Via dei Sarti

Via de’ Sarti ci rammenta la corporazione di quell’arte che, anticamente, svolse compiti di sartoria in Volterra. Prima di subire le varie modificazioni, conduceva dall’attuale Via Buomparenti a Via Matteotti. Lunga 151 metri e lastricata, la famosa strada ha subito, negli anni, molte denominazioni. Nel Medioevo era distinta in due tratti: il primo, dalla Piazza Minucci all’angolo con Via delle Prigioni, era chiamato Via dei Maniscalchi o dei Mariscalchi o dei Maliscalchi, dalla nobile famiglia (il cui nome esatto è il primo) che vi aveva delle case; il secondo, fino all’angolo con Via Guarnacci, era denominato Via delle Beccherie, per la presenza di botteghe di macellai. Nel Cinquecento fu anche detta Via Del Marchese, o Via degli Incontri, e tale denominazione si riferiva ai Marchesi Incontri, i quali, in origine cittadini volterrani, vi fecero costruire il magnifico palazzo (oggi Viti). Fra i più noti cittadini con questo nome rammentiamo Monsignor Francesco Incontri, Arcivescovo di Firenze e uomo di pietà e di lettere, e Monsignor Giuseppe Gaetano Incontri Vescovo di Volterra.

Il nome di Via dei Sarti o dei Sartori, per l’intera lunghezza della strada, da Via Guarnacci a Via Buomparenti, è invece della seconda metà del XVIII secolo. Infatti, questo toponimo indicava, fino al 1750, il primo tratto di Via Matteotti o Guidi. Per motivi sconosciuti, i Sarti decisero di lasciare il posto ai Guidi e il primo tratto di strada, che da Via Guarnacci porta a Via dei Marchesi, prese la denominazione di Via Guidi. Un ulteriore cambiamento si ebbe alla fine dell’Ottocento, con il battesimo in Via Garibaldi. Con la revisione intorno al 1930 è tornato il toponimo più vecchio, mentre all’eroe dell’Unità italiana è stato dedicato un viale di periferia, fuori Porta a Selci.

PIAZZA E PALAZZO MINUCCI

“La piazza Minucci, con la presenza predominante di Palazzo Solaini che ne determina la forma ad imbuto, interviene, come una significativa cesura, a dividere Via Buomparenti da Via Sarti”. (M. Canestrari, pp. 156-161). Il Palazzo Solaini, oggi sede della Pinacoteca comunale di Volterra, è uno dei più importanti edifici della città, sia per i tesori che accoglie al suo interno, sia per la struttura architettonica che lo caratterizza come il più esemplare dei palazzi rinascimentali volterrani. La struttura che, dalla parte che dà in Via lungo le Mura del Mandorlo, offre una visuale senza pari, dominando un paesaggio che giunge fino agli Appennini, è costituita dal palazzo vero e proprio e dalle torri.

Pur essendo state costruite in epoche diverse, prima dai Della Gherardesca e poi dai Buomparenti, le torri costituiscono un omogeneo complesso che, da un punto di vista strutturale, è costituito da quattro corpi variamente congiunti ma ben identificabili:

1) il primo, in ordine di epoca e risalente all’XI secolo, che sorge sulla Via del Mandorlo, è una torre quadrata, costruita a difesa del borgo dell’Abate. La torre dominava l’incrocio formato dalla via che portava al castello (all’incirca Via Buomparenti) da quella principale del borgo dell’Abate (Via dei Sarti) se dalla terza che conduceva a S. Giusto (Via del Mandorlo). Per la sua funzione e struttura il suo interno non poteva contenere altro che vari piccoli ballatoi collegati da scale mobili di legno da ritirare in caso di assedio. È l’unica scala del complesso che portasse da terra a tetto, da cui si poteva accedere ai vari piani nelle altre case-torri.

2) Il secondo corpo è costituito da una casa-torre rettangolare, contigua alla prima e confinante con il Vicolo Bertini. E caratterizzata da una volta in pietra alla sommità, a sostegno della terrazza.

3) Il terzo elemento è costituito dalla casa-torre dei Buomparenti, costruita agli inizi del tredicesimo secolo, e protesa verso la Via Lungo le mura del Mandorlo.

4) L’ultimo corpo del complesso, dai confini originali non propriamente delineati, comprende la casa sopra il Vicolo Bertini e la cui facciata, tutta in pietra, dà sulla Via del Mandorlo. (U. Viti, Il Palazzo e le torri Minucci-Solaini, pp. 9-10).

