Via Giacomo Matteotti

Difficilmente le strade del centro storico hanno, fin dalla loro nascita, mantenuto il loro nome originario, ed anche Via Matteotti non sfugge a questa casistica di toponimi che, nel corso dei secoli, l’hanno caratterizzata.

Dopo l’incrociata dei Marchesi, nodo strategico per le molteplici relazioni che accoglie dagli spazi urbani che vi confluiscono, il cardine della Via di Porta all’Arco prosegue in continuità, ma con autonome caratteristiche, nella bellissima Via Matteotti, con lo stretto ed altissimo profilo tale da chiudersi quasi a tratti contro il cielo”. (M. Canestrari, p. 152). Da Via dei Marchesi a Via Guarnaccì, l’attuale Via Matteotti, lunga 162 metri e lastricata, rappresenta una delle vie più strette di Volterra. E’ il corso principale, la “Calle Maior”, luogo prediletto per i giovani volterrani che lì si incontrano, parlano e passeggiano; via galeotta, tanto che in tempi preconciliari i seminaristi non la potevano attraversare, perché troppo pericolosa per lo spirito e, insieme a Via Buomparenti e Via Sarti, anello che cinge la Piazza Maggiore. Dalla tipica configurazione medievale, la strada, pur presentando costruzioni che, specialmente nel primo tratto, venendo da Via dei Marchesi, ostacolano la luce del sole, rimane la via preferita dai cittadini volterrani.

Con i suoi fronti continui di edifici, dalle architetture svariate e con elementi di forma e matrice tipologica diversa, come le case-torri e i palazzi rinascimentali, Via Matteotti si raffigura proprio come la via principale di incontro e di vivace vita sociale. E certamente la valenza simbolica e iconografica della strada le derivano dalla sovrapposizione di epoche diverse che caratterizzano la via con segni architettonici diversi e ricchi di dettagli. [wc_highlight color=”yellow”]”L’attuale denominazione risale al 1946 ed è dedicata al martire socialista ed è comprensiva di tutta la strada. Tutti gli altri toponimi che la strada, durante i secoli, ha avuto non abbracciavano l’intero tratto, ma solo parti di esso”. (S. Bertini, Via Matteotti, p. 4).[/wc_highlight]

Un primo tratto andava da Via dei Marchesi a Vicolo del Cai: nel Medioevo era la Via degli Allegretti, dalla illustre famiglia che vi possedeva il palazzo e la torre attigua che ancora ne conserva il nome. L’origine di questa famiglia è antichissima: troviamo già, nel X secolo, il capostipite Barone, padre di Stefano e di Nuccio. Divenuta ricchissima e potente, contrastò ai Belforti il primato e la signoria di Volterra. Come i Belforti erano di parte guelfa, gli Allegretti lo erano di parte Ghibellina e, benché le due famiglie volterrane fossero legate da vincoli di parentela, non mancarono lotte cruente che, nel 1343, dettero vita ad una guerra civile sopita, ma solo momentaneamente, dalla intromissione del vescovo Rainuccio Allegretti. Una volta sconfitti e costretti alla fuga gli Allegretti, i Belforti, presero possesso di tutte le loro proprietà e cambiarono perfino il nome della strada, denominandola de’ Calzolai o dei Calzaiuoli o anche della Vigna dei Calzaiuoli, per la presenza di botteghe di lavoratori del cuoio per scarpe. Dal XV secolo la strada diventa Via dei Gherardi, proprietari di case nella zona.

