Via Antonio Gramsci

È la strada che da Via Matteotti conduce a Piazza XX Settembre; è lunga 150 metri ed è lastricata. L’intitolazione all’illustre uomo politico e pensatore italiano, morto in carcere durante il fascismo, dopo aver gettato le fondamenta del Partito Comunista Italiano, risale al 1946. In precedenza si chiamava Via Nuova e con questo toponimo, nell’uso corrente, viene tuttora ricordata dai volterrani. Questa strada si trovava già citata in documenti del 1322 ed era molto lunga: iniziava, infatti, da Via delle Prigioni (non c’erano ancora gli edifici, costruiti probabilmente nel sec. XVIII che ne hanno occupato il primo tratto) e terminava a Porta Selci. La via fu chiamata “Nuova” perché, agli inizi del XIV secolo, vi furono compiuti importanti lavori di edilizia, con sventramenti e ricostruzioni, il tutto ampiamente illustrato in documenti dell’Archivio Storico Comunale. Successivamente la strada ebbe due nomi: quello di “Via Nuova” ancora fino alla chiesa di Sant’Agostino, l’altro di Via della Porta a Selci o Via del Piano di Porta a Selci, dalla chiesa alla porta omonima. Nel 1878, alla morte di Vittorio Emanuele II, il Municipio intitolò la strada, di nuovo per tutta la sua completa lunghezza, alla memoria del sovrano. Nella revisione degli anni ’30 si tornò ancora alla divisione: primo tratto Via Nuova, secondo tratto Via Vittorio Emanuele. (P. Ferrini, Perché si chiamano così, p. 16).

Via Nuova è una delle strade più ariose e, forse, la più ampia delle vie interne volterrane. E una via larga, comoda ma non è la preferita dai volterranì che prediligono, per le passeggiate e gli incontri sociali, Via Matteotti o, più comunemente nota come Via Guidi. Come più volte ricordato la via si divide in due tratti: fino a Piazza XX Settembre è intitolata a Antonio Gramsci, da Piazza XX Settembre a Porta a Selci si chiama Via Don Minzoni. Il primo tratto però è ancora spesso indicato come “Via Nuova”. L’origine di questo nome non è chiara. Secondo alcuni storici locali il nome di “Via Nuova” fu attribuito dopo la occupazione della città da parte di Francesco Ferrucci nel 1530. I ricordi ferrucciani sono fortemente presenti nella memoria storica volterrana, soprattutto a seguito dei fatti dell’aprìle-gìugno del 1530, quando stragi, distruzioni, ruberie ed oltraggi di ogni genere accompagnarono il capitano nella campagna contro Volterra. In effetti il Ferrucci dovette combattere duramente per espugnare la città. Penetrato dalla parte di Porta a Selci, conquistò l’intera strada fino a Piazza XX Settembre, lottando aspramente contro i volterranì che gli tenevano testa. Quindi in seguito all’opera di riedificazione dei palazzi e delle case distrutte, si sarebbe attribuito il nuovo nome. Secondo altri storici le distruzioni non sarebbero state così vaste, da rendere necessaria una nuova ricostruzione. Certi documenti dimostrerebbero che fino al 1300 questa strada era detta “Via Nuova”. Non si dimentichi infatti che nel 1293 fu fondato in questa zona da Baccio di Federico Ruffoli un ospedale che era chiamato Ospedale di S. Maria Nova o della Misericordia. Da esso la strada potrebbe aver avuto il nome. Inoltre verso il 1322, in questa parte della città, furono abbattute altre case, dette dei poveri, della contrada di Porta a Selci, dietro un modesto compenso dei proprietari, per quello che oggi potremmo chiamare un nuovo assetto urbanistico.

Non va tralasciato poi il fatto che nuove case furono abbattute dai fiorentini quando, dopo il 1472, si ampliò la struttura della Fortezza. Come altre erano state abbattute quando, nella metà del 1300, si costruì la parte vecchia di essa. Come si vede molte sono state le distruzioni e le ricostruzioni, i rinnovamenti e le riedificazioni, in epoche diverse, della zona che spiegano e giustificano abbondantemente il nome di “Nuova”.