Il Palazzo che, con le case-torri costituisce uno dei complessi più interessanti di struttura medievale-rinascimentale, in origine apparteneva ai Minucci, antica famiglia volterrana, legata per parentela con le più nobili famiglie volterrane, come quelle degli Inghirami, degli Incontri, dei Maffei, dei Riccobaldi, dei Guidi, o dei Contugi.

Già nei primi decenni del XV secolo i Minucci erano tra quelle famiglie patrizie volterrane già ricche e affermate. Molti dei suoi componenti ricoprirono importanti ruoli in ambito ecclesiastico, civile e militare. Dopo un ripiegamento sulla terra, avvenuto nel XVI secolo, la famiglia, tra le ventuno agnazioni più longeve di Volterra, subì il declino a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, con una forte riduzione demografica dei suoi componenti e, ben presto – fine 1700, inizio 1800 – il suo cognome sarebbe scomparso dalle cronache cittadine se, con una serie di salvataggi e stratagemmi familiari, non fossero stati ammessi al patriziato rami collaterali della casata. Tra i componenti dell’antica famiglia non possiamo non citare l’eroina volterrana Luisa Minucci. Quando Volterra, nell’ottobre del 1529, oramai credeva di potersi liberare della tirannia di Firenze, il commissario Giovanni Covoni, con le sue truppe mercenarie, entrò con un pretesto da Porta S. Francesco e saccheggiò la città. Mentre i volterrani pensavano a difendersi, Luisa Minucci, affacciata alla finestra del suo palazzo, lanciò un grande sasso sulla testa di un soldato fiorentino, uccidendolo. L’esempio fu di monito a tutti gli altri cittadini volterrani che iniziarono a lanciare dalle finestre delle proprie abitazioni una pioggia di sassi, tanto da costringere i mercenari a trovare rifugio nel Palazzo del Podestà. (F. Porretti, pp. 189-190).

Quando all’inizio dell’Ottocento, la casata Minucci si estinse, il Palazzo fu acquistato da Sebastiano Solaini, ricco fabbricante e commerciante di alabastro. Da qui il nome composito del palazzo che reca i cognomi delle due famiglie proprietarie dell’edificio. Infatti, ai primi dell’Ottocento, proprio per progressivo spegnersi della quantità e della potenza delle famiglie più importanti di Volterra, lo stesso ceto dirigente aprì le porte a uomini e famiglie nuove, provenienti da quello strato borghese, arricchitosi, nel caso di Volterra, con l’industria ed il commercio dell’alabastro. (C. Pazzagli, pp. 126-127). I discendenti della famiglia Solaini poi, durante gli anni, dopo aver venduto a privati, determinarono la trasformazione dell’edificio in quartieri di abitazioni civili.

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A fianco di Palazzo Minucci, un tempo, vi era un vicolo che univa Via Sarti con Via lungo le Mura del Mandorlo, la cui memoria rimane nel piccolo cortile con il grande albero, antistante l’ala del loggìato ottocentesco che lo conclude. (M. Canestrari, pp. 157-161). Di seguito troviamo, ai nn. 5-9, Palazzo Cagnacci. Palazzo gentilizio del XVII-XVIII secolo. La costruzione presenta un più antico impianto visibile negli archi in pietra e nell’apertura, anch’essa in pietra, sormontata da arco del XIV secolo. Accanto Palazzo Matteucci, oggi sede della parte distaccata del Comune, che lo occupa quasi interamente, con i suoi numerosi uffici. La struttura attuale risale al XVIII-XIX secolo, ma anche questo palazzo è caratterizzato da strutture ed impianti più antichi.

Al n. 11 presenta un cortile sul quale si affaccia una bella loggia ascrivibile al XIX secolo, mentre ai nn. 13-17 la facciata è a due ordini di cinque finestre al primo e secondo piano, mentre al piano terra, al centro, spicca il bel portale in pietra con sovrastante stemma gentilizio e due finestre con inferriate e due sporti simmetrici. L’interno, altrettanto bello e significativo, risulta arricchito di ambienti con arredi di fine XIX inizio XX secolo. Il palazzo che si affaccia su Via Lungo le Mura del Mandorlo si evidenzia per le belle mostre in pietra alle finestre e il tanto pregevole, quanto raro in Volterra, balcone centrale su imponenti mensole in pietra.

