Via Don Minzoni

Da Piazza XX Settembre, procedendo verso la Porta a Selci ha inizio la strada Don Minzoni che, per una lunghezza di 265 metri, racchiude alcune tra le testimonianze storiche ed artistiche più rappresentative della Volterra di ieri e di oggi.

La strada che, dalla Porta a Selci, discende verso il centro della città, ha avuto, nel corso dei secoli, varie denominazioni ed ha subito più volte modificazioni. Il 1946 segna l’ultimo e definitivo toponimo, intitolato alla memoria dell’ardente sacerdote emiliano che si oppose al regime fascista e perse la vita in una spedizione punitiva, organizzata contro la sua figura esemplare. Durante il breve periodo della RSI fu chiamata Via della Repubblica, in spregio alla monarchia sabauda ma, terminata la seconda guerra mondiale, le fu scelto il nome di Don Mìnzoni.

È il percorso centrale dell’intero contesto orientale della città, antico ingresso a Volterra da Porta a Selci per chi proveniva da Siena, con un andamento parallelo al decumano della città che si vuole passasse immediatamente al disotto del piano di Castello in corrispondenza con la porta più antica.

Già esistente in epoca medievale, la via presenta complessivamente un assetto relativamente “recente” a causa delle notevoli trasformazioni subite in antico per l’incendio apposto a questa parte di città nell’assedio del 1530 e, in epoche più recenti, per alcune distruzioni risalenti all’ultima guerra. Da moltissimo tempo “Via Nuova” era il nome con cui era denominata questa strada che dalla Via Guidi giungeva fino alla Porta a Selci. Secondo alcuni scrittori di storia patria volterrana, il nome di “Via Nuova” fu attribuito alla strada dopo l’assedio e l’occupazione del Ferrucci nel 1530, giustificando l’affermazione con l’incendio di vari palazzi e numerose case, avvenuto per opera dei soldati ferrucciani. Francesco Ferrucci, uomo di popolo e di guerra, combattente per la libertà della patria, ebbe il compito dalla Repubblica di Firenze di ripristinare l’ordine a Volterra, dopo che la città stessa si era rivoltata contro i capitani fiorentini per il malgoverno svolto.

Entrato il 26 aprile 1530 con le sue truppe nella città, assediata dagli insorti, il Ferrucci molto presto riuscì a riconquistarla e, dopo l’arrivo degli imperiali papali, sotto la guida di Fabrizio Maramaldo e del marchese Del Vasto, seppe difenderla come ultimo dei baluardi di resistenza della Repubblica. Sebbene gli scontri fra ferrucciani e volterrani fossero stati cruenti e spietati, gli incendi e le distruzioni che ne seguirono non furono tali da giustificare o rendere necessaria la ricostruzione di questa via, per altro, non breve.

I documenti ci dicono, invece, che fin dal 1300 questa via era detta “Nuova” e non è forse azzardato dire che proprio dopo il 1320 le fu data tale denominazione, perché fu appunto in quel modo che il Comune compì importanti lavori nella città e specialmente nella contrada di Porta a Selci e di S.Agnolo, tanto che i Priori, il 20 febbraio 1322, davano facoltà di poter edificare case in viis noviter missis in contratis Sancti Angeli et Silicis (A. S. C. V., filza A nera 8. c. 53). Fu proprio a seguito di questi lavori che furono abbattute moltissime case della contrada di Porta a Selci, per lo più dei poveri. Esiste però un’altra notizia che sposta la data della denominazione della Via Nuova al 1291: sembra infatti che fra gli antichi ospedali di Volterra ne esistesse proprio uno in questa via, fondato da Baccio di Federico Ruffoli e denominato di S. Maria di Via Nuova o della Misericordia.

Anche successivamente altri lavori furono compiuti nella contrada, specialmente quando furono eseguite ristrutturazioni intorno al Cassero o Fortezza. Nuove case furono abbattute, come la casa dell’ospedale di Provenzano e i Priori provvidero a rimborsare, nel 13S2, Chiannuccio di Giovanni responsabile e custode dell’ospedale di Porta a Selci, assegnandogli un compenso di L. 1000.

Il primo tratto di questa via, da Porta a Selci alla Chiesa di S. Agostino, era denominata “Via della Porta a Selci” o “della contrada di S. Piero o di Porta a Selci” e, in non pochi documenti, anche “Via del piano di Porta a Selci”. Nel 1710, quando fu costruito il Monastero di S. Pietro, poi Regio Conservatorio presso la Porta, la topografia del luogo fu radicalmente cambiata dal nuovo e vasto edificio. Difficile, per non dire impossibile, ricostruire quella topografia, ma è certo che molti dei vicoli, delle strade e delle viuzze, allora esistenti e conducenti quasi tutte verso le mura, scomparvero. (M. Battistini, Volterra, p. 18).

Nel 1885 l’antica Via Nuova si chiamava “Via Vittorio Emanuele”. Così, infatti, era denominato tutto quel tratto di strada che dalla Porta a Selci arrivava al trivio dove termina la moderna Via Nuova.

La strada si componeva delle seguenti vie:
Antica “Via di Porta a Selci”, chiamata così, perché prendeva il nome dalla porta per la quale si accedeva e arrivava fino a Piazza S. Agostino e “per tale era designata tanto dai cronisti, quanto dagli antichi libri del Comune”. Il motivo di tale antico appellativo potrebbe risalire al fatto che, mentre tutte le vie della città erano pavimentate con mattoni messi a coltello, soltanto la via presso la Porta a Selci, che continuava quasi in linea retta fino al borgo di S. Lazzaro, era tutta selciata con piccole pietre.

Così la strada che prima si diramava da Via delle Prigioni, Via Guidi fino alla Porta a Selci, fu troncata in due parti: quella di Via Nuova fino alla chiesa di S. Agostino, l’altra di Via della Porta a Selci, dalla Chiesa alla porta omonima. Nel 1878, alla morte di Vittorio Emanuele II, il Municipio intitolò la strada, di nuovo per tutta la sua completa lunghezza, alla memoria del sovrano. Nella revisione del 1930 si tornò alla divisione: primo tratto Via Nuova, secondo tratto, Via Vittorio Emanuele. Finalmente nel 1946 la strada prese il nome che attualmente la contraddistingue: Via Don Minzoni che va dalla Chiesa di S. Agostino, esclusa quindi Via Gramsci – ex Via Nuova – e Piazza XX Settembre, fino alla Porta a Selci.

La Via Don Minzoni, attualmente, risulta essere il principale accesso carrabile della città. “Caratterizzata dall’aspetto sette-ottocentesco dell’edilizia che vi prospetta, fatta di case dalle semplici facciate lisce con ritmi differenziati di finestre rettangolari piane con persiane, povere di dettagli significativi, la via ha conservato tracce del più antico impianto quasi sempre ai piani terreni e – sul fronte – solo per l’evidenza di singoli elementi (come i bei portali di ingresso quasi sempre più antichi del fronte superiore), mentre spesso gli interni conservano volte al pianterreno e solai in legno ai piani superiori”. (M. Canestrari, pp. 220-231).

“I Palazzi che si incontrano nell’attuale Via Don Minzoni sono molti e di notevole importanza, non solo perché testimonianza architettonico-storica di varie epoche ed emblema del potere di antiche e nobili famiglie volterrane che hanno dato lustro alla città, ma anche per il loro attuale utilizzo. Il primo che incontriamo è l’ex-Palazzo Sensi-Contugi che si trova ai nn. 2-4. Frutto di una fusione accorpamento di più unità edilizie del XV-XVI secolo, avvenuta probabilmente nel XVII secolo, il fronte del palazzo presenta due bei portali ad arco in pietra con, al primo piano, ritmi costanti di cinque finestre allineate, che ai piani superiori sono sfalsate con il marca davanzale continuo su cui poggiano le alte finestre rettangolari con cornici squadrate.” (M. Canestrari, pp. 220-231).

PALAZZO SENSI CONTUGI

Tra i caratteri architettonici di maggior rilievo possiamo notare gli archi in pietra al piano terra dei nn. 2 e 4, le riquadrature alle aperture e i marca davanzali in pietra. All’interno un bell’atrio coperto da volte a crociera introduce ad una scala sormontata da volta a botte e ad ambienti ed arredi del XX secolo. Come ogni palazzo nobiliare degno di questo termine, anche quello Sensi-Contugi presenta, all’interno, un bel giardino con pozzo quadrato con colonne ed architrave del XVI secolo.

La famiglia Contugi è una tra le più note casate volterrane che nel XV secolo contava varie ramificazioni con residenza nella contrada di Borgo ed in quella di Sant’Agnolo. Da un quadro di Casa Sensi-Contugi, nel quale è riprodotto l’albero genealogico della famiglia, sembra che il capostipite di essa sia stato Ugo, venuto in Italia al seguito di Ottone I e che, nel 972, abbia dato inizio alla casata in Volterra.

Dagli alberi genealogici esistenti nella Biblioteca Guarnacci sembra invece che la casata abbia avuto origine, fra il 1200 e il 1300, da Contugio, ma la ramificazione dei vari discendenti è così vasta che è impossibile poterla riassumere in breve.

Non è dato sapere quando il palazzo, sito al n.4 di Via Don Minzoni, sia diventato di proprietà dei Contugi, anche perché intorno al 1500 la casata si fuse con i Serguidi della contrada di Borgo, trasformando il cognome in Contugi Sergiudi. Entrarono poi in scena i Sensi, portando il cognome in Sensi-Contugi Serguidi.

