire con quella diligenza troppo mattiniera, non se la sentiva di andare a dormire, si rifugiava in un caffè di via Guidi, gestito dal Ghelli, che funzionava da buffet della stazione e chiudeva dopo le 3, smerciando caffellatte e poncini ai clienti insonnoliti accanto alla valigia.

All’ingiù tutti i Santi aiutano, dice un proverbio, e quindi il viaggio da Volterra a Saline era una gita normale, senza sorprese. All’insù, da Saline a Volterra, la cosa non era sempre tanto liscia. Le prenotazioni non c’erano, e così qualche volta i passeggeri risultavano in numero superiore a quello di portata della vettura. A terra non voleva restar nessuno, cosicché il tonnellaggio – diremo così – oltre a essere ingombrante, oltrepassava la portata. Allora avveniva questo; quando cominciava la salita, il vetturino scendeva da cassetta per portarsi a fianco dei cavalli e pregava i più giovani passeggeri a fare altrettanto. Quando questo non bastava, specialmente se la strada era ghiacciata, qualcuno prendeva l’iniziativa di pigiare di dietro la carrozza, mentre il vetturino agguantava e teneva alta la cavezza dei cavalli. Soltanto verso il Pallesse tutto tornava normale e gli schiocchi della frusta erano segni di soddisfazione, non d’incitamento.

Mezzi di trasporto, oltre ai calessini e ai bàgheri del Simoneschi e del Cornacchini, non esistevano. Se volevi andare a S. Cipriano o a Vicarello, e fìno a Villamagna, potevi trovare un posto sul calesse di Mosca, il portalettere, ma se volevi raggiungere qualche località dalla parte opposta, ossia verso Spicchiaiola, dovevi affidarti alla discrezione del vetturino della diligenza per Colle Val d’Elsa.

Non parliamo poi delle altre direzioni, come verso Spedaletto o dalla parte di S. Margherita, giù giù verso la vallata dell’Era. Bisognava mettersi l’anima in pace e far chilometri e chilometri a piedi.

Le biciclette vennero tardi a Volterra. La prima fu inforcata da un certo Mario Viti, che stava di casa nel palazzo Inghirami (poi Montani). Era il tipo del perfetto ciclista, come struttura scheletrica e come… disamorato agli studi. lo credo che mangiasse stando sul sellino e dormisse abbracciato al telaio. Quando non poteva affrontare il giro di Volterra – Porta S. Francesco, Porta S. Felice, S. Alessandro, Porta a Selci, via di Sotto, Porta Fiorentina e poi, lasciata Vallebona, di nuovo Porta S. Francesco – correva intorno alla vasca del giardino del palazzo, con gioia dei ragazzi e scandalo degli inquilini che invocavano la rigidezza della guardia municipale Landi (il babbo di Leonida) perché facesse cessare quel gioco da pazzi.

Poi arrivò anche l’automobile per iniziativa del Baldacci, che, insieme a due fratelli meccanici – Tariero e il Moro – impiantò un’officina di riparazione di auto («Cicero pro domo sua») e di biciclette. Queste comparvero presto numerose, ma non molti riuscivano, come il Viti, a portare a termine la salita di via Ricciarelli e via Franceschini, e tanto meno quella specie di Galibier di via di Sotto.

Per veder giungere a Volterra una grossa macchina, una fuori serie, bisognò aspettare ancora molti anni; fu quella con cui Gabriele d’Annunzio, accompagnato da Donatella Cross, si fermò dinanzi all’albergo Nazionale. Ma non poté servirsene in tutte le sue peregrinazioni nei dintorni della città, e dovette ricorrere al Simoneschi per un cavallo bianco.

Si riebbe così la visione delle cavalcate che, verso la fìne dell’800, effettuava, fra l’ammirazione di tutti, la Ricciarelli, chiusa nel nero e attillato abito da amazzone, in testa cappello duro e veletta svolazzante. La gente assisteva ai preparativi di quella cavalcata come fosse al circo equestre. Soprattutto la sella con i due corni e le staffe discordi nell’altezza erano oggetto di curiosità. Quando l’esile signora, aiutata dallo stalliere, con un balzo agile e deciso montava e si avviava verso S. Francesco, sembrava una fìgurina che per magia si staccasse dal fondo di una stampa inglese. (Se l’autore del «Forse che sì forse che no» l’avesse vista, avrebbe sicuramente modellata su di lei la protagonista del suo romanzo volterrano).

