;

Via Guarnacci

La strada prende il nome dalla famiglia Guarnacci il cui palazzo si trova all’inizio della via. Ha direzione Sud-Nord e collega Via Matteotti alla Porta Fiorentina. La prima parte, su cui si affaccia la chiesa di S. Michele Arcangelo, è oggi chiamata abitualmente dai volterrani piazzetta S. Michele mentre, nel medioevo, era chiamata canto delle Torri.

Lungo il suo percorso si aprono cinque traverse: Vicolo del Forno, Vicolo S. Agnolo e Vicolo dei Vecchi Ammazzatoi a destra, Vicolo dei Lecci e Via Lungo le Mura del Mandorlo a sinistra. Sulla destra vi è anche il Vicolo del Bastione, si tratta di una breve rampa che conduce sul Bastione di Porta Fiorentina; il nome gli venne dato alla fine del 1700 e lo ha conservato fino ai giorni nostri.

Nel medioevo la strada era chiamata Via di S. Agnolo, perché attraversava la contrada di S. Agnolo; per un certo periodo veniva nominata anche Via Fiorentina perché al di fuori della porta iniziava la strada che conduceva a Firenze; un altro nome che ricorre piuttosto frequentemente è quello di Via della porta S. Agnolo o Via della porta Fiorentina.

Il tracciato della via oggi passa dove nell’antichità si trovava il foro della Volterra romana; la sua localizzazione in questa zona si basa su di un documento del 987 che, parlando della chiesa di S. Michele, la definisce ecclesia S. Michaeli in foro. Una ulteriore conferma della collocazione del foro romano ci viene dalla presenza di resti murari databili all’età romana inglobati nei palazzi che fiancheggiano questa strada, particolarmente imponenti sono quelli conservati in Palazzo Taddeini. Inoltre, secondo gli operai comunali che alcuni anni addietro hanno lavorato alle fognature, la pavimentazione romana sarebbe ancora visibile circa due metri al di sotto del selciato moderno. Secondo alcuni studiosi del Settecento nella piazza antistante la chiesa era ancora conservata una colonna con una statua di Mercurio.

La “piazzetta di S. Michele” oggi costituisce, per il turista che arriva dal parcheggio di Vallebuona, un ingresso suggestivo al centro di Volterra, l’assetto attuale risale al 1490 quando fu rialzata e lastricata per favorire il deflusso delle acque meteoriche: a causa di ciò venne rialzato anche il pavimento della chiesa che altrimenti rischiava di essere allagata ad ogni rovescio di pioggia.

CHIESA DI SAN MICHELE

La prima attestazione dell’esistenza di una chiesa dedicata a S. Michele è del 14 agosto 987, si tratta di una bolla vescovile in cui “Il Vescovo Pietro consegna a prete Teuzo, figlio di Venerio, la Chiesa e l’Altare del Santo Arcangelo Michele che si trova nel luogo detto “presso il Foro”, con l’obbligo di cantare Messe e Salmi, provvedere incenso, lume e cera”.

La data di fondazione della chiesa ci è sconosciuta, secondo alcuni studiosi potrebbe pure essere di origine longobarda, vista la particolare venerazione che i longobardi avevano per questo santo. Non sappiamo quanto questa ipotesi possa essere vera, fatto sta che in questa chiesa esistono due teste di stile alte medievale, poste all’esterno sul limite del tetto, e si conserva pure una grata di finestra alto medievale collocata alla finestrella del campanile.

La chiesa che vediamo oggi è il risultato di numerosi interventi di abbellimento succedutisi dal medioevo fino al secolo scorso. I primi lavori documentbi1i cominciarono dopo il 1259, anno in cui la chiesa fu elevata al titolo di prioria, cioè venne affidata non più ad un solo parroco, ma ad una comunità di sacerdoti (almeno tre, detti Canonici), dei quali uno sarà il “Priore”, cioè il primo, il responsabile.

A questo intervento si deve la planimetria attuale e la facciata, che si è mantenuta intatta soprattutto nella parte inferiore. Sono del XIII secolo i capitelli in stile romanico che ornano le semicolonne che reggono gli archi in bianco e nero; questi capitelli rimandano a quelli realizzati per il Battistero, come pure rimanda al Battistero la decorazione della facciata in pietre bianche e verdi. Da notare inoltre le testine finemente scolpite nelle pietre di colmo degli archi.

La parte superiore è tata ricostruita successivamente: l’apertura circolare che si trova al centro è stata aggiunta nel 1600, mentre gli stemmi che sono incastonati nella parete, ai lati del portale di ingresso appartengono alla famiglia Farnese e sono databili probabilmente al XIX secolo. La Madonna con Bambino che si trova sopra il portale è la copia di una scultura in marmo che attualmente è conservata nel Museo d’Arte Sacra; l’opera è del sec. XIV ed è attribuita ad un autore operante nella cerchia di Tino di Carnaino, in origine questa statua era protetta da una grata in legno e ogni notte vi si accendeva una lampada che serviva anche a rischiarare il buio della piazzetta.