La famiglia Sensi è originaria di Loro Ciuffena, un paese della Toscana nel Valdarno superiore, in provincia di Arezzo. La famiglia sembra abbia avuto origine in Volterra dal capitano Filippo Sensi (1788-1868) che aveva fatto parte dei cacciatori a cavallo di Napoleone nella campagna di Russia. Figlio di Giuseppe e di Cecilia del Ricco, Filippo sposò Elena Fortini, il cui padre putativo fu Giuseppe Contugi-Serguidi, patrizio di Volterra e cavaliere di giustizia di Santo Stefano di Toscana. Filippo e i suoi discendenti ottennero il titolo di nobili di Volterra con decreto del 9 settembre 1832. Figlio di Filippo fu Giuseppe che, nato nel 1826, aggiunse al suo cognome quello dei Contugi-Scrguidi e morì nel 1872, dando origine alla casata Sensi-Contugi-Serguidi. Ne1 1845, infatti, il cavaliere Giuseppe nominò erede universale il tenente Giuseppe Sensi, nipote della moglie e recentemente nobilitato, che accettò l’invito a unire al suo cognome il casato dei Contugi, per conservare in Volterra il nome di una delle antiche famiglie, dando così vita al ramo autonomo dei Sensi-Contugi. (E. Pertici, Volterra, pp. 138-140).

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Al n. 9, è il bel portale centrale in pietra panchina del seicentesco Palazzo Leonori-Cecina, ristrutturato in varie epoche, dalle finestre con elaborate cornici in pietra; unità accorpata, al n. 11, corrispondente, oggi, al n.10 di Piazza XX Settembre, che scatta indietro con un filo murario arretrato e con dettagli analoghi.

Sul lato opposto, il complesso di edifici compreso tra Piazza XX Settembre e Via di Porta Marcoli, rappresenta la parte forse più significativa della Via Don Minzoni, proprio perché si caratterizza per un fronte composito di edifici, per pregio architettonico e per dimensione, molto significativi e affacciati con importanti giardini – purtroppo non visitabili – verso le mura. Alla facciata settecentesca della chiesa di S. Agostino si stringe quella piccola e ormai quasi irriconoscibile della contigua chiesetta di S. Barbara, ridotta a panificio. Le si affianca il Palazzo Vigilanti, rifacimento novecentesco in stile gotico che ospita la Biblioteca Comunale e due edifici residenziali, frutto di ristrutturazioni ottocentesche che concludono l’isolato, girando su Via di Porta Marcoli, Sono i palazzi ex-Allegri e ex-Tortoli di cui non siamo in grado di dare notizie o comunque niente è dato trovare nei libri e nelle genealogie depositati nella sede della Biblioteca Guarnacci.

PALAZZO VIGILANTI

Vigilanti è un palazzo dall’elegante facciata di antica origine, ma che ha subito, nel corso degli anni, molti rifacimenti. Risulta essere il risultato di un radicale ripristino, avvenuto nel XX secolo in stile gotico, come dimostrano gli archi acuti che sormontano le aperture. Anche per questa casata la genealogia appare assai incerta. La famiglia Vigilanti abitava in una casa, composta di tre piani, che si trovava dove oggi si erge l’omonimo palazzo, nel quale ha sede la Biblioteca Guarnacci e l’Archivio Storico Comunale, di grande importanza e interesse, che contiene gli atti del Comune medievale (circa 16.200 tra filze e fascicoli). Il piano terra di questa abitazione era occupato da due laboratori di alabastro, uno gestito dai Vigilanti con i cosiddetti “torni a pertica”, l’altro da un certo Alessandro Bolognesi, che là vi lavorava. Intorno al 1920-21, su progetto dell’Ing. Allegri, la casa esistente venne trasformata nell’attuale palazzo: sebbene inizialmente tale trasformazione fosse osteggiata perché danneggiava la monumentalità della facciata della Chiesa di S. Agostino, i lavori furono eseguiti e, per certe divergenze esecutive, il Comune chiese la consulenza dell’Architetto Cappadè, che affiancò l’Ing. Allegri fino al termine dei lavori. Terminata la costruzione, negli anni dal 1925 al 1929, il nuovo ambiente fu destinato a sede della Scuola Complementare, nell’anno scolastico 1929-30 della Scuola di Avviamento Professionale a tipo agrario e, alla fine degli anni Trenta a sede del Liceo classico “G. Carducci”, risorto per iniziativa del Comune. Come già più volte ricordato, oggi questo palazzo ospita la Biblioteca Guarnacci.

La storia della Biblioteca di Volterra è strettamente connessa con la storia del Museo Etrusco e, entrambi, sono legati al nome di Monsignor Mario Guarnacci che dà il nome, per altro, all’una e all’altro. Fu infatti grazie ai doni delle sue collezioni archeologiche e librarie, risalenti al 1786, che Museo e Biblioteca Guarnacci poterono nascere e, col tempo, arricchirsi di nuovi documenti. La libreria del celebre volterrano era considerata fra le più ragguardevoli della Toscana e ciò chiarisce, da subito, la qualità e la preziosità dei “pezzi” custoditi in Palazzo Vigilanti. Nel 1793, quattro anni dopo la morte del Guarnacci e dopo il trasferimento da Palazzo dei Priori in Palazzo Desideri, la direzione e amministrazione della Biblioteca furono affidate ad una deputazione composta dal Podestà di Volterra, dal Consultore municipale e da un rappresentante del Governo. Poi subentrò Ezio Solaini che mantenne l’incarico fino al 1941, anno della sua morte.

Al 1942 il materiale librario della Guarnacciana era già molto ricco. I volumi lasciati dal Guarnacci, a stampa e manoscritti, erano circa 7.000; altri furono donati dal Ministero della Pubblica Istruzione, dalla Camera dei Deputati, dalla Casa Reale e da alcuni Insigni rappresentanti volterrani, emuli del Guarnacci: Luigi Toti, Giuseppe Pilastri, Enrico Pacciani, Ugo Funaioli.

Nel 1892 Giovanni Giannini pensò alla compilazione di un “Inventario dei Manoscritti della Biblioteca Guarnacci di Volterra”, dove erano elencati 391 manoscritti, a cui se ne devono aggiungere altri 92, donati o acquistati dopo il 1893. Cosi Gino Funaioli costruì un catalogo per i codici latini e Tommaso Accurti pensò agli incunaboli con il catalogo a stampa. Numerosissimi sono i manoscritti preziosi presenti nella Guarnacciana, come i grandi Passionali e Hymnarii dei secoli XI-XIII, le Satire di Persio Flacco e l’Arte Poetica di Orazio, i Trionfi di Petrarca con splendide miniature. Oggi la Biblioteca Guarnacci, a carattere conservativo e antiquario, è una delle più importanti biblioteche storiche della Toscana. Dal lontano 1786 la raccolta libraria della Guarnacciana è andata aumentando, grazie ad acquisti, depositi e donazioni, fino a raggiungere l’attuale dimensione, più di circa 50.000 volumi. Il patrimonio comprende 514 manoscritti (tra cui pregevolissimi codici miniati), 273 incunaboli e oltre 1000 cinqucentine. Moltissime le opere dei secoli XVII e XVIII e la ricchissima sezione locale, autentica e fondamentale memoria storica per Volterra e il suo territorio. Senza dimenticare i vari fondi librari con la loro fisionomia originaria: Fondo Funaioli, Pacciani, Archivio Diplomatico, Archivio Maffei, Carte Ricciarelli, Archivio della Guardia Nazionale, Archivio dell’Accademia dei Riuniti, Archivio dell’Accademia dei Sepolti e la Collezione Aulo Persio Flacco.

Ma la Biblioteca di Volterra possiede un altro importante tesoro storico. E’ l’Archivio Storico Comunale, ricco di 16.200 pezzi fra filze e fascicoli e comprensivo di un arco di tempo che va dal XII al XIX secolo. L’Archivio, ordinato in base alla natura degli atti, contiene documenti inerenti le Magistrature e gli uffici politici e amministrativi, le finanze comunali, la Dogana del Sale e la sua amministrazione, gabelle, magistrature giudiziarie, monasteri soppressi.

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PALAZZO GALLUZZI

Prima di oltrepassare il Vicolo dei Marchi, troviamo, ai nn. 6-12, il Palazzo ex-Galluzzi, ex-Giorgi, ex-Marescotti, con lapide. L’edificio, che ha inglobato un vicolo, oggi ridotto ad una piccola corte interna, presenta una bella facciata con portale che ripete manierìsticamente i portali più antichi in pietra panchina con pietra diversa. Della famiglia Giorgi parleremo in seguito, a proposito del Palazzo Giorgi, poi Fabbrini, ora Bresciani. I Marescotti furono patrizi senesi di cui si ha notizia sin dal 3 marzo 1203 con Rinieri di Albertino, console del Comune di Volterra, il quale fece parte della delegazione che ricevette il giuramento di fedeltà dei 73 uomini del castello di Micciano. Dei Marescotti a Volterra troviamo traccia nel luglio 1895 con il Dott. Mario, chimico farmacista, che pronunciò l’elogio funebre di Guglielmo Castroni, ucciso da Clarissa Belli nella famosa “tragedia di San Lazzero”. Inoltre troviamo ancora i Marescotti tra i munifici benefattori degli Asili Infantili Riuniti di Volterra.

L’antica casata Galluzzi è di origine fiorentina: ebbe inizio in Volterra con Andrea, figlio di Giovan Antonio. Ultimo discendente fu Giovanni Maria di Antonio che, nato nel 1770, sposò Maria Giuseppa di Sebastiano Riccobaldi del Bava. Ancora vivente nel 1810, alla sua morte la vedova sposò il Cav. Lino Marcello Inghirami Fei. Così si esauriva la casata Galluzzi di Volterra il cui palazzo in Via Don Minzoni fu ereditato da Ferdinando Giorgi, come attesta la lapide marmorea affissa alla facciata:

RIGUCCIO GALLUZZI
istoriografico della Toscana e
della Casa medicea
qui nacque il XXV di aprile
MDCCXXXIX
FERDINANDO GIORGI
erede del censo e dei manoscritti
pose questa Memoria

Conclude il fronte un edificio corrispondente ai nn. 14-16 che, costruito in tempi piuttosto recenti, sulla parte che guarda il Parco “Enrico Fiumi”, costituisce ancora parte di Palazzo Galluzzi. Infatti al n. 2 di Vicolo Marchi, troviamo una porta in pietra serena con sopra uno stemma consumato forse appartenente alla casata.