“Se l’impianto topologico corrisponde a quello tra Via Ricciarelli e Via Roma, la configurazione morfologica è diversa, sia per la veduta contemporanea di Via Gramsci e Via di Sotto, sia per i caratteri decisamente più recenti dell’edilizia che dà loro forma”. (M. Canestrari, p. 238).

Via Gramsci rappresenta la natura di continuità di Via Don Minzoni – non per niente, anticamente, era considerata un unico tratto – e si presenta, per chi la guarda da Piazza XX Settembre, caratterizzata da edifici irregolari, più o meno alti, con in fondo l’innesto perpendicolare con Via Matteotti. Là, anticamente, vi corrispondeva un vicolo, che proseguiva fino a Via delle Prigioni, ormai obliterato. La strada è una serie successiva di palazzi p palazzotti, anche di notevoli dimensioni, che raramente presentano elementi e caratteri architettonici di pregio, soprattutto sul fronte, il cui retro, si affaccia sulla Via di Castello.

Ma andiamo per ordine. La via inizia, sul lato destro per chi procede verso Piazza XX Settembre, con Casa Chiti, corrispondente ai nn. 2-8.

PALAZZO SARDELLI

Segue, ai nn. 10-18, il Palazzo Sardelli, dalle cornici di pietra a bugne a punta di diamante. Palazzo gentilizio, realizzato nel XIX secolo, presenta il bel portale e tre ordini di finestre con riquadratura in pietra. In occasione dei lavori di metanizzazione, recentemente, sono stati trovati, davanti al n. 12 di Via Gramsci, i resti di un basamento di colonna e varie stanze di servizio di una domus imperiale. Si tratta, proprio per la costruzione architettonica e per il colore verde dei vetri delle finestre, di una casa romana di notevole importanza.

PALAZZO BELTRAMI

Di tutt’altro impatto visivo e di impianto architettonico sono gli edifici al lato opposto della strada. Il primo palazzo che incontriamo è il Palazzo Desideri poi Beltrami che ha una facciata anche in Via Matteotti (sec. XVI). La costruzione cela una struttura architettonica più antica, testimoniata ancora da vari archi bugnati che si scoprono in alcuni punti della facciata. Palazzo gentilizio del tardo rinascimento, con all’interno ambienti decorati del XIX secolo, presenta oltre il cornicione-marca davanzale del primo piano, grandi finestre con bozze ed archi in pietra. “E uno degli esempi di costruzione “alla fiorentina”, caratterizzata dalla semplicità e singolarità dell’edificio con le porte e le finestre superiori a tutto sesto, cinte da bozze, mentre le finestre del piano terra sono rettangolari e cinte da semplici cornici”. (C. Ricci, pp. 86-87).

PALAZZO MARCHI LISCI

Il palazzo che segue, ai nn. 13-19, è l’antichissimo Palazzo Marchi-Lisci. Residenza gentilizia dei Ginori-Lisci, l’edificio, nell’impianto più antico, è la risultanza di più periodi. La parte inferiore, in pietra e con imponenti archi a tutto sesto, risale al XIII secolo, mentre la parte sopraelevata, a cortina di mattoni, risale al XV secolo, con finestre ad arco al terzo piano, ridotte a forma rettangolare e oggi riportate alla figura originaria. Dalla pietra regolare, squadrata e appianata, lo “stil fine” cede il posto a quello rozzo, privo di lavoro di lima, soprattutto nei conci degli archi. Costruzione bellissima, il Palazzo Marchi-Lisci risulta essere uno dei migliori esempi di questo stile, presentando i suoi mirabili archi che, un tempo, dovevano aprirsi su un ampio loggiato e che recano la data del 1294. Il portale attuale è del XVI secolo, mentre gli affreschi ai affitti, nelle sale interne, risalgono al XVIII secolo.

I Marchi erano tra le maggiori famiglie volterrane e quando, nel XVI secolo, l’arte della lana incominciò ad incontrare difficoltà, la famiglia, come tante altre, ripiegò sulla terra. Concentrò quindi l’economia e la propria ricchezza sull’agricoltura, campo su cui poi prenderanno piede gli istituti del fidecommesso e della mano morta. Ben rappresentati nel governo della città, i Marchi, nella prima metà del Settecento, iniziarono il loro declino e scomparvero. (C. Pazzagli, pp. 18,23).