Entrando dentro la chiesa notiamo invece che la fase romanica è praticamente scomparsa, come pure sono comparse tutte le testimonianze degli interventi che vennero eseguiti in questa chiesa nel corso del 1500 e del 1600. L’edificio è decorato con un semplice e sobrio stile neoclassico progettato e realizzato nel 1826-28 su disegno dell’architetto volterrano Angelo Belluccì.

Sono visibili quattro altari minori, gli unici superstiti dei sei che vennero costruiti nel corso del XIV secolo grazie a numerose donazioni dei fedeli, nel 1576 fu infatti soppresso l’altare del SS. Crocifisso e, alla fine del 1600, venne demolito anche quello dedicato a S. Antonio Abate. Sono sopravvissuti gli altari dedicati alla Madonna del Riscatto, sopra il quale si conserva un affresco rappresentante la “Madonna con Bambino” di autore ignoto del XV secolo; alla Madonna del Carmine, ricostruito nel 1745, la tela al di sopra è di Vincenzo Meucci (Sec. XVIII); alla Madonna del Rosario, che nel 1895 venne invece intitolato a S. Giuseppe e sul quale vi è una tela di Carlo Maratta rappresentante una “Sacra Famiglia” donata alla chiesa da mons. Gaetano Incontri in quello stesso anno.

L’ultimo altare era in origine dedicato all’Angelo Custode, ma nel 1767, in occasione della canonizzazione del Calasanzio, fondatore dell’ordine degli Scolopi, venne dedicato a questo nuovo santo; infatti la giurisdizione della chiesa era passata, nel 1711, ai membri di questo ordine che gestivano il collegio costruito nell’edificio annesso alla chiesa. L’altare maggiore, che in origine era realizzato in legno, venne ricostruito nel 1785 e sostituito con un altare in marmo prelevato dalla chiesa di 5. Pierino in Selci che fu ampliato e arricchito del tabernacolo a spese della famiglia Cherubini, i cui stemmi furono inseriti nella decorazione.

Anche il campanile fu costruito ex novo nel 1826-28, per l’occasione vennero anche rifuse le campane. Inoltre fu aggiunta una Cantoria sopra la porta d’ingresso dove venne collocato, nel 1838, un nuovo grande organo costruito da Antonio Ducci da Cortona. Questo organo, che si conserva ancora oggi nel medesimo punto, è l’ultimo di una lunga serie; il primo di essi fu costruito nel 1629, fu poi restaurato nel 1632 da Fabrizio Quartieri di Cesena per essere definitivamente sostituito nel 1642. Questo secondo organo, che era stato costruito da Luca Romani di Cortona, venne distrutto nel 1776 da un fulmine. Fu così acquistato dagli Olivetani di Sant’Andrea un organo costruito per quella chiesa da Vincenzo Zanetti nel 1725, che fu poi sostituito da quello del 1838.

Le opere d’arte di cui ho parlato finora sono solo alcune di quelle che ornano o hanno ornato la chiesa di S. Michele. All’interno della chiesa possiamo trovare anche un tabernacolo attribuito ad Alessandro da Settignano che contiene al suo interno una Madonna con Bambino in terracotta invetriata attribuita a Giovanni Della Robbia; questo tabernacolo era collocato in origine nell’Oratorio della Compagnia di S. Michele di Giorno (vedi oltre) e fu trasportato nella chiesa negli anni 1885-87. Nella parete del Presbiterio è possibile vedere oggi una tavola raffigurante l’Angelo Custode di Niccolò Cercignani detto il Pomarancio, del sec. XVI; il quadro si trovava inizialmente sull’altare detto “dell’Angelo”, che fu dedicato nel 1767 al Calasanzio.

In sacrestia sono invece conservati una tavola raffigurante una Madonna col Bambino di scuola fiorentina del sec. XVI, una tavola raffigurante una Crocifissione sempre del sec. XVI, un Messale in cartapecora del sec. XIII, un calice in bronzo dorato donato a questa chiesa dalla famiglia fiorentina dei Medici nel 1554 e un reliquiario in argento del XVII secolo dono di mons. Gaetano Incontri. Nella Pinacoteca Civica sono oggi conservate altre due opere di proprietà di questa chiesa: la “Madonna del Parto” o ” della Rosa”, opera di Taddeo di Bartolo (1362-1422), che probabilmente in origine faceva parte di un polittico e la “Madonna della Tosse” o dal “Collo lungo”, del sec. XV. Queste due immagini furono ridotte ad ovali nel sec. XVIII e collocate nella parete di fondo della chiesa; dopo i restauri del 1826-28 furono collocate nel coro e da qui passarono alla Pinacoteca nel 1905.