Il secondo tratto della strada andava, invece, da Vicolo del Cai all’angolo con Via Nuova. In alcuni documenti dei secoli XVII-XVIII si trova anche indicata come Via dei Cogliuti, deformazione popolare del nome della famiglia Gagliuti che vi aveva possedimenti, come si rivela dal Catasto dove, un certo Francesco Maria Paoletti nel 1693 è registrato per due case poste in Via dei Cogliuti. E nel 1788 il Comune deliberava la costruzione di una fogna “da Via Nuova alle case dei Guidi in Via dei Cogliuti”, nel Cinque-Seicento, è chiamata Via Sarti o dei Sartori per la presenza di laboratori di sarti. Troviamo nel 1569 Giuliano di Michelangelo Contugi proprietario di una casa posta in Via dei Sartori, confinante con un’altra dei Gesti. Anche le case dei conti Guidi, nella seconda metà del XVI secolo, sono segnalate nella Via dei Sartori, dove effettivamente erano dislocati vari laboratori di sarto. Nel 1630, al tempo della terribile pestilenza e in seguito all’ordine emanato dal vescovo riguardo alle celebrazioni delle messe, troviamo stabilito che il sacerdote Salvatore Franceschini dovesse celebrare le funzioni “dal canto della contrada di Porta all’Arco, dalla bottega del Cerri, che risponde in Via dei Sarti”. Ed il Cerri aveva la sua bottega sul canto già ricordato che veniva in quel tempo detto anche Canto del Cerri.

Ma anche i Gesti, già ricordati, ed i Contugi dettero, nel corso del Seicento, il loro nome al tratto di via di cui trattasi, dove si trovavano le loro case.

Infine, il terzo tratto, fino all’attuale Via Guarnacci, era indicato come Via dell’Osteria ed anche come Via della Corona, dall’omonimo albergo che vi esisteva fin dai tempi più antichi, teatro di una perdita al gioco, clamorosa per gli esiti che ebbe. Qui i Guidi, legati con le principali famiglie volterrane e toscane, avevano case e botteghe.

Dal Settecento l’intera strada assunse il nome di Via Guidi. Nel breve periodo della Repubblica Sociale Italiana ebbe il titolo del giovane aviatore e segretario del partito nazionale fascista, Ettore Muti, ucciso nell’estate del 1943 durante il periodo badogliano poi, dopo un breve ritorno a Via Guidi, che per altro è la denominazione più comune con cui ai volterrani piace appellare la via, il toponimo attuale. In seguito all’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato e segretario del partito socialista, intransigente oppositore del regime fascista, ucciso nel 1924 e divenuto il simbolo della lotta per la libertà in Italia, Volterra ha voluto dedicare l’intero tratto di strada all’esponente politico.

CASA TORRE GUIDI

La caratterizzazione della medievalità della via la si nota subito con la bella Casa-torre Guidi, conosciuta storicamente anche come Allegretti, risalente al XV secolo. “Seguendo con forza l’angolo con la sua mole rettangolare, con i filari regolari di pietra panchina, cui fanno quasi da contrasto le eleganti bifore ai piani superiori, la torre apre la via, per chi scende verso Porta Fiorentina, ed è contigua all’omonimo ed imponente palazzo rinascimentale”. (M. Canestrari, pp. 152-156). Un tempo la casa-torre segnava l’accesso del borgo di Castello al “Prato”. Edificate dai nobili e cittadini, vassalli e feudatari del vescovo, come saldi fortilizi di difesa, le case-torri volterrane, prima della formazione del Comune, raramente, servivano come dimora. Solo in un secondo momento, quando ai loro lati furono eretti altri locali, le torri, con porte e finestre ampliate, furono adoperate come abitazioni. La diversa funzione si rivela anche dalle diverse architetture. Le torri sono alte e cupe e danno l’idea di forza e di difesa con le poche aperture. Le case-torri, invece, più larghe ed eleganti, hanno in basso botteghe, sono traforate da una serie di monofore, sovrastate da una serie di bifore con l’arco maggiore nervato a tutto sesto e i due inclusi ad ogiva. (C. Ricci, pp. 79- 81). Questa duplice funzione corrisponde a due diverse fasi storiche di Volterra: l’una, precedente al Duecento e caratterizzata da accese lotte intestine, si distingue per la costruzione di torri di difesa; l’altra, contemporanea alla fioritura comunale e corrispondente allo sviluppo demografico ed urbanistico, si identifica con la edificazione di numerose abitazioni. [wc_highlight color=”yellow”]”Così le famiglie magnatizie, proprietarie delle torri, aggiungono a lato della fabbrica originaria edifici e costruiscono ex novo delle case-torri che, ingentilite da strutture architettoniche come bifore e balconi, assolvevano al duplice compito di abitazioni, e fortilizio”. (S. Bertini, Via Matteotti (già Via Guidi), pp. 4-5; E. Fiumi, Topografia volterrana, pp. 1-28)[/wc_highlight].