I Lisci che, con gli Incontri, i Fei e i Riccobaldi del Bava, nel 1429, erano tra le famiglie più ricche della città, a cavallo dei secoli XVII e XVIII, intrapresero la strada che, di li a poco, li avrebbe condotti all’estinzione, soprattutto per il numero sempre più esiguo dei componenti. Ricca e influente, la famiglia Lisci, con la morte del cav. Benedetto, nel 1814, cessò di esistere. La figlia, Francesca Maddalena, sposò nel 1786 il marchese Lorenzo Ginori e si trasferì a Firenze. In seconde nozze, nel 1799, sposò Ferdinando Riccobaldi. Senza figli, Francesca, dopo aver trascorso una vita mondana nell’alta società della capitale, alla sua morte avvenuta nel 1847, aveva dilapidato quasi tutto il grandissimo patrimonio paterno. Rimase solo la villa di Montughi che lasciò in usufrutto al secondo marito e in proprie là ai nipoti ex figlio Lorenzo e Benedetto Ginori che, da tempo, avevano aggiunto al proprio cognome quello dei Lisci, ereditato dal bisnonno materno. (C. Pazzagli, p. 34, pp. 38-40 e p. 167).

SPEDALE DI SANTA MARIA

Un tempo ebbe qui sede lo spedale di S. Maria o della Misericordia, come testimonia una iscrizione marmorea, posta vicino alla porta principale, il cui testo, preceduto da una croce greca con estremità apicate (A. Augenti-M. Munzi, p. 71), così recita:

AULA MARIA E ACTA FUIT VIRGINIS PIE PER FRATREM ALMUM JOHANEM NOMINE MAGNUM A.D. MCCLXXXXIIII
INDICTIONE VIII.

L’epigrafe, oltre a ricordare la costruzione dello spedale, testimonia l’espansione della città all’interno della cerchia medievale lungo la via che, nel XIII-XIV secolo, verme chiamata “Via Nuova”. Fin dai tempi più antichi in Volterra erano aperte, ad opera del pubblico o del privato, istituzioni di beneficenza, per dare sollievo ed aiuto ai vecchi, per accogliere i pellegrini, per curare gli infermi. In epoca comunale, oltre ai problemi sorti con l’espansione demografica, le autorità pubbliche sentivano, come impellenti gravi, altri due problemi: quello dell’acqua e quello dell’assistenza ospedaliera. Per quanto concerne quest’ultimo punto, tra il XIII e il XIV secolo, sorsero in città numerosi spedali che segnarono anche un nuovo modo di sentire e interpretare la beneficenza per risolvere l’altro annoso problema dell’igiene.

La Chiesa ovviamente incoraggiò la creazione di questi istituiti di assistenza, numerosissimi nel Medioevo, ed anche i Comuni inclusero, nei loro Statuti, speciali disposizioni in materia di elargizione o donazioni per spedali. Gli spedali erano, quasi sempre, soggetti all’autorità del Vescovo che ne dettava le norme, stabiliva la tassa da corrispondere al vescovado, nominava il rettore o spedalingo, i commessi, gli oblati e i conversi. Non paragonabile ai nostri ospedali, gli spedali di allora erano per lo più ricoveri per pellegrini, per miseri senza tetto che, per età, malattia o per condizione, non trovavano sostentamento necessario. Con il Concilio Ecumenico di Vienna del 1311, l’ufficio dello spedaliere, fino ad allora tenuto dai religiosi, fu esteso anche ai laici, purché fossero celibi, portassero la tonsura ed osservassero la residenza nello spedale. A Volterra, nel 1356, questi asili, tesi ad hospitare i bisognosi, erano circa cinquanta, fra urbani e rurali. In città se ne contavano cinque: l) di S. Maria Maddalena; 2) di S. Maria di Via Nuova; 3) di Baccio di Federico o della Misericordia o di 5. Maria Maddalena o di Benino; 4) di Provenzano; 5) dei 55. jacopo o Giovanni o di Strenna.