ORATORIO DI SAN MICHELE

A fianco della chiesa si trova l’ingresso di un oratorio destinato in origine a luogo di riunione per le compagnie laicali della parrocchia di S. Michele. La più antica di esse è la Compagnia dei Disciplinati; fu istituita nel XII secolo ed aveva sede in un edificio annesso alla chiesa, in seguito si divise in “Compagnia di S. Michele di Giorno” e “Compagnia di S. Michele di Notte”. Nel corso del XVII secolo si costituirono la Compagnia dei Trinitari, destinata a raccogliere fondi per la liberazione dei cristiani caduti in mano dei Saraceni, la Compagnia della Madonna del Carmine e la Compagnia del S5. Sacramento, tuttora esistente. Sopra la porta dell’oratorio vi si legge tuttora: “UNIVERSITAS S. MICHAELIS”.

Sopra la facciata era collocato un campanile a vela che sorreggeva due campane, come ci appare da un disegno del 1600. In origine l’interno era più spazioso perché comprendeva anche lo spazio della cappella della Madonna del Rosario; all’interno vi erano due altari, uno con raffigurato un S. Michele, il secondo con un’immagine della Madonna. Nel XVIII secolo uno degli altari fu demolito e sul superstite fu collocata la “Madonna con Bambino” di Giovanni deUa Robbia. Gli Scolopi utilizzavano questo spazio per celebrare la messa tutti i giorni per i collegiali. La riduzione alla stato attuale avvenne probabilmente in coincidenza con i lavori di rinnovo della chiesa del 1826-2859.

COLLEGIO DI SAN MICHELE

La chiesa e l’oratorio a fianco di essa fanno parte di un grande complesso che costituiva il collegio di S. Michele oggi riconoscibile lungo la strada sia per lo stile neoclassico della sua architettura sia per il color giallo con cui è dipinto oggi l’intonaco e che stacca nettamente rispetto alle altre abitazioni della zona. Il complesso, il cui ingresso corrisponde al n. 6 di questa strada, ospita l’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri Niccolini.

Il collegio fu fondato il 17 aprile del 1711 quando vennero a Volterra i Fratelli delle Scuole Pie.

Tra i rettori del collegio sono da ricordare i padri Carlo Conti e Prospero Lotti. Spicca fra i docenti Padre Eugenio Barsanti, presente a Volterra negli anni 1841-42, inventore del motore a scoppio. Studiò a Volterra Giovanni Maria Mastai Ferretti da Senigallia, futuro Papa Pio IX, in suo onore venne posto all’ingresso dell’edificio un busto opera del volterrano Pompeo Faltoni. Un altro personaggio illustre che ha studiato qui fu il senatore Marco Tabarrini.

Il collegio prevedeva un corso di scuole tecniche ginnasiali e liceali, vi erano annesse le scuole elementari, le scuole tecniche, ginnasiali e liceali; tutti i corsi furono legalmente riconosciuti dal governo italiano dopo l’Unità attirando studenti da tutta Italia e anche dall’estero. Il programma scolastico prevedeva anche: bagni al mare, vacanze autunnali da trascorrere in campagna preso la villa di Santa Margherita, un permesso annuale di 15 giorni per visitare le famiglie, lezioni di musica, di ballo, scherma, ecc.

La facciata dell’edificio del collegio fu realizzata su disegno dell’ingegner Luigi Campani. Gli Scolopi lasciarono Volterra il 4 aprile 1935 e l’intera struttura venne destinata ad accogliere le scuole pubbliche di Volterra.

PALAZZO BIANCHI

Di fronte alla chiesa, ai nn. 1-7, sorge il Palazzo Maffei, oggi di proprietà della famiglia Bianchi. L’angolo Sud-Est è costituito dai resti di una casa torre medievale che venne inglobata con la costruzione del palazzo seicentesco; questa casa torre nel XIV secolo era di proprietà della famiglia Caffarecci. Sappiamo, da un documento del XV secolo, che a questa torre erano unite anche altre case, sempre della famiglia Caffarecci, che si trovavano dove ora sorge il palazzo; dietro alle case vi era un giardino e al piano terra vi erano due botteghe, una delle quali era di uno speziale.

In queste abitazioni, ospiti di ser Giovanni Caffarecci capitano dei famìglì de’ priori di Firenze, alloggiarono cospicui personaggi della famiglìa Medici. Qui si fermarono, fra gli altri Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, e Cosimo il Vecchio, in occasione delle loro gite ai Bagni a Morba.

Il palazzo venne ricostruito nel corso del Seicento quando venne acquistato dalla famiglia Maffei di cui possiamo vedere lo stemma Sopra la porta di ingresso.

Questa famiglia, una delle principali famiglie nobili volterrane che ha sempre avuto la sua residenza in contrada di S. Angelo, comprende illustri personaggi quali: Raffaello Maffei detto il Volterrano, autore dei Commentari Urbanorum; mons. Mario Maffei, abate della Badia di S. Giusto e Clemente, vicario di Papa Giulio II in Francia, vescovo di Aquino e poi di Cavaillon; l’erudito ed antiquario Paolo Alessandro Maffei; il provveditore Raffaello Maffei, autore di numerosi studi scientifici e storici. Nel sotterraneo del palazzo si trova un locale ipogeo chiamato “la grotta del Santo”, dove Mario Maffei si ritirava a pregare; è un semplice vano scavato nel terreno senza alcun tipo di rivestimento murario.