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In questo stesso periodo si innalza il Palazzo Pubblico, si obbligano i comitatini a comprare e fare case a Volterra e “si inizia a concentrare nella città i migliori elementi sociali del contado, a sorvegliare, limitare, volgere a profitto della cittadinanza ogni attività, libertà, risorsa economica della campagna”. Ogni gruppo fortilizio, appartenente ad una consorteria, sorgeva in luoghi determinati o strategici e rappresentava un efficace sistema di offesa e di difesa. I più importanti raggruppamenti di torri, residuo della topografia del castrum, sono all’incrociata dei Buomparenti, all’incrociata dei Marchesi e all’incrociata di S. Agnolo. In seguito ad una proliferazione di torri e case torri, il Comune cercò di dare ordine e regola a questa tipologia edilizia. Il capitolo De modo et altitudine turrium vel domorum, inserito nel codice G. I del MCCVII, imponeva che le torri non potessero superare l’altezza di trenta braccia, con la facoltà per il proprietario di costruirvi sopra una copertura sorretta da morali, non più alta di cinque braccia. Queste torri alla maniera cum murellis, diverse da quella cum muro sodo, cioè senza tettoia, sono riconoscibili proprio ai canti dei Buomparenti e dei Marchesi, dove l’altezza stabilita dagli Statuti, viene superata.

La originaria proprietà della torre Marchesi o Guidi o Allegretti è stata oggetto di controversie tra gli storici locali. Se il Cinci e il Ricci identificano negli Allegretti i proprietari della torre, il Maffei nega questa appartenenza e il Battistini chiama in causa i Cavalcanti. Il Fiumi, dopo un’accurata indagine storica e scientifica, conferma che la torre Guidi è identificabile con i Marchesi, poiché insieme alla torre Buomparenti e a quella del Podestà, è una delle torri giunta fino a noi nella sua altezza primitiva. Nella torre Guidi, per di più, sono visibili i finali nel modo descritto dagli Statuti del Comune. Senza dubbio da respingere la tesi del Battistini che, secondo Fiumi, deve aver confuso la torre Guidi con una casa, di proprietà dei Cavalcanti, in cantonata tra Via Guidi ed un chiasso che vi sboccava presso l’ingresso di Palazzo Guidi.

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Davanti alla Casa torre Guidi si trova un edificio facente parte dell’antica struttura in pietra da ascrivere al XIII secolo. Ristrutturato, o meglio completamente rifatto, nel 1950, l’edificio, che al piano terra è occupato attualmente dalla filiale della Cassa di Risparmio di Firenze, presenta volte a crociera.

PALAZZO GUIDI

Contiguo alla Casa-torre Guidi si trova l’omonimo palazzo, dal bel fronte di forma composita. Palazzo gentilizio, acquistato nel 1565 da Iacopo Guidi per la somma di 2.000 scudi d’oro, dai caratteri architettonici rinascimentali, la struttura Guidi, che occupa i nn. 4-16, presenta “il bel fronte in curva di notevole estensione e di forma composita. La notevole ampiezza degli archi in mattoni, poggiati su piedritti in pietra panchina, evidenti nel primo tratto a fianco della torre, farebbe pensare ad un originario loggiato. Un marca davanzale continuo per tutta la lunghezza stacca questo pianterreno dai piani superiori, distinti dal ritmo regolare delle finestre ad arco a tutto sesto, cinte da conci in rilievo di pietra panchina”. (M. Canestrari, pp. 152-156). L’interno è caratterizzato dal bel cortile rinascimentale, semplice e lineare, tamponato per tre lati, che ha un riscontro anche nel Vicolo Guidi con l’originario colonnato.