Lo spedale di S. Maria di Via Nuova, detto anche spedale di frate Giovanni, è il più antico, dopo quello della cattedrale. E’ la stessa lapide, posta sulla facciata del Palazzo Marchi, che ci informa del nome del fondatore, ricordato anche in un documento, del luogo e della data. Sorto per la beneficenza di frate Giovanni, lo spedale è indicato anche con il titolo di spedale della Misericordia. L’iscrizione marmorea commemora la creazione di una “aula” – che per metonimia va a significare un intero palazzo – a Maria Vergine per opera di frate Johannes. Secondo il calcolo degli anni seguito “in stile fiorentino” (M. Cavallini, p. 94), risale al 1294 e dal 1313 al 1322 ne è rettore un tal Salvuccio. Un documento del 1334 testimonia che una certa Domina Ghita vidua quondam Berti Diotifecis de Vulterris lasciava i suoi beni allo spedale “nuovissimo” della Beata Vergine Maria di Via Nuova, un tempo denominato di Frate Giovanni. (M. Cavallini, p. 95). Era quello di Aula Mariae che in seguito venne ristrutturato. Dopo la morte dell’ultimo spedalìngo Cardello, il vescovo Belforti, nel 1353, unì lo spedale a quello di Baccio di Federigo. E si ritiene che, in base ad alcuni documenti, presso il Palazzo Marchi, si aprisse una breve Via che doveva condurre nella Via di Sotto; come pure sembrerebbe che alcuni chiassi e vicoli si aprissero dal lato opposto per condurre nella Via di Castello.

Se conosciamo i nomi e i compiti specifici di ogni singolo spedale, non altrettanto siamo a conoscenza della loro precisa ubicazione nella via.

Baccio di Federigo di Ruffolo, ricco cittadino volterrano, con testamento del 1291, volle destinare i suoi beni e le sue diverse case nella contrada di S. Agnolo, in spedali ad usum pauperum infirmorum et egenorum. il vescovo Ranieri dei Ricci, nel 1291, eresse lo spedale che, dal nome del suo fondatore, fu detto di Baccio di Federigo. Lo spedale, conosciuto anche come “spedale della Misericordia o di S. Maria Maddalena di Via Nova” od anche “di Benino”, sorgeva nella contrada di Via Nuova e dietro Via delle Prigioni, in capite viae Novae o super angolo via Nove. Nel 1353 il vescovo Filippo Belforti, a causa della vacanza dello spedalingo di S. Maria di Via Nuova, per la morte del suo rettore e di quello dei SS. Giacomo e Giovanni in Via Nuova, riunì i tre spedali in un unico denominato della Misericordia.

Il nuovo era diviso in tre sezioni come risulta dall’inventario del 1361. In Via Nuova c’era l’ospedale delle donne e, accanto, quello dei poveri. Item lo spedale dove stanno le femine ne la via nova con orto dietro, dinanzi la via nova, di lato i poveri, di sotto Ser Canuccio di ser Bartolo. Qui vi erano VIII lettiere. Nello spedale di Baccio, in capite Via Novae, vi erano gli uomini. Per chiarire la dislocazione topografica degli spedali fin qui menzionati, soccorre un altro documento del 1351, che descrive il percorso del vescovo in occasione di una visita agli istituti ospedalieri. Le tappe indicano uno spedale del “55. Iacobi et Iohannis”: poi uno spedale di “S. Maria, detto spedale nuovo”; infine uno spedale di “S. Maria, in capite via novae”. (M. Cavallini, p. 93). Il primo quello fondato da Bonaventura di Strenno; il secondo è quello fondato da Giovanni, intitolato a Maria dello “novus”; il terzo quello di Baccio di Federigo. (A. Augenti – M. Munzi, p. 72). Così tre erano gli spedali nella contrada di S. Agnolo: il 19 gennaio 1348 Taviano fu Strenna di Bonaventura della famiglia dei Mannucci dettava il proprio testamento nel quale oltre a disporre che il suo corpo fosse sepolto nella chiesa di S. Agostino, disponeva che “delle sue case poste in contrada S. Angeli, in Via Nova, debba essere fatto uno spedale per i poveri bisognosi ed infermi”. Lo spedale fu una conseguenza della famosa peste del 1348. Come molti altri, anche Ottaviano di Strenna, per paura di essere appestato e di morire senza il perdono di Dio, eresse lo spedale e così fece suo fratello. Dopo che i nipoti ebbero invano impugnato i testamenti degli zii, nel 1348 il vescovo dette il permesso per erigere lo spedale che fu chiamato dei SS. Giacomo e Giovanni Evangelista, le cui immagini furono dipinte nella facciata esterna della casa ospedaliera.