Il disegno della porta di ingresso è stato attribuito ad Antonio da San gallo, mentre la facciata del palazzo è stata realizzata ai primi del 1BOO su disegno del volterrano Angelo Bellucci. Dal 1901 è di proprietà della famiglia Bianchi. Sulla parete è affissa la lapide dedicata ad un altro illustre membro della famiglia Maffei: Niccolò. L’epigrafe riporta un suo ritratto accompagnato dalle seguenti parole:

Di Niccolò Maffei Dell’italico risorgimento tenace propugnatore a viso aperto più volte sindaco del comune per tre legislature deputato del patrio museo direttore ordinatore La fratellanza artigiana di Volterra nel XXXI° anniversario di sua fondazione concorrendo al lodevole intento il Municipio, gli istituti e le associazioni popolari nell’avito palazzo volle del cittadino operoso ricordato il nome ai futuri

AN. MCMI
L.RUGGERI

• • •

Su un altro lato della piazza troviamo invece uno dei palazzi più interessanti per la storia dell’architettura volterrana, composto da due parti, costruite in epoche lontane fra loro.

CASA TORRE TOSCANO

Il nucleo più antico è quello costituito dalla Casa-torre Toscano, databile agli inizi del sec. XIII, che possiamo ancora vedere nell’angolo di Nord Ovest. Un’iscrizione in latino collocata al di sopra del portone di ingresso del palazzo ci ricorda sia il proprietario di queste torri, Giovanni Toscano, sia il costruttore che progettò e realizzò questo edificio, Giroldo da Lugano.

ANNIS MILLENIS CURENTIBUS ATQUE DUCENIS
CHRISTI IAM PLENIS VICIBUS CUM QUINQUE DECENIS IOHANNES TUSCANUS VULTERRAS VENIT HONOREM CONTULIT ATQUE FUIT MAGNUM LUCRATUS AMOREM
HOC CONSTRUXIT OPUS UT CIVIBUS IPSE PLACERET
ET PLACIDUM MUNUS PER LONGUM TEMPUS HABERET GIROLDUS IACOPI DE LUGANO ME FECIT

Giroldo utilizzò per la sua opera una torre già esistente che andò a costituire un quarto di angolo dell’intero Palazzo Toscano; si nota facilmente, infatti, resistenza di due architetture differenti, una (quella più antica) caratterizzata da poche finestre con un’ apertura ridotta, l’altra (quella di Giroldo) dove le finestre sono più numerose e più ampie. Si tratta di due tecniche architettoniche diverse per concezione e necessità, una utilizzata in anni più turbolenti in cui le costruzioni dovevano rispondere alla necessità della difesa armata, l’altra adatta a periodi più tranquilli quando la solidità del comune e la pace interna consentirono di abitare in case più confortevoli.

Il resto dell’edificio fu invece costruito nel XVIII secolo dalla famiglia Guarnacci unendo diversi corpi di fabbrica prccsistenti e creando una nuova facciata ingentilita da finestre decorate con mascheroni, al di sopra di una delle finestre del pianterreno si conserva ancora oggi lo stemma della famiglia che operò questo ammodernamento.

Il palazzo passò nel XIV secolo alla famiglia Rapucci che lo cedette a quella dei Caffarecci nel 1452; venne poi venduto alla famiglia Guarnacci nel 1608, che costruì la parte settecentesca posta più ad Est. A partire dal 1905 divenne di proprietà della Società Cooperativa degli Alabastri, oggi è in parte di proprietà della Cassa di Risparmio di Volterra. Fu in questo palazzo che venne conservata la collezione antiquaria di Mario Guarnacci che andò in parte a costituire il primo nucleo del museo di Volterra. Non tutte le opere vennero lasciate alla comunità, fra quelle che vennero vendute ricordiamo in particolare una statua di marmo raffigurante Ercole ad altezza naturale.

La famiglia Guarnacci apparteneva al patriziato volterrano, era di antica nobiltà, e per lungo tempo i membri di essa rimasero al servizio della Casa Medici. La famiglia aveva anche buoni rapporti con la famiglia Corsini, in particolare Niccolò Guarnacci che era amico di Papa Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini); al servizio del Papa entrò anche Monsignor Mario Guarnacci, nipote di Niccolò. Mario fu il membro più famoso della famiglia, grande studioso e mecenate del sec. XVIII, fondatore del museo e della biblioteca che ancora oggi portano il suo nome.