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Il carattere composito del palazzo si manifesta anche per l’appartenenza al complesso della unità successiva, compresa tra i nn. 16-22, indipendente [wc_highlight color=”yellow”]”che sembra unificare nel fronte tre parti precedenti, di impianto quattrocentesco”. (M. Canestrari, p.154)[/wc_highlight]. Tanto bello, quanto poco visibile dal viandante che passa veloce per la stretta via, ancora più serrata, proprio nel punto dove sorge la struttura il Palazzo Guidi ha preso il nome da una delle più illustri famiglie volterrane. Già presente nel 1428 nelle maggiori cariche della città, nel XVI secolo i Guidi ripiegarono sulla terra e nel XVII XVIII secolo assisterono ad una notevole decrescita demografica dei suoi componenti.

Tra quell’89% del patriziato volterrano già presente a Volterra nei primi decenni del XV secolo, i Guidi risultano, già nel catasto del 1429, ricchi e affermati. Benché sulla vicenda genealogico-nobiliare della famiglia ci siano stati dubbi lo stesso Fiumi propende per una origine cittadina e mercantile e, anche il Battistini li dichiara “dediti alla mercatura”, i Guidi andarono ad arricchire le file dei cavalieri dell’Ordine di S. Stefano e alcuni dei suoi componenti ricoprirono numerosi incarichi di prestigio. Tra i personaggi che dettero lustro alla casata sono da ricordare Giovanni Guidi, giureconsulto, noto per il Trattato legale sui minerali e suo figlio Mons. Iacopo, vissuto nella prima metà del XV secolo, ambasciatore di Cosimo I in Francia, Spagna e Venezia, poi vescovo di Penne e di Atri, nonché segretario del Concilio di Trento. E poi Cammillo, segretario di Francesco I e di Ferdinando I e ambasciatore in Spagna. L’altro Cammillo, ammiraglio vissuto nel XVIII secolo, è ricordato per la grande fama che ottenne per la spedizione di Cosimo III contro i Turchi.

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La parte sinistra della strada, sempre per chi scende verso il Teatro Romano, quasi corrispondente all’ampia facciata di Palazzo Guidi, è caratterizzata da Casa Biagi (nn. 5-9), Palazzo Miranceli (nn. 11-15) e Casa Nannini (nn. 17-21).

CASA BIAGI

Tra Via dei Marchesi e il Vicolo del Cai, dopo il primo edificio della casa-torre d’angolo, il fronte è caratterizzato dalla Casa Biagi, palazzetto gentilizio con strutture murarie a disegno di aperture al primo piano, ascrivibile al Medioevo e con una finestrella per bambini.

PALAZZO MIRANCELI

Successivo è Palazzo Miranceli dal bel disegno rinascimentale, fortemente rimaneggiato ai piani superiori e abbellito dalla artistica cifra barocca di Gesù e Maria, sopra il portico. Anticamente il palazzo apparteneva a un’altra famiglia: i Della Bese. Sono gli stessi Statuti comunali a chiarire, senza ombra di dubbio, tale affermazione, quando raccomandano che “la Via o Chiasso de’ Forti sia monda e pulita”. La strada in questione muoveva proprio dall’antica Via dei Calzolai, sotto la casa di Giovanni di Giusto di Francesco Della Bese, fino alla via dove c’era la prigione. (E. Fiumi, Antiche famiglie volterrane, p. 4). Da ascrivere ai secoli XVI-XVII, ma con un impianto più antico, sul fronte dell’edificio si notano le caratteristiche grandi aperture tipo logge dei palazzi volterrani, con costruzioni a bugnato. L’ingresso, da Vicolo del Cai, presenta una bella scala in pietra con volte a botte e stemma gentilizio con grifo rampante. Come interessante è notare nel chiostro interno un pilastro ottagonale, mezzo inglobato nella muratura, con capitello del XIII secolo. Interessante l’arco tra Palazzo Miranceli e Vicolo del Cai, dal tipico disegno con intradosso a tutto sesto e l’estradosso ad ogiva.