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Di fronte, ai nn. 5-7 e 9-13, troviamo i due palazzi Allegri e Tortoli. I due palazzi, completamente ristrutturati in epoche recentissime, concludono il primo fronte sinistro di Via Don Minzoni. Se il Palazzo Tortoli, ai nn. 9-13, è veramente privo di dettagli che indichino una qualche reminiscenza di epoche passate, il Palazzo Allegri, ai nn. 5-7, pur con un fronte modernamente restaurato, lascia ancora intravedere i due portali in pietra e ordini di quattro finestre, che si ripetono per tre piani. Le due finestre quadrate, al piano terra, sono insieme al portale l’unica traccia rimasta dell’impianto antico.

Subito dopo il Vicolo di Porta Marcoli. Procedendo da Piazza XX Settembre verso Porta a Selci si incontrano, tutti sulla destra, alcuni vicoli che congiungono Via Don Minzoni con Via di Castello. Il primo è il Vicolo Marchi.

Ormai alle spalle la parte della via che più si caratterizza per la presenza di edifici dalla chiara connotazione di veri e propri palazzi, inizia, dopo il Vicolo Marchi, una serie di unità con minore rilevanza architettonico-storica, per lo meno, per quanto riguarda il lato destro, procedendo verso la Porta a Selci. il palazzo che occupa gli attuali nn. 18-20, non essendo stato oggetto di attenzione da parte di scrittori e storici locali, non sembra costituire una importanza tale da potersi dare, per esso, notizie precise. Edificio residenziale del XVIII secolo, costruito su più antichi impianti, presenta sul fronte una piccola ceramica tonda, sopra un lampione, con croce collocata su un poggio di erba e due W ai lati. Segue ai nn. 26-32 il Palazzo Cailli.

PALAZZO CAILLI

Anche per questo palazzo recenti restauri hanno determinato una quasi totale scomparsa dell’aspetto originario. Rimangono, comunque, ancora ben visibili il bel portale in pietra e la finestra, al primo piano, racchiusa in una cornice, sorretta da colonne in pietra e terminante con arco ad ogiva in pietra. E quasi sicuramente parte di una torre medievale.

Cailli è un’ antica casata che ebbe origine intorno al 1300 con il nomignolo di Cailla. Capostipite fu Giusto e suo unico discendente fu Niccolò o Niccolaio, detto Cailla, vivente nel 1385. Piglio di Niccolò fu Matteo che ebbe tre figli: Lorenzo, Giusto e Niccolario. Mentre Lorenzo e Giusto abbandonarono il padre, Niccolario rimase sempre nella contrada di Porta a Selci, abitando nel palazzo con torre del chiasso che si trova nell’attuale Via Don Minzoni, di fronte al Museo Guarnacci.

Cailli è una delle cinque famiglie volterrane provenienti dal ceto medio cittadino, ma di “antica stirpe”. Già presente nel catasto del 1429 svolse professioni liberali, ricoprendo incarichi di rilievo e si imparentò con famiglie nobili cittadine. Particolare menzione va al Cav. Giuliano Cailli che fece restaurare la Cappella della Madonna delle Grazie in Sane Agostino, come attesta l’iscrizione marmorea, posta sul pavimento dell’entrata della cappella.

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Dalla parte opposta, in angolo con Via di Porta Marcoli, si trova l’imponente mole del Palazzo Desideri-Tangassi, sede del Museo Etrusco Guarnacci.

PALAZZO DESIDERI TANGASSI

“Il fronte su Via Don Minzoni diventa, grazie alla facciata del Museo, un ritmo continuo di alte finestre sormontate dal timpano triangolare con davanzali in pietra sporgenti dalle campiture di intonaco al primo piano e mensole al secondo, impastato simmetricamente sul portale centrale”. (M. Canestrari, p. 220). Contrassegnato dal numero civico 15, l’edificio, comunemente conosciuto come Museo Guarnacci, è stato prima Palazzo Desideri, poi Tangassi.

La famiglia Desideri risulta proveniente da Populonia, ma con dimora a Pisa. I Desideri, nobilitati nel 1773, costituirono una famiglia di primaria importanza del Principato di Piombino: rivestirono, infatti, rilevanti cariche militari e goderono i primi onori a Populonia dove risiedevano e dove possedevano un ingente patrimonio. Come proprietari della tenuta di Castelfalfi a Montaione, per maggior lustro e decoro, chiesero l’ammissione alla nobiltà volterrana, città nobile più vicina, con la quale in seguito instaurarono strettissimi rapporti imparentandosi anche con due delle famiglie volterrane più insigni: Maffei e Inghirami (C. Pazzagli, pp. 59-60). In Volterra la famiglia Desideri abitava nell’omonimo palazzo nel quale oggi ha la sede il Museo Guarnacci. In una chiostra interna del Museo è ben visibile parte della torre del palazzo, oggi inglobata dal rifacimento di detta costruzione. Fortunio dette origine alla famiglia ed ebbe quattro figli. Con Antonietta, figlia di Giovan Desiderio Niccolò, nipote di Fortunio, che andò sposa all’Avv. Alfredo Massart, si estinse in Volterra la casata Desideri e il palazzo, già passato alla famiglia Tangassi, nel 1877 fu adibito a museo etrusco con la denominazione di Museo Guarnacci. Quando il ricco Museo d’antichità etrusche e romane, donate nel 1761 a la cittadinanza volterrana, da Monsignor Mario Guarnacci – la cui statua, opera dello scultore volterrano Paride Bagnolesi, si erge accanto alle scale di accesso al primo piano – nel 1785 fu riunito a quello del Canonico Pietro Franceschini nel Palazzo dei Priori, si presentò il problema dello spazio. Il locale era ormai troppo piccolo e stretto per contenere tutti gli oggetti che vi si conservavano.

Anche se il nome del Museo richiama immediatamente Mons. Guarnacci, non fu lui il solo ed esclusivo fondatore della raccolta museale. In realtà, tutti gli storici volterrani citano il nome di Pietro Franceschini, come fondatore di un Museo a Volterra di carattere pubblico nel 1731. Da questa data si scatenò una vera e propria ricerca al reperto in Volterra, tanto che, intorno alla metà del Settecento, esistevano cinque Musei di antichità a Volterra. Oltre alle raccolte già menzionate, il Franceschini possedeva altri reperti che andarono a costituire una collezione privata. Un’altra collezione apparteneva alla famiglia Giorgi, una alla famiglia Galluzzi e una, molto più cospicua, appartenente a Mons. Mario Guarnacci.

La collezione guarnacciana fu unita alla ricchissima Biblioteca nel 1789 quando avvenne il trasferimento dei reperti e di tutto il materiale librario in Palazzo dei Priori. Dopo un secolo, visto il numero sempre più crescente di materiale archeologico reperito, si decise di trovare una nuova sede.

Dal 1863 furono presentati vari progetti e furono proposti numerosi interventi per trovare un luogo più consono. Scartata l’ipotesi, nel 1871, di un eventuale acquisto dell’ex-convento di S. Lino, Niccolò Maffei presentava un ordinamento generale del Palazzo dei Priori, del Museo, Archivio, Biblioteca e Pinacoteca, con l’aggiunta di un altro locale da costruirsi molto vicino al Palazzo Pubblico. Passarono tre anni e la Direzione del Museo poté finalmente ottenere un risultato positivo con l’acquisto da parte del Comune del Palazzo Tangassi, venduto all’asta. Con Regio Decreto 7 giugno 1874 il Comune di Volterra veniva autorizzato ad assumere la proprietà del palazzo, appartenuto prima ai Desideri, aggiudicandoselo per la somma di L. 18.976,21, per collocarvi il Museo Etrusco, l’Archivio Storico e la Biblioteca Comunale. I lavori di riduzione e di adattamento furono eseguiti su disegno dell’Ing.Terzilio Bartolini e sia l’Amministrazione Provinciale, sia il Ministero della Pubblica Istruzione contribuirono alle spese. Nelle stanze del pianterreno e in un settore del primo piano trovarono posto 553 urne cinerarie. Al secondo piano si accedeva alla Biblioteca e all’Archivio comunale. I numeri, da soli, parlano della ricchezza della biblioteca: gli atti magistrati risalgono all’1279; gli Statuti di Volterra e Castelli costituiscono una serie di 78 volumi e contengono disposizioni dal 1119 fino al 1729. I lavori, iniziati nella primavera del 1876 erano già ultimati nel novembre dello stesso anno e il Museo venne inaugurato il 10 febbraio 1877.

Nel 1985 la Biblioteca Guarnacci e l’Archivio Storico Comunale sono stati trasferiti nel vicino Palazzo Vigilanti e il Museo Guarnacci ha acquistato tredici nuove sale per collocarvi reperti etruschi.

Attualmente il palazzo è articolato su un piano terreno e sui due sovrastanti per complessive 38 stanze e qualche ambiente collaterale. Accanto alla raccolta etrusca, che rappresenta la parte più cospicua, sono presenti la sezione preistorica e romana.

Altrettanto interessante e suggestivo è il giardino, unico e empio, per altro, visibile di spazio verde urbano, simbolo di nobiltà e potere, insieme al palazzo, delle famiglie Desideri e Tangassi. Risalente al XVII secolo e benché ritoccato e risistemato in epoche successive.