• • •

Al n. 4, fra l’edificio delle scuole e Via di Sotto si trova una casa nella cui facciata è affissa l’epigrafe che ricorda due volterrani che lasciarono i loro beni in eredità alla comunità di Volterra affinché li utilizzasse per far studiare dei giovani volterrani.

il primo fu Francesco Gotti, che nel suo testamento del 23 giugno 1565 donò il suo possedimento di Caselli per sfruttarne le rendite annue con lo scopo di mantenere dei giovani in qualche pubblico ginnasio o università per studiarvi teologia, legge, medicina o le arti. L’altro fu Francesco Babbi che nel suo testamento del 26 novembre 1586 elargì annualmente la somma di cento scudi da dividere fra quattro giovani volterrani che studìassero in qualche pubblico ginnasio della città di Pisa o di Siena e che si abilitassero nella facoltà di diritto civile o canonico o nella teologia o nelle arti o nella medicina. Fino all’unità d’Italia i giovani volterrani poterono usufruire di questi fondi per poter studiare.

Per lodare anche ai posteri
le modeste virtù e l’animo
liberale
dei cittadini
dotto Francesco Gotti sac.
Francesco Babbi
che ne’ loro testamenti
23 giugno 1585 26 novembre 1586
legando posti di studio
gratuiti
a maggiore intellettiva
cultura
della gioventù volterrana
nei toscani atenei
meritarono altamente
dell’istruzione
luce gloria e potenza dei
popoli civili
il Comunale Consiglio
memore del beneficio perpetuo
decretò pubblicare questo
patrio ricordo
il di solenne allo statuto
del Regno
e all’Unità d’Italia
5 giugno 1881

PALAZZO TADDEINI

Proseguendo lungo la strada troviamo sulla sinistra, ai nn. 29-33, il Palazzo Taddeini: È un palazzo rìnascimentale dall’ampio fronte scandito dal ritmo regolare di cinque finestre, ad arco al primo piano, rettangolari al secondo, con cornici aggettanti in pietra e portale dissimmetrico al pianterreno in cui spiccano i grandi archi di varia forma. La denominazione attuale è moderna, non sappiamo né la data di fondazione né quale famiglia lo abbia costituito. Risulta essere costituito dall’unione di più fabbriche preesistenti in un unico corpo, ristrutturato secondo un unico stile nel corso del 1500.

Questo palazzo conserva al suo interno resti consistenti di un edificio romano che in origine doveva occupare il lato Ovest del foro. All’interno, al pianterreno vi sono, più o meno a metà della stanza, due pilastri in cementizio romano corrispondenti alle estremità di una parete che in origine divideva questa stanza in due parti e che è stata demolita in tempi recenti. Anche la parete a sinistra delle scale è romana, il cementizio apparve qualche anno fa durante i lavori di intonacatura dell’edificio per un’altezza di circa sette metri. Ma è la cantina che conserva i resti più consistenti, si tratta di una cisterna realizzata in cementizio e cocciopesto che è stata riutilizzata come cantina senza compiervi interventi di restauro.

ISTITUTO SAN GIUSEPPE

Sulla destra, al n. 22, c’è il palazzo dove fino a pochi anni fa aveva sede l’Istituto S. Giuseppe. In origine questo palazzo era di proprietà della famiglia Accettanti, nel XIX secolo fu acquistato dalla famiglia Ballerini.

Sulla facciata del palazzo è murata una iscrizione funeraria romana con su scritto:

A. PERSIUS A.F. SEVERUS V.
ANN. VIII M. III D. XIX.

Aulo Persio figlio di Aulo Severo, visse 8 anni, 3 mesi e 19 giorni.

Il 14 marzo 1887 le Sorelle dei Poveri di S. Caterina da Siena arrivarono a Volterra e acquistarono il Palazzo Ballerini per fondare un’istituzione di carità. In questo istituto accoglievano le orfanelle volterrane alle quali assicuravano un tetto, un pasto e anche un’istruzione elementare. Recentemente la loro opera si è trasformata nella realizzazione di una Scuola Materna. Difficoltà economiche hanno poi costretto le Sorelle dei Poveri a vendere buona parte della loro proprietà; dal 1996 una parte del pianterreno è stata occupata dalla filiale volterrana della Cassa di Risparmio di Pisa.

PALAZZO DUCCI

Contiguo al Palazzo Ballerini è il Palazzo Ducci.

In origine apparteneva alla famiglia Giachi e fu acquistato dalla famiglia Ducci ai primi del 1800. La facciata è stata decorata con urne e vasi etruschi secondo un tipo di moda che si sviluppò nel Settecento in Toscana. L’edificio fu di proprietà del famoso studioso Anton Filippo Giachi e probabilmente le urne furono inserite nella decorazione della facciata quando lui era il proprietario; un’iscrizione affissa sulla parete ci ricorda questo importante personaggio.