LE PASTICCHE D’ORZO DEL BRACHINI

Cavalli, biciclette, auto: tre tempi d’un cammino fatale, che a poco a poco cambiò inavvertitamente – come ovunque, ma qui un po’ meno e con minore volgarità – la faccia alla città di Volterra, e fece dissolvere un gruppo di piccole cose che, a ricordarle oggi, hanno un tenue sapore dolciastro come le pasticche d’orzo vendute da Ugo nei caffè del Brachini o del vecchio Bardola.

Si dileguarono i norcini che da novembre a tutto marzo vendevano le salsicce di maiale; i castagnacciai che, in via delle Prigioni, vendevano castagnaccini sfornati sotto l’occhio del cliente e torta di farina di ceci con la spruzzatina di pepe; scomparve il Tinti che, guidando il carretto di frutta e verdura, urlava tutto il giorno, in giro per la città: «O donne, ‘e vo via!», e il giorno dopo era ancora lì. Non si sentì più, come avveniva spesso, il Banchelli che ai quattro punti cardinali della città, preceduto da un suono di tromba speciale, come i banditori di altri tempi, gridava: «C’è la vitellina di latte in pescheria!», anche se si trattava di una vaccina morta di vecchiaia. Scompariva la Cucina economica di via Turazza, dove con 30 centesimi si mangiava (minestra e pietanza, con possibilità di portare la roba a casa), e veniva a mancare una distribuzione settimenale (il giovedì, mi pare) di 2 centesimi da parte del vescovo a tutti coloro che si presentavano in Vescovado. La distribuzione veniva effettuata dal maggiordomo del presule, un tipo di corporatura robusta e sanguigna, dallo sguardo inquisitorio, ma dal nome di una candidezza sconcertante: si chiamava Narciso.

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Narciso il grande elemosiniere vescovile, non era il solo a portare con disinvoltura sulle spalle il gravame di un nome con riferimenti storici o leggendari tanto impegnativi. C’era un Alceo (il cognome non lo ricordo) che, ignorando sicuramente tutto sul suo omonimo poeta di Mitilene, faceva il falegname e in tempi di apertura del teatro svolgeva le mansioni di portaceste e trovarobe; c’era Anchise, un alabastraio di Via S. Felice, che, pur essendo giovane, aveva le gambe talmente in disordine da camminare appoggiato a due bastoni, né poteva – come avrebbe suggerito la leggenda – chiedere di esser caricato sulle spalle di un Enea, che abitava a pochi metri di distanza.

Enea, oltre ad essere più vecchio di Anchise, era esile, negato strutturalmente a grosse fatiche o imprese eroiche, a meno che non si voglia considerare eroismo reggere con abilità e dignità l’amministrazione civica. Si trattava, infatti, dell’avv. Enea Falconcini, sindaco per alcuni anni di Volterra, avanti la prima guerra mondiale.

In casa Solaini c’erano Fidia e Pericle, due austeri cugini pieni di dignità e consapevoli della responsabilità di quei nomi sonori nella storia delle arti e nella politica del più grande periodo ateniese.

C’era Aristide, il cav. Aristide Carnieri, uomo saggio e giusto, tanto nel trattare gli argomenti d’interesse cittadino con sobria oratoria dal banco di consigliere comunale, quanto nel dirigere il giornale «Il Corazziere». Accanto a lui dobbiamo ricordare ancora una volta Leonida (Landi), acutissimo ingegno, conversatore scanzonato, e convinto che, nonostante quel nome, avrebbe volentieri rinunciato a cimentarsi alle Termopili per difendere un regime di educazione e pasti in comune istituito dall’austero Licurgo.

Non mancavano gli eroi omerici Ettore, Achille e Paride. Ettore era il nome dell’industriale in alabastro Montoni, cavaliere per meriti umanitari e attività artistica, ma soprattutto in riconoscimento di una vita integerrima, nobilmente disinteressata fino a terminare i suoi giorni in dignitosa miseria dopo aver dato alla patria i due fìgli ed aver abbandonato il Palazzo di via Ricciarelli, dove coltivava fìori preziosi e amicizie di uomini e animali.