Lo spedale accoglieva i poveri dei due sessi, malati e sani e, nel 1353 fu riunito insieme agli atri otto quello della Misericordia. Non sappiamo con esattezza dove sorgesse: sicuramente non nel luogo dove sorge la chiesa di S. Agostino, ma forse nella sue immediate vicinanze. Samonà afferma (M. Canestrari, pp. 240- 241) che, accanto alla chiesetta di S. Antonio vi sarebbero state unità edilizie adiacenti che un tempo corrispondevano ad un vecchio ospedale. Andando per esclusione e sapendo che lo spedale di S. Maria era in Palazzo Marchi; che quello di Baccio era in capite viae, spostato cioè verso Via delle Prigioni; che quello di Provenzano era nell’attuale Via Don Minzoni, allora quello citato da Samonà potrebbe essere quello di Strenna, tanto più che Battistini lo annovera vicino a S. Agostino. Ma lo stesso Battistini si dice pure contrario a questa ipotesi, perché ammette che l’ oratorio non risalga a tempi lontani. I caratteri dell’edificio lo attestano come costruzione del XV secolo, mentre lo spedale è più antico. (M. Battistini, Memorie Storiche Volterrane, p. 53). Ma lo storico volterrano non ha considerato che l’Oratorio, nella sua forma architettonica originaria, risale al 1000-1100. In questo caso lo spedale, da Battistini definito “più antico” dell’oratorio, diventerebbe più tardo. C’è da dire, inoltre, che gli antoniani, appartenendo ai cavalieri del Tau, erano “ospitalieri”, vale a dire erano tesi ad hospiiare i bisognosi e necessariamente dovevano avere un edificio atto ad raccogliere i pellegrini e i malati.

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Come più volte ricordato, la Via Nuova non terminava, come oggi, presso la Via Matteotti, ma si prolungava fino alla Via delle Prigioni. Numerosi documenti ci confermano quest’affermazione e fra i molti ricorderemo il rogito del 27 dicembre 1430, col quale Matteo Cailli e suo figlio Niccolò fecero quietanza a Gherardo di Tomeo da Montebradonì della dote da questi data a Maddalena sua figlia e moglie di detto Niccolò Cailli. L’atto fu compiuto super angolo, alias quatrivio vie Novae, iuxta domum in qua solitus erat esse hospitale. (A.S.F. Notarile Prot. I. 112 e 147).

Altri atti rogati prope quadrivium Vie Nove testimoniano il nome e la dislocazione della via. Ricorderemo ancora che da un libro di “Ricordi”, esistente nell’archivio dell’ospedale di S. M. Maddalena, si rivela che nel “1137 Giovanni di Nislo da Pistoia e monna Caterina sua donna, abitante in Volterra, osti, tengono dal decto spedale una casa grande con due casette a lato alla decta casa è posta incontra alla Via Nuova, ove lungo tempo s’è tenuto l’albergo e viene infino alla decta via della Prigione salvo nella bottega tiene l’arte della lana: lire 58 annue”. Qui sorgeva l’osteria della Corona che vi rimase ininterrottamente fino al 1788. (M. Battistini, Volterra illustrata, p.89).

Ogni anno, l’8 settembre, in questa strada si svolgeva la fiera delle stoffe, a cui erano liberamente ammessi i tessuti forestieri che invece durante il resto dell’anno erano soggetti a forti gabelle per proteggere la produzione locale.