Anton Filippo Giachi
pio dotto operoso
sacerdote e priore più volte
nella civica magistratura
ben meritò d’entrambi
gli uffici:
volendo essere utile pur
oltre la vita
mancatagli sessantenne il 18
ott. 1810
con lungo studio e grande
amore
cercate e raccolte le
volterrane memorie
dall’origine all’età sua
scrisse la più sicura e fornita
notizia
di questa patria
che grata rende pubblico
onore
allo storico cittadino
il 5 giugno 1885
festivo all’Unità d’Italia

CASA CELLI

Di fronte al Palazzo Ducci, al n. 61, si trova un’abitazione dove, nei primi anni dell’ Ottocento visse Ildegonda Celli madre di Giosuè Carducci. Una lapide affissa sulla parete ricorda questa donna e il suo matrimonio con Michele Carducci. Il padre del famoso poeta venne a Volterra nel 1830 quando fu condannato ad un anno di confino da scontare nella nostra città. Qui, seppur sotto sorveglianza, godeva di una certa libertà di movimenti e poteva esercitare la professione medica. E qui conobbe la giovane lldegonda con cui si fidanzò e che sposò nel 1831, quando ebbe termine il periodo di confino.

Qui visse Ildegonda Celli
e da questa (casa) uscì sposa
del dottor Michele Carducci
tra i figli che educò
in continue ansie
patriottiche
e durevoli lacrime
ebbe Giosuè
di cui plasmò il cuore
generoso
e l’animo grande

Sempre sulla facciata di questo edificio si trova una statua di S. Ottaviano che sorregge fra le mani la città di Volterra. Questo è uno degli ultimi edifici della strada, poco oltre troviamo infatti la Porta Fiorentina.

PORTA FIORENTINA

Nel medioevo era chiamata anche “porta di Sant’Agnolo” o di “San Michele”. Fu costruita poco dopo il 1261, sostituendo la vecchia Porta Fiorentina, cioè l’etrusca Porta Diana, che fino ad allora era stata l’unico accesso settentrionale per la città. Nel 1315 fu ordinata la costruzione di un’antiporta davanti ad essa di cui però oggi non rimane alcuna traccia al di sopra si alzava una torre che fu abbattuta durante l’assedio del 1530 dalle artiglierie imperiali. Al di sopra dell’arco, all’interno, si trova una croce bianca in campo nero, mentre all’esterno è affisso uno stemma della famiglia Medici alquanto corroso.

IL BASTIONE

Fuori Porta Fiorentina si apre sulla destra la Piazza del Bastione. Il luogo prende il nome dal poderoso bastione fatto erigere da Cosimo I, che con la sua mole domina questa parte della città. Fu iniziato nel 1545 e terminato nel 1551, su disegno del famoso architetto militare Giovan Battista Bellucci detto il “Sammarino”, con lo scopo di costituire un baluardo da cui potessero manovrare le artiglierie per proteggere la zona settentrionale di Volterra. In precedenza vi si trovava un mulino a vento che era stato edificato al di sopra delle mura; oggi quest’opera di ingegneria militare è utilizzata solamente come parcheggio per automobili.

VICOLO DEL FORNO

È questa la prima strada che troviamo lungo Via Guarnacci dopo la chiesa di S. Michele ed è caratterizzata da un lato dalla mole del complesso di S. Michele, dall’altro da un’edilizia assai più minuta e dal carattere gradevole, ma non aulico, tipica del piccolo paese. Sono case a due piani più il pianterreno con piccole semplici finestre, dalla disposizione per lo più irregolare, che formano un fronte continuo, pur con unità singolarmente riconoscibili e riconducibili a case unifamiliari, in cui nessuna rilevanza hanno i ritmi delle aperture.

La denominazione attuale è anche quella antica, veniva infatti chiamata Via dei Forni o del forno almeno dal 1365, questo nome era derivato probabilmente dalla presenza di uno o più forni in questa strada; non erano però forni per il pane: come qualcuno ha supposto, ma forni per la produzione di ceramiche. Poiché a Volterra la produzione di ceramiche era limitata dalla necessità di conservare la legna per produrre il sale, di cui la città era la principale fornitrice della Toscana, il fatto che in una certa zona esistessero uno o più forni per cuocere prodotti ceramici doveva essere un evento così eccezionale da lasciare un segno anche nella toponomastica. Fra l’altro va notato che le prime notizie di un forno per ceramica sono della metà del XIV secolo, contemporanee, quindi, alla prime attestazioni del toponimo di Vicolo del Forno.

Il vicolo aveva però anche altri nomi che venivano usati contemporaneamente a quello più diffuso, fra tutti uno molto frequente era quello di Chiasso di Sopra, derivato dalla la sua collocazione più in alto rispetto agli altri due vicoli del lato destro di Via Guarnacci; un altro nome che ricorre spesso è quello di Chiasso del Iacopelli o di Iacopello, da un tal Pietro di Iacopello che vi abitava sul finire del 1300.

Nel 1400 vi abitava una certa Nastasia, che di professione faceva la conduttrice di un lupanare pubblico, da essa prese così il nome di Chiasso della Nastasia o della Nastagia; nel 1471 vi acquistò una casa Giusto di Ventura Turazza, che dette al vicolo il nome di Chiasso del Turazza. Successivamente fu chiamato Chiasso di Cola e, nella seconda metà del XVI secolo, anche Chiasso del Pispola, dal soprannome di uno degli abitanti.