Se il lato sinistro, per chi scende verso la chiesa di San Michele, è ricco di edifici illustri, quello opposto, il cui retro dà su Via dell’Ortaccio, presenta due fronti senza particolare pregio architettonico o stilistico. L’edificio residenziale della congregazione dei sacerdoti dell’Oratorio di S. Filippo Neri, ai nn. 6-13, risale al XVII secolo anche se la mostra alla porta e i davanzali in pietra attestano una struttura su impianto più antico. La costruzione che segue, ai nn. 14-22, è un edificio ad uso di residenza di famiglia gentilizia da ascrivere al secolo XVII-XVIII. Evidenzia, al secondo piano, marca davanzale in pietra, ma tre alle finestre del piano terra e un bel portale di pietra panchina con sovrastante monogramma, in stile barocco, di Gesù e Maria. Incamminandoci verso il Palazzo Incontri-Viti, l’altra importante costruzione della via che incontriamo sul lato destro è Palazzo Ruggieri Buzzaglia. L’imponente e articolato edificio, “dal disegno regolare con ritmi binati di finestre intervallate da due balconi simmetrici soprastanti i due portali d’ingresso”, rappresenta, insieme a Palazzo Sermolli e Ormanni in Piazza XX Settembre, a Palazzo Matteucci – il cui davanzale, però, si affaccia su una strada libera da costruzioni frontali – e a pochi altri, uno dei rari esempi, in Volterra, di case con balconi. La tipica struttura delle strade volterrane, serrata e chiusa, non permette infatti la costruzione di balconi che, sporgendosi sulla strada, andrebbero quasi a creare una sorta di ponte di passaggio tra un fronte e un altro. (A. Secchi-A. Zanelli, pp. 397-400).

Tra i più antichi lignaggi ascritti alla nobiltà nel 1757, i Ruggieri Buzzaglia parteciparono per lunghissimo tempo alla storia della città, conquistando e mantenendo uno status pari a quello di molte famiglie del patriziato. Ai nn. 26-28 c’è una lapide circolare con al centro leone dormiente sopra una pietra e scritto:

VELATRITE
E. TOPI

E negli scantinati del palazzo ci sono due silos sotterranei che, un tempo, servivano per raccogliere il grano, risalenti al XI-XII secolo.

Sul lato opposto, ai nn. 19-21, troviamo Casa Giovannoni del secolo XVI. Le murature in pietra e l’imponente arco ascrivibile al XIV secolo ha fatto ritenere che la casa sia stata rimodellata su più antico impianto. Si tratta comunque di un’unità a schiera con fronte monocellulare e con uno stemma in marmo grigio tra il primo e il secondo piano, presumibilmente della famiglia Docci, presente a Volterra dal 1433 al 1592.

Segue Casa Vannucci, che occupa i nn. 23-31. La costruzione attuale si fa risalire al XVI-XVII secolo ma, per la struttura muraria in pietra a filaretto e gli archi di naturali dimensioni, si crede che sia da ascrivere al XII-XIV secolo. Sono presenti comunque elementi architettonici più tardi come gli archi di scarico in cotto alle aperture al primo e secondo piano e, al n. 29, il portale d’ingresso in pietra lavorata con sovrastante stemma, in marmo bianco, del XVIII secolo. A ridosso di Palazzo Incontri-Viti, Casa Baldacci, costruzione del XV-XVI secolo.

PALAZZO VITI

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Davanti a Palazzo Incontri-Viti, il fronte precedente l’incrocio con Via delle Prigioni, è caratterizzato da un edificio del XIX secolo con la presenza di murature in pietra, ai nn. 32-36, che denunciano, anche qui, un impianto più antico. Conclude il tratto una costruzione ad angolo del XVII secolo.

Superata Via delle Prigioni, il primo edificio che incontriamo risale al XVIII secolo, mentre il palazzo che occupa i nn. 58-60 e che si affaccia anche in Via Matteotti, risulta una costruzione realizzata su un impianto databile al XIII secolo. I resti della originaria costruzione in pietra – forse di una casa-torre – sono particolarmente visibili sul fronte di Via Sarti, con le lesene e architravi a timpano in pietra. Su lato destro di Via Sarti, per chi sta oramai per svoltare verso Porta Fiorentina, il fronte che segue a Palazzo Incontri-Viti è caratterizzato da un altro pregevole palazzo gentilizio del XVI secolo. Si tratta di Palazzo Maffei-Bianchi, con chiare commistioni di elementi di epoche diverse, cinquecentesche e medievali, strettamente interconnesse.