Un maniscalco dei Borghi – Brogi, mi pare – portava con disinvoltura il nome di Achille; e Paride era un modestissimo e sfortunato artigiano che diede i natali a chi, con un pizzico di ironia malinconica, rievoca qui, per i volterrani d’oggi le ombre del passato.

Persio – ch’io sappia – il nome del nostro poeta, fu trascurato fino a quando il prof. Pellicci della Scuola d’Arte non lo regalà a un figlio che vorrei fosse ancora vivente.

Un terzetto  di Archimedi – quasi coetanei – si contese il primato in campi diversi, molto diversi; uno (Gremigni), fu intelligente scultore, allievo del prof. Bessi; il secondo (Grandi) fine seguace di Apicio e insuperabile giocatore di biliardo; il terzo Archimede era il maggiore di Fanteria Bargi, caduto nei primi mesi della guerra 1915-1918, a Monfalcone.

E qui, non tanto per associazione di idee, quanto perché anch’egli portava un nome altisonante, è doveroso ricordare un Lepanto (Lepanto di nome, e di cognome Benedici), parrucchiere di via Guidi, morto in un assalto sulla Bainsizza, gli ultimi di agosto 1917; l’avevo incontrato qualche giorno prima in una dolina carsica e l’avevo abbracciato come se in quell’inferno mi fossi incontrato con un pezzo di Volterra; lui m’aveva offerto da bere l’acqua contenuta in una ghirba.

Ma lasciamo in pace queste ombre sacre e rituffiamoci nel torrentello spumoso e chiacchierino che risveglia ricordi scevri di tristezza. Per esempio, il nominato Narciso, in bombetta quando era fuori servizio e in polpe bianche, o con alti stivali e tuba: a seconda che seguisse il vescovo a piedi in cerimonie ufficiali come maggiordomo, o come palafreniere a cassetta di un landò.

Che ne sapeva lui e che ne sapevano molti battezzati con nomi del pesante fardello loro appioppato da genitori estrosi e fantastici?

Del resto a Volterra c’era stato un precedente grosso in materia di nomi. Un Inghirami, un dotto Umanista, nato nel 1470 – che fece carriera fino a diventare l’uomo di fiducia di un papa e meritare di essere tramandato ai posteri con un ritratto di Raffaello – fu chiamato Fedra, un nome piuttosto imbarazzante e di difficili riferimenti. Insomma, voglio dire che di fronte a un nome Fedra dato da un Inghirami – certo a ragion veduta, ma che molti non vedono – a un figlio, si debbono concedere molte attenuanti anche al babbo di Achille modesto maniscalco, e a quello di Narciso, onesto agricoltore mezzadro, che attendeva tutt’altro che vedere il grassottello rampollo avviarsi verso la carriera di servo fedele d’un Vescovo.

I genitori spesso, più che i fatti della storia e della leggenda, conoscono i nomi dei protagonisti e si appoggiano, sicuri, su nomi sonori senza preoccuparsi d’altro.

Chi non ricorda – fra i vecchi del 1900 – un certo Artidoro Dell’Agnello, presentato a Volterra come protetto dall’onorevole Ginori Conti e novello Giotto? Con un nome di quel genere il padre poteva dormire fra quattro guanciali e anche coloro che lo sostenevano. Non mi risulta che si sia discostato dalla mediocrità, dopo aver frequentato la nostra Scuola d’Arte.

LA GRANTURCA

Se la cautela nell’imposizione dei nomi non era una qualità peculiare dei volterrani d’un tempo – e di tutti i toscani di sempre – c’era in compenso una scaltra, intelligente e raffìnata malizia nell’imporre i soprannomi, meglio specifìcati «nomignoli».