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VICOLO DEL CAI

È il vicolo che conduce da Via Matteotti a Via delle Prigioni. Lungo 36 metri e lastricato, il caratteristico e buio vicolo volterrano si trova indicato negli Statuti del Quattrocento come Via o Chiasso dei Forti, dal nome dalla famiglia che vi possedeva delle case, assegnate dal Comune in compenso di quelle abbattute loro per allargare l’attuale Via Turazza. Ed ancora negli Statuti del XV secolo troviamo stabilito che, in quanto confinante con la via delle prigioni pubbliche, il vicolo dovesse essere tenuto “mondato e pulito”. In realtà questo ordine non fu eseguito, tanto che nel 1441 i confinanti del Chiasso dei Forti chiedevano al Comune pro honore et pulcritudine civitatis di volere tenere mundum et nitidum ut olim solebatur. La denominazione attuale risale al XVIII secolo e gli deriva dall’abitazione del dott. Cai, cancelliere del Comune e provveditore delle strade.

CASA NANNINI

Ai nn. 17-21 corrisponde Casa Nannini che, [wc_highlight color=”yellow”]”assimilando più unità precedenti, presenta un fronte composito in cui fanno spicco gli archi in panchina”. (M. Canestrari, p. 155)[/wc_highlight]. Residenza di famiglia gentilizia, l’edificio, al piano terra, presenta struttura in pietra, mentre dal marca davanzale del secondo piano la struttura mostra evidenti archi a tutto sesto ascrivibili al XV-XVI secolo. Segue Casa Sardelli, residenza di famiglia gentilizia con muratura originaria in pietra, fino al primo piano, del XIII secolo.

VICOLO DELLE PRIGIONI

È il vicolo che da Via delle Prigioni conduce a Via Matteotti. Prende nome dalla via che con esso si incrocia e rappresenta il vicolo medievale più bello della città, caratterizzato, come è, da agili archetti. Tanto bello ed emblematico, per la struttura architettonica che lo contraddistingue, tanto scarno di notizie che, purtroppo, non consentono di aggiungere nessun altra curiosità.

Superato il Vicolo delle Prigioni, al n. 27 troviamo un edifico in pietra del XII-XlV secolo. I segni iconografici ce lo fanno identificare come una casa-torre che vi doveva sorgere, dalla bella muratura in filari regolari di pietra panchina. L’edificio, con D.M. del 14/05/1912 era stato vincolato come Asilo-giardino d’infanzia di Massa Marittima.

Tornando sul lato destro della strada i fronti continui non presentano particolari elementi di rilievo. Tutti comunque ascrivibili al XVII-XVIIl secolo, come l’edifico che sorge ai nn. 24-26 o ancora gli edifici ai nn. 30-34 corrispondenti a Casa Paoletti – fino al 1944 residenza di una famiglia gentilizia volterrana che, un tempo, ha dato alla città amministratori e professionisti di valore – o ancora alle costruzioni ai nn. 36-42 e 44-48.

VICOLO DELLE GROTTE

A fianco dell’entrata dell’ attuale Hotel Etruria c’è una specie di chiasso che ha perso la propria identità civica. Anticamente era un vicolo aperto che sfociava in Castello ed era denominato Vicolo delle Grotte, per la sua copertura che lo rendeva oscuro, come una grotta. Nel XVII secolo lo si trova identificato anche come Vicolo dei Cogliuti, una delle antiche denominazioni di Via Matteotti. Fu chiuso nel 1793 su richiesta dei proprietari delle case ad esso confinanti per evitare [wc_highlight color=”yellow”]”non pochi inconvenienti ai quali si prestava”. (A.S.C.V. A nera 275 c. 18)[/wc_highlight]. Come scomparso è un altro vicolo conducente sempre in Castello che si apriva sul lato del Palazzo Guidi.