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Dopo il monumentale Palazzo Tangassi, il visitatore che si incammina verso la Porta a Selci incontra, ai nn. 17-21, il Palazzo De Luigi. Dal bel portale centrale in pietra, il palazzo presenta, al piano terra due finestre quadrate, poste simmetricamente ai lati della porta d’ingresso e, prima del marca davanzale, quattro finestre rettangolari. Sopra il marca davanzale troviamo, al primo e secondo piano, sei finestre rettangolari incorniciate in pietra.

Gli edifici che occupano i nn. 23-25 e 27- 31 sono riduzioni ottocentesche di originarie case a schiera con tracce di impianti antecedenti, visibili nei bei archi in pietra panchina ai nn. 27 e 29. Ai nn. 33- 35 troviamo Casa Niccolai. Residenza gentilizia del secolo XV-XVI, si tratta di una tipica unità a schiera a fronte monocellulare. Benché ascrivibile al 1400-1500, l’impianto è più antico, come dimostra la struttura muraria in pietra e l’arco in pietra, ormai ricoperto.

Seguono i nn. 40-46, occupati dalla Casa Bartalini-Baldelli. Di chiara configurazione medievale, con la bella bifora tampunata sovrastante una monofora al primo piano, la Casa Bartalini-Baldelli è una torre-casa gentilizia, costituita da due unità distinte. La prima (nn. 44-46) in origine era una pregevole torre in pietra ascrivibile al XII secolo e della quale rimangono numerose tracce come la struttura muraria in pietra, gli imponenti archi in pietra tra i quali, lo abbiamo già accennato, spicca la semicoperta bifora.

La seconda (nn. 40-42) rappresenta un edificio posteriore all’attiguo, originato dalla fusione di più unità preesistenti. Le due unità, riunificate nel XVIII – prima metà XIX secolo, oltre ai già citati caratteri architettonici, presentano belle volte in laterizio al piano terra e bei marca davanzali in pietra, con rampe di scale sormontate da volte a botte e a crociera.

CASA PAGNINI

A fianco la Casa dei Pagnini. Posta ai nn.48-54 è la residenza gentilizia dei Pagnini. Anch’essa presenta due distinte strutture tipologiche. Quella insistente sui nn. 48-50 presenta un impianto tipo logico a residenza gentilizia di famiglia illustre volterrana (Gian Francesco Pagnini era un noto economista del XVIII secolo), con struttura muraria in pietra squadrata con pregevoli archi ascrivibili al XV secolo. L’altra porzione dell’edificio (nn. 52-54) risulta assimilabile ad una semplice unità seriale muraria del XV-XVI secolo, come dimostra la stessa struttura muraria molto più grezza. Anche questa sezione comunque è sorta su più antico impianto, come testimonia l’arco in pietra del XIII secolo. La casata Pagnini sembra abbia avuto origine da Pagnino, vivente nel 1300 circa, venuto a Volterra da Prato. Costituita da vari rami sparsi in tutta la Toscana, la famiglia Pagnini rischiò di non essere accettata tra la nobiltà toscana. Alla fine, “in mancanza delle prove del contrario” fu concessa l’ascrizione alla nobiltà.

PALAZZO GIORGI

Di fronte alla Casa Pagnini, ai nn. 37-43, si trova l’ex-Palazzo Giorgi, ex-Fabbrini, ex-Bresciani, ora Inghirami. Palazzo settecentesco, dal bel fronte unitario, disegnato a false bugne all’ultimo piano, il palazzo è del XVIII secolo, anche se ristrutturato nel XIX. Pregevole palazzo settecentesco con un fronte, su Via Don Minzoni, di oltre 26 metri, presenta due ordini di 10 aperture al primo piano e secondo piano, sebbene di forma e dimensione diversa – probabilmente il secondo era adibito a residenza non signorile – e con due balconi. Sul retro presenta un imponente e pregevole giardino all’italiana con pozzo. Dal catasto leopoldino risulta che presso la chiesa di S. Pietro, fra questa cioè ed il Palazzo Fabbrini, ora Inghirami, esisteva un vicolo, detto “di Giustino”, da un tal Giustino di Mariano, sarto, che vi abitava. Così un altro vicolo, stretto e conducente presso le mura cittadine, un tempo collocabile al secondo portone del palazzo, nella metà del secolo scorso, quando i Fabbrini trasformarono radicalmente le loro case per ottenere l’attuale palazzo, fu cancellato.

Anche se il capostipite della casata Giorgi, dalle carte, risulta Stefano, quello effettivo è senz’altro Giorgio che nel 1459 è titolare di un forno in contrada di San Pietro. La famiglia Giorgi fu proprietaria dell’attuale Palazzo Bresciani e, dopo la vendita di esso, abitò in quello che attualmente si trova in Via Don Minzoni, come attesta la pietra marmorea.

Personaggi importanti di questa casata furono: Ferdinando, che ereditò dai Galluzzi la proprietà del palazzo e dei manoscritti di quella casata. I discendenti di Giorgio di Leopoldo Giorgi e i suoi fratelli e figli ottennero il titolo di nobili di Volterra con decreto 9 maggio 1757.

Successivamente il palazzo fu di proprietà della famiglia Cecchi e dal 1 maggio 1950 degli eredi Panicucci e Bertoni.

La casata Fabbrini sembra abbia avuto origine in Castelnuovo Val di Cecina, dove tuttora esiste il palazzo che fu dei Fabbrini. In Volterra la famiglia acquistò il palazzo, poi di proprietà Bresciani, dalla famiglia Giorgi e vi stabilì fissa dimora fino alla estinzione della casata stessa. Capostipite sembra sia stato Gaetano che ebbe due figli: Camillo e Jacopo. La casata si estinse in Volterra con i figli del cav. Tommaso, figlio di Camillo, tra cui il cav. Camillo che, alla morte avvenuta nel 1910, lasciò eredi del suo patrimonio i figli del nipote Lorenzo Bresciani. Da quest’ultimo ebbe inizio la famiglia Bresciani. Dal fronte unitario e di sicuro rilievo, il Palazzo Bresciani, da un punto di vista architettonico lo si può far risalire al Settecento – con ristrutturazioni del secolo corso – con le false bugne dipinte all’ultimo piano e il balcone più tardo che taglia il marca davanzale sui due portali d’ingresso, cui corrisponde alle spalle.

Le famiglie più in vista di Volterra, per esprimere e palesare la loro potenza e importanza, spesso davano sontuosi ricevimenti e altrettanto sfarzose feste da ballo. E Casa Giorgi, all’inizio dell’Ottocento, sembra sia stata ristrutturata proprio per dotarla di una nuova e appropriata sala da ballo. La vita mondana della famiglia Giorgi non si esauriva certo nelle feste. Molti furono gli ospiti di prestigio che la casata ospitò nel corso degli anni. Uno di questi sconvolse l’esistenza dello scrittore Stendhal. Perdutamente innamorato di Matilde Demboswki, alloggiata presso i Giorgi; l’autore de La Certosa di Parma, nel 1819 era a Volterra per tentare di trasformare l’amicizia con Matilde in una relazione, tanto sospirata, quanto tormentata. Purtroppo falli e, il libro De l’Amour, scritto da Stendhal dopo la morte dell’amata, rappresentando la chiave di volta della psicologia dell’autore, testimonia come la visita a Volterra abbia contribuito, con la conseguente e tragica delusione, a dare una spinta importante alla stesura dell’opera. (S. Bertini, Volterra ed una passione amorosa di Stendhal, pp. 5-7).

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CHIESA E CONSERVATORIO DI SAN PIETRO

Molto più interessante l’altro lato della strada occupato dalla Chiesa e dall’ex Conservatorio di S. Pietro.

L’attuale costruzione fu realizzata dall’architetto Mattia Damiani nei primi anni del XVIII. Si tratta di un imponente complesso che si svolge lungo la Via Don Minzoni e Via del Poggetto con forma assimilabile ad un rettangolo e con il fronte di oltre 60 metri. Al centro presenta un ampio chiostro con loggiato con volte a botte lunettate. All’ingresso, il bel portale settecentesco.

“L’ex complesso conventuale di S. Pietro con la chiesa omonima e con l’elegante presenza del fronte settecentesco determina la via, estendendosi con il bel parco fino all’estrema punta delle mura, seguito nel suo sviluppo dalla Via Firenzuola”. (M. Canestrari, pp. 220-231). Sorto ai primi del 1700, accanto alla chiesa di origine più antica, il complesso investiva e, in parte investe tuttora, per la sua posizione, un’area della città alquanto periferica, da sempre inedificata e occupata da orti che caratterizzavano il sito denominato “Il Poggetto Firenzuola”. Con il suo spazio aperto annesso, l’ex Conservatorio si trova dunque, tanto per la storia, quanto per la morfologia attuale dei luoghi, in una posizione di confine tra un contesto urbano e un ambito retrostante diverso. L’impianto originario è ascrivibile al XIII-XIV secolo, ma la facciata che oggi il visitatore può ammirare è in stile decisamente barocco. Dal bel portale d’ingresso sulla Via Don Minzoni si accede alla lunga galleria che lascia, alla sua sinistra, parte dell’edificio e la Chiesa omonima e, alla sua destra, il maggior sviluppo del complesso basato sul cortile centrale. Di ridotte dimensioni rispetto allo sviluppo verticale, con i fronti disegnati da arcate, il cortile ha essenzialmente il carattere di un pozzo di luce.