Ne abbiamo già ricordati alcuni: Balosce, Panciottone, R1cciolo, Mestolino, Piettèneri, Prezzémolo, ciascuno scaturito da qualità o difetti fisici, o da comprovata disposizione verso qualcosa di speciale; altri, invece, come Giangùrgolo, Pàrapi, Pioviscola, privi di riferimenti e forse solo un gioco di sillabe musicali. Un personaggio d’eccezione, con un soprannome solenne, era la «Granturca», che non sapeva decidersi a vestirsi ne completamente da uomo, né completamente da donna. Si atteneva, con discrezione, a una via di mezzo: cappello da uomo, giacca di fustagno alla cacciatora sopra una camicia neutra, poi una gonnella alquanto scampanata e scarpe da monagna. Trainava tutto il giorno un carretto con blocchi di alabastro grezzi, e fumava mezzi sigari toscani ininterrottamente: da qui l’appellativo di «Granturca». Un giorno, con una svolta improvvisa di natura psicologica, si sposò con un onesto artigiano, e più tardi, con altra improvvisata di sapore patetico, adottò un bambino del covo della «signora Elena» (befotrofìo). Pur seguitando a vestirsi in parte da uomo e in parte da donna, e a faticare col suo carretto, dove caricava anche il piccolo, smise di fumare mezzi toscani, ma rimase sempre la «Granturca», sposa dai modi bruschi, e madre piena di tenerezze.

C’era anche «Gesù», un «Gesù» – diremo così – laico, con una bella faccia e relativa barba alla nazzarena, per cui avrebbe potuto porre la sua candidatura per le sacre rappresentazioni di Oberammergau. Era Dello Sbarba, industrele di alabastri e sposo di una pronipote di Giosuè Carducci.

La «signora Elena» sopra citata era la mamma di tutti i bambini che venivano dalla «rota», sotto il porticato dell’ospedale, oppure a lei affidati dal reparto ginecologico dell’ospedale stesso. Intorno alla signora Elena in tutte le ore del giorno e della notte c’erano giovani spose ancora piene di latte che, a turno, sfamavano quei quindici o venti pupattoli raccolti intorno a quella corpulenta signora, che una vocazione speciale aveva avviata a espandersi in un’opera «di maternità e infanzia» avanti-lettera, sospinta forse da una vicenda sentimentale conclusa melanconicamente.

Disperata quando qualcuno dei piccoli non prosperava alla svelta, assumeva l’aspetto d’una Niobe ottocentesca se doveva chiudere gli occhi a una creaturina che volava al Cielo, ma sprizzante gioia da tutta la persona matronesca se un giorno vedeva giungere una mamma a ritirare il piccino abbandonato un tempo per dolorose vicende, intorno alle quali lei non indagava mai, e, se le veniva a sapere, manteneva una discrezione da confessore.

Si raccontava che, quando un bimbo si ammalava, tormentava tutti i medici dell’ospedale – il Verdiani, il Marcacci, l’Ulivi – fìnchè non vedeva il malatino guarire; una volta – si narrava ancora – occorrendo del ghiaccio per un piccolo minacciato da meningite, era corsa lei in persona da piazza del Duomo ai Macelli, fuori porta Fiorentina, per essere sicura di avere quel presidio terapeutico e di portarlo sollecitamente.

Sì, perché, allora bisognava andare cauti nell’ammalarsi; medici ce n’erano pochi, due sole farmacie (poi ne vennero altre due) e il ghiaccio per i malati si conservava in un locale dei Macelli, fra ammassi di paglia, dopo averlo raccolto nei torrenti o nei laghetti della periferia durante le rigidezze invernali.

IL MEDICO E LA TESTA DELLE DONNE

Prima che l’ospedale fosse affidato al dott. Baciocchi, chi doveva subire un’operazione di qualche importanza veniva avviato a Siena o a Pisa. Il dott. Baciocchi, chirurgo esperto, si diceva fosse un discendente di Elisa Baciocchi, principessa di Lucca e Piombino e sorella di Napoleone I; un antenato che di «operazioni» se ne intendeva e ne aveva compiute abbastanza con successo.