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Nettamente più importante e significativo il fronte di case presenti nella parte opposta. Dopo l’Asilo di Massa Marittima, troviamo, al n. 29, Casa Barge che, con struttura originaria e tracce di logge risalenti al XVI secolo, dà inizio al grande isolato, caratterizzato dal Palazzo Maffei.

PALAZZO MAFFEI

Come Palazzo Guidi, nel primo tratto di Via Matteotti, nella seconda parte della strada è Palazzo Maffei a catturare, per la sua imponente bellezza, lo sguardo del visitatore. Fatto costruire nei primi del Cinquecento da Mario Maffei, umanista volterrano, segretario di Papa Eugenio IV, di Pio II, vescovo di Cavaillon, amico di scrittori e poeti tra cui l’Ariosto, il palazzo, con il bell’atrio, il cortile e la scala monumentale, ha subito nel corso del XIX-XX secolo notevoli alterazioni. È lo stesso palazzo, comunque, che ci parla della data della sua costruzione. Sotto le finestre del primo piano, infatti, nella fascia che corre orizzontale si legge:

MARlUS MAFFEUS EPISCOPUS
CAVALLICENSIS. HAC ALIIS
SACERDOTIIS FORTUNA EQUE
MUNERlBUS UT
EST CAPTUS VOLTERRANORUM
SATIS ADORNATUS
HAS AEDES AD PATRIAE DECOREM
HAC SUORUM
MAFFEORUM USUM FECIT A. D.
MDXXVII
QUO ROMA EVERSA EST UNA CUM
PATRIBUS
POPULO PENATlSQUE SUIS

L’iscrizione, a caratteri romani, associa la nascita dell’imponente edificio ad un grande avvenimento: il sacco di Roma che eversa est dalle fanterie tedesche (i Lanzichenecchi) al servizio di Carlo V il 6 maggio 1527. ll riferimento nel palazzo di un alto dignitario della Chiesa, candidato alla porpora, di un fatto così sgradevole per il pontificato, è sembrato un po’ strano, tanto più per la solennità del ricordo.

La famiglia Maffei, presentando tre rami a Volterra, è tra le agnazioni volterrane più longeve. Appartenente all’ordine di S. Stefano, i Maffei detennero il maggior patrimonio della città. Famiglia antichissima i Maffei sono ricordati fin dal 907, con Umberto di Maffeo e nel 980. I personaggi più famosi ed illustri che occuparono un posto di primo piano nella storia civile, religiosa e sociale della città, sono i! Beato Raffaello Maffei, autore dei Commentari urbani e sepolto a S. Lino; Niccolò Maffei, autorevole studioso e autore di importanti ricerche e il provveditore Raffaello Maffei che ospitò, nel 1668, Stenone a Volterra, come dimostra una lapide, apposta dalla Pro Volterra su un parete interna del palazzo.

Nella primavera dell’anno 1668 l’ospite del Provveditore Raffaello Maffei Niccolò Stenone (Niels Stensen), l’insigne medico, geologo, paleontologo danese studiò i fenomeni naturali e la struttura geologica delle Zone circostanti e delle mura e delle pietre della nostra città. Ne descrisse i risultati nel “De solido intra solidum naturaliter contento dIssertationis podramus definendo Volterra “uno scrigno di Tesori” 17.9.1967. (A cura della Pro Volterra).