Dopo aver percorso l’intero corpo di fabbrica, la galleria esce all’aperto proseguendo nei viali alberati da una quadruplice fila di grandi bellissimi ippocastani. “E la folta vegetazione che fa picco anche all’esterno della cinta muraria, là dove questa appare a forma di prua di nave, costituendovi l’impronta del sito”. (M. Canestrari, pp. 220-231). Qui, un tempo, monache, novizie ed educande trascorrevano il loro tempo libero e meditativo, dilettandosi nella pace e nel silenzio del mondo claustrale, a passeggiate salutari per il fisico e per lo spirito.

Ai primi del Settecento, causa le continue e preoccupanti voragini che le Balze continuavano a creare, le monache benedettine che da anni dimoravano nel monastero di San Marco furono costrette a trasferirsi. “La Santa Sede in data 22 Novembre 1704 concesse il consenso di alienare i beni di S. Marco e di usufruire della parrocchiale di S. Pietro”. (M. Cavallini, p. 177).

Lasciato il monastero di S. Marco, tra il 1704 e il 1705, le monache fecero ingresso nel nuovo monastero che, a proprie spese, avevano fatto costruire presso la chiesa di San Pietro in Selci. Il trasferimento, certamente non indolore per le monache, avvenne quando nel monastero ventidue monache, cinque novizie corali, otto converse e sei educande vivevano sotto la guida della badessa Suor Lucrezia Gardini. Le componenti del monastero provenivano, come di consuetudine, da nobili ed aristocratiche famiglie volterrane: cinque Ricciarelli, due Falconcini, due Minucci, due Maffei, due Cecina, una Gotti, una Campana e una Salvetti. (M. Cavallini, pp. 118-119).

Rispecchiando quello che era l’andamento generale economico di tutta la Toscana e, trovandosi il monastero ben presto in crisi economica, il Granduca pensò di unirlo, con tutti i suoi beni, a quello di San Dalmazio. il problema fu risolto dal Vescovo Sacchetti che, venendo incontro ad un bisogno cittadino, incaricò le monache di S. Pietro di aprire una pubblica scuola-laboratorio. chiedendo alla Santa Sede di togliere in parte la clausura dal monastero. Il Papa dette la sua autorizzazione il 22 febbraio 1782 tramite una comunicazione del cardinale Zelada. Con questa iniziativa, oltre a provvedere all’educazione delle fanciulle nobili internate nel monastero, fu messo in atto l’insegnamento della scuola esterna a vantaggio di tutte le ragazze della città.

Nel 1784 Pietro Leopoldo, nel generale riordino dei conventi religiosi e, in particolare, nella sua volontà di riformare gli istituti religiosi di clausura che passarono a Conservatori, cambiò idea e lasciò agli altri monasteri i beni posseduti, mentre, per quello di San Pietro, intese supplire alla mancanza delle rendite, servendosi del capitale. Il 21 marzo 1785, con Motu Proprio granducale, furono istituiti i Conservatori, per cui anche le monache di S. Pietro si adattarono alle nuove disposizioni, continuando a tenere le ragazze sia nell’istituto che nella scuola pubblica. Nel 1802, quando la Toscana si costituì in Regno di Etruria, le monache, pur ottemperando ai loro impegni con l’insegnamento pubblico, ristabilirono la clausura e la vita claustrale. Nel 1807 1a Toscana fu annessa all’Impero Napoleonico e furono prese varie misure tese ad invalidare le precedenti leggi leopoldine, organizzando l’ex Granducato secondo le leggi napoleoniche. Fra i tanti provvedimenti vi fu la soppressione della quasi totalità dei conservatori femminili. Benché, nel 1809, la granduchessa Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, avesse operato in modo da mantenere aperti alcuni conservatori, nel 1810, con decreto imperiale del 13 settembre, giunse l’ordine di chiusura di tutti i conventi maschili e femminili. Non solo: doveva essere abolito l’abito religioso e secolarizzati frati e suore e disciolto il clero regolare. (L Biagianti, pp. 461-462).

Così le monache, non volendo aderire alle disposizioni napoleoniche, abbandonarono il monastero, cedendo il posto alle Francescane di S.Lino. Pertanto dal 17 agosto 1810 il monastero prese il nome di Conservatorio di San Lino in San Pietro. Facendosi le condizioni delle monache sempre più difficili, l’autorità ecclesiastica dispose di liberarle da ogni obbligo di vita monastica e le considerò semplici secolari oblate. Il 2 marzo 1821 avvenne la definitiva secolarizzazione dei loro beni e le oblate rimasero in S. Pietro fino alla loro estinzione. Nel 1841 fu rimodernato e ingrandito l’ambiente e le scuole esterne, insieme con l’educandato, si svilupparono e si ampliarono a dismisura. Solo però nel 1880 fu necessario affidare l’istituto e le scuole a personale laico. Ma fino a quel periodo fu il personale religioso ad occuparsi della educazione e istruzione delle giovani lì residenti. Maria Eletta Gabellieri conversa, morta nel febbraio del 1931, fu l’ultima delle oblate e delle monache di S. Marco e di S. Lino in S. Pietro. Il Conservatorio ha svolto la sua attività di educandato fino al 1981, raggiungendo una rinomanza nazionale molto elevata e, grazie alla illuminata amministrazione dei suoi consigli direttivi, in specie quello presieduto, fra gli anni Venti e Trenta, dal Professor Luigi Scabia, segnalandosi per la sua modernità, sia nell’insegnamento, sia nel modo di vita interno e nelle attrezzature. Dopo il 1981 i suoi locali sono stati destinati a sede di varie associazioni cittadine. (E. Pertici, Volterra, pp. 125-127).

La Basilica di S. Pietro, secondo fonti incerte, perché il relativo documento non esiste, si dice sia stata fondata da Guiscardo, figlio di Unfredo, con atto del 4 luglio 1008. Il fondatore, chiamato Marchese Guiscardo, che nell’atto in questione è detto Marchese di Toscana, in pratica non ebbe mai quest’ultimo titolo, perché a quel tempo conferito a Tebaldo o Teobando da Canossa, figlio del conte Azza. Giuscardo, dopo aver guidato con successo i Lucchesi contro i Pisani, non volendo infierire ancor più sugli sconfitti, si attirò il disprezzo dei suoi e per questo fu destituito. Ritiratosi in Volterra, si dette a cose inerenti il divino culto. Secondo l’atto di fondazione della basilica di S. Pietro in Selci, Guiscardo dotò il beneficio parrocchiale anche al casale di Vezzano con la casa dominicale e case e torri con le loro appartenenze e questo “acciocché si sostenghino col rettore della chiesa altri sette sacerdoti i quali di giorno e di notte col recitare ore canoniche preghino Dio per l’anima di detto marchese e i suoi antenati, e questi devono abitare nella canonica, che il medesimo Guiscardo accanto a detta chiesa fece edificare”. (Cinci, Storia di Volterra, p. 5).

Questo documento, riportato in parte, si dice rogato nella Basilica di Santa Maria di Volterra da Ser Landino, notaro di Papa Giovanni XVIII (1003-1009), al tempo di Benedetto (997-1015), vescovo di Volterra.

La Basilica di S. Pietro in Selci, per distinguerla dall’altra chiesa di San Pietro, edificata molto tempo dopo, fu detta di S. Pietro Vecchio e fu abbattuta nel 1472, in occasione del Sacco di Volterra dalle bombarde dei Fiorentini, guidati dal Duca d’Urbino.

Sulla precisa ubicazione della Chiesa di S. Pietro, ma soprattutto sulla sua eminente storia, sono state scritte intere pagine, dense di documenti e citazioni a riprova di una tesi o di un’ altra. Fondamentalmente la discussione ha sempre gravitato sulla questione inerente l’antica Cattedrale di Volterra. Alcuni storici volterrani hanno sostenuto che prima di S. Maria, la cattedrale di Volterra sia stata S. Pietro e che proprio nel terziere di Castello, in luogo detto “Camporisa”, esistesse il Palazzo del Vescovo. Studi recenti hanno dimostrato che la cattedrale è sempre stata S. Maria, con annesso l’episcopio. Eppure si parla di un Palazzo dei vescovi in Castello. In realtà è esistito il quel sito un Palazzo del Vescovo, ma solo come sede di uffici, curia e tribunale. Si sa per certo invece che, prima del saccheggio del 1472, era presente a Volterra un’altra chiesa intitolata a S. Pietro.

Ma il problema da risolvere è sapere dove la chiesa fosse ubicata. Le ipotesi degli storici volterrani sono molte.

La prima ipotesi è quella che la Basilica, la più grande chiesa di Volterra, si trovasse in Castello insieme al palazzo episcopale annesso.

Affermazione, questa, un po’ imprecisa perché, afferma il Pertici, il Piano di Castello di quei tempi era così grande da comprendere, oltre il piano oggi propriamente detto, le attuali Via Don Minzoni e Via Gramsci, che allora andavano entrambi sotto la denominazione di Via Nuova. Sembra inoltre impossibile che la Basilica fosse annessa allo storico palazzo episcopale, perché non se ne fa menzione quando nel 1274 fu trasformato 1’originario castello dal vescovo Ranieri II Ubertini (1273-1301). “E come si può spiegare che il palazzo risulti immune dai colpi delle bombarde che invece abbatterono la Basilica, se insieme formavano un solo edificio?” (E. Pertici, Pian» di castello, pp. 84-85).

Un’altra azzardata ipotesi la vede edificata o in un terreno al di là della Porta a Selci, in località Camporisa, cioè nei pressi del Poggetto e, forse, al di fuori del circuito fiurale del castrum. Impossibile però che la Basilica volterrana, la chiesa più importante della città, si trovasse fuori delle mura medievali, tanto più che il territorio del Poggetto è compreso all’interno della cerchia murale e non fuori di essa.