Tra gli attuali negozi Pucci e Bricolage una piccola porticina dà su di un chiasso che, un tempo, collegava Via Sarti con una via che collegava Via Matteotti con Via delle Prigioni.

IL TEATRO PERSIO FLACCO

La città di Volterra, fin dai primi anni del secolo XVII, aveva una sala per gli spettacoli, a forma di vero teatro. Sul finire del XVIII secolo cominciò, però, a farsi sentire l’esigenza di un teatro nuovo. Istituito, infatti, nei secoli precedenti ed ubicato in Piazza dei Priori, al secondo piano del Palazzo Pretorio, quello che i volterrani continuavano a chiamare teatro era costituito da una piccola platea, un ridotto palcoscenico, due camerini, il foyer, il Diacciatino per le granite, il carcere per le donne, il quartiere del Tenente e poco più. Comunque nonostante le ridotte e poco convenienti dimensioni del teatro, a quei tempi i volterrani potevano godere di numerosi spettacoli, anche se limitati a una cerchia ristretta di persone. “Si sentiva, quindi, l’esigenza di un teatro nuovo nelle diverse classi sociali, esclusi i cittadini: non tanto perché mantenuti in uno stato di continua ignoranza, quanto perché all'”un ora di notte le porte venivano chiuse in uscita e in entrata, per riaprirsi allo spuntar del giorno”. (G. Batistini, p. 18). Anche Luisa Bona parte voleva che il suo popolo si divertisse. Con il passare degli anni, i locali del teatro erano diventati tanto indecenti e pericolosi che una ristrutturazione che restituisse decenza alla sala, ma anche vastità e maggiore comodità, era indispensabile.

Occorreva costruire ex novo un teatro. Così, il 26 ottobre 1816, cinque cittadini volterrani decisero di porre mano ad un nuovo teatro, più spazioso e bello e acquistarono dagli Incontri quella porzione di palazzo “ad uso di teatro a forma di contratto per lire 5.600, oltre alle spese di registrazione definite in lire 140”. Con intelligente e mirabile lavoro, l’architetto Luigi Campani presentò il progetto e nel novembre del 1819, su autorizzazione del Granduca, venne innalzato, nel palazzo dei Marchesi Incontri, un magnifico teatro pari, se non superiore, a tanti altri teatri toscani. Appena costruito, l’architetto ebbe moltissime lodi: “La nuova curva della platea, per la quale alla eleganza dell’ellisse univasi la sonorità della parabola, fece nascere in alcune Accademie il desiderio di averne la pianta, che richiesero con reiterale premure all’architetto autore di essa per applicarla, o nella riforma dei loro teatri, o nella costruzione di nuovi”. (R.S. Maffei, Per una storia del Teatro, pp. 65-66). Nel nome di Ferdinando III fu fatto fare lo stemma dei Lorena e fu fatto mettere sopra la porta d’ingresso del teatro, all’insaputa dei repubblicani ai volterrani.

Nel sipario il pittore Nicola Contestabili (o Connestabili) dipinse Persio Fiacco, condotto dalla Musa in Parnaso, ove Apollo addita al satirico poeta il Tempio della Gloria. Ed è appunto dal celebre poeta Persio FIacco che il teatro si appella e nelle pareti della platea, oltre vari ornati e pitture di amorini, ci sono cinque vignette e vedute mirabilmente eseguite. Purtroppo le decorazioni ora citate andarono perdute per effetto di sbagliati restauri eseguiti in diverse epoche. Un secondo sipario e le scene furono pregevole opera di Luigi Facchinelli.

Il Teatro Persio Flacco costituisce un edificio proprio con uno stile architettonico prevalente neoclassico, con una facciata rinascimentale e interno eclettico, mentre la struttura di base della pianta della cavea è ovoidale. La platea, larga 13 metri e profonda 17, consente 314 posti a sedere su 17 file e 4 settori. I palchi sono 82 su 4 ordini, profondi 2.80 metri e possono ospitare 240 posti. li palcoscenico è largo 11,50 metri, alto circa 12 metri e dotato di quinte di boccascena regola bili e di mantovana regola bile. li sipario ha apertura alla greca e la buca dell’orchestra può ospitare 40 orchestrali ed ha un accesso indipendente dal sottopalco, è parzialmente ricavata sotto il palcoscenico ed è dotata di un sistema di copertura per proseguire il piano della platea. li proscenio è alto 1,35 metri rispetto al piano platea ed è collegato alla platea attraverso scala portatile. Il palcoscenico vero e proprio è largo 19 metri, profondo 12 e alto 14.