[wc_highlight color=”yellow”]”Più tardo di Palazzo Minucci-Solaini ma più antico di quello dell’Incontri e dell’Inghirami, già in uno stile più barocco anche se moderato, il Maffeiano presenta le forme grandiose del periodo più pieno e fulgido della Rinascenza” (C. Ricci, pp. 102-104 e M. Battistini in Volterra illustrata, pp. 57-62). Come l’altra grande costruzione rinascimentale, fatto costruire dallo stesso Maffei, di Villa di S. Donnino a Villamagna, il palazzo volterrano rimane senza una sicura attribuzione di autore. Confrontando, però, le due residenze, quella di città e quella di campagna, uguale sembra la mente e la mano che le ha progettate e realizzate. L’interno soprattutto, con le sue sale la struttura della scalinata nel portico, rende evidente come un unico artista potesse progettare i due edifici. Non è da scartare l’ipotesi che il Maffei, conosciuto a Roma e a Volterra il Peruzzi, abbia consegnato proprio a lui l’incarico di disegnare le due dimore. (S. Bertini, È il Peruzzi l’architetto di Palazzo Maffei e della Villa S. Donnino, p.11). Fu terminato verso la fine del 1527, e la imponenza dell’edificio sembra ricalcare la tipologia strutturale ed architettonica dei palazzi realizzati da architetti romani. Con il suo portale coronato da bugnato e da finestre rettangolari con cornici in pietra, Palazzo Maffei presenta, al primo piano, finestre con timpano aggettanti e, al secondo piano, finestre architravate.[wc_highlight color=”yellow”] “Uno spiovente di gronda conclude la copertura, dove nei cassettoni è ripetuto il motivo ornamentale del fiore a esapetalo che ricorre anche nelle colonne dell’atrio”. (Dopo il Rosso, p. 30).[/wc_highlight]

Ma la bellezza e l’autorevolezza dell’edificio non si limita al solo esterno se, come ci racconta Raffaello Maffei, nel palazzo si trovavano [wc_highlight color=”yellow”]”… diversi frammenti di colonne, capitelli ed altro ornamenti di esso teatro (romano), fatti di fino intaglio, e particolarmente una statua di grandezza del naturale, la quale rappresenta la pace con un fanciullo sotto il manto, e in braccio di essa statua sono intagliate lettere etrusche ( … ) si giudica sia la più antica che loggia si trovi”.[/wc_highlight]

Così la facciata che raffigura la munificenza di Mons. Maffei, mostrava anche pitture a chiaro scuro lumeggiate d’oro, dipinte da Daniele Ricciarelli, con un fregio rappresentante un trionfo romano. Il palazzo fu, nel XVIII secolo, acquistato da Mario Guarnacci che, nei quattro vani in basso, dispose la raccolta di urne etrusche, andando cosi a costituire il primo Museo a Volterra, visitato da vari eruditi e da personalità come il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, come ricorda una lapide apposta nell’interno del cortile, all’inizio della scalinata. Intorno al 1840 il palazzo diventò di proprietà di Giuseppe Leoncini e, successivamente, di Carlo Ruggieri Buzzaglia.

CASA CHITI

Dalla parte opposta, dopo la serie di accorpamenti di precedenti case a schiera che hanno tolto il carattere degli impianti più antichi, troviamo, ai nn. 50- 54, Casa Chiti che presenta un fronte “a strati”. Medievali sono i due grandi archi ogivali in pietra panchina al piano terra; rinascimentali gli archi a tutto sesto in mattoni al primo piano, dalle caratteristiche che il Ricci “ascrive alla forma tipica del XV secolo, quando a Volterra iniziarono a diffondersi case a sopraelevazione in mattoni con grandi aperture, a mo’ di loggia, impostate su lesene in pietra o in cotto”. (C. Ricci, Volterra, Bergamo, 1926, pp. 85-86). Infine, al secondo piano, finestre rettangolari, frutto di trasformazioni di originarie soffitte. Chiude il fronte un palazzone, frutto di una ristrutturazione ottocentesca.

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Dopo Palazzo Maffei, la strada continua con un edificio, ai nn. 43-47, con struttura originaria risalente al XV secolo. L’ultimo tratto di strada presenta, nella evidente configurazione antica, alcune tracce di notevole interesse, con filari regolari di pietra panchina e grandi aperture ad arco ribassate come ai nn. 53-55, corrispondenti a Casa Volterri, caratterizzata da elementi architettonici notevoli come i capitelli rinascimentali e le scale in pietra.