Ai nn.20-24 si può notare un edificio ottocentesco con, al n. 24, un monogramma barocco di Gesù e Maria, assai comune nelle vie volterrane. Proseguendo, sempre sul lato destro andando verso la chiesa di S. Agostino in Piazza XX Settembre, occorre giungere ai nn. 42-46, con il Palazzo Gremigni, per trovare edifici degni di nota. Tutto il fronte di case, compreso tra il n. 26 e il 40, presenta, infatti, facciate per lo più insignificanti.

Diversa la situazione sul lato sinistro della strada, dai contorni architettonici più precisi e definiti, con il carattere di palazzetti. Dopo il Palazzo Marchi-Lisci incontriamo due palazzi: il primo, ai nn. 21-23, del secolo XVIII, con il semplice disegno di tre finestre piane; il secondo, ai nn. 25-27, ascrivibile ai secoli XVII-XVIII, con un ritmo continuo di tre finestre ad arco piano. Spicca, ai nn. 29-35, Palazzo Incontri, dal bel fronte seicentesco, con il portale e il balcone centrale. L’edificio è stato originato dalla fusione di più unità preesistenti e presenta una struttura tipologica comune ad altri palazzi volterrani: portale d’ingresso al centro, sormontato da un balcone poco sporgente sulla strada con, al piano terra, due aperture per lato simmetriche, le forme e le dimensioni delle finestre, le ampie rampe di scale una a destra e lilla a sinistra.

Già nel 1429 gli Incontri, tra le prime quattro più ricche casate volterrane, detenevano anche un altro primato: ben sei erano i rami che li rappresentavano. Nei secoli si imparentarono con le famiglie più in vista, soprattutto di Firenze, dove la maggior parte dei componenti della famiglia si trasferì. Nel corso del XVI secolo iniziarono a perdere il controllo e la gestione delle proprie attività e ricchezze, spostando la loro attenzione sulla terra.

Segue, al n. 37, Palazzo Ricci un palazzetto sei-settecentesco su più antico impianto con il bel portale in pietra finemente lavorato e risalente al XV-XVI secolo, ma rimaneggiato nel XVII-XVIII secolo.

Al n. 39 un altro palazzo con il bel portale centrale in pietra e le due finestre quadrate, poste simmetricamente, ai lati della porta. Il primo e secondo piano presentano quattro finestre con timpano e, al terzo piano, finestre quadrate, presumibilmente destinate al personale di servizio.

CASA PACCIANI

Ai nn. 41-43 l’edificio con lapide marmorea che ricorda il concittadino Enrico Pacciani, un patriota volterrano che si adoperò nel decennio che va dal 1849 al 1859, organizzando circoli di cultura tesi a mantenere vivo il sentimento patriottico. L’amore per la cultura portò Pacciani a predisporre un proprio testamento dove era stabilito che tutti i libri e documenti facenti parte della sua biblioteca fossero, alla sua morte, donati alla Biblioteca Guarnacci.

Qui abitò
e morì il XXIX novembre MDCCCXCVII
il Dott. Enrico Pacciani
in gioventù strenuo propugnatore del Risorgimento italiano
che il nobile cuore dimostrò ogni suo avere legando all’asilo infantile
Nel nome e ricordo della Madre sua Costanza Pagnini

Al n. 43, il portale d’ingresso, oltre ad essere caratterizzato da una incorniciatura in pietra, presenta, sopra la porta al centro, lo stemma in ferro battuto forse di Casa Sensi-Contugi-Serguidi. È quindi probabile che la casa sia appartenuta precedentemente a questa famiglia. Concludono il fronte i palazzi sci-settecenteschi al n. 45 e 47 (Palazzo Cangini), dai bei portali in pietra e con due stemmi: uno indecifrabile e l’altro, in alto, presumibilmente della famiglia Zacchi, presente a Volterra dal 1376 al 1635. A fianco, come già ricordato, doveva anticamente sorgere uno spedale.

Il fronte opposto presenta il Palazzo Gremigni. Occupando i nn. 42-46, l’edificio è un palazzo gentilizio del Settecento dai tipici caratteri stilistici, dalla forma e dalle dimensioni delle finestre, con le riquadrature in pietra a tutte le aperture: con struttura tipologica costituita da tre ordini di cinque aperture di diversa dimensione ai vari piani e al piano terra portone d’ingresso al centro.