Un’altra famiglia che ebbe le sue abitazioni in questo vicolo, ma di cui non è rimasta traccia nella toponomastica cittadina è la famiglia Rossetti, famosa per i suoi scultori in legno ed alabastro, che possedevano case e laboratori in questo vicolo nei secoli XV e XVI.

Il vicolo divide, nella sua parte iniziale, due ali del complesso del Collegio di S. Michele, solo a partire dalla metà cominciano le abitazioni private. Da rilevare, nella facciata della casa al n.41, un’immagine religiosa in terracotta smaltata raffigurante la Vergine con Bambino racchiusa dietro una teca di vetro.

VICOLO DEI LECCI

Questo breve vicolo oggi è costituito da due parti, una che inizia da Via Lungo le mura del Mandorlo e che è parallela a Via Guarnacci, l’altra che consiste in un breve tratto coperto da una volta a botte che si apre su quest’ultima via; in origine il vicolo si apriva anche su Via dei Sarti, dove sfociava in una piccola piazzetta oggi scomparsa perché inglobata nel Palazzo Incontri-Viti.

Il suo nome più comune, fino al 1600 era quello di Via delle Zaire, ma nel XVI secolo era chiamato anche Vicolo degli Albizzini. Da un tal Bastiano di Trusciola che vi abitava nel 1482 venne il nome di Chiasso del Trusciola.

La prima notizia che abbiamo del toponimo Zatre è l’ordine, inserito negli statuti comunali del 1210, di costruire una strada che portava alla fonte delle Zatre. Il termine Zatre ha origini molto antiche, è infatti l’unico ricordo rimasto nel medioevo del più grande edificio romano costruito nelle vicinanze: il teatro di Vallebuona. Il nome deriva dalla trasformazione del latino Teairum avvenuto probabilmente nell’alto medioevo a seguito di un passaggio attraverso il termine greco-bizantino Theatrum e trasformatosi successivamente in Cadris, e poi in Zafris.

Nel medioevo in questa Via e nella piazzetta che dava su Via Sarti si svolgeva il mercato settimanale delle carni; nel 1407 il comune comprò degli edifici per farvi un Mercatale. Questo luogo, secondo gli statuti comunali del 1400-1418, era l’unico dove si potesse macellare carne nella città di Volterra; vi esisteva anche un’apposita tettoia fatta sul canto delle Zatre. Nel 1606 il nobile Attilio Incontri chiese e ottenne alla Comunità di allargare il proprio palazzo occupando in parte quest’area; in quell’occasione la piccola porzione di piazza sopravvissuta prese il nome di Vicolo dei Lecci, che mantiene tuttora.

Dai documenti riguardanti l’acquisto di questa piazza da parte di Attilio Incontri per la costruzione del suo palazzo, siamo in grado di conoscere i proprietari di alcune abitazioni in questa zona nei primi anni del 1600. Sappiamo che la casa con il n. 23 era quella dove abitava Cosimo Villifranchi, che si oppose accanitamente contro l’acquisto della piazza da parte dell’Incontri; questo signore dovrebbe essere il nonno del ben più famoso Cosimo Villifranchi poeta seicentesco. Al n. 21 abitava la famiglia Ricci, al n. 27 la famiglia Ricciarelli, al 29 la famiglia Ormanni, mentre il resto della piazza era costituito dal retro di Palazzo Maffei. Anche l’intero blocco di abitazioni che si trovano all’altra estremità della strada apparteneva alla famiglia Maffei.

Alla famiglia Riccio, che nel 1400 e 1500 dette nome a questo vicolo, appartenne Michelangelo Riccio, detto Bebo, che nel 1548 ebbe l’incarico da Cosimo I dei Medici di recarsi a Venezia per uccidere il di lui cugino Lorenzìno, detto Lorenzaccio per la vita disordinata che conduceva. Lo scopo ufficiale era quello di saldare i conti per l’assassinio dell’altro cugino di Cosimo, Alessandro, avvenuto nel 1537 e di cui fu ispiratore Lorenzino.

Lorenzino si era rifugiato a Venezia, città che gli aveva concesso asilo politico, e pertanto fu seguita la strada più breve. Michelangelo si recò nella città lagunare insieme ad un complice, Francesco da Bibbona, detto il Bibboni, attesero il momento propizio e trafissero a colpi di pugnale Lorenzino mentre usciva dalla messa. A uccidere materialmente sarebbe stato il Bìbboni, mentre sembra che Bebo si limitasse a puntare il pugnale alla gola del compagno del Medici dicendogli: “Fermo messere, che non siam venuti per voi”.

Terminata la missione i due tornarono a Firenze salutati come legittimi giustizieri e ricompensati profumatamente. il Riccio si sistemò nella casa paterna e utilizzò i soldi della ricompensa per ampliarla.

Le facciate delle abitazioni, quasi tutte rifatte in epoca moderna, non conservano nessun resto di particolare rilievo; solo al pianterreno del n. 10 è possibile vedere ancora oggi i resti dell’abitazione medievale che precedette quella moderna.