Un tempo il terzo tratto di Via Matteotti – per i volterrani, già Via Guarnacciera denominato Via dell’Osteria e certamente in quell’incrociata esistevano altri vicoli, ora obliterati, che collegavano Via Nuova con Via delle Prigioni e Via Sarti. Via dell’Osteria è un nome antico, documentato fin dal 1531 per esservi l’ingresso dell’osteria “La Corona”, in cui alloggiò anche Jean Baptiste Camille Corot, uno tra i più grandi pittori francesi dell’Ottocento, durante il suo soggiorno volterrano. L’unità successiva, corrispondente ai nn. 57-61, è una bella casa del XIV-XV secolo, [wc_highlight color=”yellow”]”in mattoni regolari a disegno con quattro archi a tutto sesto ai piani superiori e due più grandi al piano terreno, dalla forma tipica di un arco a spessore variato, ricorrente a Volterra”. (M. Canestrari, p. 156).[/wc_highlight]

L’ultima unità, nn. 63-67, non presenta caratteri di gran rilievo, ma mostra, sul fianco con Via Sarti, i resti di una torre preesistente. Dopo che si è intersecata con Via Gramsci, Via Matteotti prosegue fino a piazzetta S. Michele. il complesso, corrispondente ai nn. 58-66, è caratterizzato dal Palazzo Beltrami-Desideri, edificio residenziale databile intorno ai secoli XIV-XV, con archi e volte a crociera, e dalla Torre Toscano.

Durante i lavori di sistemazione delle fognature in Via Matteotti, sono emersi alcuni bellissimi strati di lastricato soprastanti una grande fogna in buone condizioni. La prima cosa che si è potuta evidenziare è la profondità del vecchio lastricato. Nella parte bassa della strada, tale profondità supera i due metri, mentre, risalendo la via, il dislivello diminuisce fino ad arrivare a circa un metro e quaranta, all’altezza di Vicolo delle Prigioni. “La fogna esistente sotto il lastricato è interamente costruita in bozze murate a secco con una camicia di argilla che fa da manto impermeabile”. (U. Viti, p. 21). La fogna risale all’epoca etrusca e prova in maniera definitiva, sia con la sua esistenza sia con il suo tracciato, che l’attuale Via Matteotti ricalca l’antico cardine etrusco. Non si può però stabilire una data precisa perché il sistema di muratura a secco rimase in vigore per circa quattro secoli, dal VII al IV a.C, cioè fino a quando i Romani non introdussero l’uso della calce. Ovviamente la vecchia via aveva una maggiore pendenza dell’attuale e questo è dovuto al fatto che, nell’alto Medioevo tra il V e il X secolo le abitazioni costeggiavano solo la parte alta della strada, mentre il resto sarebbe rimasto, per alcuni secoli, fuori del centro abitato. Si sarebbe cioè verificata una situazione analoga a quella del Teatro Romano.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Giacomo Matteotti, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
S. BERTINl, È il Peruzzi l’architetto di Palazzo Maffei e della villa di S. Donnino, in “Volterra” a. X, n. 6, giugno 1971, p. 11
S. BERTlNI, VIa Matteotti (già Via Guidi), in “Volterra”, a. VIII n. 1, gennaio 1968, PP: 4-5
P. FERRINI, Perché si chiamano cosi: storia e curosità: delle slrade cittadine, in “Volterra”, a. XVI, nn. 2-10, 1977; a. XVIII, n. 4, 1979;
C. RICCI, Volterra, Bergamo, 1926;
E. FIUMI, Topografia urbana e sviluppo urbanistico al sorgere del Comune, in “Rassegna Volterrana”, a. XIX, 1951, pp.1-28
M. BATTISTINI, Volterra illustrata. Porte, funti, piazze, strade, Volterra, Carnieri, 1921; Dopo il Rosso. Artisti a Volterra e Pomarance, catalogo della mostra, Marsilio, 1997;
U. VITI, Fogna etrusca in Via Guidi, in “Volterra”, a. XII, n.10, ottobre 1974, p. 21.