La terza ipotesi si riferisce alla pianta del Vadorini, compilata nel XVII secolo, dove il Tempium vetus s. Pietri Ap., contrassegnato con il n. 16, è collocato a ridosso delle mura di Porta a Selci, sulla sinistra uscendo dalla porta stessa. Ma in questa posizione non poteva essere colpita dalle bombarde dei Fiorentini, perché protetta dalle mura stesse.

L’ultima ipotesi vuole la Basilica edificata dove ora è la nuova chiesa di S. Pietro e ciò potrebbe essere confermato dalla base esterna dei muri che si trovano nel giardino Bresciani. Lo stacco fra i muri di base e gli altri dimostra che i corpi di fabbrica dovevano essere diversi. Inoltre l’antica chiesa, come tutte le chiese sorte prima del Cinquecento, era costruita a forma di croce latina; forma che presenta anche l’attuale chiesa di S. Pietro. E sebbene consacrata il 26 aprile 1507, è possibile che ricalchi il disegno della più antica. (E. Pertici, Volterra, pp. 84-85). Il dubbio comunque rimane, perché in un documento del 28 febbraio 1529, che si riferisce ai fatti di Francesco Ferrucci a Volterra, si afferma che i volterrani, per ostacolare il passaggio ai ferrucciani, erigessero gabbioni dalla chiesa di S. Antonio verso la fortezza del Mastio, sia verso San Piero Nuovo, sia verso San Piero Vecchio. Ciò testimonierebbe che le due chiese sorgevano in punti ben distinti fra loro.

Nella basilica erano custodite e venerate le reliquie preziosissime e care soprattutto perché donate da Papa Callisto II.

Nel 1120 infatti il pio arcivescovo Guido di Guglielmo il Grande conte di Borgogna, diventato Papa sotto il nome di Callisto II, nel suo viaggio verso Roma, fu supplicato dal vescovo di Volterra Rogiero a voler visitare la città. Ritornato a Roma e volendo dimostrare la sua stima per gli onori ricevuti, inviò ai volterrani alcune rare reliquie da collocarsi nella basilica di S. Pietro. Tra queste alcuni fusti della corona di spine di Gesù Cristo, un nodello del piede di S. Pietro apostolo e parte di osso di S. Paolo. Quando la basilica fu rasa al suolo, le relique furono travolte dalle macerie e nessuno si preoccupò di recuperarle. Si narra che nel dicembre del 1477 un povero campagnolo, frugando fra i ruderi della basilica, trovò due cassette di legno ben chiuse. La bramosia di vedere in che cosa consistesse la propria fortuna, lo indusse ad aprire subito le casse: all’istante rimase cieco. “Il campagnolo intese che Dio lo aveva punito del suo ardire profano e, fattosi guidare fino alla cattedrale, là genuflesso dinanzi all’altare maggiore depositò le due arche e i sacerdoti, avendogli toccati gli occhi, gli donarono di nuovo la vista. Gli sconosciuti tesori erano appunto le preziose reliquie mandate a Volterra da Callisto II”. (A. Cinci, Storia, p. 9). Rimaste tre anni nella chiesa cattedrale, nel 1480 il vescovo Francesco Soderini le trasferì nella chiesa di S. Pietro in Selci, dove rimasero per qualche tempo; più tardi passarono all’altare di S. Sebastiano, detto poi dei SS. Innocenti.

Le offerte devozionali dei volterrani alla chiesa di S. Pietro furono sempre più cospicue, tanto che nei primi del 1500 si pensò di ampliare l’edificio. “Dai libri dell’epoca si rivela che furono costruite le volte, tanto nella chiesa tanto nella sacrestia, gli stalli lungo le pareti della chiesa, gli altari laterali, e le finestre decorate a vetri dipinti coll’arme del Comune, del priore, dell’opera e della contrada”. (A. Cinci, Storia, p. 9 e pp. 5-36).

Poi la chiesa fu consacrata da Contugi Geremia, come testimonia l’iscrizione situata presso la porta che introduce al giardino delle monache:

PROTH. APOS. CATH. VOLAT.
ARCHIPRES. HUIUS TEMPLI PRIOR
OVIUM SIBI COMMISSARUM
SOLUTI DESIDERIO FLAGRANS. NE
ID PRIVILEGI TENUISSIMA MEMBRANAEXORATI
TEMPORE DILABERETUR THESAURUM, MARMOREO
HOC LAPIDE AETERNANDUM
POSUIT III KAL. SESTILIS A.S.
MDCXIII

La facciata esterna, in stile barocco, bella per ornamenti architettonici e per le due statue in tufo di S. Lino e S. Giusto, è opera di Leonardo Ricciarelli, mentre di Daniele Ricciarelli (1509-1566) è il quadro della “Strage degli Innocenti”, opera con la quale l’artista volterrano si collocò fra i grandi pittori dell’epoca e che nel 1782 fu donata al Granduca Pietro Leopoldo e quindi passata alla regia galleria di Firenze.

Le due statue invece rappresentanti Maria Annunziata e l’Arcangelo Gabriele sono pregevole scultura in legno del volteranno Francesco del Valdambrino, menzionate anche dal Vasari. L’interno della Chiesa, a croce latina ad una navata, risale al XIV secolo. L’altare maggiore, anch’esso di antichissima costruzione, è ornato da stucchi e dorature, ma non presenta nessun pregio artistico. A destra entrando troviamo la pila di marmo per l’acqua benedetta, sostenuta da una base triangolare donata nel 1570, dal priore Antonio Babbi, cittadino stimatissimo a Volterra per la istituzione dei posti nelle Università di Pisa e di Siena a favore dei giovani volterranì, come dimostra il nome e lo stemma. Di seguito possiamo vedere la “Madonna in tronoli. L’opera, un olio su tavola di scuola fiorentina, si trova al posto dell’altra opera, ora in coro, raffigurante le Sante Attinia e Greciniana, dell’Arrighi. Il dipinto proviene quasi sicuramente dal monastero di S. Chiara e il Cinci lo attribuisce a Paolino da Pistoia, mentre il Carocci lo definisce alla “maniera di Andrea del Sarto”. Alla sicurezza della data di esecuzione – 1585 – non corrisponde la paternità dell’opera: si è parlato anche di Niccolò Cercignani, detto “il Pomarancio” e di Cristoforo Roncalli. Segue l’altare in pietra di S. Lucia con l'”Annunciazione con i Santi Caterina, Nicola da Tolentino, Ottaviano, Lucia e il committente”, olio su tavola centinata di Niccolò Cercignani, con influenze della cultura fiamminga. Il secondo altare, dedicato a S. Iacopo, presenta la “Incoronazione della Vergine con i SS. Michele, Iacopo, Giusto e Francesco”. Anche questo è un olio su tavola, opera del Cercignani e presenta, come caratteristica più interessante, “la accaldata temperatura cromatica”. (Dopo il Rosso, p. 71). Il quadro si trova sopra le grate, corrispondenti all’antico coro delle monache.

Sul lato destro, a fianco dell’altare maggiore, a ridosso della parete, c’erano bellissimi postergoli cinquecenteschi, intarsiati e fregiati.

Nel transetto troviamo l’antico altare dei Santi Innocenti, con la raffigurazione del Cristo a grandezza superiore al naturale e due colonne in stucco con angeli. Il quadro, nel Settecento, fu collocato nel luogo dove attualmente si trova per sostituire il più famoso dipinto del Ricciarelli, rappresentante la “Strage degli Innocenti”. Datato 1557 il dipinto fu commissionato proprio per la chiesa di S. Pietro e portato, in seguito, dal Granduca Pietro Leopoldo a Firenze per la sua straordinaria bellezza.

A seguire troviamo l’altare maggiore in legno del Settecento. Dietro il coro, sopra la porta della sacrestia, la tela attribuita all’Arrighi, raffigurante i “Santi Giusto e Clemente”.

Sotto la finestra, sulla parete in fondo, l’altro dipinto dell’Arrighi con la “Incoronazione delle Sante Attinia e Greciniana”, che un tempo si trovava sugli altari laterali della Compagnia di S. Pierino. Sull’altra parete del coro troviamo “Cristo con i ploranti” di aulore ignoto, presumibilmente del XVII secolo.

Sulla parete del transetto è la tela della “Sacra Famiglia con Sant’Anna” o “Sacra Conversazione”, di autore ignoto del XVII secolo che, prima, si trovava nella cappella interna del Conservatorio, dedicata a Sant’Anna.

Ancora nel transetto, a sinistra dell’ altare maggiore, con il suo altare in legno del Cinquecento, unico esempio di altare intagliato e dorato, prima in Sant’Agostino, troviamo “S. Caterina d’Alessandria”, olio su tela dell’Arrighi. Tornando nel corpo della chiesa, il primo altare che incontriamo presenta una “Madonna con Bambino” del Daddi. Proseguendo, al secondo altare, si trova la “Immacolata Concezione con i Santi Pietro e Paolo”, un olio su tela di Francesco Brini o del Brina (1540-1586), firmato in angolo destro e datato 1580. (A. Cinci, Guida, p. 154). il quadro, per ordine vescovile, doveva rimanere costantemente velato per le troppe nudità che presentava.

Prima di uscire dalla chiesa, il visitatore può notare due altri dipinti interessanti. Si tratta della tela raffigurante i “Santi Lino e Giusto”, genuflessi ai lati del tabernacolo, nella quale, in bassorilievo colorito del Cinquecento, è raffigurata la Vergine con l’infante Gesù; e una “Madonna con Bambino fra i Santi Giuseppe, Carlo, Nicola, Caterina”, olio su tela di scuola fiorentina dei secoli XVI-XVII, per la presenza di S. Carlo Borromeo fra i santi e per l’istìtuzione a questo altare delle “Cappelle Albizzine”, fondate nel 1619 da Albizzo Albizzini, due delle quali in onore di S. Caterina e S. Giuseppe. Inoltre un tempo il Conservatorio conservava due stupende statue se ne si di legno della metà del Quattrocento, con policromia molto originale, oggi in Pinacoteca, che accoglie pure il cosiddetto “Tesoro di S. Pietro”, un tempo custodito nei locali del Conservatorio e costituito da un insieme di arredi sacri e di oggetti di notevole valore, già della chiesa omonima.