Il dott. Baciocchi sul suo lontano parente, aveva un piccolo vantaggio, oltre a quello di non conoscere nessuna Watherloo: aveva fatto spargere sangue, ma aveva anche mandato a casa risanati e rimessi a nuovo i suoi clienti. Tagliava e cuciva meglio del Casanovi (il sarto dei signori eleganti), né gli avvenne mai di dover annunziare quello che ogni tanto si sente dire: l’operazione è andata bene, ma il paziente è deceduto. Per la prima volta a Volterra fu operata da lui una donna alla testa, e con successo. «Finalmente, uno che riesce a mettere a posto le teste delle donne», si diceva alle Stanze, fra una partita e l’altra.

Era balbuziente; un difetto che, da Demostene a Orio Vergani, non ha mai impedito di far carriera; e, al contrario di questi due suoi compagni tartaglioni, evitava di parlare più di quanto fosse veramente indispensabile. (E’ noto che a Volterra è difficile trovare gente silenziosa). Mario Battistini, un appassionato studioso di cose volterrane e spirito caustico quant’altri mai, affermava che «quello, quando taglia, non tartaglia».

Suppergiù, nell’epoca in cui giunse a Volterra questo chirurgo d’eccezione, vedemmo arrivare anche un altro medico di calibro grosso, il prof. Scabia, cui venne affidata la direzione del frenecomio, divenuto un centro d’interesse nazionale, con una sezione per criminali e varie dipendenze agricole per alienati calmi e recuperabili.

Il prof. Luigi Scabia era una personalità diametralmente differente dal dotto Baciocchi. Veneto, aveva dei veneti le più spiccate qualità positive: cordiale, espansivo, caustico con intelligente fìnezza nella critica; gli occhi sempre sorridenti dietro gli occhiali e una barbetta, bionda, a punta.

Attraverso la sua attività il piccolo manicomio di S. Girolamo divenne una «reggia della follia», come la chiamò D’Annunzio. Il manicomio, prima dell’avvento di Scabia, era un modesto fabbricato, con pochi degenti. Nei pomeriggi domenicali molti volterrani s’indugiavano nei dintorni a mangiare cedri comprati sul posto e le rutilanti corbezzole colte nei boschetti. Dopo aver dato uno sguardo all’unico cancello del minuscolo manicomio per intravedere i «pazzi» su una panchina, prima di riprendere la strada dei Ponti facevano una sosta nella chiesa di S. Girolamo a dare un’occhiata alle vaste terracotte robbiane.

Man mano che la costruzione del nuovo frenocomio, sotto la dirigenza tecnica dell’ing. Allegri (altro pizzo, altro gioioso estroverso) e l’affettuosa cura del prof. Scabia, si dilatava e i padiglioni si coprivano di embrici rossi, anche i più disattenti volterrani ebbero la sensazione che alla tetra e solenne vastità del penitenziario si stava contrapponendo un’altra vasta costruzione, meno solenne e niente tetra. Anche il Padiglione per i pazzi criminali non ricordava in nulla quello dell’Ambrogiana di Montelupo Fiorentino.

Volterra aveva chiesto la ferrovia e si vide dare un manicomio, e che manicomio con un direttore coi fìocchi e altri medici in gamba (Benini, Pochini e altri) appassionati nella loro missione, col fervore dei pionieri.

Nemmeno a cercarla col lanternino – allora – si poteva trovare un’affinità fra ferrovia e manicomio; e invece qualcosa c’era. Non affinità, ma utilitarietà, riscontrata subito non appena tutto il complesso manicomiale prese a funzionare.

L’epoca coincideva con una delle numerose crisi del commercio dell’alabastro, attenuata di poco dal sorgere d’una cooperativa. Molti alabastrai abbandonarono seghe, raspe e gattucci per un incarico qualunque – di sorveglianza o impiegatizio – nel frenocomio, così nuovamente denominato. Molti commercianti presero gli appalti di forniture per i numerosi ricoverati.

Quante freddure si dissero allora intorno a quella situazione! Sarebbe facile ricostruirle oggi, magari impastendo verità e abile astuzia. Preferiamo che i volterrani d’oggi usino, loro, la fantasia ricostruttiva.

Noi ci limitiamo a rovesciare un vecchio motto latino in parlata popolaresca nostra: «Viaggiare (o navigare) va bene, ma prima di tutto bisogna vivere».

© Pro Volterra, UMBERTO FOSCANELLI
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