Una società di sessanta tra i più insigni cittadini volterrani, con la sovrana approvazione di Ferdinando III, si riunì in accademia che, si chiamò, dei Riuniti, acquistando nel 1820 la proprietà del nuovo teatro, a cui aggiunse una quantità di spaziose stanze ed una vasta sala per uso di Stanze da Gioco. E nei locali del Teatro ebbe la sua sede l’Accademia dei Sepolti.

Pochi anni fa, il Teatro Persio Flacco, a causa delle non adeguate norme di sicurezza, fu chiuso con forte scapito per Volterra e per gli amanti dello spettacolo lirico. “Le ombre della sera avvolgono il vecchio Teatro, dove sono rimasti rinchiusi tanti ricordi d’arte, dove si è sbizzarrita la gioventù di tante generazioni negli ultimi giorni di carnevale, dandosi, per tutta la notte, in braccio a Tersicore, accompagnati i balli dal robusto ritmo di un’orchestra a ottoni, nei giri vorticosi del valzer, nell’andare vivace della polka, nella cadenza della marzurka. Tutto, col tempo, passa fugace!”. (A. Pocci. Ricordi lirici, in “Voce Nuova Etruria”, a. I, nn. 32-33, 1949).

In occasione di alcuni lavori, compiuti da Umberto Viti, attuale proprietario dell’omonimo palazzo, negli scantinati del Palazzo Incontri-Viti, sono emerse due cisterne. La prima, all’interno della cantina, è scavata nella roccia ed ha la forma di bottiglia, con un diametro di circa due metri. La seconda, ancora situata nella cantina, ma più ad ovest, è caratterizzata da un grande vano con volta a botte e presenta un piccolo foro che portava l’acqua. Questa cisterna, proprio per la sua ampiezza – apertura di 60 metri di altezza e 6 di larghezza – potrebbe essere stata destinata ad uso pubblico.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via dei Sarti, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
Il piano di Volterra, a cura di Manuela Canestrari, Roma, Officina Edizioni, 1991;
S. BERTINI, Per le vie della città. Via Sarti, in “Volterra”, a. VI, n. 12, dicembre 1967, pp. 7- 8;
U. CARNIERI, Un secolo e mezzo di spettacoli al Teatro “Persia Flacco”, in “Volterra”, a. VII, nn. 3-5 e 7-12; a. VIII, n.l, 1969;
A. CARNIERI, L’attività del Teatro Persia Fiacco dall’epoca della sua fondazione, in “Volterra”, a. II, n. 2, novembre 1947, pp. 7-9;
A. CINCI, Varietà storiche. Via de’ Sarti, in “Volterra”, a. IX, n. 8, febbraio 1881;
A. CINCI, Guida di Volterra, Volterra, 1885;
G. SALVAGNINI, La nascita di un palazzo seicentesco, in “Volterra”, a. XIV, n. 1O, ottobre 1975, pp. 4-5;
G. SALVAGNlNI, Ancora sul Palazzo Incontri, in “Volterra”, a. XVI, n. 4, aprile 1977, pp. 4-5;
R. CALLI, Il Palazzo Incontri, ovverosia edilizia abusiva: storia di tutti i tempi, in “Volterra”, a. XVI, n. 3, marzo 1977, pp. 3-5;
R. GALLI, Scempi urbanistici antichi… scempiaggini spassose contemporanee e la coda a … Palazzo Incontri (ora Viti), in “Volterra”. a. XVI, n. 5, maggio 1977, pp. 3-4;
R. GALLI, Magistrature e soci dell’Accademia dei Sepolti di Volterra, in “Rassegna Volterrana”, a. XLII-LIII, 1977, pp. 53-;
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G. BATISTINI, La nascita del Teatro “Persia Fiacco”, in “La Spalletta”, a. IV, 11. 39, 10 ottobre 1987, pp. 18-20;
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M. BATTISTINI, Volterra illustrata. Porte, fonti, piazze, strade, Volterra, Carnieri, 1921;
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