È da notare infine che il 18 febbraio 1504, per portare a termine i lavori di ampliamento e di abbellimento, gli operai dell’Opera di S. Pietro presentarono una petizione ai Priori di Volterra i quali, accettandola, stanziarono a tal riguardo 25 fiorini d’oro. Il 26 aprile 1507 la nuova chiesa, in assenza del vescovo di Volterra, fu consacrata dal concittadino Mons. Zaccaria Contugi, vescovo di Assisi e poi arcivescovo di Cireneo. Questa solenne cerimonia è ricordata nella già citata lapide di marmo, collocata. nella chiesa. Nei diversi secoli, nell’ambito della prioria, abitarono varie corporazioni religìose. Nel 1279 i frati eremitani di S. Agostino, dal dormitorio di S. Lucia in Larniano, vennero, su istanza del Comune, a Volterra e stabilirono in questa città la loro dimora. Poi i frati olivetani e, nel 1465, i frati minori osservanti, a cui il Comune di Volterra fabbricò il convento presso la chiesa di S. Girolamo. (A. Cinci, Feste e celebrazioni; S. Pietro e S. Agostino, pp. 4-36).

La chiesa di S. Pietro in Selci fu prescelta da varie famiglie volterrane per trovarvi sepoltura. Fra queste, sono da ricordare i Tani, i Mammaccini, i Cailli, i Benni, i Barberi, i Ciorgi, i Banni, i Ciacchi e i Pagnini. Dall’esame dei registri della prioria e dalle visite pastorali si rivela che la reggenza spirituale degli abitanti della Fortezza era esercitata dalla chiesa di S. Pietro e ciò fu disposto dal decreto della sacra congregazione del 13 novembre 1660 e confermato con breve di Benedetto XIV (1675-1758), dato in Roma il 18 gennaio 1755. Il 1 febbraio 1846, con decreto vescovile, fu abrogato il precedente decreto e la Fortezza fu elevata a cura di anime sotto il titolo di parrocchia di S. Giovanni Battista, affidandone la direzione al canonico Giacomo Leoncini con l’aiuto dei due cappellani Dott. Caetano Leoncini e Teofilo Fantozzi.

Con breve del 19 dicembre 1704 la sacra congregazione, su richiesta delle monache benedettine che, come già ricordato, abbandonarono il Monastero di S.Marco per la minaccia delle Balze, e con l’approvazione del vescovo Ottavi o Del Rosso (1681-1714) concesse l’autorizzazione che la chiesa di S. Pietro servisse anche per le suddette monache. Ma, con decreto 30 marzo 1811, il vescovo Giuseppe Gaetano Incontri (1806-1848), poiché la chiesa di S. Agostino, per la soppressione degli Agostiniani non esercitava più il culto, trasferì la vicina Prioria di S. Pietro in quella chiesa, quando era priore il sacerdote Giuseppe Saccardini. (E. Pertici, Volterra, pp. 93-96).

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Davanti all’area facente parte del Poggetto e di Via Firenzuola, che avranno trattazione a parte, c’è la Rampa di Castello.

COMPAGNIA DI SAN PIERINO

Ormai giunti al termine della lunga Via Don Minzoni, all’ingresso della Porta a Selci, la prima vecchia casa, già edificata nel 1832, forse riduzione successiva di un vecchio postale, sembra in realtà già preludere al sistema di Via Firenzuola. Addossata alla porta sembra si trovasse la Compagnia di S. Pìerìno, che aveva sede presso l’omonima cappella. Fu sostituita dalla nuova, i cui lavori furono iniziati nel 1748, e finanziata con le rendite della Compagnìa e con le elemosine che erano state raccolte. I lavori furono eseguiti sotto la guida e la responsabilità di un comitato, di cui fece parte, fra gli altri, Antonio Riccobaldi del Bava, cavaliere di S. Stefano e priore della società. La nuova cappella fu costruita poco distante dalla precedente. Si trovava dove, sul retro, vi è ora l’ingresso dell’Ostello, tanto che il palcoscenico del Conservatorio di S. Pietro fu ricavato proprio dall’abside della Cappella di S. Pierino. Nel 1754 fu benedetta la nuova cappella e traslata la pia immagine del SS. Crocifisso, detto anch’ esso di S. Pierino. Questa opera, grandissima e dipinta su grossa tavola a forma di croce, è di autore ignoto della scuola fiorentina del XIll secolo e si trova ora nella chiesa di S. Agostino, al secondo altare a destra entrando, mentre l’altare della cappella di S. Pierino, sebbene ingrandito, si trova nella chiesa di S. Michele.

L’antichissima Compagnia di S. Pierino aveva la consuetudine di preparare, l’ultimo lunedì di carnevale, un pranzo a circa cinquecento poveri della città. Il pranzo detto “della volpe” veniva benedetto dal vescovo e servito dai fratelli della Compagnia nella piazzetta e nel prato dinanzi alla chiesa di S. Agostino, cioè dove oggi è la Piazza XX Settembre. L’origine del nome è incerta. Molti hanno fatto riferimento all’idea del pranzo principesco a base di fagiani e animali pregiati di cui la volpe è ghiotta; altri hanno accostato il pranzo della volpe a intrusi che, approfittando della beneficenza altrui, come furbe volpi, si servivano e mangiavano abbondantemente. La teoria più verosimile però è legata ad una usanza dei contadini che, in segno di gratitudine verso il cacciatore che aveva ammazzato la volpe, liberandoli da un terrore quotidiano, gli regalavano una coppia di uova e un pollo. (F. Porretti, Volterra, pp. 211-212).

Il pranzo, a causa del freddissimo inverno volterrano, fu trasferito, nel chiostro degli Agostiniani e, in seguito, rischiò di scomparire quando la bolla di Benedetto XIV (1740-1758) impose la clausura dei frati. Grazie però alla volontà dei fratelli della Compagnia, l’usanza non cessò: i frati infatti dietro loro istanza furono autorizzati dal Papa a foraggiare i poveri della città. Più tardi però il pranzo fu abolito e ogni invitato ritirava la sua parte di desinare, andando a consumarsela nella propria casa. La Compagnia fu soppressa con decreto del vescovo Luigi Buonamici in data 26 agosto 1786. L’ambiente fu portato a due piani; il pianterreno fu adibito a scuole pubbliche femminili e quello superiore a sala di studio e camera da letto delle educande del Conservatorio. (E. Pertici, Volterra, pp. 122-123).

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Prima di incontrare quello che rappresenta l’accesso principale di Via Don Minzoni, l’occhio del visitatore non può non essere catturato dalla grandiosa e “macigna” mole dell’attuale penitenziario di Volterra. È la Fortezza medìcea che, dall’alto della sua ferrigna imponenza, è posta a salvaguardia della città.

PORTA A SELCI

Tra le sette porte medievali di Volterra, la Porta che si incontra per prima, procedendo ad oriente, è la Porta a Selci che, ai primi del secolo scorso, con lo sviluppo della viabilità rotabile, diventa anche l’entrata principale della città.

La Porta a Selci, addossata alla Fortezza, un tempo, si chiamava «Porta del Sole», appellativo che, alcuni scrittori, le attribuirono perché aperta a levante della città. Benché, già di per sé, rappresentasse una valida difesa dagli attacchi esterni, perché aperta in luogo sicuro e comodo, nel XIII secolo, gli Statuti di quel tempo stabilirono di costruirvi anche un fosso. Nel 1328, anno in cui le mura e le porte della città furono rafforzate, anche la Porta a Selci subì molte trasformazioni: fu aggiunta una torre per la guardia e nel 1334 fu rifatto l’arco e, alla fine del sec. XVI, la porta subì radicali cambiamenti tanto da essere quasi totalmente ricostruita. Un documento contenuto nell’Archivio Storico Comunale informa che nel settembre del 1593 S.A.S. – Ferdinando I de’ Medici – “nell’intento di far grandezza a questa città di posser in breve goder della bellezza sua dette ordine di costruire a spese del Comune una nuova Porta a Selci e, volendo contribuire alle spese, inviò l’ingegnere Donato d’Antella di Firenze a fare un preventivo che stimò intorno a 350 scudi”. (L. Panichi, Ritrovata la vecchia Porta a Selci, p. 7).

L’attuale porta, su disposizione di Ferdinando dei Medici, fu costruita dal 16 maggio al 31 agosto 1594, Con un lavoro svolto velocemente e in modo accurato. Le persone addette ai lavori furono circa ottanta, tutte retribuite in base alle loro capacità professionali. I lavori, sotto la responsabilità di Benedetto di Gabriella Incontri furono eseguiti da manovali, uomini e donne, che, lavorando speditamente e bene, realizzarono un’ opera atta a sfidare i secoli. Infatti se questa porta dopo 400 anni è ancora in perfetto stato di conservazione si deve all’abilità dei suoi costruttori.