Seguono due unità prive di caratteri degni di rilievo e ai nn. 60-64 troviamo il Palazzo Cangini-Westinghouse.

PALAZZO CANGINI WESTINGHOUSE

Palazzo gentilizio del XVII secolo, con giardino terga le affacciato su Castello, presenta due ordini di cinque aperture, al primo e secondo piano con mostre in pietra e, al piano terra, il bel portale d’ingresso, sopra il quale c’è lo stemma della casata, e ai lati, collocate simmetricamente due aperture. Anche l’interno presenta elementi pregevoli a partire dall’atrio con volte a botte lunettate e ambienti, arredi e affreschi del XIX secolo, tra i quali spicca la Camera con alcova e i soffitti del XX secolo. I Cangini, cittadini volterrani di più recenti origini rispetto alle famiglie di antico lignaggio, ma benestanti e con buoni incarichi furono promossi a far parte della nobiltà semplice volterrana per “necessità di moltiplicare il numero sempre più esiguo dei nubili”. (C. Pazzagli, p. 59). Appartenenti alla nobiltà meno antica, i Cangini furono comunque insieme agli Incontri, i Riccobaldi, i Sermolli e gli Inghirami, tra i sostenitori più cospicui per l’apertura di una sottoscrizione per la costruzione dei monumenti onorari sulla Passeggiata dei Ponti per ringraziare Pietro Leopoldo II della nuova strada per Livorno.

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Accanto a Palazzo Cangini, con finestre ad arco a mattoni al primo e secondo piano, quadrate all’ultimo, troviamo Casa Gazzarri. Residenza gentilizia risalente ai secoli XV-XVI, l’edificio in origine rappresentava un’unità a schiera con fronte monocellulare di una famiglia nobiliare. Lo dimostra il pregevole impianto in struttura muraria in cotto finemente lavorato e gli imponenti archi di scarico a tutto sesto che sormontavano originariamente le logge.

L’ultimo edificio è quello al n. 70 di Giusto Galeotti, disegnato in complicati stucchi. Anche qui, in occasione dei lavori di ristrutturazione per l’apertura di un ristorante, sono emersi resti di una tomba tardo-antica di fine età imperiale.

Fino a non molti anni fa, chi imboccava la strada veniva colpito dalla suggestiva visione di un campanellino che non era un’opera d’arte, ma che arricchiva scenograficamente tutta la via.

E nella fascia di pietra accanto all’Oratorio di Sant’Antonio, quel segno scolpito sulla parete è il simbolo del Tau. Sotto questo simbolo si riconoscevano gli ordini ospitalieri e indicava ai pellegrini e ai bisognosi che lì potevano essere alloggiati e curati sia spiritualmente che fisicamente.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Antonio Gramsci, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
P. FERRINI, Perché si chiamano così. Storia e curiosità delle strade cittadine, in “Volterra”, a. XVI. nn. 2-10, 1977; Il piano di Volterra, a cura di Manuela Canestrari, Roma, Officina Edizioni, 1991;
C. RICCI, Volterra, Bergamo, 1926;
C. PAZZAGLI, Nobiltà civile e sangue nobili. Il patriziato volterrano alla fine dell’età moderna, Firenze, Olschki, 1996;
A. AUGENTI – M. MUNZI, Scrivere la città. Le epigrafi tardoantiche e medievali di Volterra (secoli IV-XVI), Firenze, All’Insegna del Giglio, 1997;
M. BATTISTINI, Gli spedali dell’antica diocesi di Volterra, Pescia, 1932;
S. BERTINI, Via Nuova ora via Gramsci, in “Volterra”, a. VII, n. 2, febbraio 1968, pp. 14-15;
TORRINI, Guida per la città di Volterra, 1832;
M. CAVALLINI, Gli antichi spedali della diocesi volterrana, in “Rassegna Volterrana”, a. X-XI, 1939, pp. 78- 117 e a. XIV-XVI, 1942, pp. 1-17;
M. BATTISTINI, Volterra illustrata. Porte – Fonti – Piazze – Strade, Volterra, Carnieri, 1921.