Vicolo Sant’ Agnolo – Questo vicolo è la traversa più ampia fra quelle che si trovano sul lato destro di Via Guarnacci e si caratterizza per la quantità di elementi edilizi di spicco motivati dalla presenza di alcune unità abitative più antiche e più di pregio di quelle presenti negli altri vicoli che costituiscono le traverse di VIa Guarnacci.

Nel XIV e XV secolo si chiamava Chiasso di Sotto nella seconda metà del XV secolo è indicato anche come Chiasso de’ Cerri; questo nome derivava da quello di Giovanni e Guglielmo del Cerro fornaciai di Bellìnzona che vi avevano la loro casa. Nel XVI secolo era invece indicato come Chiasso de’ Ricciarelli, dal nome di un’altra famiglia che vi aveva le abitazioni: soltanto nella seconda metà del secolo viene indicato con l’attuale denominazione di Sant’Agnolo.

Fra le particolarità degne di nota spicca, affisso sulla parete del n. 9A, un tondo in terracotta smaltata raffigurante la Madonna con Bambino circondati da angeli con attorno una cornice decorata con fiori e frutta. Questa casa nell’Ottocento era di proprietà della famiglia Campani. Andando oltre troviamo, ai nn. 12-14, i resti di una casa trecentesca in pietra. Si tratta soltanto del pianterreno contrassegnato da due aperture ad arco in conci di pietra, che spiccano nettamente all’interno di un contesto edilizio fortemente rimaneggiato in epoche successive. Poco posteriore a questa casa è l’abitazione in laterizio di stile rinascimentale che possiamo vedere ai nn. 28-30, mentre nella parete dell’abitazione dal numero civico 34 è affissa una lapide di marmo che riporta la seguente scritta:

L – B 1847.

Il significato di questa scritta ci è ignoto, ma possiamo supporre che si tratti di un ricordo che uno dei proprietari della casa ha voluto lasciare in occasione della costruzione o di una ristrutturazione avvenuta, appunto, nel 1847. Le due lettere potrebbero perciò essere le iniziali di questo proprietario.

In fondo alla strada ci troviamo di fronte le mura medievali che sono costeggiate da un tracciato viario senza nome in forte pendenza. Questo stradello oggi costituisce parte del percorso turistico per la scoperta delle mura medievali di Volterra e collega il Bastione di Porta Fiorentina, alla nostra sinistra, con la fonte e la porta di Docciola, alla nostra destra.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Guarnacci, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A. AUGENTI – M. MUNZI, Scrivere la città. Le epigrafi tardoaniiche e medievali di Volterra (Secoli IV-XIV), Firenze, All’Insegna del Giglio, 1997, pp. 61-62;
M. BATTISTINI, L’abitazione del vescovo dopo il sacco del 1472, in “il Corazziere”, XXXV, 8, 20 feb. 1916, p. 2;
M. BATTISTINI, Il Marzocco del Palazzo dei Priori. Il Bastione. Il Simulacro di S. Ottaviano trafugato da F. Ferruccio, Volterra, Tip. Confortini, 1919;
M. BATIISTINI, Volterra illustrata, Volterra, Carnieri, 1921, pp. 35, 56;
S. BERTINI, Via Guarnacci, in “Volterra”, VII, n.6, giu. 1968, pp. 14-15;
M. CANESTRARI (a cura di), Il piano di Volterra, Roma, Officina Edizioni, 1991;
G. CATENI, Vallebuona: la scoperta, in G. Cateni (a cura di), Il teatro Romano di Volterra, Firenze, Octavo, 1993, pp. 11-24;
A. CINCI, Guida di Volterra, Volterra, 1885;
A. CINCI, Dall’archivio di Volterra. Memorie e documenti, Volterra, Tip. Volterrana, 1885;
A. CINCI, De’ posti di studio Cotti e Babbi, Volterra, Sborgi, 1885;
L. CONSORTINI, Le case torri di Giovanni Toscano in Volterra, Lucca, 1942;
P. FERRINI, Volterra di strada in strada, Volterra, Studio Tecnico 2G, 1983, pp. 33-40;
D. LESSI, Le mura medievali di Volterra: Il patrimonio da salvare, Pisa, Pacini, 1982;
I. MEINI, Mille anni di vila della parrocchia di S. Michele (987-1987), Volterra, Parrocchia di S. Michele Arcangelo, 1987;
G. PASQUINELLI, La ceramica di Volterra nel medioevo (secc. XIII-XV), Firenze, All’insegna del Giglio, 1987;
C. PAZZAGLI, Nobiltà civile e sangue blu. Il patriziato volterrano alla fine dell’età moderna, Firenze, Olschki, 1996;
C. RICCI, Volterra illustrata, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1905;
G. SALVAGNINI, La nascita di un Palazzo seicentesco, in “Volterra”, XIV, n. 10, ott. 1975, pp. 4-5;
E. SOLAlNI, Sommario della storia e guida del museo e della città di Volterra, Volterra, 1927.