La maggior parte del materiale grezzo fu estratta dalle valli circostanti e molto pietrame fu tolto dalla zona di S. Andrea. Oltre all’ingente quantitativo di pietrame “ci vollero anche 3.400 mattoni, 1100 mezzane, 1000 pianelle, 1950 tegole, 3 canne di tavole, 26 travicelli di braccia 4 l’uno più altri 60 di diversa dimensione” (L. Panichì, La “nuova” Porta a Selci, p. 21), per un totale di spesa di scudi 415 (L. Panichì, La “nuova” Porta a Selci, p. 22). In molti libri, recanti la storia della città, si legge che, in seguito alla costruzione della nuova porta, la vecchia fu distrutta. In realtà non è così. All’interno del penitenziario, la porta, completamente dimenticata, è visibile con il suo magnifico arco ancora intatto. Ma solo nella parte superiore, con un’apertura di tre metri, propria di tutte le altre porte della città. In tal modo la vecchia e “scomparsa” Porta a Selci, con un basamento poligonale a barbacane, simile a quello del torrione cilindrico, rimase interamente sommersa. Sotto il cornicione su cui poggiano gli archetti pensili, che sorreggono il ballatoio di epoca posteriore, compaiono delle finestrelle murate. Ed infatti anche nella carta del Vadorini della prima metà del XVII secolo, la torre che vi appare a sinistra è munita di finestrelle.

A destra un’altra torre, anch’essa con basamento poligonale, su cui si apriva una porta ad arco romanico è ora murata e semicoperta da un pilastro dell’edificio posteriore. Visto che nella carta del codice vaticano del XV secolo, servita al Montefeltro nel 1472 per la conquista di Volterra, la Porta a Selci è addossata al Cassero, in un primo momento si era pensato che, soltanto dopo la costruzione di un nuovo e più solido Cassero da parte del Duca di Atene, si sarebbe dato origine alla torre, la cui data di costruzione risalirebbe al 1292. Comunque, terminati i lavori di costruzione della nuova porta, i Priori vollero collocare sopra l’arco l’arme del granduca e fu incaricato lo scriba cittadino di disegnare sull’arme l’iscrizione scolpita. Niente però rimane sulla porta, nella quale ora si può solo vedere una pietra bianca rettangolare nella quale è scolpita una croce e sotto di questa la data 1594. Da allora non ogni cosa è rimasta al proprio posto. Scomparsi due degli otto cardini della porta, esistenti ancora nel 1843. Nessuna traccia resta dell’arme di S.A.S. con le lettere dell’epitaffio disegnate dal maestro Alessandro d’Antonio. Forse questa scomparve nel 1799, quando furono rimossi dai municipalisti tutti gli stemmi granducali. Il Falconcini, nella sua storia di Volterra, scrive che da questa porta entrò in città il Re Ludovico “splendidamente ricevuto dalla cittadinanza ed ospitato dai frati di S. Agostino”. Entrò da questa porta nel 1472 l’esercito del Duca di Urbino e nel 1530 Francesco Ferruccio, ma nessuna pietra ricorda questi avvenimenti. Solo sull’arco esterno si legge una memoria che si riferisce alla venuta di Ferdinando III nel 1818, quando, finita la dominazione francese, tornò nel Granducato a riprendere possesso della Toscana.

IV. NONAS MAIS ANNO MDCCCXVIII ADVENTUS FERDINANDUS III. M. D. E. QUEM
VOLA TERRAS PRIMUM INVECTUM COETUS
OMNES IN OCCURSUM ETUS GRATA LAUD
EXAPERUNT
S. P. V. DEIN URBIS LAETISSIMUM MARMORE INSCRIBENDUM CURAVIT

Ed ancora da questa porta fece il suo ingresso Vittorio Emanuele II il 1 ottobre 1861, mostrandosi alla cittadinanza come simbolo e rappresentante della conquistata indipendenza e unità d’Italia.

Fino a1 1789 era antico costume esporre, presso la porta, nel giorno della processione del Corpus Domini, un altare per l’illuminazione del quale il Comune forniva l’olio occorrente. Non sempre però la porta è stata sinonimo di sicurezza e di difesa della città. Al contrario, Porta a Selci è stato anche il punto più debole delle difese murarie. Da qui irruppero il 18 giugno 1472 i mercenari di Federico da Montefeltro, agevolati da alcuni traditori interni che gliela spalancarono nottetempo. E da qui, come più volte accennato, penetrò il Ferrucci nella primavera del 1530 per conquistare la città in rivolta. E anche oggi la porta è senza quei solidi battenti chiodati, sinonimo di sicurezza.

Scavi recenti hanno evidenziato un arco medievale e stipiti etruschi con in basso, parte di strada basolata di età etrusca o romana.

Fuori Porta a Selci esisteva un’antica fonte, denominata di S. Iacopo. Se ne ha notizia sin dal 1293, quando il Comune là vi fece dei lavori. Anche Bartolomeo Valori, direttore dei lavori per la costruzione della Rocca Nuova, nel 1473, testimonia che presso la Rocca Antica era stata trovata una ricca vena d’acqua “la quale si comprende essere la radice d’una certa fontana che è a piè del Cassero d’allato di fuori verso Cecina”. (E. Pertici, Dalle mura di cinta verso la zona di S. Andrea, pp. 19-20).

Oggi la fonte è ancora esistente ma non è visibile. Sappiamo che nel 1336 furono spese “L. 40 pro edificatione et constructione fontis de Sancto Iacopo, sita extra portam Silicim, qua nunc edificatur” (A.S.C.V. filza nera 1 e 11). Un altro documento più tardo ci dà notizia di una fonte che si trova fuori porta e non è forse azzardato affermare che si tratti della fonte di S. Iacopo. (M. Battistini, Volterra, pp. 24-25).

Come altre porte della città, anche quella di Porta a Selci, nel Medioevo, venne decorata con immagini sacre. Le pitture, quasi tutte oramai scomparse, rimangono nella memoria scritta delle carte dell’Archivio. Da queste sappiamo che, nel 1338, furono pagati 20 soldi a Norio della contrada di Porta a Selci pro constructione picture cuidam tabulae, da collocarsi super portam Silicis Imaginis Beatae Mariae Virginis (A.S.C.V. filza nera 2).

VICOLO MARCHI

Benché la famiglia Marchi sia antichissima ed abbia goduto tutti gli onori cittadini, i documenti non ricordano che essa avesse le sue case in questo breve e scosceso vicolo che dalla ex-Via Vittorio Emanuele conduce a quella di Castello. Nel secolo XVII era detto Chiasso dei Cailli, famiglia originata da tal Niccolò, detto Caillo, e che fino dai primi del 1400 appartenne alla contrada di Porta a Selci ed ebbe le sue case a confine in questo vicolo. Ai primi del secolo XIX fu detto Vicolo dei Giorgi, nobile famiglia che vi aveva alcune case e che per eredità succedette al noto storico Riguccio Galluzzi.

Il vicolo è lungo metri 37 ed è lastricato con scale. Anche se prende nome dalla nota famiglia di antica discendenza, il toponimo è della fine del secolo scorso e non ha legami con la zona.

VICOLO DI CASTELLO

Il vicolo che da Via Don Minzoni va in Via di Castello, è lungo 34 metri, ed è cementato con scale. E derivazione laterale della via predetta con conseguente toponimo del 1930. Infatti fino ad allora si chiamava Vicolo dei Nasi. Non sappiamo spiegare da dove provenga questo nome dei Nasi. In qualche tempo, specialmente nel secolo XVI e XVII era detto Chiasso di Baggio e anche di Giusta del Bene, evidentemente dal nome degli abitanti del luogo.

VICOLO DEI CASTRATI

È posto in faccia alla chiesa di S. Pietro e, anch’esso, conduce nella Via di Castello. Per questo vicolo non è possibile dare notizie sicure. Difficile è stata infatti la identificazione delle varie strade della contrada di Porta a Selci – come anche del Vicolo dei Castrati – anche perché molte di esse sono scomparse, assorbite dalla costruzione del Conservatorio. Si ritiene comunque che nel secolo XVI avesse il nome di Chiasso del Borramino e successivamente di Vanni Boccaccio. L’attuale denominazione è stata assegnata al vicolo dalla commissione comunale in considerazione delle varie case che i Castrati vi possedevano, anche se è da notare che i Castrati vennero ad abitare nella contrada di Porta a Selci solo ai primi del secolo XIX. il vicolo è lungo 35 metri e lastricato con scale.

Proseguendo per Via Don Minzoni, ai nn. 68-70 troviamo un edificio del XVII secolo con portale in pietra con al centro stemma in marmo. il fronte di case davanti alla Chiesa e ex-Conservatorio di S. Pietro, corrispondenti ai nn. 72-90, non presenta caratteri degni di nota. Conclude il fronte il Palazzo Bolognesi.

RAMPA DI CASTELLO

È l’ardua salita che da Via Don Minzoni conduce in Via di Castello. Lunga 40 metri e lastricata, la strada è un cammino che nessuno di noi vorrebbe mai effettuare. La strada infatti conduce all’ingresso della Fortezza, oggi uno dei penitenziari italiani esistenti più sicuri. Prima di arrivare alla salita, dando un’occhiata in alto, ad un primo piano possiamo notare un’intatta finestrina per bimbi, munita di museruola, che rispecchiava quelle che erano le possibili soluzioni architettonico-stilisti che delle piccole aperture. Era comunque questa una caratteristica comune a parecchie case volterrane: i finestrini dei bimbi, sotto a ciascuna finestra grande, muniti di una graticola inginocchiata, per sicurezza dei piccoli osservatori, si trovavano presenti in molte case cittadine.

E posta sulla facciata della casa in angolo con Via Don Minzoni si trova una lapide che ricorda il sacrificio degli antifascisti, rinchiusi nel penitenziario volterrano:

Libertà sacrificando/ per ridare all’Italia libertà/ durante il ventennio nero/ gli antifascisti condannati dal T.S./ rinchiusi nel Mastio ferrigno/ di fede e di volontà/ dettero alta testimonianza/ nel corpo martoriato/ invitto lo spirito custodendo/ nel ventennio della liberazione/ il popolo laborioso volterra no/ ricordandoli/ li esalta e li onora.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Don Minzoni, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini